"I patrioti si fanno sentire per la prima volta nell'agosto 1944. Provengono
dal Feltrino e si stabiliscono a Costabrunella e lassù formano il
Battaglione G.Gherlenda. Pochi di numero, danno ai tedeschi l'impressione di
essere in molti e ben agguerriti; il popolo condivide questa impressione di
forza. Logicamente le prime azioni sono prelevamenti di viveri che però
vengono effettuati presso le famiglie più abbienti e facoltose. I tedeschi
rinforzano il Presidio locale, mandando oltre che elementi del C.S.T. (Corpo
di sicurezza trentino) anche elementi di Bolzano (ossia bolzanini
incorporati nella S.O.D., Südtiroler Ordnungsdienst, Servizio di Sicurezza
sudtirolese, ndr.). I patrioti continuano ugualmente la loro azione di
molestia". Questo fa parte della relazione datata 6 luglio 1945 fatta dall'
arciprete di Castello Tesino don Silvio Cristofolini e giacente presso l'
Archivio Storico di Trento.
Carlo Zanghellini nel suo diario dattiloscritto "I partigiani del Tesino,
maggio 1944-maggio 1945" scrive: "il 25 agosto 1944 arrivò alla Centrale
Elettrica di Pieve Tesino, in val Malene, una banda di partigiani composta
da una trentina di uomini. Provenivano dalle montagne feltrine, divisione
"Gramsci" e si trasferirono verso il Gruppo di Cima d'Asta, ai margini del
Trentino orientale. Li comandava "Fumo" un bel giovane atletico che portava
il cappello da sottotenente degli Alpini, ed era armato di mitra. Gli altri
non tutti erano armati e nell'insieme presentavano una banda piuttosto
disordinata. I più erano ex soldati tornati a casa dopo l'8 settembre 1943,
senza lavoro e restii a lavorare per l'organizzazione Todt [.] E' doveroso
ricordare che in queste bande formatesi poi, in secondo tempo, in
battaglioni più ordinati e disciplinati, vi combatterono degli uomini
convinti, in buona fede, di servire la causa Nazionale e che scontarono con
sofferenze e con la morte il disonore del nostro esercito".
La situazione in Italia in quell'ultimo periodo di guerra era quanto mai
drammatica. Il 25 luglio del 1943 il Governo Mussolini cadeva: il Duce fu
messo agli arresti e "nascosto" sul Gran Sasso. Il 12 settembre venne
liberato dai tedeschi e portato al Quartiere generale di Hitler a Rastenburg
nella Prussia orientale, dove assieme misero in piedi il partito
neofascista. L'8 settembre il Governo Badoglio chiedeva l'armistizio agli
anglo-americani. Il Führer intanto, già il 10 settembre, all'insaputa dello
stesso Mussolini, aveva decretato la divisione dell'Italia in "territori
occupati" e in due "zone di operazione" annesse al III° Reich: la "Zona di
operazione delle Prealpi" (Operationszone Alpenvorland) che comprendeva
Belluno, Trento e Bolzano, e la "Zona di operazione del Litorale Adriatico"
(Adriatisches Küsterland) con Udine, Gorizia e Trieste. Per ognuna delle due
"zone" aveva già pronti due Commissari Supremi. Nel Litorale insediò
Friedrich Rainer, mentre a Gauleiter (governatore) per l'Alpenvorland nominò
il nazista tirolese Franz Hofer, la "iena del Tirolo", con poteri sovrani,
compreso quello di vita e di morte. Doveva rispondere direttamente al
Führer: un Viceré insomma!
Nel frattempo il 13 ottobre di quel travagliato 1943 l'Italia dichiarava
guerra alla Germania e il 1° dicembre, a rincalzare le divisioni tedesche
che, tra il 25 luglio e l'8 settembre avevano occupato il resto del Paese,
nasceva la repubblica sociale (RSI) che si stabilì a Gargnano (Villa
Feltrinelli) sul lago di Garda presso Salò. Nessuna competenza fascista però
sulle due Zone di operazione, divenute di fatto "marche" della Germania.
