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Sturpi in Germania,l'orrore consentito

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Artamano

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Sep 29, 2010, 5:19:58 AM9/29/10
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Dal blog
http://walkingclass.blogspot.com/2008/10/anonyma-eine-frau-in-berlin.html

Wie oft? Quante volte? Quanto spesso? Era la domanda più frequente tra le
donne che si incontravano per strada nella Berlino martoriata del 1945, nei
giorni, nelle settimane, nei mesi dell'occupazione sovietica, quando i russi
sfondarono sul fronte orientale e presero la capitale del Reich in fumo,
quartiere dopo quartiere, strada dopo strada, casa dopo casa. E con la città
presero le loro donne, vecchie, giovani o bambine, senza riguardo per nulla,
né per l'età, né per la condizione, né per lo stato di salute: bottino di
guerra. Era accaduto più o meno la stessa cosa con l'avanzata dei nazisti in
Russia, ora la storia si rovesciava, i ruoli si invertivano, carnefici i
russi, vittime le tedesche. Solo una cosa non cambiava: il sesso degli
stupratori e il sesso delle stuprate. Sarebbe accaduto ancora, nelle cento e
più guerre successive, fino ai giorni nostri e di nuovo nel cuore dell'Europa,
nei Balcani: serbi, croati, bosniaci, ortodossi, cristiani, musulmani. E
sempre la stessa vigliacca divisione: gli uomini di qua, le donne di là,
prede e bottino di guerra, rifugio violato e preteso, per annegare
animalescamente la durezza della guerra. Ora madri, ora sorelle, ora
puttane, a piacimento.
Il cinema tedesco affronta il tabù più scabroso della seconda guerra
mondiale: quello delle donne violentate dalle truppe russe che occuparono la
metà orientale del paese nella controffensiva del 1945. Lo fa con un film
basato sul diario di una testimone, una giornalista che visse a Berlino il
dramma della rovina, dei bombardamenti, della sconfitta, della solitudine,
infine dell'assalto. In tutti i sensi. Una giornalista, Marta Hillers, che
riversò su piccoli quaderni l'orrore e l'angoscia di quei giorni, la
disperazione e la paura, l'umiliazione ma anche l'incredibile voglia di
vivere e sopravvivere, navigando tra le rovine materiali e morali della
città più conquistata che liberata. Il film prende il titolo dal libro,
"Anonyma, eine Frau in Berlin" (Anonima è lo pseudonimo dietro cui, fino
alla sua morte, si è celata l'autrice). E' diretto da Max Färberböck,
regista anche di "Aimée & Jaguar", un altro classico della Berlino ai tempi
della guerra, che ha curato anche l'adattamento cinematografico del testo
originale.

In Germania è il film del momento, accolto da critiche contrastanti, ora
positive ora feroci: in attesa dell'impatto sul pubblico, a dividersi sono
le grandi firme delle maggiori testate giornalistiche, da Andreas Kilb della
Frankfurter Allgemeine ad Andrian Kreye della Süddeutsche Zeitung, da
Christiane Peitz del Tagesspiegel a Joachim Kronsbein dello Spiegel, da Knut
Elstermann di Radio Eins a Bettina Homann di Zitty. Sui canali televisivi si
susseguono i documentari su quei mesi terribili, con ricostruzioni storiche
e filmati d'epoca e con i microfoni pronti a raccogliere i ricordi e le
lacrime delle poche testimoni ancora in vita.

Il film è da ieri nelle sale cinematografiche tedesche e noi siamo andati a
vederlo nel primo spettacolo allo Zoo Palast, il cinema che ha per anni
ospitato le serate della Berlinale, alle spalle dello Zoologischer Garten di
Berlino. Una sala sorprendentemente vuota, una ventina di spettatori in
tutto, un'anziana signora seduta in disparte nelle file laterali con la
quale ho incrociato lo sguardo a fine proiezione: aveva gli occhi pieni di
lacrime, un'emozione che fa giustizia delle critiche al regista.

Rispetto al libro, il film opera alcuni compromessi. Salta dei passaggi,
semplifica le situazioni, inserisce personaggi femminili giovanili. Il ritmo
procede a strappi, ora troppo lento, ora troppo rapido, alla ricerca di una
narrazione che possa tenere tutto insieme. E però, se il giudizio su un film
che si basa sul racconto in prima persona dell'autrice deve essere misurato
anche dalla scelta dell'attrice protagonista, la decisione di affidare il
ruolo a Nina Hoss è stata delle più felici. Un'interpretazione densa e
drammatica, capace di incarnare alla perfezione gli stati d'animo della
protagonista: angoscia, paura, rassegnazione, determinazione, umorismo nero.
Una miscela difficile da rappresentare, che la Hoss riesce a proporre con
grande convinzione confermandosi una delle attrici più interessanti nel
panorama cinematografico ormai non solo tedesco ma europeo. Lo spessore
della sua interpretazione fa perdonare anche la scelta più scellerata del
regista, quella di cedere al peccato cinematografico di forzare la relazione
fra l'autrice del diario e un ufficiale sovietico, inventando una storia d'amore
di cui non v'è traccia nel libro.

