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I lupi azzurri-F.Freda

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artamano

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Feb 11, 2005, 12:09:55 PM2/11/05
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http://www.thule-italia.com/

I lupi azzurri

Nota del curatore

I. Un razzismo senza razzisti è il paradosso dal quale partire. Perché
nell'oggi, a fronte dei continui e allarmati richiami alla vigilanza
antirazzista e della costante segnalazione di episodi e atteggiamenti
considerati razzisti, resta il fatto che pressoché nessuno si definisca
apertamente razzista o mostri di volersi esplicitamente richiamare a
concezioni propriamente razziste, né, tantomeno, ciò accade per gruppi
politici o anche solamente per associazioni culturali. Anzi, più ci si
affatica nel denunciarlo più il razzista appare introvabile. Non solo: un
altro cruciale «nervo scoperto» riguarda l'incertezza e la problematicità
relative alla stessa definizione del razzismo (e quindi del razzista). Ad
esempio, non si corre il rischio di svuotare di qualsiasi significato
analitico la definizione di «razzismo» se essa viene estesa a tal punto da
ricomprendere ogni tipo di discriminazione? E, d'altra parte, ricondurre il
razzismo semplicemente alla categorizzazione e al rifiuto dell'estraneo non
finirebbe per confonderlo con la xenofobia, che è tutt'altra cosa? Ancora:
conflitti con tendenze genocidarie come quello ruandese sono collocabili in
un quadro categoriale di stampo razzista? Alla luce di queste brevissime
considerazioni è pertanto opportuno fissare un punto iniziale tanto evidente
da risultare pressoché banale: affinchè ci sia razzismo è necessario il
concetto di razza. Ma una volta che s'inizia a parlare di razza si finisce
inevitabilmente per sfociare nel razzismo? E quanto sostiene Daniele
Petrosino:

«già La definizione di un qualsiasi oggetto in termini di 'razza appartiene
al processo sociale e culturale che ha generato e genera il razzismo» (1).

Dunque, con l'assunzione del concetto di razza avremmo già la «cosa» (il
razzismo). Viene, così, stabilito un nesso necessario, automatico, che
legherebbe razza e razzismo. Ma a questo punto diviene inevitabile chiarire
come sono stati intesi i concetti di razza e razzismo.

Schematicamente: la razza è stata generalmente definita come un criterio di
classificazione e suddivisione del genere umano tendente ad assegnare

«a qualsiasi individuo che si ritenga faccia parte di tali 'razze' delle
caratteristiche che a esse si attribuiscono».

Tale criterio, dapprima ancorato a caratteristiche prevalentemente
fenotipiche (Buffon), viene via via sviluppato in senso scientifico, prima
antropometrico (Cuvier, Broca, Lombroso, ecc.) poi gerarchizzante (con
l'evoluzionismo darwiniano), e con l'apporto determinante della teoria
dell'ereditarietà di Mendel. Parallelamente, sul versante socio-politico, il
razzismo finisce per delinearsi e definirsi come superiorità e supremazia
razziale (che è alla base di non poche teorie colonialistiche e
imperialistiche). In realtà, già nel corso del Settecento in ambito
illuminista (2) non erano mancati giudizi radicali sulla inferiorità della
razza nera (Voltaire, Kant, Hume, ecc.). Ma è nell'Ottocento che, grazie ai
vari de Gobineau, Vacher de Lapouge, Chamberlain, ecc., prende piede il
razzismo declinato nel senso della superiorità razziale, sino al razzismo
biologico-scientista dei nazionalsocialisti (3).

Nell'oggi, cadute completamente in discredito le teorie scientifiche
razziali e venuta meno la concezione del razzismo come oppressione e/o
sfruttamento riconducibile a supposte superiorità razziali (4), ci si trova
sempre più avviluppati in una contraddizione insormontabile.

D. Petrosino, Razzismi, Bruno Mondadori, Milano, 1999, p. 2.

Cfr., al riguardo, A. Burgio, L'invenzione delle razze. Studi su razzismo e
revisionismo storico, manifestolibri, Roma, 1998, pp. 43-81.

Ovviamente tale inquadramento, essendo per forza di cose sommario, non tiene
conto di fenomeni altrettanto importanti per una storia del razzismo, a
partire
dall'antisemitismo e dal rapporto tra razza e nazionalismo.