Dopo la disfatta subita dalle armate di Hitler a El Alamein nel 1942, sul
Don e a Stalingrado nel '43, per l''Europa il 1944 si presentava come l'anno
delle grandi speranze per il ritorno alla democrazia. In giugno gli alleati
erano sbarcati in Normandia. In Italia, dopo la battaglia di Anzio,
occuparono Roma (4 giugno 1944), mentre i tedeschi furono costretti a
stabilire una linea difensiva sull'Appennino tosco-emiliano ("linea gotica")
e si preparavano a una estrema difesa sulle Alpi dalla Svizzera all'Istria,
l'"Alpenfestung". Speravano tra l'altro che l'arma segreta promessa da
Hitler arrivasse in tempo a ribaltare le sorti della guerra.
Ma fu proprio in quel 1944 che il nazifascismo, ferito a morte, compì
terribili rappresaglie e gli eccidi più mostruosi. Il Governo fantoccio
della Repubblica di Salò chiamò alle "sue" armi la classe 1926 (i
diciottenni!). Ai renitenti la pena di morte: ultima scadenza il 25 maggio.
"C'erano tre strade da seguire: scappare e tornarsene a casa, combattere a
fianco dei tedeschi o scegliere di lottare con quella parte d'Europa che da
anni combatteva contro il nazismo" (Paride Brunetti). Fu così che molti
giovani salirono in montagna dove trovarono coloro che si erano dati alla
lotta armata subito dopo l'8 settembre.
In Trentino, nel Bellunese e nella provincia di Bolzano, la resistenza trovò
una reazione più accanita che altrove: con il decreto di costituzione dell'
Alpenvorland eravamo diventati sudditi del Reich!
Il primo attacco fu sferrato contro i partigiani della val di Fiemme: il 23
maggio del '44, per la delazione dell'infiltrato Bruno Berardi di
Montichiari, subirono un rastrellamento in val Cadino, a ridosso del Passo
del Manghen, e furono annientati. Pochi riuscirono a salvarsi, tra questi
Marcello Tondin di Borgo che riparò rocambolescamente in Toscana (S.
Miniato), dove continuò la lotta con i partigiani locali. Non ebbe eguale
fortuna Angelo Peruzzo, meccanico di Borgo, che fu arrestato in casa. Aveva
dato ospitalità a Manlio Silvestri "Monteforte", padovano, "una delle figure
più eroiche della resistenza veneta" secondo lo storico Aldo Sirena, che era
ricercato da tempo dalla Gestapo (Geheime Staatspolizei - Polizia segreta di
Stato). Peruzzo inoltre riforniva di viveri i partigiani della val Cadino e,
secondo il delatore Berardi, custodiva un deposito di armi che però,
inizialmente, durante la perquisizione effettuata nella sua abitazione in
via dei Bagni, non fu trovato. L'abitazione era stata ricavata dallo stabile
della piscina che era di proprietà del Comune. E fu proprio una guardia
municipale che portò le SS verso una botola ben mimetizzata nell'orto dove
erano nascosti alcuni fucili. Silvestri tentò la fuga attraverso il Brenta
ma fu catturato da elementi del CST. Angelo Peruzzo assieme ad Armando
Bortolotti "Mando", capo della resistenza della val di Fiemme, e Manlio
Silvestri, il 25 luglio del 1944 furono condannati a morte dal Tribunale
speciale germanico di Bolzano. Per loro, anche il vescovo ausiliare di
Trento, mons. Oreste Rauzi, si recò presso i vertici della magistratura
tedesca a perorare pene più miti, ma invano. Trasportati nel Cadore per
essere scambiati con tre militari tedeschi catturati dai partigiani del
luogo, fallite le trattative, il 29 luglio furono impiccati sulla piazza di
Sappada.
Il 28 giugno anche la resistenza del Basso Sarca (11 uomini trucidati) e
della Valle dell'Adige subì un grave colpo. Anche in questa circostanza per
la delazione di una spia, Fiore Lutterotti, amico di Gastone Franchetti,
capo dei partigiani rivani. Una delle figure più illustri della Resistenza
trentina e il maggior esponente del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale)
trentino, il conte Giannantonio Manci, stremato dalle continue torture, per
non tradire i compagni porrà fine ai suoi giorni nella sede della Gestapo al
Corpo d'Armata di Bolzano, il 7 luglio. Lo stesso Franchetti venne fucilato
l'8 agosto e il 12 seguì il massacro di Malga Zonta.