Questo per quel che riguarda il film sul piano tecnico. Ma la scelta di
affrontare il tabù dei tabù della storia tedesca non può confinare il
dibattito sul film al piano strettamente tecnico. Non era ancora capitato di
veder rappresentata sul grande schermo la violenza cieca di un'avanzata
militare che sin dal primo momento si rivelò per quel che era e che sarebbe
stata una volta firmato l'armistizio: non una liberazione ma un'occupazione.
Non una vittoria ma l'umiliazione di un popolo che da quel momento in poi
sarebbe divenuto il baluardo più occidentale del nuovo sistema di sicurezza
russo. Dietro la banalità del male della guerra e le tremendamente normali
storie di vendetta, lo stupro sistematico delle donne tedesche celava l'obiettivo
di annichilire non solo l'orgoglio - peraltro già distrutto - dei soldati o
degli uomini dell'apparato di regime ma l'amor proprio di un'intera
popolazione. L'annullamento della dignità delle donne e dei loro mariti,
padri, fratelli, figli, costretti a subire l'umiliazione oltre la sconfitta.

Le cifre sono sempre rimaste avvolte da una cortina di pudico riserbo ma
sembra veritiera la stima di centomila donne violentate nella sola Berlino.
Ora che il tempo ha guarito le ferite (basti pensare che in politica estera
la Germania unita è oggi il partner europeo più importante per la Russia di
Putin e Medvedev) e che i timori del revisionismo si sono dissipati, il
paese ritorna a parlare dei propri tabù di guerra, rispondendo all'ormai
lontano appello di W. G. Sebald, che dieci anni fa si chiedeva come mai la
letteratura tedesca avesse rinunciato a raccontare eventi di grande portata
del proprio passato. Si pubblicano i libri sull'affondamento nel 1945 della
nave da crociera Gustloff da parte dei sovietici con diecimila profughi a
bordo, si aprono i dibattiti sulla vera ragione dei bombardamenti a tappeto
delle città tedesche da parte degli alleati, si moltiplicano i film e i
libri sulle vicende dei "Vertribene", gli sfollati dai territori orientali.
Argomenti trattati con scrupolo e rigore storiografico, fuori da
strumentalizzazioni politiche, nel tentativo di riannodare il filo della
storia e della memoria a quasi vent'anni dalla riunificazione.

Anche la storia di Anonima è emblematica. Marta Hillers scrisse il suo
diario tra l'aprile e il maggio 1945 su tre quaderni e su alcuni fogli
sparsi. Qualche mese dopo revisionò tutto, elaborando 121 pagine sulla carta
grigiastra del periodo di guerra. Fece leggere i quaderni al fidanzato
rientrato dal fronte: questi voltò la testa dall'altra parte e sparì. E'
quello che fecero tutti gli altri tedeschi, ad ovest per la vergogna, ad est
perché i russi erano i nuovi padroni e le gesta dell'Armata Rossa si tinsero
di un eroismo che non c'era stato. I diari furono affidati a Kurt W. Marek,
un critico letterario che con lo pseudonimo di C. W. Ceram aveva pubblicato
un bestseller di archeologia, "Civiltà sepolte". Si trasferì negli Stati
Uniti e pubblicò in inglese la prima versione di Anonima. Era il 1954,
seguirono traduzioni in norvegese, italiano, danese, giapponese, spagnolo,
francese e finlandese. Solo nel 1959 fu pubblicata l'edizione tedesca ma da
Kossodo, una piccola casa editrice svizzera con sede a Ginevra. In patria
nessuno lo voleva pubblicare e il libro non ebbe alcun successo. L'autrice
proibì qualsiasi riedizione sino alla sua morte, che avvenne nel 2001. E'
allora che Hans Magnus Enzensberger decise di intraprendere la strada della
ripubblicazione. Il libro uscì nel 2003 presso l'editore Eichborn di
Francoforte. Fu un successo, replicato un anno dopo in Italia con l'edizione
Einaudi, prefatta dallo stesso Enzensberger. Adesso è il momento del grande
schermo.

Il libro
http://www.ibs.it/code/9788806167929/anonima/donna-berlino-diario.html

Bibliografia sul tema:

- Gianantonio Valli, Il prezzo della disfatta. Massacri e saccheggi
nell'Europa 'liberata', Effepi, Genova 2008

- Ernesto Zucconi "Il rovescio della medaglia. I crimini dei vincitori"
Novantico, Pinerolo, 2004

- John Sack "Occhio per occhio" Baldini e Castoldi, Milano, 1995

- Marco Picone Chiodo "E malediranno l'ora in cui partorirono. L'odissea
tedesca tra il 1944 e il 1949" Mursia, Milano, 1988

- James Bacque "Gli altri lager I prigionieri tedeschi nei campi alleati in
Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale" Mursia, Milano 1993

- James Bacque Crimes and Mercies: The Fate Of German Civilians Under Allied
Occupation, 1944-1950, Little Brown & Company, Boston, 2003

- Sito dello storico http://www.jamesbacque.com/

- Opere a carattere storico (Deutsche als Opfer/I tedeschi come vittime) del
pittore Smagon http://www.art-smagon.com/

- David Irving "Il piano Morgenthau. 19944-45 un genocidio mancato" Settimo
Sigillo, Roma 2003

- J. Robert Lilly "Stupri di guerra - Le violenze commesse dai soldati
americani in Gran Bretagna, Francia e Germania 1942-1945" Mursia, Milano,
2004.