Sia il regime segregazionista negli stati del sud degli USA che l' apartheid
sudafricano (per inciso: «frutti avvelenati» proprì della società
multirazziale), pur perpetuandosi dopo la fine del secondo conflitto
mondiale, affondano le loro radici in epoche precedenti. La cosiddetta «era
di Jim Crow» (nome comune tra gli schiavi), ossia la segregazione de jure
nel sudest degli USA, inizia sin dall'Ottocento (v. il caso Plessy vs
Fergusson, del 1896, pietra miliare di questo processo). L'apartheid,
compiutamente delineato durante il governo Verwoed (1958-1966), era già
stato preparato da leggi quali il «Native Land Act» (1913), il «Native Urban
Areas Act» (1923), il «Mines and Work Amendement Act» (1926) e il
«Representation of Natives Act» (1936).


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Da un lato, vige un assoluto «divieto di amnesia» (1) nei confronti del
razzismo. Il ricordo del razzismo va costantemente riattualizzato al fine,
propiziatorio, di favorire una continua presa di distanza dai «guasti»
razzisti. Dall'altro, tale riattualizzazione, per non scadere in mera
retorica antirazzista o in artificio strumentale-ideologico, ha bisogno,
ovviamente, del razzismo. Ora, dichiarato scomparso il concetto di razza (in
quanto fomite del razzismo, come segnalato sopra) e del tutto negato il
concetto — sia in senso biologico che culturale — di superiorità razziale,
si cade nel paradosso di un razzismo senza razze che, congiunto all'altro
paradosso del razzismo senza razzisti, provoca la contraddizione cui avevamo
fatto cenno. Infatti, alla continua rammemorazione degli «orrori» del
razzismo e alla reiterata denuncia del fatto che tali «orrori» sembrano
sempre sul punto di riemergere corrisponde 1'indecidibilità di ciò che
andrebbe considerato come razzismo. Da qui lo spaesamento e l'affanno già a
suo tempo registrati da Pierre-Andre Taguieff. Da qui, inoltre, il
moltiplicarsi delle «retoriche del sospetto», tutte tese a «stanare» nuove,
possibili (e al contempo necessarie, per alimentare il ricordo e la vulgata
antirazzista) forme di razzismo.

II. Il Fronte Nazionale, fondato da Franco G. Preda nel 1990, costituisce un
a indubbia e forse unica eccezione rispetto a quanto detto sinora. Questo
perché il Fronte Nazionale 1. ha posto al centro del suo operato
politico-pedagogico l'idea di razza e 2. si è definito, esplicitamente, nei
termini di un «sodalizio razzista». Ma altrettanto chiaramente sia l'idea di
razza sia il razzismo del Fronte Nazionale non hanno nulla a che fare né con
la razza come criterio classificatorio né con il razzismo come superiorità
gerarchica di una razza sulle altre. Per il peculiare razzismo morfologico
del Fronte Nazionale la razza è una arcaica «idea-forma», ossia un principio
di differenziazione (2), in sé ulteriormente differenziato (le etnie).

Riprendo questa espressione da J. Assmann, Mosè l'egizio. Decifrazione di
una traccia di memoria, Adelphi, Milano, 2000, p. 24, nota 9.

Differenziazione, va da sé, non meramente somatica ma innanzitutto «animica»
e spirituale. D'altra parte, già Evola scriveva che «il razzista, dunque,
riconosce la differenza e vuole la differenza. Esser differenti, esser
ognuno sé stessi, non è un male, ma un bene» (J. Evola, Indirizzi per una
educazione razziale, Edizioni di Ar, Padova, 1994,


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La razza è, pertanto, «la forma a priori di una cultura», il suo specifico
modo d'essere. Ecco spiegato perché «la varietà delle culture va dunque
ricondotta alla varietà delle razze e delle etnie». L'idea di razza,
insomma, intesa come «via regia» attraverso la quale riconquistare alla
forma un mondo sempre più avviato sulla china della indifferenziazione, del
trionfo dell'informe. L'idea di razza riacquista, in tal modo, un
significato originario, col rimando ad una visione del mondo ordinata
secondo la dottrina platonica del kosmos. Il kosmos, ovvero un universo
razziale di contro all'universo del caos indifferenziato. Un pluriverso di
forme (le razze) conchiuse e compiute, tra loro non omologabili e nemmeno
equivalenti. Ma neppure tra loro inferiori o superiori. Secondo la dottrina
del Fronte Nazionale, infatti, ogni razza vale di per sé, ogni razza è
chiamata ad occupare il suo posto — differenziato — nel mondo, andando,
così, a comporre appunto il kosmos.

