Linus è una rivista che, nata nel 1965 per iniziativa del
libraio/editore Giovanni Gandini, entusiasta del fumetto inteso come
"segno" culturale, per il suo intelligente anticonformismo si era ben
presto diffusa nelle università e negli ambienti di sinistra, gli
stessi che erano in fermento incontrollabile in quegli anni. La svolta
che avvenne fra il 1971 e il 1972, quando la direzione della rivista
fu assunta dal comunista Oreste del Buono (che si firmava Odibì) portò
a una sempre crescente politicizzazione del periodico, che divenne
così un *must* per i gruppettari, pur rimanendo eminentemente dedicato
ai fumetti "d'autore".
Questo tentativo (miseramente fallito, come si vedrà) di critica
dell'eccessiva frammentazione delle nuove leve della sinistra, nelle
intenzioni di OdB voleva essere un invito a mettere da parte le
sterili questioni dottrinali interne al movimento, per riunirsi tutti
in nome dell'opposizione a una società ipocrita dominata
dall'immarcescibile Democrazia Cristiana.
Mi si perdoni la forma a thread - decisamente inconsueta - con la
quale riverso nel NG il contenuto della rubrica della posta di Linus,
con tutte le polemiche che seguirono la pubblicazione della « mappa
extraparlamentare ». Sono sicuro che se ai tempi fossero esistiti i
newsgroups, la discussione si sarebbe svolta più o meno così. E poi,
rituffandomi in quel periodo, sono rimasto contagiato da quei
fulminanti aforismi tipo E' VIETATO VIETARE, oppure LA FANTASIA AL
POTERE...
Ma se vi incazzate, non lo faccio più :-))
--
Piero F.
La redazione di Linus
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(da LINUS, Ottobre 1973)
postato da Piero F.
In principio era il movimento studentesco. Con la emme e la esse
minuscole. Era cioè il movimento generalizzato degli studenti, senza
divisioni e caratterizzazioni ideologiche, che in università si
opponeva e dava battaglia ad anni, decenni, forse secoli, di
"autoritarismo accademico". Correva il 1968 l'anno fatale della
contestazione. Solo in seguito, più di un anno dopo, il movimento
studentesco divenne l' MS, quello che oggi si riconosce nella
leadership di Mario Capanna di Luca Cafiero di Salvatore Toscano. L'MS
divenne tale quando dal grande grembo della contestazione
universitaria si separarono alcuni gruppi di studenti dissidenti che
mal sopportavano un'azione politica che esauriva il proprio orizzonte
di lotta all'interno della università e della scuola. Dalla costola di
Capanna nacquero così in rapida successione Lotta Continua,
Avanguardia Operaia e tutti gli altri gruppi (o "gruppini" come li
chiama con disprezzo l'MS) che compongono il variopinto ed
intricatissimo cosmo della sinistra extraparlamentare.
La triste e radicata tradizione della sinistra italiana di essere
divisa e frazionata (mentre il padrone è uno). Basti pensare ai
quattro partiti socialisti del cosiddetto arco costituzionale: PCI,
PSI, PSIUP, PSDI. Ma se la sinistra ufficiale è divisa, nella sinistra
extra lo sminuzzamento raggiunge limiti parossistici. Lotta Continua,
Avanguardia Operaia, Manifesto, Potere Operaio, Lotta Comunista,
anarchici, Brigate Rosse, Partito comunista (m.l.) italiano, MS,
Quarta internazionale, situazionisti, commontisti, Gruppo Gramsci; chi
ci capisce qualcosa è bravo. Addentrarsi in questo ginepraio spesso
non è facile per gli stessi addetti ai lavori, per i militanti
dell'estrema sinistra. Per i profani poi il guazzabuglio risulta
inestricabile. Il nostro proposito e la nostra ambizione dunque è
quella di farvi da battistrada fra i vari e difficili gironi della
contestazione. Senza modestia sarò per il lettore la guida, il
Virgilio che porterà per mano nel groviglio dei movimenti che, a
ragione o a torto, si collocano a sinistra del PCI.
La "contestazione globale" -- così si chiamò all'inizio prima di
essere definita contestazione tout court -- ha un periodo di
incubazione abbastanza lungo (i primi fermenti risalgono al 1964) ma
una data ed un luogo di nascita precisi: Milano, Università Statale,
28 febbraio 1968. Quel giorno vi fu la prima grande assemblea
studentesca nell'aula magna dell'Università. Duemila studenti presero
una decisione storica: l'occupazione di una università italiana. Quel
giorno furono spazzati dalla scena studentesca, in un sol colpo,
l'AGI, l'UGI, il GLUI e compagnia cantante, vale a dire gli squallidi
"organismi rappresentativi" degli studenti che fino a quel momento
avevano governato l'università. In realtà questi organismi
rappresentativi non rappresentavano da un pezzo più nulla, tanto meno
gli studenti, caso mai riproducevano con esasperante meccanicità e
mimetismo i partiti tradizionali: nell'UGI si raggruppavano i
socialisti ed i comunisti, l'AGI rappresentava i democristiani, il
GLUI i liberali, il FUAN i fascisti e così via. Un parlamento in
miniatura, un miniparlamento che del parlamento vero e degli uomini
politici aveva ereditato solo i lati peggiori (ammesso che ne esistano
di migliori): cioè la verbosità vuota e confusionaria, la sete di
potere, il disinteresse assoluto per le masse studentesche, il furto
organizzato e legittimato. Da tempo i cosiddetti organismi
rappresentativi ed i loro uomini (ne ricordo alcuni: Spano, Da Rold,
Riva, Pennetta, Fusi) si erano completamente staccati dalla realtà
dell'università e della scuola per inseguire, ad immagine dei loro
idoli, suggeritori e finanziatori politici, i propri giochi di potere
e i propri intrallazzi. Tanto si erano staccati questi signori dalla
base studentesca da aver perso qualsiasi credito presso le stesse
autorità accademiche. Fu facile quindi alla contestazione ed ai suoi
capi sbarazzarsi di questi primi ostacoli. I capi del movimento
studentesco allora erano tre: Michelangelo Spada, Luciano Pero, Mario
Capanna. Capanna, Pero e Spada erano stati espulsi qualche mese prima
dalla Cattolica. Furono loro gli organizzatori di quella prima
assemblea, quel febbraio di cinque anni fa, e furono loro i leader
indiscussi del primo periodo della "contestazione globale". I ruoli
erano così suddivisi: Spada, che a quel tempo era un bel ragazzino
smilzo ed amato dalle donne, aveva funzioni rappresentative e
presiedeva l'assemblea, Capanna, grazie al magnetismo tanto decantato,
l'oratore principe, Luciano Pero, il più preparato intelligente e
colto di tutti, l'ideologo. A questo triumvirato facevano corona
alcune figure minori: Popi Saracino (futuro capo di katanga), De Hann,
Mattioli (un "immigrato" savonese), la Lavaggi (una ragazza brutta
come il peccato, isterica ed intelligente), Ivan Della Mea, Salvadori,
i cugini Jucker, Sansone ed altri personaggi che si sono persi poi
negli anni. Salvatore Toscano allora, a livello di leadership, non
esisteva, era un gregario. C'erano già invece con funzioni direttive
Luca Cafiero (di cui nessuno allora sospettava le virtù
rivoluzionarie, essendo conosciuto come "bravo ragazzo", un po'
"ciula", che si era educato ad Oxford, faceva l'assistente e girava in
Triumph) ed Emanuele Criscione unico dei rappresentanti dei vecchi
organismi universitari che fosse riuscito a salvarsi dal terremoto
grazie alla propria pelle di camaleonte.
Il movimento studentesco all'inizio si coagulò su parole d'ordine
molto semplici: lotta all'autoritarismo accademico ed al nozionismo.
Su questa base ebbe praticamente l'appoggio di tutti gli studenti,
fascisti esclusi. Chiunque infatti avesse frequentato l'università in
quegli anni, di qualsiasi ideologia tosse, si sentiva stimolato e
d'accordo con un movimento che dichiarava guerra allo stupido
formalismo universitario, alle baronie accademiche, ai grotteschi
equivoci della scuola italiana, al partitismo esasperato, truffaiolo
ed inconcludente dei cosiddetti organismi studenteschi. Chi aveva
fatto l'università. anche se non era un ultrà, si sentiva truffato e
volentieri si allineava sotto la bandiera di Capanna e compagni. Le
prime assemblee studentesche furono pletoriche ed osannanti.