- Saggio di Gianantonio Valli nella rivista L'Uomo Libero n. 38 del 1994:

Morte programmata. Lo sterminio dei nazionalsocialisti nei campi della Zona
di Occupazione Sovietica

http://www.uomo-libero.com/articolo.php?id=192

- Articolo di Toni Liazza nella rivista Historica Nuova, n. 1 del 2006

Germania 1945: una deliberata politica di sterminio

http://www.italia-rsi.org/zzz/historica/nshistorican01%20luglio-settembre%20del2006.pdf

- Articolo di Francesco Fatica sul quotidiano Rinascita del 12/2/2008

http://www.rinascita.info/cc/RQ_Cultura/EkpklkuAAAOfGdWIEk.shtml

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Subject: Ho visto morire Königsberg

H. Deichelmann. Ho visto morire Königsberg

di Leonello Luca Rimbotti

Dal sito: http://www.mirorenzaglia.org/?p=15033

Il destino toccato alla città tedesca di Königsberg, antica capitale della
Prussia Orientale, è il simbolo del tramonto del germanesimo ad Est ed anche
di una certa idea di Europa. L'Europa delle nazioni, dei popoli, della
cultura, della civiltà. La storiografia recente sta lentamente
disseppellendo la verità che per più di cinquant'anni era stata segregata.
Lentamente viene allo scoperto l'enorme crimine consumato sulla Germania
alla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando, in un'orgia di vendette
primitive, venne fatta pagare alla povera gente, in gran parte donne, vecchi
e bambini, la dura politica di occupazione tedesca dell'Unione Sovietica. La
scelta tedesca del pugno di ferro ad Est, forzata dalla presenza di un
movimento partigiano fortissimo e fortemente ideologizzato, e come noto
tenuto in mano dai commissari politici del partito comunista, venne fatta
scontare con gli interessi all'inerme popolo tedesco, che non aveva più le
forze per ribellarsi e che era allo stremo delle forze.

Königsberg, il grande porto sul Baltico, la gloriosa città germanica
capitale dell'Ordine Teutonico, famosa università, patria di alcuni tra i
massimi geni tedeschi come Kant, Herder, Hoffmann, storico avamposto del
germanesimo verso il mondo slavo, venne fatta a pezzi una prima volta da un
selvaggio raid aereo britannico nell'agosto del 1944. Fu solo l'antipasto.
Una piccola anticipazione della pratica degli angloamericani di
impressionare i loro amici russi con spettacolari massacri, come con
maggiore scientificità accadde mesi più tardi a Dresda. Königsberg, abitata
per lo più da civili, ebbe così un primo assaggio del concetto democratico
di "liberazione". Ma con l'avvicinarsi del fronte orientale, che nell'autunno
1944 raggiunse le frontiere prussiane, la tragedia vera ebbe inizio.

Da Hitler dichiarata fortezza, come d'uso per tutte le maggiori città
orientali, al fine di creare estremi frangiflutti militari in grado di
arrestare la marea sovietica, non si ebbe il tempo di far sfollare che una
minima parte della popolazione civile, ammassandola nei porti con le scene
di panico, di morte, di disperazione che furono comuni a tutto l'Oriente
tedesco. Alla fine del 1944 Königsberg venne accerchiata e, come tutta la
Curlandia e la zona baltica, rimase tagliata fuori dal Reich.

Sola e abbandonata, con le poche unità della Wehrmacht e della milizia
civile (il Volksturm) che ancora si trovavano al suo interno, la disgraziata
città si preparò a un lungo assedio. La stessa storia di Breslavia, di
Budapest, di Dresda, di Berlino. L'epopea sanguinosa della resistenza di
Königsberg viene oggi alla ribalta grazie alla pubblicazione della memoria
di un medico tedesco che visse tutte le fasi della lotta, e poi quelle dell'occupazione
barbarica da parte della soldataglia russa, lasciata a se stessa, libera di
infierire alla maniera mongola sugli inermi, con il lugubre seguito di
eccidi di massa, stupri, violenze senza nome cui la popolazione venne
sottoposta in una nuova edizione dell'inferno in terra.