Da questi accenni si può agevolmente dedurre il «razzismo» del Fronte
Nazionale. «Razzismo» lucidamente sintetizzato in queste poche righe:

«chi sente vivere dentro di sé come radici arcaiche i fondamenti della
comunità razziale cui appartiene è razzista. Chi conferma il vincolo che lo
richiama alla propria razza, lo avverte con i sentimenti, lo testimonia con
i pensieri, lo rafforza con le opere è razzista».

Per cui e in definitiva:

«razzismo significa non disprezzo delle altre razze ma fedeltà alla propria
razza, riconoscimento della specifica forma di vita che la segna, rispetto
di tutti i nessi, interiori ed esteriori, superiori ed inferiori che la
ordinano».

E allora, solo entro le singole razze sarà possibile parlare in termini di
superiore ed inferiore. Ma ciò non vale nei rapporti tra razze (1). Non una
ideologia della sopraffazione legittimata da presunte superiorità, dunque,
ma il rispetto della propria e delle altrui razze. Questo, il «razzismo» del
Fronte Nazionale.

Una conferma a contrario: Evola stigmatizza la concezione pluralistica delle
razze proprio perché avrebbe come suo esito l'impossibilità di una gerarchla
in grado di distinguere un «sopra» - le razze spirituali - e un «sotto» - le
razze di natura (cfr. J. Evola, Appunti per una nuova teoria della razza, in
«La Vita Italiana», XXVI, settembre 1938, pp. 346-347).


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Sin qui l'impostazione dottrinaria e metapolitica, in breve normativa. Ma
dottrina non inoperante o, peggio, nostalgica. Perché tempestivamente
«tradotta» in historicis. L'occasione, ossia il kairòs, il tempo debito, il
momento giusto da cogliere per rendere attuale «il ciclo delle idee» è
dettato dall'emergere di un fenomeno ben preciso: il flusso immigratorio
extraeuropeo. E quest'ultimo il «campo di applicazione» dell'idea-forma di
razza. Colto dal Fronte Nazionale quasi al suo primo manifestarsi. Nel 1990.
Già allora era chiaro, per chi aveva preveggenza (1), che una immigrazione
massiva e incontrollata avrebbe precipitato nell'indifferenziazione le etnie
europee, primo passo verso l'edificazione della società globale (2). Lo
scopo del Fronte Nazionale era, pertanto, quello di indicare, attraverso una
appropriata attività politico-pedagogica, la possibilità di invertire il
corso della decadenza etnica e razziale delle stirpi europee: ennesima
testimonianza di quella prassi eroica, di matrice platonico-evoliana,
costante punto di riferimento, pur nel mutare delle circostanze storielle,
dell'operato di Freda.


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Come testimoniato da questo dialogo: «P.M. L'attualità dell'argomento è uno
dei capisaldi dell'accusa e dimostra la pericolosità del suo movimento.
FREDA. Dimostra la preveggenza, la capacità di lucidità e di previsione
politica. P.M. E la pericolosità politica! FREDA. Questo, cinque anni fa!
Previsione e preveggenza: noi abbiamo previsto ciò che sarebbe intervenuto
[...] P.M. La preveggenza gliela riconosciamo. Infatti è un requisito della
pericolosità» (F. Freda, L'albero e le radici. Il processo cr­minale alle
idee del Fronte Nazionale, Edizioni di Ar, Padova, 1996, p. 51).