Soprattutto quando parlava Capanna. Si videro allora antiche
"secchie", pallidi seguaci del "centodieci e lode", applaudire e
battere ritmicamente sui banchi con le mani ossute durante i discorsi
di Capanna che allora rappresentava l'ala moderata del movimento e si
batteva contro le "frange estremiste" che volevano tutto e subito.
La prima occupazione durò una decina di giorni. Furono i carabinieri a
sgomberare all'alba la "Statale" usando la maggior cortesia possibile,
il potere non si era ancora ben reso conto del pericolo. Alla seconda
occupazione, in aprile, intervennero gli uomini del "battaglione
Padova" e fu l'inizio della guerra. Intanto il movimento studentesco
si era vieppiù politicizzato. Erano comparsi i primi "tazse bao"
(allora si chiamavano così, la dizione corretta "datse bao" venne
dopo) che chiedevano non più e non solo l'eliminazione
dell'autoritarismo accademico ma l'abbattimento del sistema. 11
movimento studentesco perse qualche adepto ma guadagnò in qualità
politica. 11 discorso si sviluppò: la scuola era uno strumento del
sistema, era uno strumento di classe, e come tale doveva essere
abbattuta. 11 sistema intero doveva essere abbattuto. E chi era il
primo, anche se occulto, sostenitore del sistema? Era il PCI con la
sua politica riformista e ingannatrice. Lotta quindi al PCI, questa fu
un'altra parola d'ordine del movimento studentesco. I comunisti
italiani vennero tenuti come "traditori" e così anche i socialisti.
Verso i socialisti però il movimento studentesco (emme minuscola per
favore) e soprattutto i gruppi extra che ne scaturirono in seguito
tennero spesso un atteggiamento meno chiuso. Perché? Per l'animo
"mattacchione" esistente da sempre nel PSI, dice Capanna, per le
istanze libertarie, laiche e radicali che sono comuni alla base del
partito socialista e a parte dei gruppi, dicono altri.
L'ostilità al PCI è stata invece sempre feroce. Solo in questi ultimi
tempi, diciamo da un anno e mezzo a questa parte, si è avuto un
generale e graduale riavvicinamento dei gruppi al Partito comunista.
Per due ordini di motivi: per il generale indebolimento della sinistra
extraparlamentare, per la perdita di molte illusioni "sessantottesche"
e perché i gruppi extra si sono dovuti rendere conto, amaramente e a
proprie spese, che non si può fare nessuna politica di sinistra senza
scontare la cambiale del PCI. In Italia (a sinistra, ma non solo a
sinistra) o si mangia la minestra del PCI (ahi quanto annacquata!) o
si salta dalla finestra. Del resto. in tutti questi anni, lo scopo del
Partito comunista (inconfessato prima, brutalmente dichiarato da un
certo momento in avanti) è stato quello di isolare, di emarginare, di
togliere ogni credibilità alla sinistra extraparlamentare. A questo
obbiettivo (che si può dire ormai raggiunto) hanno dato naturalmente
una grossa mano gli stessi gruppi commettendo in questi anni una
infinità di errori. Il primo -- ma non certo l'unico -- è stato quello
di sminuzzare il cosmo extraparlamentare in una tale serie di pianeti,
di pianetini, di satelliti da perdere molta di quella forza che nel
'68 sembrò poter travolgere tutto.
Si calcola che dall'inizio della contestazione siano comparsi e
scomparsi sulla scena politica italiana più di un centinaio di gruppi,
formati alle volte da poche centinaia o, addirittura, poche decine di
militanti. Oggi, a portare avanti il discorso del '68, ne sono
rimasti, in tutta Italia. una trentina. Di questi solo otto hanno un
certo rilievo ed incidono ancora sulle vicende politiche del Paese. Se
prendiamo come punto di riferimento il PCI l'arco dei gruppi può così
essere ricostruito, da destra a sinistra: Manifesto, Movimento
Studentesco, Partito comunista (m.1.) italiano. Avanguardia Operaia,
Lotta Continua, Lotta Comunista, Potere Operaio, Brigate Rosse.
E evidente che qui il termine "a sinistra" va preso con le pinze. Ogni
gruppo si ritiene infatti più "a sinistra" dell'altro, ogni gruppo
pensa di incarnare la "verità" comunista e accusa gli altri, a
seconda, o di revisionismo o di avventurismo o anche di pura e
semplice provocazione. La chiave più corretta per leggere
l'organigramma che abbiamo dato (che vede il Manifesto più "a destra"
e le Brigate Rosse più a sinistra") è quello del rapporto con la
violenza. Così mentre ad esempio Manifesto e MS accettano solo la
violenza "difensiva", Avanguardia Operaia e Lotta Continua non fanno
tanti "distinguo". tutto è lecito, ma non ritengono ancora maturi i
tempi per una violenza "rivoluzionaria"; per le Brigate Rosse o per
Potere Operaio invece la rivoluzione va fatta subito e con tutti i
mezzi.
Accanto a questi gruppi ve ne sono altri di minore importanza (almeno
numerica se non ideologica) che vivacchiano quotidianamente sull'orlo
del
collasso. In questa "serie B" della contestazione, i movimenti più
noti sono: la "Quarta Internazionale", il Gruppo Gramsci, i
situazionisti. Un posto a parte meritano (o meglio meriterebbero
perché non è possibile esaurire un discorso così importante in questa
sede) gli anarchici. Capri espiatori per definizione (Valpreda,
Pinelli, Della Savia, Pulsinelli...) attaccati duramente da tutte le
parti, anche dagli stessi compagni della sinistra "ultrà", gli
anarchici esistono ancora sia pur in schiere sempre più sparute.
Vegetano però ai margini della contestazione (salvo, come s'è detto,
servire da parafulmine quando c'è da trovare un colpevole) anche
perché moltissimi hanno sconfinato fra gli hippy abbandonando una
lotta politica che, dentro o fuori il sistema, non sembra permettere
alcuno sbocco. Del resto in un paese che riesce ad avere
contemporaneamente il più forte partito fascista d'Europa, il più
forte partito comunista d'Europa, il più forte partito confessionale
d'Europa (con la graziosa aggiunta di quell'enorme peso sullo stomaco
e palla al piede che è il Vaticano) ogni lotta politica acquista
inevitabilmente il sapore di utopia. Se quindi i gruppi della sinistra
extraparlamentare hanno, come pare, fallito il loro compito e non sono
riusciti a dare uno sbocco a quella grande "rivoluzione culturale"
(questo certamente sì) che fu il '68, hanno indubbiamente delle
attenuanti: il nemico era ed è enormemente forte, copre un arco
enormemente esteso "che va -- ci ha detto un leader della
contestazione -- da Almirante a Berlinguer, passando per Gianni
Agnelli, Fanfani, Cefis e Paolo VI".
Massimo Fini
(Pubblicato in LINUS, Ottobre 1973)
Postato da Piero F.
Il più importante, il più battagliero e forse il più noto dei gruppi
della sinistra extra-parlamentare è Lotta Continua. Elleci per gli
amici. Nasce nel '69 dal gruppo che gravitava attorno al settimanale
pisano "Il potere operaio" (da non confondere con Potere Operaio che è
tutt'altra cosa) che esprimeva le lotte operaie portate avanti alla
locale Saint Gobin. Nel giugno del '69 il leader de "Il potere
operaio", Adriano Sofri, professore di lettere a Pisa, abbandonò il
gruppo accusandolo di eccessiva arrendevolezza nei confronti delle
violenze del sistema. Sofri si portò dietro un manipolo di dissidenti,
vi soffiò sopra e diede così vita a Lotta Continua. Questo per la
cronaca. Politicamente Lotta Continua ha origini più complesse ed
articolate. Esso nasce dalla esigenza giovanile di uscire dai ghetti
aurei deLl'università e di portare la lotta politica là dove ha
maggiore ragion d'essere: davanti e, possibilmente, dentro le
fabbriche. Cosi succede a Milano dove molti giovani lasciano la
"Cattolica" e passano al lavoro di fabbrica alla Ercole Marelli, alla
Falck, alla Breda ed alla Pirelli dove trovano un terreno assai
fertile grazie all'opera di drenaggio dei CUB (Comitati unitari di
base) sorti già nel '67 e maturati politicamente nel '68. Sarà proprio
l'incontro fra la sinistra extraparlamentare e i CUB operai a dare
origine, insieme ovviamente a tutti gli altri fattori economici e
congiunturali di quell'anno, all' "autunno caldo" del '69. autunno che
avrà il suo epicentro proprio alla Pirelli Bicocca. Nutrendosi di
questa esperienza L.C. si irrobustisce e si allarga fino ad arrivare a
dimensioni nazionali. Terreno favorevole al proprio discorso
antisindacale e anti-PCI Lotta Continua lo trova anche a Torino alla
Fiat fra gli operai immigrati digiuni di esperienza di partito, ma
resi politicamente "bollenti" ed aperti a un discorso estremista dalie
durissime esperienze fatte, sulla propria pelle, in fabbrica e in
città. E il momento dei violentissimi scioperi a "gatto selvaggio",
della crisi del sindacato, insidiato a sinistra dai gruppi, e dello
scontro frontale fra operai, che rifiutano ormai la mediazione degli
organismi istituzionali (sindacati e partiti) e padroni. Anche i
padroni sono divisi. Agnelli, che ha capito tutto, dice: "Ho bisogno
di sindacati forti e rappresentativi per tagliare le unghie al gatto
selvaggio". Altri invece sono piuttosto scettici sulla opportunità di
farsi crescere in seno e rafforzare la vipera sindacale.