Si tratta del libro Ho visto morire Königsberg:1945-1948: memorie di un
medico tedesco di Hans Deichelmann (Mursia), praticamente un diario che va
dal 4 aprile 1945 al 14 marzo del 1948, quando gli ultimi tedeschi rimasti
vennero stipati sui treni merci ed espulsi a Ovest. Da allora la città
natale di Kant si chiama Kaliningrad, in onore del presidente dell'Unione
Sovietica che rimase in carica dal 1919 al 1946. Enclave russa sul Baltico
dopo il 1991, questa "Fiume tedesca" è una delle tante cicatrici indelebili
sul volto dell'Europa. Deichelmann stese il suo diario solo dopo che si
trovò al sicuro nella Germania occidentale, a Gottinga, dove prima dell'assedio
era riuscito a far sfollare la propria famiglia. Dopo l'occupazione di
Königsberg, che iniziò verso il 9, 10 aprile 1945 - anche se alcuni settori
continuarono a resistere ancora per giorni, e certi piccoli nuclei di armati
riuscirono a sfilarsi verso Nord, dove si continuò a combattere anche dopo
la morte di Hitler e, in alcuni casi, anche dopo la resa ufficiale dell'8
maggio - Deichelmann, godendo della sua condizione privilegiata di medico,
fu dai russi lasciato lavorare nell'ospedale locale, ma nella situazione più
catastrofica. Mancando di tutto, con una dose giornaliera di zuppa acquosa e
un pezzetto di pane marcio, mentre infuriavano la fame, i pidocchi, il tifo,
la scabbia, dormendo per terra o su panconi, senza riscaldamento,
continuamente vessati dalle rapine dei soldati russi che privavano i
tedeschi di tutto - ma specialmente degli orologi, una vera mania per gli
orologi - dai maltrattamenti, dalle retate, dai violenti interrrogatori,
dalle deportazioni ai lavori forzati, dalle semplici esecuzioni per i motivi
più futili, dall'internamento in numerosi Lager allestiti nei dintorni.fino
a quella bestiale sequela che erano gli stupri di massa delle donne, bambine
di dieci anni e vecchie ottantenni comprese. Queste ricorrenti ondate di
stupri, durante i quali trenta, quaranta asiatici si accanivano uno dietro l'altro
sulla stessa donna, ubriachi, fetidi, resi ebbri dagli incitamenti omicidi
di Ilija Ehrenburg di umiliare la femmina tedesca, di solito finivano o con
lo sgozzamento della poveretta oppure con l'impazzimento di moltissime
donne, non poche delle quali, a centinaia, si liberarono del trauma e dell'onta
col suicidio.

Deichelmann descrive il comportamento di quei "liberatori", visto coi suoi
occhi: «In molti punti della città sono in azione efficientissime truppe
speciali incendiarie che avanzano casa per casa dando sistematicamente fuoco
con benzina, bombe incendiarie e lanciafiamme agli edifici e al loro
contenuto, distruggendo così intere strade e interi isolati». Sotto la data
del 9 aprile, vede e riporta: «Ovunque russi carichi di bottino. Nel
corridoio, di nuovo colpi d'arma da fuoco. Le donne urlano, i bambini
piangono, i russi imprecano. Un medico ausiliario francese presta senza
sosta aiuto nell'occultare ai russi le nostre donne.A poco a poco la nostra
gente si riunisce da noi. Ci mettiamo coricati per terra fittamente
pressati. La schiavitù è iniziata». Dopo i consueti saccheggi, in un solo
giorno i russi violentano le suore dell'ordine cattolico, appiccano il fuoco
sotto i letti dei civili ricoverati, al reparto di ostetricia dell'ospedale
stuprano chiunque trovino, dalla puerpera alla gestante. Mentre il professor
Unterberger stava eseguendo un difficile parto col forcipe, irruppe una
masnada di soldati, «ma non appena concluso i russi sbatterono giù la donna
dalla poltrona operatoria e ne abusarono in maniera raccapricciante. Il
professor Unterberger si ritirò quindi nel suo studio e si tolse la vita».
Di questo tenore era l'alba della "liberazione". Il bilancio di questa
immane tragedia è presto fatto: dodici milioni di profughi tedeschi
brutalmente espulsi a Ovest, due milioni - ma lo storico americano Giles
MacDonogh ne conta due milioni e mezzo - di civili tedeschi massacrati dai
sovietici, col consenso di illustri liberali come Churchill, Roosevelt e
Truman, e con la benedizione delle "grandi democrazie" occidentali

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Germania 1945, l' altra faccia dell' orrore

Germania 1945, l' altra faccia dell' orrore
di Dario Fertilio [13/04/2006]
Fonte:corriere.it Germania 1945, l' altra faccia dell' orrore

Lo storico Knabe: i sovietici deportarono e commisero violenze. Dopo
l' 8 maggio centomila cittadini trasferiti in Urss con la forza. E i lager
si riempirono di tedeschi


Fu vera Liberazione? Oggi in Germania c' è chi contesta l' idea dell'
allora presidente federale von Weizsäcker, che vent' anni fa proclamò l' 8
maggio (il giorno della resa nazista agli Alleati, con la pace conseguente)
giornata di festa per la Germania. Il motivo? Ne esistono molti, e tutti
insieme pesano soprattutto sulle coscienze dei tedeschi orientali, che dopo
l' arrivo "liberatore" dell' Armata Rossa conobbero gli orrori dell'
occupazione sovietica. Una serie di ragioni che si esprimono attraverso le
cifre: centomila civili liquidati senza pietà, due milioni di donne e
ragazze tedesche violentate, una porzione enorme degli edifici pubblici e
privati saccheggiati e devastati. E non è tutto: in scia ai soldati
sovietici con i mitra in pugno, comparvero presto gli agenti della polizia
segreta di Mosca in guanti di pelle, quelli della famigerata Nkvd
staliniana, e allora le sofferenze di un popolo già martoriato sprofondarono
definitivamente nella disperazione. Centomila tedeschi, soprattutto donne,
ragazzi e anziani, furono caricati su vagoni bestiame e deportati in Unione
Sovietica per essere assoggettati in condizioni estreme ai lavori forzati;
più di tre milioni di prigionieri di guerra finirono nei gulag sovietici,
dove un terzo trovò la morte. Ma anche in Germania, per esempio a
Buchenwald, Jamlitz o Sachsenhausen, altri diecimila prigionieri perirono
per fame.