Fu in questa situazione che alcuni uomini del Tesino tra cui Celestino
Marighetto, ex caporal maggiore "Arditi" della "Folgore", fratello di
Ancilla "Ora" (Medaglia d'Oro della Resistenza), e Rodolfo Menguzzato
"Menefrego", fratello di Clorinda "Veglia" (pure Medaglia d'Oro), presero
contatti con la fortissima brigata "Antonio Gramsci" (arrivò a contare 996
uomini di cui ben cento donne) con sede a Pietena sulle Vette Feltrine.
Comandante era un ufficiale di carriera, il ten. Paride Brunetti "Bruno",
reduce dalla campagna del Don. Esperienza, la sua, simile a quella di
migliaia di altri giovani, e tra questi dell'ufficiale, partigiano e
scrittore Nuto Revelli, il quale confessò: "senza l'esperienza in Russia,
all'8 settembre, mi sarei forse nascosto come un cane malato". La brigata
ebbe origine dal distaccamento "Nino Bixio" della brigata "Carlo Pisacane".
Con l'aiuto del CLN di Feltre, il distaccamento riuscì a collegarsi con vari
gruppi armati della zona e a costituirsi in brigata che fu aggregata alla
divisione "Nino Nannetti" stanziata sul Cansiglio.
La zona operativa della brigata garibaldina "Gramsci" comprendeva Bassano,
Montebelluna, S.Giustina, Feltre, Cismon del Grappa, Carpanè, Solagna, il
Primiero e la Valsugana. Era composta da 5 battaglioni: "De Min" (in
Pietena), "Zancanaro" (Busa delle Vette), "Cesare Battisti" (Val Canzoi),
"Monte Grappa" (sul Grappa), di circa 200 uomini ciascuno.
Il "Gherlenda", inizialmente una compagnia di una trentina di unità, un mese
dopo il suo arrivo nel Tesino divenne battaglione per merito di guerra e
arrivò a 96 elementi tra uomini e donne. C'era una squadra G.A.P. (gruppi
armati patriottici), per la lotta e i collegamenti nelle città e l'
assistenza ai partigiani che scendevano a valle. Era composta di 3 o 4
uomini stanziati nella zona di Lamon, a circa metà strada tra il comando di
Pietena e Costabrunella. Alla "Gramsci" era stata aggregata anche la
compagnia "Churchill", composta da 11 ex prigionieri inglesi evasi dopo l'8
settembre.
Presso la brigata era dislocata anche la missione militare "SIMIA" con il
maggiore inglese Harold William Tilman, comandante, il capitano John Ross,
il tenente Vittorio Gozzer "Gatti" (interprete) e il radiotelegrafista
Benito Quaquarelli "Pallino". Le missioni, composte da personale in
uniforme, avevano il compito di collegare le formazioni partigiane con i
comandi alleati, per trasmettere e avere informazioni, coordinare i
rifornimenti di viveri e armi con lanci dagli aerei. La missione SIMIA
comunicava direttamente con Brindisi e con Londra. Era stata paracadutata
sull'altopiano di Asiago al terzo tentativo il 31 agosto '44, proveniente
dall'aeroporto militare di Brindisi. Il lancio fu effettuato con la nebbia e
nel cadere a terra il radiotelegrafista Marini si slogò un piede e fu
sostituito da "Pallino".