Lotta Continua scende in piazza sempre più frequentemente. Il 3 luglio
1969 in corso Traiano a Torino mobilita tutto il quartiere sul
problema della casa ("La casa si prende, l'affitto non si paga"). Così
in Mac Mahon a Milano. Più tardi scatena la guerriglia per le case
popolari di via Tibaldi. Ma ciò che più di tutto il resto porta Lotta
Continua alla ribalta nazionale è la violentissima campagna stampa che
il quindicinale del gruppuscolo porta contro Luigi Calabresi
accusandolo senza mezzi termini di essere l'assassino dell'anarchico
Pinelli volato dalla finestra del quarto piano della questura di
Milano. La battaglia per piazza Fontana, per la liberazione di
Valpreda e per la ricerca dei responsabili della strage a destra
comincia proprio qui, sul giornale di Lotta Continua solo pochi giorni
dopo la strage di Milano. A ruota seguiranno l'Avanti! e l'Espresso e
molto più tardi, ed inizialmente un poco "obtorto collo", l'Unità. E
questo un riconoscimento doveroso ora che la battaglia per piazza
Fontana è stata vinta, almeno in parte, e sono arrivati i
"professionisti nello sfondare le porte aperte" anche il "Corriere
della Sera" e Giorgio Zicari hanno scoperto l'esistenza delle "piste
nere".
Non è facile riassumere in poche righe la complessa ideologia di un
movimento come Lotta Continua. Fra i gruppi della sinistra extra i
"distinguo", le analisi politiche e anche, spesso, i contorcimenti
ideologici sono tali e tanti che è facile dire sciocchezze.
L'analisi di fondo è che l'imperialismo mondiale è in crisi e che la
crisi della democrazia italiana non è che un riflesso di questa
situazione internazionale. Il momento è quindi favorevole per il
rovesciamento del sistema democratico-borghese (che -- secondo i
gruppi e non solo secondo i gruppi -- si vena sempre di più di
fascismo) e per instaurare, attraverso la necessaria fase della
dittatura del proletariato, il comunismo internazionale. Fin qui,
grosso modo, tutti i gruppi sono d'accordo. E sui modi ed i tempi
della rivoluzione che cominciano le divisioni. E sulla strategia della
presa del potere, sul modo che vi devono giocare le masse e sul
rapporto fra avanguardia e classe operaia che ci sono i contrasti più
profondi. E forse utile, per capire come la pensano quelli di L.C.,
metterli ideologicamente a confronto con gli odiati cugini di
Avanguardia Operaia. Semplificando molto si può dire che gli A.O. sono
leninisti mentre gli L.C. sono marxisti. Per Avanguardia Operaia,
cioè, il partito è l'avanguardia intellettuale che guida gli operai,
oltre le lotte sindacali, alla rivoluzione. Per A.O. ciò che porta
l'operaio ad essere classe è una scelta ideologica. Per Lotta Continua
il partito nasce all'Interno del movimento di classe e l'operaio
diventa classe per le condizioni di costrizione materiale in cui si
muove. E la stessa dequalificazione capitalistica, per esempio il
lavoro alla catena, che fa prendere coscienza alla massa degli operai
di essere sempre e comunque, in regime capitalista, sfruttata e porta
gli operai al rifiuto totale di categorie e di qualifiche. Insomma,
per dirla brutalmente, per L.C. l'operaio capisce attraverso i fatti e
non attraverso le parole. Per cui mentre Lenin (e con lui A.O.) dice:
"Bisogna porsi alla testa delle masse" Sofri dice "Bisogna essere alla
testa delle masse". Che, in altri termini, in termini borghesi, è
quanto affermava Cesare Pavese quando diceva: "Non si va verso il
popolo, o lo si è o non lo si è".
Questa diversa impostazione del rapporto partito-masse ha un riverbero
anche nella posizione che Lotta Continua ed Avanguardia Operaia hanno
nei confronti del sindacato: L.C. attacca i sindacati (i
"revisionisti" per eccellenza) in modo diretto, brutale, spietato,
A.O. è la critica da sinistra del sindacato.
I rapporti di L.C. (e anche di A.O.) con il PCI sono sempre stati
pessimi. Per Lotta Continua (come per quasi tutti gli altri gruppi)
più il sistema democratico-borghese è conseguente, cioè più è
democratico, e peggio è, meglio riesce a nascondere ed
a mistificare lo scontro di classe. Più buono è il padrone e più
lontano è il tempo della rivoluzione. Bisogna quindi stanare il
padrone costringerlo a rivelarsi per quello che è: un brutale e cinico
sfruttatore. L'accettazione da parte del PCI del sistema democratico e
del gioco parlamentare è quindi per Lotta Continua ed Avanguardia
Operaia il peggiore dei tradimenti nei confronti del proletariato.
Ma mentre, inizialmente, il rifiuto del PCI da parte di questi due
gruppi era totale, negli ultimi tempi è in atto un tentativo di
divaricare la forbice fra la base proletaria del PCI e la direzione
"revisionista". La forbice, finora, è rimasta chiusa.
Un altro terreno comune a Lotta Continua ed a Avanguardia Operaia è
quello della violenza e dei rapporti con la violenza. Sia per L.C. che
per A.O. la violenza è nel sistema. La risposta proletaria quindi è a
sua volta, di necessità, violenta. La violenza deve però essere di
massa ed essere rivoluzionaria. In soldoni; i lottatori continui
dicono si alle manifestazioni di piazza, allo scontro con la polizia
ed alla guerriglia urbana (sono state proprio Lotta Continua ed
Avanguardia Operaia le protagoniste dell' "undici marzo" '72 a Milano,
il giorno della più grande, della più lunga e della più violenta
battaglia fra polizia e gruppi extraparlamentari) ma dicono no agli
attentati, alle bombe e alle altre forme di scontro armato (care ad
esempio alle Brigate Rosse) non perché giudichino inammissibili o
criminali questi metodi di lotta ma perché non ritengono i tempi
ancora maturi per una insurrezione armata. Insomma poiché per il
momento il padrone è più forte -- questo il discorso di Lotta
Continua -- è necessario che la violenza non si trasformi in un
boomerang da cui i gruppi hanno tutto da perdere.
Lotta Continua è strutturata come un partito politico. C'è una
segreteria, un esecutivo nazionale, un comitato centrale. Le
dimensioni sono nazionali, le sedi più di duecento con prevalenza al
sud dove L.C. raccoglie molti adepti nel sottoproletariato. Capo
assoluto è ancora Adriano Sofri (34 anni). Nella complessa gerarchia
del gruppo seguono Pietrostefani (29) Viale (28) Bobbio (30) Rostagno
(32) Parlante e Boato. Se Sofri è Mao, Pietrostefani è il Lin Piao
della situazione, il braccio destro politico e la formidabile mente
organizzativa del gruppo. Viale è lo storico mentre Bobbio è il
superteorico, l'ideologo alla Suslov che sta dietro le quinte e
comanda senza parere. In quattro anni Pietrostefani ha costruito una
rete organizzativa territoriale capillare, con delegati per scuola,
per fabbrica, per quartiere. Sono state create commissioni nazionali
di studio (Commissione scuola, commissione fabbrica, commissione
quartiere, commissione esteri). I lottatori sono attivissimi nelle
caserme con il PID (proletari in divisa) e nelle carceri con "I
dannati della terra". Lotta Continua pubblica un quotidiano dal titolo
omonimo. Per qualche tempo è uscito anche un quindicinale destinato al
sud con il curioso titolo "Mò che il tempo si avvicina". E importante
sottolineare a questo proposito che Lotta Continua è stato l'unico fra
tutti i gruppi della sinistra extraparlamentare a dare un giudizio
sostanzialmente positivo della rivolta di Reggio Calabria, "una
rivolta strumentalizzata dai fascisti -- disse Sofri in un famoso
discorso a Reggio -- ma con i connotati della insurrezione di classe,
proletaria e sottoproletaria". La strumentalizzazione da parte
fascista -- disse ancora Sofri in quella occasione -- è dipesa dalla
mancanza al sud di un ruolo egemone del PCI nei riguardi delle plebi
meridionali e dal fatto che lo stesso partito socialista vi ha perso i
propri connotati di partito di classe per assumere quelli, cosi
democristiani, della ghenga clientelare e mafiosa. Un giudizio, questo
di Sofri, che PCI e PSI non hanno mai raccolto intestardendosi a
vedere nella rivolta di Reggio Calabria solo uno sbocco sanguinoso di
violenza fascista e rifiutandosi di analizzare le cause più profonde
di quella che, dal '65 ad oggi, è stata forse l'unica autentica
rivolta di popolo.