Nell'oggi comincia finalmente a farsi strada la consapevolezza che la
globalizzazione procede su più dimensioni, tra le quali, non certo ultima
per importanza, proprio quella sociale. Al riguardo scrive Giddens: «la
globalizzazione non è affatto un fenomeno esclusivamente economico.
Limitarla al mercato globale è un errore di fondo. La globalizzazione è
anche sociale, politica e culturale» (A. Giddens, Cogliere l'occasione. Le
sfide di un mondo che cambia, Carocci, Roma, 2000, p. 74). Inoltre, anche
rispetto alla stessa globalizzazione economica continuano a persistere
errori interpretativi di non poco conto. Ad esempio: non sempre viene
sottolineata la cruciale distinzione tra mercato internazionale, nel quale
le diverse economie nazionali mantengono ancora un ruolo egemone, e mercato
globale, che vede invece proprio la sottomissione delle singole economie
nazionali ad esigenze e vincoli transnazionali. Così come l'uso
generalizzato del concetto di interdipendenza per connotare una delle novità
dell'economia globale è fuorviante; l'ha notato con chiarezza V.E. Parsi:
«per il fatto di includere obbligatoriamente, sia pure a titolo diverso,
tutte le differenti economie nazionali prescindendo dal loro grado di
sviluppo, la globalizzazione riassume in sé tanto la dipendenza quanto
l'interdipendenza. In altri termini, i Paesi dipendenti, entrando nel
mercato globalizzato, non transitano in una fase più simile
all'interdipendenza (carat­teristica dei legami tra Paesi 'ricchi'), ma
restano Paesi dipendenti» (V.E. Parsi, Interesse nazionale e
globalizzazione. I regimi democratici nelle trasformazioni del
sistemapost-westfaliano, Jaca Book, Milano, 1998, p. 111).

III. A completamento di quanto scritto sinora ci è sembrato opportuno
comunicare al lettore che nel 1963 Freda (poco più che ventenne) pubblicò su
«Tradizione» (1), uno scritto dal titolo I tre gradi della dottrina della
razza, di cui si ritiene utile, per il suo carattere «sintomatico»,
riprodurre qui la parte iniziale:

«Parlare oggi di razza e di razzismo assume per i più lo stesso significato
dell'evocazione di potenze 'infernali'. Razzismo suggerisce alla mente
persecuzioni antisemite, camere a gas, forni crematori e via dicendo: lo
spirito del Male. Per chi invece non unisce a questa rappresentazione del
pensiero una pregiudiziale moralistica, ma isola il fenomeno in termini
esclusivamente ideologici, il razzismo viene individuato nel prodotto del
subrazionale, nell'emergenza di strati psichici abnormi, condizionati più o
meno dai soliti 'complessi', manie, velleitarismi anacronistici. Se si tiene
presente che l'uomo di civiltà di tipo tradizionale non aveva alcun bisogno
di 'teorizzare' — come dicono i moderni — la razza, appunto perché possedeva
in sé le valenze proprie della razza, che si traducevano per lui in norme
'elementari' di vita — tanto appariva naturale la differenza, la
delimitazione, l'appartenenza irrevocabile a una determinata 'forma —,
appare ancor più terribile e grave la caduta dell'uomo moderno e la
decomposizione da lui subita a tutti i livelli: fino a giungere alla
negazione del senso profondo della razza, surrogandola con i 'miti' di un
umanitarismo vago e informe.

Periodico di studi e azione politica, anno I, n. 2, ottobre-novembre 1963,
pp.25-30.


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Non deve quindi destare meraviglia (perché l'intossicazione si è sviluppata
entro tutti gli spazi politici) il fatto che anche l'ambiente a noi meno
lontano — cioè l'ambiente neofascista — non solo si limiti a esprimere
pesanti riserve sulla validità da attribuire ai prìncipi della razza, ma
giunga perfino a rifiutarla radicalmente... Inoltre l'esigenza — ma oramai
divenuta una 'costante' — di assumere un habitus politico 'realistico' ha
indotto gli esponenti, ufficiali e non-ufficiali, dell'ambiente in questione
a negare la validità, se non addirittura l'esistenza, della componente
razzista nel corpus dottrinale del fascismo storico — spiegando l'esistenza
di istanze razziste, nel periodo ultimo del fascismo, come la risultante di
particolari contingenze stanche (l'impero e l'alleanza con il Reich
nazionalsocialista). Ci è sembrato quindi opportuno sviluppare in questa
rivista l'esposizione del problema del razzismo [...] a partire dalla
dottrina di Julius Evola, il pensatore più importante, se non l'unico, che
abbia formulato in Italia un orientamento razzista differenziato dal
carattere strettamente biologistico del razzismo tedesco [...]».