Sicché complessivamente si può affermare che, nell' ambito del
territorio occupato dall' Armata Rossa (e qui davvero l' aggettivo
"liberato" suona come una beffa atroce per i parenti delle vittime) morirono
circa due milioni e mezzo di cittadini tedeschi a causa degli stenti, delle
violenze e delle deportazioni. Senza contare i circa centomila russi e
ucraini presenti sul territorio germanico al momento della caduta di Hitler:
tutti, fra addetti ai lavori forzati e prigionieri di guerra,
collaborazionisti ed emigranti, "infettati" agli occhi di Stalin dal morbo
tedesco. Sicché finirono deportati nei gulag sovietici, dai quali la grande
maggioranza non tornò. Ecco alcune ragioni che inducono a rifiutare,
nonostante le indubbie intenzioni pacificatrici di von Weizsäcker, la data
dell' 8 maggio quale giorno della Liberazione tedesca. Ne è convinto lo
storico Hubertus Knabe, direttore del Museo di Berlino-Hohenschönhausen e
autore del libro che oggi divide la Germania, anzi rischia addirittura di
accendere una nuova Historikerstreit, una disputa storica sulle
responsabilità dei due grandi totalitarismi europei, bolscevismo e
nazionalsocialismo.

Tag der Befreiung?, «Giorno della Liberazione?», intitola Knabe, con
un significativo punto interrogativo, il saggio che denuncia quanto nel
dopoguerra la maggioranza del popolo tedesco sapeva, ma non aveva mai os ato
dichiarare pubblicamente. Come si può considerare giorno di festa, si
chiede, l' arrivo sul suolo tedesco di soldati nemici, pronti ad
abbandonarsi alla violenza sfrenata? Knabe racconta episodi impressionanti,
in testa a tutti le atrocità commesse dall' Armata Rossa a Nemmersdorf, dove
donne vecchi e bambini innocenti, o forse colpevoli di appartenere a una
"razza" nemica, vennero sterminati con un colpo alla nuca e abbandonati sul
margine della strada principale. A Königsberg, l' antica patria di Kant,
centinaia di appartamenti furono devastati, lasciando gli inquilini al
freddo, alle intemperie e senza cibo, provocando la morte dei più deboli e
malati. Un capitolo a parte, particolarmente odioso, è dedicato alle
violenze di massa commesse dai soldati sovietici su donne e ragazze, dalle
conseguenze fisiche e mentali immaginabili. Probabilmente - afferma Knabe -
furono un milione e 400 mila le violenze sessuali commesse nell' area
orientale compresa tra i fiumi Oder e N eisse: di donne ne morirono 180
mila.

In realtà, il libro potrebbe essere letto come un catalogo degli
orrori: le storie dei centomila tedeschi orientali periti durante le
deportazioni a est, e quelle dei settecentomila semplicemente scomparsi in
Unione Sovietica, inghiottiti nel nulla; quelle di altri popoli, romeni
ungheresi jugoslavi o slovacchi, sottoposti a simili trattamenti. Senza
contare le atrocità meno "spontanee" e più programmate, che gli ufficiali d'
occupazione e il servizio segreto sovietico cominciarono a praticare a
partire dal 1946.
E qui si tocca il culmine, perché i nomi dell' immaginario collettivo
legati allo sterminio nazista (Auschwitz, Buchenwald, Jaworzno) indicarono
nuovi orrori: svuotati dei vecchi prigionieri, si riempirono di nuovi
"schiavi", condannati a lavorare in condizioni impossibili fino alla
consunzione e alla morte. Corpi rasati, decine di cadaveri gettati di notte
nelle fosse comuni (ad esempio vicino al lager di Zgoda), sadismo gratuito
sui prigionieri (come quello cui si abbandonava il medico Isidor Cederbaum
nel campo di concentramento di Potulitz): nulla fu risparmiato. E ci fu
anche del metodo in questa crudeltà. Per un lungo periodo successivo alla
"liberazione" della Germania, i soldati dell' Armata Rossa vennero in realtà
non solo autorizzati, ma incoraggiati dalle autorità a commettere violenze.
Il motivo: odio razziale e di classe, lo stesso che aveva animato la logica
dello sterminio dei nemici nell' Unione Sovietica prima di Lenin, poi di
Stalin. Ma ci fu anche l' intento di preparare il terreno alla edificazione
di una nuova dittatura. Ecco perché, secondo Knabe, celebrare l' 8 maggio
significa ignorare la verità. Ma non tutti sono d' accordo. Gli
antirevisionisti, e una buona parte dell' opinione pubblica credono o almeno
lasciano capire di ritenere che i tedeschi meritassero in fondo una
punizione. Altri, all' opposto, fanno rilevare come al momento del crollo
del nazismo, gli iscritti al partito della croce uncinata fossero ancora ben
otto m ilioni e mezzo: parlare di "liberazione" sarebbe dunque una finzione,
anzi un comodo alibi per assegnare ai collaborazionisti la patente di
vittime. E non mancano naturalmente gli estremisti di oggi, i neo o
post-nazisti, che cavalcano le tesi di Knabe per riaprire i conti con la
storia e "relativizzare" le colpe di Hitler. Grande è dunque la polemica
sotto il cielo di Germania, tanto da far temere che il polverone ideologico
e il disgusto per tante atrocità finiscano per favorire l' oblio delle
vittime. Meglio forse ricordare la figura vincente di Anna Schmidt,
drammatica protagonista del Terzo uomo di Graham Green (e interpretata da
Alida Valli nel film di Orson Welles). In fuga da una spettrale Vienna
sovietizzata e strappata in extremis alla deportazione, nell' ultima scena
prende sottobraccio il suo salvatore Martins e si avvia con lui da qualche
parte, per convincersi che domani è sempre un altro giorno. Il libro:
Hubertus Knabe, «Tag der Befreiung?», edizioni Propyläen, pagine 353, 24,
www.propylaeen-verlag.de