Numerosi e forti sono i legami di Lotta Continua col gauchismo
internazionale, in Irlanda del Nord, dove ha alcune sedi, L.C. tiene
rapporti particolarmente stretti con il "Democracy People" a livello
politico e con l'IRA a livello militare. In Francia ha legato con i
"gauche proletarienne" e, soprattutto, con la "Cause du Peuple" di
Jean Paul Sartre. L'ex filosofo esistenzialista, l'autore della
Nausea, dell'Età della ragione, del Muro, di Essere e Nulla, l'allievo
di Heiddeger, passato armi e bagagli alla contestazione ed al
gauchismo militante, ha anche avallato con la sua firma sempre
prestigiosa alcuni dei documenti di Lotta Continua. I "lottatori", in
Italia e in Francia, se ne servono abilmente, ma non sembrano prendere
molto sul serio il vecchio filosofo e gli rinfacciano con crudeltà
giovanile i tempi esistenzialisti del "Dome" e della "Cupole". Il che
non avviene senza lacrime da parte di Simone de Beauvoir.
In Medio-Oriente i "lottatori" italiani coltivano amicizie e scambi
vari col FPDLP, il Fronte popolare democratico di liberazione della
Palestina. Nessun legame invece con la Cina di Mao le cui quotazioni
politiche ed ideologiche, del resto, sono alquanto scese da quando "il
presidente" ha fatto qualche passo di avvicinamento agli Stati Uniti
d'America. Il disinteresse del resto è reciproco. La Cina, a parte un
iniziale finanziamento, via Albania, ai marxisti-leninisti non ha mai
fornito molto credito alla sinistra extraparlamentare italiana. Mao
permette che si parli in nome suo ma non si pronuncia.
Quanti sono i lottatori continui? Un calcolo a livello nazionale è
impossibile. Gli umori della base sono troppo discontinui e i travasi
da gruppo a gruppo o i rientri nel PCI o nel PSI sono troppo frequenti
per permettere un conteggio su base cosi estesa. Un calcolo abbastanza
preciso è possibile a Milano. I militanti "full-time" non sono più di
cento. A mezzo servizio ci saranno circa ottocento compagni. I
simpatizzanti variano fra tremila e cinquemila, dipende dalla
temperatura del momento.
Il lottatore continuo rispetto ai militanti di altri gruppi, ed in
comune con i cugini di A.O., ha una caratteristica: il rigore, quasi
calvinista, con cui affronta la propria esperienza rivoluzionaria. E
questo forse il retaggio, e la contraddizione è solo apparente, della
origine "cattolica" di molti dei suoi militanti. Sono parecchi infatti
in L.C., almeno fra quelli della "prima generazione", ad aver fatto le
prime esperienze nella FUCI o nelle ACLI o, e sono i più, nella G.S.
di Don Giussani, piuttosto che nel partito comunista. Di qui una
intransigenza morale assoluta, un atteggiamento pressoché fideistico
nei movimento, un disprezzo totale verso qualsiasi forma di umanesimo,
una tetraggine monacale. Da una parte. Dall'altra una coerenza
individuale ed intellettuale notevole. In LC. sono pochi quelli che
vivono una doppia vita: di giorno rivoluzionari e piazzaioli e di sera
a cena dalla mamma (che è il caso, ad esempio, della stragrande
maggioranza degli M.S.). il lottatore, di norma, ha rotto realmente i
ponti con la società borghese, con la famiglia e con le proprie
origini. Vive la propria esperienza fino in fondo, spesso ai limiti
della sopravvivenza, sicuro che un
giorno spunterà davvero, a dispetto del PCI, il "sol dell'avvenire".
Attualmente è il gruppo più consistente della sinistra
extraparlamentare almeno a Milano, dove raccoglie 7000 simpatizzanti,
ti nucleo primigenio è formato da trozkisti transfughi dalla IV
Internazionale ed approdati al marxismo-leninismo in seguito ad
esperienze condotte fra gli operai di alcune grandi fabbriche del
Nord. La data di nascita ufficiale è il '68 ma Avanguardia Operaia
diventa quello che è nel '69 quando moltissimi studenti lasciano le
università e si danno al lavoro di fabbrica. A.O., si è detto, è il
"cotè" leninista della sinistra "extra". Il partito, cioè A.O. stessa,
è l'avanguardia delle masse, è la coscienza di classe degli operai. Di
qui le critiche feroci a Lotta Continua accusata di spontaneismo e di
errori "operaistici" . Su questa linea A.O. ha finito per egemonizzare
i CUB della Pirelli, della Cruzet, della Recordati e di quasi tutte le
medie e piccole fabbriche del centro-nord. Fortissima davanti e
soprattutto dentro le fabbriche Avanguardia Operaia non ha
abbandonato, a differenza di Lotta Continua, la base studentesca. A
Milano è presente in tutte le facoltà scientifiche, con punte di
assoluta egemonia alla Facoltà di Scienze, e fra gli studenti serali,
Gli strumenti di cui si serve a livello studentesco sono i "Comitati
di agitazione". Anche la struttura di Avanguardia Operaia è partitica.
Il reclutamento e la selezione dei militanti sono severissimi. Se vuoi
entrare in A.O.
devi essere innanzitutto presentato da un compagno, devi militare per
un certo tempo ed infine sostenere dei veti e propri esami ideologici.
Questo sistema un poco macchinoso ma efficiente ha consentito ad A.O.
di ridurre al minimo quelle "infiltrazioni" (di fascisti, di spie, di
poliziotti, di agenti segreti delle più varie risme) che sono la
dannazione degli altri gruppi. Avanguardia Operaia ha la migliore
scuola-quadri della sinistra extraparlamentare. Lenin vi viene condito
ed insegnato in tutte le salse. I suoi testi sono oggetto di un lavoro
minuzioso e certosino, molto vicino alla esegesi. Per un militante di
Avanguardia "Che fare?" o "Stato e rivoluzione" sono, insieme, rabbici
e la Bibbia del rivoluzionario. Un poco astratto, freddo spesso come
il sangue di un pesce, il militante di A.O. ha dalla sua, come il
cugino di L.C., una invidiabile coerenza, sfrondata però spesso di
quelle attitudini cattoliche che affliggono il lottatore continuo. Ciò
non gli impedisce di essere tetro ed un poco noioso, ed
ideologicamente bizantino. Ma non si può avere tutto.
Nato come movimento prettamente milanese Avanguardia Operaia si è data
negli ultimi tempi una struttura nazionale. Oltre che a Milano è forte
a Torino, a Porto Marghera, a Roma e a Palermo. Inoltre in questi anni
ha via via assorbito il Circolo Lenin di Mestre, il Circolo Rosa
Luxemburg di Venezia, il Circolo Carlo Marx di Perugia, i circoli
Lenin di Umbertide e di Foligno, l'Unità proletaria di Verone e La
Sinistra Operaia di Sassari. Ma proprio per la sua impostazione
leninista (il partito come avanguardia) è lontana dall'aver raggiunto
al sud la penetrazione di Lotta Continua. In fondo Avanguardia Operaia
guarda at sottoproletariato ancora con sospetto e diffidenza, se non
con il disprezzo dei comunisti. Lotta Continua ha invece fatto del
sottoproletariato la sua base e la sua bandiera. In questo modo si
spiega, forse, la diversa influenza dei due gruppi nel meridione.
Avanguardia Operaia, a differenza di Lotta Continua, non ha leader
carismatici. E questo è un po' in contraddizione con le impostazioni
ideologiche dei due gruppi. I nomi più noti sono comunque quelli di
Silvana Barbieri, di Massimo Gorla e di Lanzone.