E a corollario delle parole di Freda non suonano certo «eccentriche» alcune
riflessioni relative al razzismo evoliano. Innanzitutto, occorre sgombrare
il campo da un equivoco tanto pedissequamente ripetuto da essere assurto
quasi a vulgata: il razzismo di Evola è anche ma non solo spiritualistico.
Perché considerare il razzismo evoliano in senso esclusivamente
spiritualistico significa condannarlo senza rimedio all'astrattezza,
significa ridurlo ad una formula tanto generica quanto vuota di contenuto.
D'altronde, già la concezione «totalitaria» della razza propugnata da Evola
indica la strada da seguire: la razza deve interessare l'intera realtà
dell'uomo, dev'essere una visione totale dell'uomo. Da qui i tre gradi della
dottrina razziale: corpo-anima-spirito. Ergo, il razzismo evoliano è anche
biologico (1), non prescinde dal dato corporeo né lo cancella bensì lo
subordina gerarchicamente all'animico e allo spirituale.

Ad esempio, solo in questa prospettiva risulta comprensibile il favore
manifestato da Evola per una eventuale legislazione di tipo eugenetico (cfr.
J. Evola, Sui limiti del razzismo: il problema dell'eredità, in «La Vita
Italiana», XXVIII, febbraio 1940, pp. 178-179).


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Ciò comporta, simmetricamente, la necessità di evitare ogni appiattimento
del razzismo in senso esclusivamente biologico. Posizione puntualmente
confermata da Evola con le sue serrate critiche al riduzionismo biologistico
tipico del nazionalsocialismo (1). Per Evola, infatti, rimanere legati al
grado più basso del razzismo (il corpo) significava far propria una visione
scientista, materialista e naturalistica della razza, una visione, quindi,
incapace di elevazione spirituale. Dunque, essenziale coimplicazione dei tre
gradi corpo-anima-spirito nel rispetto dei loro differenziati «valori»
gerarchici. Con le parole di Evola:

«per /l nostro razzismo la razza è una entità che si manifesta sia nel
corpo, sia nello spirito.» (2)

E ancora:

«la razza esiste sia nel corpo, sia nello spirito. La razza è una forza
profonda che si manifesta sia nell'ambito corporeo (razza del corpo), sia
nell'ambito animico-spirituale (razza interna, razza dello spirito). La
purità di razza, in senso completo, si ha quando queste due manifestazioni
si corrispondono, vale a dire quando la razza del corpo è conforme alla
razza dello spirito o razza interna, tanto da poterle servire come l'organo
più adeguato di espressione» (3).

Non a caso l'interesse mostrato da Evola per le SS si spiega proprio con la
considerazione che alla loro «formazione e organizzazione presiedono
considerazioni d'ordine biologico-razzista, etico e spirituale» (J. Evola,
Le SS., guardici e «ordine» della rivoluzione crociuncinata, in «La Vita
Italiana», XXVI, agosto 1938,
p. 167). Insomma, non credo sia azzardato ipotizzare che per Evola le SS
rappresentavano un tentativo, certo ancora in fieri, di superare le angustie
biologistiche del nazionalsocialismo in vista dell'assunzione di uno sfondo
dottrinario simile a quello da lui stesso proposto.

J. Evola, Sui rapporti fra Razza e Nazione e sulla «storia patria», in «La
Vita Italiana», XXIX, giugno 1941, p. 641.

J. Evola, Indirizzi per una educazione razziale, cit., p. 35. Cfr, al
riguardo, pure J. Evola, Sintesi di dottrina della razza, Edizioni di Ar,
Padova, 1994, pp. 39-41, in particolare p. 40: «in via sia normale, sia
normativa, il rapporto esistente fra i tre principi è piuttosto quello di
una subordinazione gerarchica e di una espressione: attraverso le leggi del
corpo si manifesta una realtà animica o psichica, la quale, a sua volta, è
espressione di una realtà spirituale». Addirittura sembra che Evola vada
anche oltre la concezione del corpo come mera espressione dei princìpi
superiori quando scrive: «non è che noi concepiamo [...] la razza
biologicamente intesa solo come effetto, manifestazione esterna e simbolo
della razza spirituale. Noi abbiamo ben parlato della legge delle affinità
elettive, di incontri di due tipi ben distinti di ereditarietà, l'una
essendo proprio quella biologica e storica, la quale conserva una sua realtà
distinta: tanto, che si è detto che, in certi casi, essa può divenire
l'elemento centrale e determinante» (J. Evola, Spunti di polemica razziale,
in «La Vita Italiana», XXX, giugno 1942, p. 553).