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TESTATA:
REPUBBLICA
DATA:
23/2/1992
PAGINA:
41
OCCHIELLO:
42. INTERNATIONALE FILMFESTSPIELE BERLIN Il documentario di Helke
Sander
TITOLO:
LO STUPRO? E' UN DIRITTO DEI LIBERATORI
AUTORE:
a m m
TESTO:
BERLINO - Lo stupro, e la guerra: un documentario in due parti (221
minuti in totale) di Helke Sander, mostrato per la prima volta ieri al
Festival, e intitolato, con dolore che vuol fingersi ironico, I
Liberatori-Le Liberate. I "liberatori" sono i soldati dell' Armata Rossa, ma
anche i francesi e gli americani, e le
"liberate", le donne tedesche: i liberatori hanno, per così
dire,"festeggiato" l' occupazione di Berlino e della Germania,stuprando le
liberate. Il documentario si apre sui capelli bianchi e la voce piana di una
dottoressa, che prende una serie di cartelle ormai coperte di polvere dall'
archivio dell' ospedale presso il quale lavora, e lavorava al tempo: "Il 3,7
per cento delle donne tedesche sono state violentate dai russi; il 2,7 per
cento dai francesi e gli americani".
Il tutto si traduce in milioni: milioni di donne violentate a Berlino,
nella Turingia, e in quella che oggi è la Polonia. La prima parte del
documentario dà la parola ai russi di Berlino: uomini e donne. Le donne,
eroine decorate, con molte medaglie, "non hanno visto, non hanno sentito,
non hanno saputo". L' uomo, con tanti denti d' oro che scopre in quel
sorriso osceno che hanno sempre gli uomini, specie i più anziani, quando
parlano di "certe cose", dice: "L' uomo ha più esigenze sessuali della
donna, come si sa: lo si vede anche negli animali. E poi, allora, erano
altri tempi: per le donne occidentali di oggi, lo stupro è un problema; per
noi, all' epoca,non lo era quasi per niente... I soldati russi hanno
violentato per bisogno di sesso, non per vendetta: gli uomini vogliono
rimanere uomini, anche in guerra. E quanto alle donne che sono
andate con loro, anche se costrette, sono state considerate patriote:
hanno aiutato i russi...". Helke Sander domanda, seria e severa. Una donna
che è nata allora, nel ' 46, figlia di uno stupro su sua madre compiuto,
insieme, da due ufficiali francesi,racconta: "Avevo quattordici anni, quando
l' ho saputo. Era di Carnevale, volevo uscire, mia madre non voleva, e mi ha
inseguito urlando ' sei un maiale, come tuo padre...' ' Ho chiesto, e mi ha
raccontato: molto poco però. Non gliela perdono ancora oggi, la
rabbia con la quale mi ha comunicato quella verità... Quanto a mio
padre, me lo immagino francese, ufficiale, imbecille, con tante
medaglie...".
------------------
TESTATA:
REPUBBLICA
DATA:
25/2/1992
PAGINA:
37
SEZIONE:
CULTURA
TITOLO:
CENTOMILA FIGLI DELLA VIOLENZA
SOMMARIO:
A colloquio con la regista e scrittrice Helke Sander che ha
presentato un documentario sconvolgente sulle donne berlinesi
stuprate durante l' occupazione da parte dei russi
AUTORE:
di ANNA MARIA MORI
TESTO:
Berlino - A raccontare l' orrore, a volte, bastano i numeri: a
Berlino, subito dopo la liberazione, sono state stuprate dai "liberatori"
centomila donne, vale a dire il 9 per cento di tutta la popolazione
femminile berlinese dell' epoca (e i dati sarebbero stati forniti per
difetto: ci sono fonti secondo le quali, ad essere stuprate, sarebbero state
il 60 per cento delle berlinesi);
in quella che allora era la Prussia orientale, dal dicembre '
44,quando è iniziata la ritirata dei tedeschi, fino alla fine della guerra,
le violentate da soldati dell' Armata Rossa furono due milioni: di queste,
duecentomila sono morte, alcune ammazzate direttamente dai soldati che le
violentavano. Altre in conseguenza dello stupro. E ancora: il venti per
cento delle violentate, sono rimaste incinte: in Germania ci sono
trecentomila figli dello stupro di massa del ' 45 (e anche questi sarebbero
dati calcolati per difetto).
Tutto questo appare nel documentario presentato al Festival di Berlino
dalla regista e scrittrice Helke Sander (un suo libro di racconti è stato
pubblicato due anni fa anche in Italia) e intitolato I liberatori e le
Liberate: quattro ore di documenti ripescati in archivi trascurati da tutti,
interviste a protagoniste e vittime, e ai figli delle vittime. Il
documentario si apre e si chiude sul volto di una donna, in penombra, in