Dimenticavamo: A.O. pubblica un settimanale dal titolo Avanguardia
Operaia e una rivista teorica dal titolo Politica Comunista. Feroci
avversari, invidiosi e stizzosi l'un l'altro come tutti i cugini.
Avanguardia Operaia e Lotta Continua si sono ultimamente avvicinati.
Lo spauracchio padronale e il pericolo della eliminazione fisica sono
diventati cosi forti che gli epigoni di Marx e quelli di Lenin hanno
capito che è meglio smettere, almeno per il momento, di sbertucciarsi
in famiglia.
Quando dal caos primigenio della contestazione si staccarono ed
acquistarono vita propria Lotta Continua ed Avanguardia Operaia il
movimento studentesco divenne, per partenogenesi, l'MS, l'attuale
Movimento studentesco di Mario Capanna.
L'MS tende ad identificare se stesso con l'antico movimento
studentesco. Se ne considera l'unico, vero e patentato continuatore,
l'erede legittimo rispetto a quei figli (:li secondo letto ed
imbastarditi che sarebbero Lotta Continua, Avanguardia Operaia, Potere
Operaio eccetera. Gli altri gruppi chiamano questa identificazione
mistificazione. E non hanno tutti i torti. Dell'antico triumvirato è
rimasto solo Capanna; Spada a Pero sono emigrati in Lotta Continua. Ed
anche dei contenuti ideologici dei '68 e della "contestazione globale"
non è avanzato molto. A dare un'idea di continuità fra ms ed MS c'è in
realtà, a parte la persona di Capanna, solo la Statale, la culla della
contestazione giovanile. Arroccato in via Festa del Perdono l'MS,
passati gli antichi splendori, ha difeso a denti stretti in questi
anni la propria posizione egemonica. Ma non ha potuto evitare che a
poco a poco si "infiltrassero" in Statale anche gli altri gruppi ed,
ultimamente, addirittura i partiti. Comunque la Statale è ancora,
indiscutibilmente, il feudo di Capanna. Parecchi seguaci l'MS ha
raccolto negli ultimi due anni nei licei milanesi, negli istituti
tecnici ed anche fra gli studenti medi. La sua influenza finisce
praticamente qui con qualche addentellato in Lombardia, a Bergamo, a
Brescia, a Sondrio.
L'MS a differenza degli altri gruppi non fa un proprio lavoro di
fabbrica ma agisce dentro le organizzazioni storiche della sinistra,
cioè il PCI ed i sindacati.
Se gli LC sono marxisti e gli AO sono leninisti, gli MS sono
stalinisti. Non per niente davanti alla Statale si può sentire urlare
lo slogan rabbrividente "Viva Stalin, viva Beria viva la GPU" (la GPU,
per chi non lo sapesse, era la famigerata polizia politica di Stalin
che, sotto Beria, raggiunse nefasti da Gestapo). L'MS ha flirtato a
lungo, in questi anni, col partito comunista (tanto che Capanna chiese
ad un certo momento di entrarvi e fu rifiutato). Il fidanzamento però
invece di concludersi con un regolare matrimonio è finito in rottura e
Capanna, ultimamente, quando ha voluto far sentire la sua voce di
latitante ha trovato eco sull'Avanti! (una delle poche tribune libere,
ma ahimé squinternate, di questo Paese) e non sull'Unità. Nonostante
questo l'MS resta, di tutti i gruppi, quello obbiettivamente più
vicino alle tesi del PCI. Tanto è vero che a differenza di AO o di LC
l'MS non si propone di essere o di costituire un partito, ma più
modestamente e realisticamente, di spostare "a sinistra" il partito
comunista attraverso un grosso movimento di massa di cui Università e
scuola sono i fulcri. Ideologicamente il punto di stacco più netto fra
MS e PCI è questo: per l'MS il parlamento è uno dei luoghi di lotta,
ma non è né il solo né il più importante, gli scontri decisivi,
secondo l'MS, avvengono in realtà fuori dal parlamento, nella scuola,
nella
fabbrica, nelle università. L'MS, a differenza del PCI (che l'ha ormai
ripudiata da tempo come forma di lotta) accetta la violenza. Si tratta
però di una violenza difensiva, tattica, d'attesa e non della violenza
offensiva di AO e di LC o addirittura della violenza armata di Potere
Operaio o delle Brigate rosse. Questo almeno nella teoria. In pratica
c'è un'altra differenza qualitativa fra la violenza dell'MS e quella
degli altri gruppi. La violenza di LC o di AO è sempre, o quasi
sempre, una violenza di massa, quella dell'MS degenera spesso in
episodi di violenza individuale.
I pestaggi di avversari politici avvenuti davanti o dentro la Statale
non si contano, Il sindacalista della UIL Giuseppe Conti fu
selvaggiamente bastonato dai katanga scatenati in via Festa del
Perdono, idem accadde ad uno studente israeliano, idem ad alcuni
militanti di Lotta Comunista che si erano permessi di andare a far
volantinaggio davanti alla Statale. Il metodo in questi casi è sempre
lo stesso: l'MS prima picchia l'avversario o presunto tale. poi lo
squalifica politicamente, dandogli del fascista e del "provocatore" o
altro (Conti ad esempio fu accusato di alzare il gomito e di amare la
notte e fu quella la volta in cui, veramente, l'MS diede la peggior
prova di sé mettendo sorprendentemente a nudo il proprio moralismo
bacchettone). Se questo tipo di violenza piace molto ai "katanga" (i
picchiatori più temuti di tutta la sinistra extraparlamentare) piace
molto meno a Mario Capanna costretto ad acrobazie verbali ed
ideologiche per giustificarla. Ma Capanna non è più, da anni, il
padrone dell'MS. Ne è il leader carismatico, osannato, idolatrato,
riverito ma anche mummificato. Il vero padrone del Movimento
Studentesco si sussurra sia Turi Toscano. Più potente di Capanna si
dice sia anche Luca Cariare l'attuale capo dei katanga. E più non
dimandare. Dietro a questi tre, ma a notevolissima distanza, si
affanna Emanuele Criscione che rincorre da sempre una poltrona di
leader.
I militanti dell'MS sono circa cinquecento. A differenza che negli
altri gruppi non esiste qui la figura del militante a tempo pieno. Il
ragazzo MS, anche quando è molto impegnato, lavora ed interviene solo
in alcuni momenti di lotta, ma per il resto conduce una vita normale,
assai borghese.
Massimo Fini
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Fra gli extraparlamentari "Il Manifesto" è chiamato, un po'
malignamente, "la pulce sull'elefante sindacale" per la sua pretesa di
dirigere e di dare la linea politica corretta alle tre grandi
confederazioni.
La storia della nascita del Manifesto è troppo complessa ed
arzigogolata per poterla seguire qui interamente. In sintesi. Vi è un
antefatto che è il XXo Congresso del Partito Comunista. La sinistra
del partito, Ingrao, Trentin, Rossanda e Pintor tenta una sortita e
viene brutalmente emarginata. I quattro vanno all'opposizione, ma
restano ancora nel partito e nel gioco del potere. 1968. Spunta la
contestazione e l'Unione Sovietica manda i suoi carri armati in
Cecoslovacchia per seppellire sotto i cingoli di ferro la primavera di
Praga. L'ala estrema ingraiana, vale a dire Rossanda, Pintor, Capedra,
Magri e Natoli, non accetta più il gioco ed in Comitato Centrale
avviene uno scontro durissimo fra la Rossanda ed il resto del partito
sul problema degli studenti e sulla Cecoslovacchia. Natta è per la
radiazione immediata con infamia, Berlinguer, più prudente,
temporeggia. Nel giugno del '69 il gruppo di Rossanda dà vita alla
rivista il Manifesto (in un primo tempo si era pensato di chiamarla
"Utopia"). Sulle pagine della rivista si tenta una analisi obiettiva
del fenomeno della contestazione, si attacca duramente l'URSS e si
appoggia la rivoluzione culturale cinese. E quanto basta perché
Rossanda e compagni si trovino fuori dai partito. Siamo alla fine del
'69. L'uscita dal PCI di questi dirigenti coinvolge circa un migliaio
di militanti fra i quadri alti e intermedi del PCI. L'emorragia è
abbastanza forte a Roma a Venezia a Bergamo. Non sono molti invece gli
studenti che seguono Rossanda. Il motivo è semplice: l'esodo era
avvenuto prima, nel '68. La rivista comunque va a gonfie vele e
l'editore De Donato, che ha anticipato i soldi, si fa ficco. Cosa
vuole, all'inizio, il Manifesto? Ha un programma molto ambizioso:
affrontare il problema del comunismo in una società a capitalismo
avanzato. Si impone una nuova strategia che, in sintesi, è questa: i
movimenti di massa hanno il compito chiarificatore di spaccare il PCI
fra sinistra e destra, di fare esplodere le contraddizioni fra
riformismo e linea rivoluzionaria. Da qui l'incontro storico fra la
base di massa del partito comunista e la "sinistra di classe", vaie a
dire tutti i gruppi a sinistra del PCI. Il Manifesto sarà il momento
di coagulo di tutte queste forze, il Manifesto sarà insomma il nuovo
partito comunista.