Il gruppo del Tesino, dal momento che alcuni facevano già parte delle
formazione partigiane delle Vette, chiese e ottenne che una compagnia fosse
dislocata nella loro zona per raccogliere i renitenti alla leva e i reduci
dai vari campi di battaglia, che sceglievano la lotta partigiana. La
"Gramsci", tra l'altro, aveva bisogno di espandersi perché la zona
assegnatale era satura. Il 1° agosto si decise per la formazione di una
nuova compagnia che fu intitolata a Giorgio Gherlenda, un ufficiale dell'80°
Fanteria nato a Loreggia (Padova) nel 1920, ex Aiutante di battaglia nella
campagna di Russia del 1941-42. Era stato catturato dai nazifascisti durante
un'azione partigiana assieme ad Alvaro Bari, un ufficiale d'aviazione di
Venezia. Portati a Feltre alla sede della gendarmeria tedesca, furono
selvaggiamente torturati, perché rivelassero i nomi dei compagni. Condannati
a morte, furono fucilati assieme sul ponte di Cesana (Lentiai) e gettati
nelle acque del Piave il 5 agosto del 1944. Il comando della compagnia fu
affidato al sottotenente degli Alpini Isidoro Giacomin "Fumo", 23 anni,
reduce dalla guerra nei Balcani. In un primo tempo si era pensato di
affidarlo a Giancarlo Zadra "Riga" di 19 anni di Feltre, ma qualcuno obiettò
che era troppo giovane.
"Fumo" provvide ad addestrare quotidianamente i suoi compagni, quasi tutti
giovani e inesperti. Quando furono abbastanza preparati, fu decisa la
partenza verso il Tesino per il 31 agosto. Chi ancora non aveva un nome di
battaglia fu ribattezzato. Spesso venivano scelti nomi femminili: per
ragioni di sicurezza a volte neppure i compagni conoscevano la vera identità
di qualcuno della compagnia.
Le formazioni garibaldine erano organizzate in modo che a fianco del
comandante militare, che faceva capo al CVL (corpo volontari della libertà)
con al vertice il gen. Raffaele Cadorna, c'era un commissario politico. Le
decisioni più importanti erano concordate. Il CLN, formato dai sei partiti
antifascisti (PCI- DC- PSI- PLI- P. d'Azione- Democrazia del Lavoro)
rappresentava il braccio politico, il cui responsabile era Ferruccio Parri.
Nel "Gherlenda", accanto al comandante militare "Fumo" e al vice Gastone
Velo "Nazzari" di Feltre, c'erano il commissario politico Elio Lastore
"Silla" pure di Feltre con il suo vice Lorenzo Corso "Leo" di Fonzaso. Le
decisioni importanti erano concordate e sottofirmate da entrambi. Gli altri
patrioti erano: Da Ronc Antonio "Marco" di Feltre, Zollet Angelo "Archivio",
Paniz Giovanni "Giovanni", De Nardin Aldo "Gisella", Gris Gildo "Lupo" di
Cesiomaggiore, Pellegrin Luigi "Katiuscia" di Trapani, Bertelle Antonio
"Ditta", Grisotto Domenico "Vulcano"o "Ivelo", Pante Carlo "Orso",
Campigotto Florindo "Rino" e Bellotto Romolo "Tormenta" di Lamon, Giacomin
Ferruccio "Gemma", Sebben Angelo "Manfrina", Corso Gian Luigi "Vittoria",
fratello di "Leo", e Dalla Albino "Demetrio" di Fonzaso, Guantiera Antonio
"Tomori" di Aune, Marighetto Celestino "Renata" e Menguzzato Rodolfo
"Menefrego" di Casteltesino. Per gli 7 altri risulta soltanto il nome di
battaglia: "Lena", "Elsa", "Wilma", "Mira", "Papavero", "Sirio" e "Tripoli".
L'8 agosto si presentarono a Pietena due ex ufficiali del Tesino: Riccardo
Fattore e Alberto Ognibeni. Si rivelarono particolarmente utili per la
conoscenza dei luoghi dove la compagnia avrebbe operato. Qualche giorno dopo
furono inviati in Valsugana affinché provvedessero alle prime necessità:
recupero armi e esplosivi, inoltre far opera di persuasione presso cittadini
fidati perché non lasciassero mancare il loro aiuto. Quando venne il giorno
fissato per la partenza, "Fumo" provvide alla distribuzione delle
vettovaglie per 4 o 5 giorni e alla consegna delle armi: 2 mitra, 8
parabellum, 11 moschetti (mod. 91), 5 carabine, 1 fucile, 1 steyr (tapum), 1
mauser, 10 pistole e 8 bombe e varie munizioni. L'equipaggiamento consisteva
in 18 zaini e 23 coperte. Per comunicare con il comando di brigata c'era un
cifrario convenzionale e i collegamenti erano tenuti tramite staffette
(maschili).