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Per cui, a conclusione di queste brevi note, va ribadita l'insopprimibile
interconnessione che lega i tre gradi della dottrina evoliana della razza e
che ne garantisce l'organicità, la coerenza e la tenuta interna. Al
contrario, qualsivoglia elevamento ad assoluto di uno dei tre gradi che
compongono tale dottrina ne segnerà la perdita, irrecuperabile, di senso.
Quindi, e giustamente, Evola sottolinea, insieme, la necessarietà
dell'elemento biologico e il suo non esser sufficiente ai fini di una
compiuta dottrina della razza (1). Bisogna sì affermare «la necessità e la
imprescindibilità, per la razza, di un substrato biologico» (2) e rendersi
conto

«che la razza biologica deve essere senz'altro riconosciuta come criterio
imprescindibile per una prima circoscrizione e separazione» (3).

Tuttavia, per una corretta impostazione della problematica razziale, si
rivelerà altrettanto necessario il rimando ai superiori princìpi
animico-spirituali.

IV. Due ultimi punti restano da chiarire: 1. il contenuto del volume e i
criteri che ne hanno regolato lo sviluppo; 2. la 'giustificazione' della
metafora dei «lupi azzurri».

Riguardo al primo punto: il volume contiene praticamente tutti i documenti
del Fronte Nazionale, a partire dallo Statuto fondativo, nonché una serie di
testi aggiuntivi (4). Il criterio adoperato è stato di tipo
genealogico-gerarchico.

Cfr. J. Evola, Scienza, razza e scientismo, in «La Vita Italiana», XXX,
dicembre 1942, p. 559.

Ibidem.

Ivi, p. 560.

In questo volume, le note contrassegnate da asterisco compreso entro
parentesi quadre sono del curatore.

Ossia si è riportato in primis lo Statuto in quanto 'atto di nascita' del
sodalizio. A seguire, le relazioni del reggente, dunque l'aspetto
propriamente dottrinario e metapolitico del Fronte Nazionale. Le relazioni,
a loro volta, riguardano sia l'impostazione 'aristocratica' del Fronte
Nazionale (cfr. le relazioni dal titolo La politica e // membro), sia
l'esposizione del «razzismo morfologico». I manifesti, invece, rappresentano
la 'traduzione', in chiave immediatamente politico-propagandistica, delle
proposizioni dottrinarie del Fronte Nazionale. I testi raccolti nel
«corollario» costituiscono una ricognizione analitica delle tesi del Fronte
Nazionale, mentre quelli presentati nell'appendice sono riconducibili alle
vicende processuali che hanno interessato i membri del sodalizio (v. la
«perizia ideologica» di Santarelli e gli scritti di Ingravalle, Taormina e
del curatore), con, in più, due interventi risalenti al convegno «II diritto
al diritto» che si segnalano per la loro particolare incisività.

Relativamente al titolo del volume: la metafora «lupo azzurro» traduce
letteralmente l'espressione antico-irlandese cù («lupo») glas («azzurro»),
impiegata a designare il proscritto — per effetto dell'analogia semantica
tra l'individuo espulso dalla propria comunità e il lupo (1).

«Lupi azzurri» sono dunque i membri del Fronte Nazionale: messi al bando in
quanto inassimilabili.

Giovanni Damiano

J. Haudry, Gli Indoeuropei, Edizioni di Ar, Padova, 2001, p. 81. Su cù glas
e l'evoluzione del termine germanico *wargaz («lupo», «fuorilegge»),
all'interno dell'analogia sopraindicata, vedi E. Campanile, Meaning and
Prehistory of Old Irìsh Cu Glas, in «The Journal of Indo-European Studies»,
voi. 7, 1979, pp. 225-248. (Debbo alla cortesia di Fabrizio Sandrelli la
cognizione di questo scritto.) Sullo strettissimo rapporto che corre tra la
messa al bando e il lupo si sofferma anche G. Agamben, Homo sacer. Il potere
sovrano e la nuda vita, Einaudi, Torino, 1995, pp. 116-123.

- Thule Italia -


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