Nel '70 esce il quotidiano del Manifesto. Quattro pagine, 50 lire, un
esperimento rivoluzionario. Il giornale va bene, è in pari o
addirittura in piccolo attivo (e lo è ancor oggi, pur nella crisi
generale del movimento). Ma questo esperimento coraggioso dà fastidio
a tutti. Il PCI al grido di "Chi li paga?" dichiara che il Manifesto
ha preso soldi dagli agrari. Anche i gruppi sono ostili. Lotta
Continua esce con un editoriale dal titolo "Un giornale che non
interessa" mentre il Movimento Studentesco ordina ai suoi di non
comprarlo. Fallisce cosi il primo obbiettivo del Manifesto: quello di
essere un elemento di aggregazione di tutta la sinistra
extraparlamentare. Quanto al tentativo di staccare la base dai vertici
del PCI ci vuol altro che un giornale fatto bene. Dopo un esperimento,
fallito quasi subito, di unione con Potere Operaio, il Manifesto
abbandona l'utopia dell'unità dell'ultrasinistra e inizia una fase di
critica feroce ai "gruppini" accusati di estremismo, infantilismo,
avventurismo, spontaneismo. Nella primavera del '72, dopo contrasti
interni durissimi, il Manifesto
commette l'errore di presentarsi alle elezioni. C'è un pizzico di
sfortuna in questa vicenda. E la chiusura anticipata della legislatura
a fregare il Manifesto: il movimento è ancora impreparato di fronte ad
un salto tanto impegnativo. Ci sono molte altre cose che giocano
contro il Manifesto. Il "cordone sanitario" che i partiti tradizionali
(PCI, che ha una paura terribile, in testa) stringono intorno al
movimento. Con argomentazioni bizantine o si esclude, in campagna
elettorale, dalla TV. In un paese come il nostro è un colpo mortale.
I gruppi, come si è detto, non appoggiano l'iniziativa. Solo la IV
Internazionale vota Manifesto. Ma la IV Internazionale vuol dire dieci
voti o poco più. Anche la "chiacchieratissima" candidatura Valpreda si
dimostra un'arma a doppio taglio. Ci sono delle forti resistenze
perbenistiche: "Non si sa se è innocente E' un ballerino" oppure, ed
è la condanna definitiva: "E' un culattone". Alla fine della fiera il
Manifesto prende 220 mila voti, nessun seggio, e Valpreda resta in
galera. Il movimento entra in crisi profonda. Vi si risolleva un poco
alla fine dell'anno quando decide di puntare tutte le sue carta sul
contratto dei metalmeccanici. Il Manifesto riesce ad imporsi come il
quotidiano delle avanguardie operaie. Siamo lontani dagli obbiettivi
di partenza, ma è già qualcosa. Su questa linea il Manifesto si tiene
tutt'oggi, anche se nel movimento è in atto un dibattito
chiarificatore che però finora ha chiarito poco.
A Milano i militanti a tempo pieno del Manifesto sono 250, i compagni
"fifty fifty" circa un migliaio. Come si è detto il lavoro più corposo
il Manifesto lo fa a livello sindacale, fra le strutture di base del
sindacato cioè nei consigli di fabbrica. Sarà anche una "pulce", ma
certo è una pulce molto fastidiosa nell'orecchio dell'elefante
sindacale.
Sulla violenza il Manifesto ha una posizione autonoma ed abbastanza
moderata (non era in piazza l'11 marzo né il 12 dicembre). Dice si
alla autoriduzione dei ritmi di lavoro, alle occupazione di case e di
università, dice no al terrorismo e in generale all'uso della violenza
come "momento esemplare e pedagogico". Questo in Italia. Fuori
d'Italia ogni violenza antiborghese, anticapitalista,
antiimperialista, anche nelle sue forme più sanguinarie, è per il
Manifesto lecita ed opportuna.
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Avanguardia Operaia, Lotta Continua, Manifesto, Movimento Studentesco
siamo ancora su una linea politica, spesso e volentieri azzardata,
ingenua ed utopistica, ma che si colloca sicuramente e con una certa
coerenza a sinistra, Al di là di questi movimenti inizia il mondo
dell'incerto, dell'indeterminato, inizia una sinistra spesso così
estrema da andarsi a confondere con la destra. Entriamo nel mondo dei
deliri onirici che non hanno, alla fine, più alcun connotato politico
o ideologico.
Analizziamo quello che ci resta dell'"Inferno" extraparlamentare. E
cioè: il partito comunista (m.l.) italiano, Potere Operaio, Brigate
Rosse, Lotta Comunista.
Massimo Fini
[Seguono altri post dedicati ai suddetti gruppi]
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La traduzione della formula è Partito Comunista (marxista leninista)
italiano. All'inizio si chiamava Unione e così la chiameremo ancora
per comodità e abitudinarietà.
Nata a Milano nel '68 dalla fusione dei gruppi "Falce e martello" e
"Bandiera Rossa". L'Unione dei marxisti leninisti ha avuto momenti di
splendore, ma ora è in pieno declino. E stato l'unico dei gruppi a
ricevere quattrini dalla Cina ed il suo capo fu ospitato, un giorno
ormai lontano, dal Presidente Mao. Cosa che rende ancor oggi verdi di
invidia i leader degli altri gruppuscoli. E gli emmeelle vivono nel
culto di Mao. Il maoismo vi è inteso come dogma e ripetizione
talmudica. La stessa struttura dell'Unione non è che la riproduzione
esatta e pedante del partito comunista cinese. Come in Cina c'è,
all'interno dell'Unione, una "lega delle donna" una "lega dei giovani
pionieri" una "lega degli anziani". Il lavoro dei marxistileninisti è
esclusivamente di propaganda. Il concetto è infatti che il partito
(marxista-leninista) è la verità e la verità non ha bisogno d'altro
che di essere diffusa. Per questo scopo utilizza un giornale
quotidiano murale ed il settimanale "Servire il popolo" che ha una
discreta diffusione. Il partito (marxista-leninista) si finanzia
attraverso una autotassazione dura ed esigente. Una compagna
(marxista-leninista) che aveva ricevuto una eredita di 50 milioni fu
espulsa per averne devoluti solo 15 al partito (marxista-leninista).
Gli emmeelte sono violentissimi a parole, pressoché innocui quando si
tratta di passare all'azione. Vivono su un altro pianeta, il pianeta
di Mao. I militanti a Milano sono circa 2500. Il capo nazionale è Luce
Meldotesi, un operaio che ha scritto un libro su "Forza lavoro e
mercato".
La base teorica dell'Unione è, come si è detto, il
marxismo-leninismo-pensiero-di Mao-Tse-Tung. Dominate da un moralismo
forsennato ed infantile l'Unione è nota più che altro per aver
toccato, ed abbondantemente superato, i limiti del grottesco con i
suoi matrimoni marxisti-leninisti, una triste parodia, senza un lampo
di fantasia o di originalità o di intelligenza, dei matrimoni dei
comuni ed odiatissimi borghesi.
Massimo Fini
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Con Potop si entra dritto e di filato nella fase di scontro armato con
il sistema. Potop ha come programma minimo quello che per tutti gli
altri gruppi è l'obbiettivo ultimo della lotta: il comunismo, cioè
l'abolizione delle classi e quindi dello Stato e quindi di ogni potere
costituito. Potop non ritiene necessario passare per la dittatura del
proletariato. Vuole l'anarchia, subito. Bisogna quindi distruggere la
scuola, la fabbrica, il quartiere, il partito, i sindacati, tutto.
Bisogna creare il casino, dal casino nascerà d'incanto il fiore della
rivoluzione. Minigruppo focosissimo e semiclandestino Potop non ha mai
avuto più di un centinaio di adepti, di cui un buon terzo
"infiltrati". I leader più noti sono Oreste Scalzone e Giairo Daghini.
La "base" dei militanti è inquietante: si tratta di giovani della
altissima borghesia o di sottoproletari pescati nelle borgate. A Potop
pare abbia sganciato qualche quattrino Giangiacomo Feltrinelli.
