Il Manifesto dei Novantatré (Aufruf an die Kulturwelt -- Appello al
Mondo della Cultura [1] ) firmato nell' ottobre 1914 da novantatré fra
i più famosi scienziati intellettuali ed artisti tedeschi, ampiamente
divulgato dalla stampa mondiale per smentire le responsabilità della
Germania nella prima guerra mondiale e nei crimini di guerra addebitati
all'esercito tedesco in Belgio (che furono uno dei temi favoriti della
propaganda alleata) mi pare un punto di svolta in quello che io vorrei
definire il "percorso verso la totalità" della guerra moderna.
Uno dei motivi che scossero il mondo scientifico ed intellettuale
dell'epoca fu che il manifesto -- con la dichiarazione di schieramento
assoluta e totale verso la Patria in guerra che comportava --
infrangeva il mito della relativà "neutralità della scienza" e della
sua sovranazionalità, che era stato assai vivo nel 1700 illuministico e
cosmopolita e si era mantenuto durante le guerra di massa napoleoniche:
benchè Francia ed Inghilterra fossero in quel momento nemiche, era ad
esempio rimasta prassi comune da parte dei due paesi concedere
salvacondotti ai propri scienziati perché potessero partecipare a
convegni ed incontri nel paese nemico.
La cosa non è di poco momento: si collega strettamente alla crisi
dell'idea della circolazione totale delle idee scientifiche, della
formalizzazione della comunicazione scientifica, della riproducibilità
della esperienze scientifiche al di là dei particolari aspetti
culturali e locali che nei secoli XVIII e XIX si era andata
massificando nella comunità scientifica internazionale (vale la pena
ricordare che ancora all'epoca napoleonica il linguaggio universale dei
"dotti" era ancora il latino?) e che è uno dei contributi più preziosi
di quei secoli al moderno metodo scientifico, forse ancor più delle
scoperte che essi hanno visto.
Non che gli scienziati settecenteschi e napoleonici non fossero
patriottici, o che non collaborassero attivamente alle attività
militari dei propri paesi, beninteso, ma l'idea che una sorta di
"neutralità" della scienza e della cultura (e dello stesso "esser
gentiluomini", su un piano sociale più allargato) [2] potessero esser
qualcosa di "altro" e di "intoccato", un valore che comunque permaneva
in qualche modo inalterato anche in mezzo alle esigenze contingenti
della guerra e dello sbudellarsi reciproco, era ancora largamente
diffusa.
Il venir meno di quest' aspetto mi pare strettamente collegato al
progressivo totalizzarsi della guerra, al suo divenire sempre più, da
scontro di eserciti su un piano limitato con relativamente minori
ricadute sulla vita sociale e culturale di una nazione come accadeva
nel '700 a fenomeno che coinvolgeva in modo molto più allargato
popolazione civile, risorse, produzione, organizzazione sociale,
tecnologia e ricerca scientifica dei paesi in guerra.
Per esemplificare quanto sopra, si confronti l'importanza che poteva
assumere in guerra una tecnologia aeronautica come quella dei fratelli
de Montgolfier (il cui primo impiego in battaglia avvenne comunque nel
1793) e i suoi riflessi militari, con relative esigenze di produzione,
segretezza etc. con quella che assume la tecnologia dei fratelli Wright
nel '14 - '18 (per non parlare della seconda GM).
Questo fenomeno della totalitarizzazione della guerra, in certa misura
matura e si prepara durante le guerre napoleoniche e nell''Ottocento,
ma raggiunge un suo acme inedito proprio con la Prima Guerra Mondiale,
e da questo punto di vista mi pare anche trasparente confrontare il
tipo di aspettative emotive e psicologiche diffuse tra i vari
interventismi europei verso di essa nei primi del Novecento, e la
realtà concreta del gran massacro su scala industriale che avrà
effettivamente poi luogo durante la guerra stessa.