fondo a un tavolo lunghissimo: è stata stuprata cento volte, ed esistono
certificati d' ospedale che lo provano. E ci sono ancora documenti a
proposito di una donna violentata centoventotto volte in una notte, davanti
ai familiari: alla quindicesima volta è svenuta, ed è rimasta svenuta fino
alla fine. Ci si chiede prima di tutto:
come mai solo adesso? La Sander racconta i cinque anni di battaglie
prima di poter cominciare materialmente il lavoro: non c' era televisione
che la volesse finanziare. L' obiezione di tutti era politica: proprio
adesso che c' è Gorbaciov, e che i rapporti tra la Germania e l' Unione
Sovietica vanno così bene...
Alla fine è stata una donna, capostruttura di una televisione
pubblica, che, contro tutti, ha deciso di investire l' intero budget a sua
disposizione nel progetto di Helke Sander: il risultato è qui, a
disposizione di chi voglia fare ulteriori pensieri sul passato e sul
presente. E, a guardare la platea che ha seguito tutte e quattro le ore del
documentario, a Berlino, si direbbe che, sul tema, continuino a riflettere
solo le donne: gli uomini erano praticamente assenti. Helke Sander, è stata
solo la
simpatia per Gorbaciov ad ostacolare per cinque anni la realizzazione
del suo documentario? "Anche il fatto che la tragedia degli stupri sulle
donne tedesche, attuati soprattutto dai russi dell' Armata rossa, e in
misura infinitamente minore dagli americani e dai francesi, è sempre stato
un argomento usato
dalla destra contro la sinistra: tutti sapevano, da noi, tutti
sussurravano, ma nessuno ne voleva parlare".
Anche lei ci ha messo del tempo a decidere: anche se ha cominciato a
pensarci cinque anni fa, erano comunque passati quarant' anni... "Forse
anche a me
è mancato il coraggio: ci pensavo, lasciavo andare il pensiero,poi
dopo un po' di tempo ci tornavo su... Finché mi sono sentita forte: e ho
deciso... Devo però anche aggiungere che se non ci fosse stata la caduta del
Muro, mi sarebbero venute a mancare molte testimonianze, e molti documenti:
per esempio quelli,
importantissimi, dell' ospedale di Berlino Est, la ' Charité' ,con i
certificati di stupro, e le nascite di figli dello stupro".
Molti suicidi.
E' sicura che siano duecentomila, i figli della violenza dei russi...?
"Non ci sono i documenti per tutti. E,comunque, quelli che abbiamo ci
consentono di fare questi numeri... Non c' è neanche da meravigliarsi tanto:
a testimoniare tragicamente, al presente, della verità del nostro passato, è
di questi giorni la notizia delle donne kuwaitiane: in cinquemila sono
rimaste incinte in conseguenza degli stupri dei soldati iracheni, durante l'
occupazione e la guerra; a nessuna è stato concesso di abortire; tutte sono
state torturate psicologicamente in maniera drammatica; molte sono state
mandate a partorire in Svizzera. Tutte hanno avuto un destino tremendo". Che
conseguenze porta essere figlio di uno stupro? "Ne ho intervistati tre, ne
conosco altri che però non hanno voluto parlare: è più difficile parlare con
i figli, che con le madri stuprate. I figli vivono la loro nascita con un
oscuro senso di colpa. Molti di loro si sono anche suicidati".
E le donne? Quali conseguenze hanno subito?
"Alcune sono impazzite, molte si sono suicidate: abbiamo le cifre dei
suicidi a Berlino, e nell' aprile del ' 45 si passa dalla quota massima dei
mesi precedenti, che allora era rappresentata da centocinquanta suicidi (era
comunque tempo di guerra, e non sono pochi) a tremilaottocento. Normalmente,
a suicidarsi, sono più gli
uomini che le donne. Nell' aprile ' 45 le proporzioni cambiano: a
suicidarsi sono state sicuramente di più le donne, come risulta dalla
ricerca fatta allora in alcuni quartieri di Berlino". E' atroce, però si sa,
è in tutti i libri di testo, a proposito di tutte le guerre: prima si
conquista, poi si saccheggia e si stupra. E' la tragica normalità della
guerra: che cos' è che l' ha spinta a fare questo documentario, il bisogno
di dimostrare che anche quelli che una gran parte dell' umanità credeva
migliori, e
cioè i russi-sovietici, erano uguali o peggiori degli altri? "Io non
pensavo che fossero migliori. Volevo solo capire perché tutto quello che si
andava dicendo da quarant' anni sugli stupri dei russi, sotto forma di
mormorio, non veniva detto pubblicamente. Un voto contro Volevo anche