Il comandante "Bruno" li raccolse sulla piazzetta antistante il magazzino
della Casera Pietena, sede del Quartier generale della brigata: rivolse loro
parole appropriate, li salutò e li abbracciò uno ad uno. Partirono in 29, il
comandante "Fumo" in testa, la sera del 21 agosto verso le 18, mentre
imperversava un violento temporale. Scomparvero oltre la forcella al posto
di blocco 69, destinazione Costabrunella. Durante quella prima notte
giunsero a Malga Vallazza e fecero sosta. Alle 18 del giorno seguente
ripartirono: attraversarono la strada per Passo Rolle poi il torrente Cismon
e verso le 4.30 del giorno 23 giunsero al rifugio Crosèt. Riposarono fino
alle ore 15 del giorno 24 e alle 21 dello stesso giorno attraversarono il
passo del Brocòn per giungere dopo tre ore a malga Telvàgola. Vi rimasero
fino alle 11 del giorno dopo, poi si incamminarono verso val Malene, in
pieno giorno, ma ben riparati dal fitto bosco e alle 18 del 25 agosto
arrivarono a Costabrunella, dove stabilirono il comando insediandosi al
terzo piano e nella soffitta della casa del custode della diga. Per prima
cosa "Fumo" predispose tre posti di blocco: il primo fu istituito presso la
centrale idroelettrica di Sorgazza; il secondo alla malga del Lago a circa
200 metri sotto la diga e il terzo nei pressi della Forcella Quarazza a
difesa degli accessi da val Quarazza, dalla Forcella Segura e dalle valli
limitrofe.
Ebbe così inizio "una delle più belle pagine della resistenza in Trentino".
E' una serie memorabile di fatti compiuti da pochi uomini e due donne fra l'
agosto '44 e il maggio '45 e che riuscirono a tenere in scacco circa
quattrocento tra militari nazisti e collaborazionisti vari. A Roncegno,
oltre alle SS e Gestapo, erano "ospiti" delle varie ville e alberghi, tutti
requisiti, la Wehrmacht, gli Alpenjäger, la Decima MAS, la marina militare
italiana (quella tedesca era a villa Regina a Levico), la FLAK (antiaerea),
formazioni di SA (Sturm Abteilungen, brigate d'assalto), oltre a CST, SOD,
Todt e Speer. All'hotel Savoia (ora Semiramis) era stato allestito anche un
ospedale. Anche la Hitlerjugend (10-18 anni) vi faceva sosta di tanto in
tanto. Da notare che per il rastrellamento del Monte Grappa partì un'
autocolonna anche da Roncegno. Le SS con il capitano Hegenbart ai primi di
gennaio 1945 si trasferirono a Villa Suster a Strigno: segno evidente che
temevano i partigiani del "Gherlenda," sopravalutando la loro consistenza.
Facendo riferimento al quadro complessivo c'è da notare che i vari generali
nazisti che ebbero il comando delle forze tedesche in Italia, paventavano a
tal punto le formazioni partigiane del Nord da trattenere quassù parte delle
forze armate che dovevano essere impiegate al fronte. Basti dire a tal
proposito che il gen. Kesselring (quello di Marzabotto) scrisse che "se
Rommel [che nell'estate-autunno 1943 aveva il suo Quartier generale a
Belluno, ndr] non gli avesse rifiutate due divisioni corazzate (che il
feldmaresciallo utilizzava per dare la caccia ai partigiani) forse sarebbe
riuscito a rigettare in mare il nemico [sbarco anglo-americano a Salerno, 9
settembre '43, ndr]. Di questa opinione sono anche gli storici britannici."
La voglia di uscire vincitori da una guerra, che aveva in palio la libertà o
la totale schiavitù dei popoli europei, ridimensionava tutte le ideologie
politiche: questa coesione tra tutti i partiti democratici ha portato la
Resistenza italiana a dare un forte contributo alla caduta del nazifascismo.
Ed è stata l'unica carta in mano a De Gasperi, alla Conferenza di Pace di
Parigi del 1946, perché l'Italia non fosse trattata con mano troppo pesante.
Per ricordare il dimenticato
cancellare non serve.
Pomero