Non stupisce dunque che il Manifesto dei 93 godesse al momento della
sua comparsa -- in quanto sanzione culturale di questo processo -- di
una fama piuttosto cattiva, che diversi dei suoi firmatari in seguito
deprecassero di avervi aderito, che fosse oggetto di condanne piuttosto
pesanti nel mondo intellettuale (ancora negli anni '20 Croce lo cita
come un antecedente negativo del Manifesto degli Intellettuali
Fascisti) e via dicendo. Persino ai giorni nostri, un film recente
della BBC come "Il mio amico Einstein" [3] ne fa un paradigma della
cattiva coscienza degli scienziati tedeschi come Planck, attivamente
coinvolti anche nella ricerca sull' Yprite, in confronto al rifiuto di
firmarlo da parte di un Einstein (all'epoca risiedente in Germania) per
esaltare la collaborazione "al di sopra della guerra" che comunque si
mantenne tra lui e l'inglese Artur Eddington, che si tradusse nelle
celebri osservazioni dell'eclissi solare sulll'isola di Principe, che
nel 1919 confermarono per prime le teorie di Einstein schiudendo le
porte a una concezione dello spazio e del tempo radicalmente diverse da
quelle newtoniane classiche.
Al lettore di oggi, o per meglio dire, a *me* :-) leggere oggi quel
Manifesto non fa grande impressione, anche se inevitabilmente la mente
è all'erta per cogliere eventuali antenati del nazismo in quelle righe:
si tratta di propaganda nazionalpatriottica abbastanza di maniera,
delle ragioni sacrosante della propria parte, dell'inevitabile
minimizzazione dei crimini di guerra propri e della condanna di quelli
altrui, Nulla che esuli troppo dalla cultura europea del tempo, in
realtà: la stessa condanna razzista di <cite> Chi si affratella con
russi e con serbi ed offre al mondo l’infame spettacolo di aizzar
mongoli e negri contro la razza bianca, non ha il diritto di arrogarsi
il
titolo di difensore della civiltà europea </cite> non va al di là di
quelli che sono temi piuttosto comuni della cultura e della scienza di
tutto il mondo occidentale dell'epoca, fortemente venato di teorie
razziali anche (pseudo)scientifiche.
Quello che semmai può sembrarmi un tema che porta dritto a temi nazisti
se sviluppato in certo modo, e che mi pare un tantino meno "normale"
per la cultura internazionale del tempo, è l'insistenza sul carattere
nazionalista e schierato in guerra della "kultur" tedesca (kultur è un
termine complesso che spesso allude a una "spiritualità" tedesca che
differenzierebbe la "kultur" dalla semplice "zivilisation" e la
rivendicazione che <cite> Senza il militarismo germanico anche la
nostra civiltà sarebbe da lungo bandita dalla terra. Per proteggerla
sorse esso in un paese che per secoli e secoli fu, come nessun altro,
funestato da incursioni nemiche. Popolo ed esercito sono una cosa sola
in Germania. Questo sentimento affratella oggi 70 milioni di tedeschi
senza distinzione alcuna di cultura, di grado, di partito. </cite>
Questa rivendicazione è fatta di contro alla pretesa nemica che <cite>
la lotta ingaggiata contro il nostro cosiddetto militarismo non sia
diretta anche alla nostra cultura come i nostri nemici ipocritamente
asseriscono </cite>
Questo è il punto che, più di altri, può far vibrare il detector del
prenazismo, secondo me, ma è anche vero che si tratta di un pallino
culturale tipicamente tedesco, che affonda le sue radici anche nel '700
tedesco e nel romanticismo.
Comunque, se vi va, leggetevi il Manifesto, e ricavatene voi
l'impressione che vi pare storicamente e filosoficamente più adeguata:
[Nota 1 ] Testo del Manifesto dei 93 tradotto in italiano:
http://www.educational.rai.it/materiali/file_moduli/50959_635542521570548692.pdf
[Nota 2 ] Per una rivisitazione cinematografica anni '30 in chiave
nostalgica del tema "Nobiltà dei gentiluomini spazzata via dalla Prima
Guerra Mondiale, vedere "La grande illusione", celebre film di Jean
Renoir
https://www.dailymotion.com/video/x6kn10r
[Nota 3] "Einstein and Eddington", 2008, P.Moffat
(spezzoni su Youtube)
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Saluti da Bhisma
... e il pensier libero, è la mia fé!