spiegare pubblicamente quello che non si
è capito per anni: e cioè come mai, subito dopo la fine della guerra,
le donne tedesche (perché gli uomini non c' erano più)hanno votato Cdu,
anziché i socialisti, anche a Berlino, dove,prima, c' era una forte
componente socialista e comunista. Le donne, come si è continuato a dire in
quei medesimi mormorii, 'hanno votato contro i loro amanti-violentatori
russi' . Questa è la verità". Nel suo documentario, lei ne ha intervistati
parecchi di russi: dicono, più o meno, ' l' uomo è cacciatore' , ' le donne
che si sono fatte violentare dai nostri soldati, noi le abbiamo
considerate come patriote...' . "I russi hanno tutti accettato di parlare
nella mia inchiesta. E nella loro assoluta ingenuità, si sono anche rivelati
simpatici".
Sempre nel documentario, lei dice che quelli che hanno stuprato di
meno, sono gli inglesi... "E' così. Forse perché l' esercito inglese era il
più omogeneo. Mentre quello francese aveva una forte componente di
marocchini e tunisini, che non tenevano minimamente conto dei regolamenti
che vietavano lo stupro, e, a loro volta, non erano assolutamente
controllati da chi li doveva controllare. Molti continuano a dire ancora
oggi che lo stupro, in guerra, è naturale: non è vero, non tutti gli
eserciti lo praticano con tanta naturalezza. Alcune divisioni di cosacchi e
dell' esercito prussiano, non hanno mai violentato".
Cadaveri nudi
Nel film lei mostra i cadaveri nudi e orrendamente mutilati di donne,
con accanto ufficiali della Wehrmacht... "Ci sono stati villaggi della
Prussia orientale,
prima occupati dai tedeschi, poi presi dai russi, e dopo ancora
riconquistati dai tedeschi: i tedeschi, a scopi propagandistici,hanno
fotografato le donne stuprate e uccise dai russi: ci sono moltissimi
documenti fotografici in questo senso. Esistono, in proposito, immagini ben
più agghiaccianti di quelle che ho mostrato: non ce la facevo a guardarle...
I russi hanno anche crocifisso le donne, inchiodate alle porte delle loro
case". Anche i tedeschi, in Russia, non hanno scherzato... "In Russia
sappiamo
solo, dai rapporti della Wehrmacht, che esistono un milione di figli
dei tedeschi occupanti: ma sembra che siano figli di un rapporto davvero
consensuale. Comunque, le violenze ci sono state,eccome, anche se non
abbiamo ancora i dati. Sappiamo solo con certezza che, a violentare, non
sono stati quasi mai gli uomini
della Wehrmacht, bensì i soldati delle Ss". Da una parte la tragedia
orribile degli stupri, ancora oggi in Kuwait, e in Jugoslavia. Dall' altra i
processi per molestie sessuali in cui ci sono ragazze americane che accusano
uomini anche dopo averli scelti, dopo aver accettato di salire in camera con
loro... Cosa pensa, in proposito? "Ho seguito poco: stavo lavorando
accanitamente per finire il documentario per il Festival. Da quel poco che
ho letto, mi pare che adesso ci sia un po' di esagerazione da parte delle
donne... Però non fatemi dire di più: non sono documentata a sufficienza".
"Tuttavia trovo terribile che gli uomini continuino a non occuparsi del
problema degli stupri in
guerra. Continuano a considerarli ' argomenti femminili' . E andando a
scavare, scopri che argomentano: lo stupro è un modo come un altro di
sentirsi vivi, di difendersi dalla paura della guerra. La logica, insomma,
sarebbe: ' vorrei e dovrei ammazzare,violentare i politici che hanno voluto
la guerra; non potendolo fare, mi sfogo sulle donne...' ".
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Arduino

unread,
Oct 1, 2010, 3:51:40 PM10/1/10
to
Il fatto che usi un termine sbagliato mi da il sospetto che neppure leggi
ciò che invii.
Ciao
Ad'I

Artamano

unread,
Oct 2, 2010, 12:06:07 PM10/2/10
to

"Arduino" <ar...@nomail.com> ha scritto nel messaggio
news:4ca63bcb$0$31378$4faf...@reader1.news.tin.it...

quindi a parte la parola sbagliata non hai altri commenti da fare?

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Arduino

unread,
Oct 2, 2010, 1:22:04 PM10/2/10
to

"Artamano" <artam...@katamail.com> ha scritto nel messaggio
news:PLIpo.102460$Ua.2...@twister2.libero.it...

> quindi a parte la parola sbagliata non hai altri commenti da fare?

Li ho fatti nell'altro thread.
Ad'I

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