Massimo Fini
E' l'unico gruppo della sinistra extra ad usare esplicitamente le
cosiddette armi proprie: mitra, pistole eccetera. E costituito de
nuclei di sei-sette persone che operano in clandestinità e non si
conoscono fra di loro. In teoria... La tesi delle Brigate è che
attraverso azioni "esemplari" (sequestri, rapine, omicidi se
possibile) si fa propaganda politica e si educano le masse. Il mitra
insomma come strumento propedeutico. Non certo in odor di santità
presso gli altri gruppi della sinistra extra (per i quali le "Brigate"
sono un manipolo di provocatori) le Brigate Rosse hanno avuto un
momento di immeritata celebrità dopo la faccenda Feltrinelli. Si
scopri allora, molto curiosamente, che il mazzo di chiavi trovato
nell'ormai famoso pulmino Volkswagen era il "passepartout" di una
ventina di "covi" delle Brigate. Questi "covi" in realtà altro non
erano che sgabuzzini con qualche vecchio ciclostilato propagandistico,
sgabuzzini già abbondantemente noti alla polizia. Ma si era nella
primavera del '72 e la "scoperta" dei covi "rossi" servi, auspice la
complice ingenuità di Guido Viola, il PV con le colt, a tirare la
volata alla campagna elettorale della Democrazia Cristiana.
Massimo Fini
Di tutti i gruppi è certamente il più singolare. Tanto per cominciare
è antimaoista. Mao, per Lotta Comunista, vaie Hitler, il Vietnam del
Nord è un paese imperialista, la Cina è socialfascista. Ce ne è
abbastanza per mandare in bestia tutti gli altri gruppi e per
meritarsi la definizione, molto probabilmente immeritata, di
"fascista". Il gruppo nasce nel '69 ed ha il suo punto di forza a
Genova e a Milano alla Casa dello studente. Il leader nazionale è il
ligure Cervetto. Lotta Comunista batte soprattutto il chiodo della
condizione salariale dell'operaio e del tradimento premeditato che
tutti i partiti perpetrano ai danni della classe operaia. Soprattutto
il PCI è ritenuto strumento di bieca conservazione perché non vuol
fare nessun tipo di rivoluzione: né comunista, né borghese.
I militanti di questo gruppo (circa cento a Milano e trecento a
Genova) hanno l'aspetto marziale e guerresco e sono molto bene
addestrati nella nobile arte del karatè.
Dirvi di più su Lotta Comunista francamente non so e temo.
Odibi
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(Pubblicato in LINUS, Novembre 1973)
Postato da Piero F.
Oreste Scalzone - Firenze
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(Pubblicato in LINUS, Novembre 1973)
Postato da Piero F.
Un militante del Movimento Studentesco - Milano
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(Pubblicato in LINUS, Novembre 1973)
Postato da Piero F.
Isabella Meneguzzo - Milano
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(Pubblicato in LINUS, Novembre 1973)
Postato da Piero F.
Alessandro Nucera e Duccio Silori - Roma
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(Pubblicato in LINUS, Novembre 1973)
Postato da Piero F.
Lucio Valeri - Sulmona
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(Pubblicato in LINUS, Novembre 1973)
Postato da Piero F.
Giairo Daghini - Milano
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(Pubblicato in LINUS, Novembre 1973)
Postato da Piero F.
Massimo della Savia - Bologna
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(Pubblicato in LINUS, Novembre 1973)
Postato da Piero F.
Fernando Pieramati - Terni
P.S. -- Leggo nell'extra-mappa di Massimo Fini (molto utile, grazie)
che il FUAN fu l'unico a non appoggiare la contestazione.
Mi dispiace (anzi no, ci gongolo) smentirvi. Il FUAN fu l'unico
durante gli anni '50 ad avere qualche velleità contestatrice e fu
anche la unica organizzazione che si oppose al cosiddetto "sistema
rappresentativo" nelle università, con gli stessi, direi identici
argomenti di Massimo Fini, benché avesse un peso non indifferente
negli stessi. Tornando al m. s. (minuscolo) a Roma furono i gruppi del
FUAN Caravella ad organizzarlo insieme ai comunisti più intelligenti e
in buona fede. Il M.S.I., è vero, li sconfessò, però allora c'era
Michelini. Recentemente Almirante ha detto che l'opposizione
all'occupazione dell'Università fu un errore ed una incoerenza dal
punto di vista ideologico.
"Mi sono pentito", ha detto il segretario del M.S.I. "di aver allora
arrestato gli esponenti più intelligenti del FUAN che volevano
l'alternativa al sistema".
E' ingiusto perciò dire che i fascisti (al di fuori di ogni
schematizzazione e apologia) non abbiano preso parte alla lotta contro
il sistema. Anzi, furono proprio loro ad opporsi, a Valle Giulia, ai
poliziotti mandati a sgomberare le facoltà di Legge, Architettura ecc.
mentre i compagni si squagliavano.
Siate obiettivi. La Rivoluzione innanzi tutto, nazionale, sociale ed
europea.
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(Pubblicato in LINUS, Novembre 1973)
Postato da Piero F.
Del Moro Fabio - Fermo
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(Pubblicato in LINUS, Novembre 1973)
Postato da Piero F.
Piero Fogaroli - Bergamo
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(Pubblicato in LINUS, Dicembre 1973)
Postato da Piero F. (ma non Fogaroli :-))
Alibrando Forbici - Urbino
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(Pubblicato in LINUS, Dicembre 1973)
Postato da Piero F.
Rossella - Torino
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(Pubblicato in LINUS, Dicembre 1973)
Postato da Piero F.
Franco (Vicentini)
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(Pubblicato in LINUS, Dicembre 1973)
Postato da Piero F.
Maria De Nobili - Codroipo
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(Pubblicato in LINUS, Dicembre 1973)
Postato da Piero F.
Marcello Vecchio - Alessandria
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(Pubblicato in LINUS, Dicembre 1973)
Postato da Piero F.
Lello - Savona
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(Pubblicato in LINUS, Dicembre 1973)
Postato da Piero F.
Angelo e Maria - Militanti del Manifesto
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(Pubblicato in LINUS, Dicembre 1973)
Postato da Piero F.
Certe strisce fan galera,
altre, in USA, la bandiera,
ma su Linus -- mamma mia -
han la puzza della Cia.
D'altra parte, Fini bello,
il fumetto è già un modello,
ché Rizzoli sempre ambisce
la sinistra sì, ma a strisce.
Odibò, Fini, Odibì,
il segreto è tutto qui,
quando paga la Diccì
il faut dir toujours: « Mais oui! »
Pietro Vaccari - Milano
Massimo Fini
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Cosa può dire ormai la libera voce della libera redazione di Linus?
Sulla questione Fini extra-mappali è stato detto tutto e di tutto. Ne
viene fuori una amara constatazione: nel momento politico attuale ogni
tipo di critica a sinistra rischia di diventare un regalo a destra.
Riconosce a Fini la buonafede e, pur ritenendo che come l'articolo la
sua risposta si sia mantenuta troppo su un piano quasi personale, non
gli toglie il merito di essere stato sempre al di fuori della mischia
quando in redazione si sceglieva di che morte farlo morire...
E poi Fini è alto... no, non proprio alto, medio magro?... no, non
esattamente... non proprio biondo.., roseo?.., né pallido, però..,
assomiglia a Cochi o a Renato, ma non molto. Questo perché i compagni
MS ci sorridano sopra.
A.N., C.N., F.S., N.P., R.C., T.B.
Una curiosità perché tutti questi movimenti si sviluppano al di fuori della
Toscana e dell'Emilia?
cmq ringrazio Piero e mi riprometto se non disturbo di proseguire quello che
spero diventi un dibattito su gli anni di piombo
Pomero
Piero F. wrote:
> Recentemente ho rivangato gli anni di piombo postando brani dalle
> memorie di Renato Curcio. CUT
Prendo lo spunto dal tuo thread per aggiungere un interessante articolo che ho ripreso da La Rinascita (19/04/2002) sugli anni di piombo e scritto da Gianni Cirone.
Lo divido in due parti in quanto altrimenti sarebbe un po' lunghetto.
Molto interessante secondo me e' la parte relativa alle BR.
Buona Lettura :)
Sergio
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Un interferenza, il tempo di un'interferenza, lo sgancio di un'immagine,
una voce "altra". Per quella diretta televisiva, quel 16 aprile del
1970, chissà quanti strabuzzano gli occhi davanti allo schermo, sferrano
un pugno sull'ultimo modello tv che ancora odora di cambiali. Lo speaker
dice di essere l'avanguardia partigiana, un' avanguardia che, nel pieno
di un notiziario, emerge dal nevischio catodico per replicare all'
«offensiva padronale e fascista», «contro il giogo dell'imperialismo
straniero», pronta a guerra partigiana rivoluzionaria». Solo un'
interferenza, crederanno alcuni, giusto il tempo di un'interferenza.
Un'interferenza che invece si dilaterà, gonfia di aspettative, affamata
di cambiamento, pulsante di furore politico, lucidamente folle nel
perseguire un disegno ingiustificabile, delirante nel suo tramutare
l'azione in azione omicida. Basteranno "altre interferenze", e sarà
tragedia. Saranno gli "anni di piombo". Quelle interferenze radio, nel
telegiornale serale del primo canale Rai, hanno comunque una firma:
Radio Gap. Artefici dell'azione, il Circolo XXII Ottobre e i Gap (Gruppi
d'Azione partigiana), le prime due formazioni armate rosse, sorte in
Italia nel 1969.
Il Circolo XXII Ottobre nasce a Genova, proprio da un punto tra giovani
operai e proletari. Nello stesso periodo, a Milano, si formano i Gruppi
d'azione partigiana, figli di un'idea dell'editore Giangiacomo
Feltrinelli che già dal 1956, dopo i fatti di Ungheria, lascia il Pci.
XXII Ottobre, composto da militanti di formazione marxista-leninista,
colloca l'inizio della propria attività nel quadro delle lotte per i
contratti eleriformedel 1969 edel 1970. Tra le sue azioni ci sono
attentati esplosivi, azioni di sabotaggio ad impianti industriali, un
sequestro, rapine. Le rivendicazioni attribuiscono agli industriali
colpiti il ruolo di fmanziatori dei fascisti e delle trame golpiste.
L'ultimo colpo, un'azione di "autofinanziamento" a Genova, sarà però
fatale: in un tentativo di rapina ad un portavalori dell'Istituto
autonomo case popolari, il 26 marzo del 1971, resta ucciso il fattorino
portavalori Stefano Floris, 32 anni, prima vittima del terrorismo rosso.
Questione di ore. In pochi giorni la formazione viene decima-ta dagli
arresti, decomposta da notizie che indicano come appartenenti alle sue
fila personaggi definiti ambigui: alcuni legati ad ambienti della
malavita genovese, un altro addirittura con un passato fascista.
Complessivamente, l'affare XXII Ottobre vedrà inquisite 22 persone.
Alcune di esse, una volta in carcere, dopo qualche anno aderiranno alle
Brigate Rosse.
Anche i Gap appaiono sulla scena italiana tra l'aprile ed il maggio del
1970. Per chi ha voluto cogliere in essi l'analogia con i Gruppi
d'Azione Patriottica, attivi nella Resistenza, si è sostenuto che loro
intenzione fosse soprattutto quella di fronteggiare il pericolo
golpista, preoccupazione che fu reale al punto da essere condivisa, in
forme più o meno esplicite, dalla sinistra italiana in toto, da quella
partitica a quella parlamentare. A questo profilo, comunque. i Gap ne
affiancano altri. Loro peculiarità appare la visione unitaria di
referenti. movimenti, gruppi. partiti. stati, che, secondo una lettura
interna ed esterna alla formazione, si ritiene forniscano apporto al
processo rivoluzionario.
In questo senso, si considera strategica ed essenziale la vicenda
dell'Unione Sovietica. Per nulla simili a gruppi come la tedesca Rote i
Armee Fraktion (Raf) o la francese Nouvelle Résistance Populaire, i Gap
si fondano anche per propagandare fondamenti e principi della guerriglia
urbana, interpretata nel quadro di riferimento delle teorie "fochiste".
La loro azione punta a costituire i "fuochi guerriglieri" autonomi, con
funzioni di avanguardia rispetto ai movimenti di massa e di appoggio
esterno alle loro lotte. Nel 1970, tra settembre ed ottobre, i Gap
firmano azioni di sabotaggio contro impianti di cantieri edili, teatro
di incidenti mortali sul lavoro. La firma è Gap-Brigata "Valentino
Canossi ". Il nome è quello di un operaio edile morto ~ul lavoro. Al
tempo stesso, si procurano un certo numero di radio modificate per
interferire sui canali delle reti nazionali. stringendo accordi di
collaborazione con aggregazioni locali, in varie città italiane, per
mettere in opera il loro utilizzo. Ufficialmente, la notte del 14 marzo
1972, a Cascina Nuova nei pressi di Segrate, i Gap si propongono di
creare un black-out in alcuni quartieri di Milano, dove si sta tenendo
il congresso del Pci, facendo saltare un traliccio. In questa occasione,
Giangiacomo Feltrinelli (nome di battaglia Osvaldo) muore a causa dello
scoppio accidentale dell'ordigno da lui confezionato. Sull'episodio
restano comunque molte ombre. Il nome di Feltrinelli, inoltre, sarà
coinvolto nell'omicidio del 2 aprile 1972, ad Amburgo, quando Monika
Hertl uccide il console boliviano Roberto Quintanilla, ex capo della
polizia del suo paese. La rivendicazione dell'azione indica in
Quintanilla il responsabile della cattura e dell'uccisione di Ernesto
"Che" Guevara. Sempre Quintanilla, nel 1967, partecipa all'arresto, in
Bolivia, di Feltrinelli quando il fondatore dei Gap si reca nel paese
per richiedere e sostenere la liberazione di Regis Debray. L'accusa a
Feltrinelli è quella di aver partecipato alla progettazione
dell'attentato contro Quintanilla, fornendo l'arma usata dalla Hertl.
Saranno 65 le persone inquisite per le azioni dei Gap.
Dopo la prima interferenza
Dopo XXII Ottobre e Gap, organizzazioni smantellate fulmineamente grazie
ad un'efficienza delle forze dell'ordine che va sottolineata, si
dischiude lo scenario in cui si moltiplicano gli attori, si coagulano le
componenti, emergono in pochissimo tempo agglomerati diversi tra loro,
in buona parte ancora spontanei, che si concretizzano con sigle che
presto diverranno tragicamente note, e con intenzioni e finalità sempre
più destabilizzanti, premeditate, omicide. Al tempo stesso, ognuna di
queste sigle afferma, o almeno adombra, il filo di un proprio
ragionamento. Proprio negli anni in cui il Partito comunista italiano
vede crescere i maggiori consensi ed incarna, realmente, il ruolo di
partito di massa. Proprio negli anni in cui la Cgil, il sindacato,
affronta grandi battaglie sui temi del lavoro e della politica sociale,
conseguendo successi ragguardevoli.
Nascono le Br (Brigate Rosse), i Nap (Nuclei armati proletari), Pl
(Prima Linea), per citare solo alcune formazioni. Ma quel che si intende
qui sottolineare è che in questa fase nascono i presupposti di quel
fenomeno che, in seguito, verrà segnalato come "terrorismo diffuso". Si
apre la scena degli "anni di piombo".
I Nap rappresentano un'anomalia del terrorismo rosso, specificatamente,
della lotta armata. Questa formazione, infatti, non rispetta le due
regole ritenute fondamentali per poter svolgere, con continuità, azioni
terroristiche. Nei Nap non vi è un progetto di compartimentazione e di
clandestinità inviolabile. Come nel caso dei gruppi nati solo dopo dal
movimento del 1977, i Nap si coagula su base spontaneistica. In cinque
anni di vita essi guarderanno sempre ad uno specifico spaccato di
marginalità: quello dei proletari prigionieri, del proletariato del Sud.
prendendo spunto dalle strutture carcerarie che, secondo la loro
analisi, sono i luoghi in cui vengono in larga parte rinchiusi i
soggetti maggiormente sfruttati, emarginati, ovvero "i dannati della
terra". Ribellismo penitenziario e lotta all'istituzione carcere saranno
dunque gli elementi portanti della loro azione. Quando, nel 1973, Lotta
Continua sceglie di rimanere nell'ambito della legalità, diversi
militanti lasciano l'organizzazione e formano alcune aggregazioni, a
Firenze, con il Collettivo J. Jackson, a Napoli, con i Nap, appunto.
Le loro aziòni saranno di diversa natura. Dagli espropri proletari alla
diffusione di comunicati di appoggio ai prigionieri rinchiusi in
carcere, dall'utilizzo di esplosivi ai ferimenti, sino a diversi
omicidi. E' l'8 luglio 1975 quando una squadra dell'antiterrorismo
individua a Roma l'appartamento della militante Annamaria Mantini. Al
suo rientro la uccide a freddo. Le azioni si susseguono, ma il cerchio
intorno ai Nap si stringe ogni giorno di più. Il 22 marzo del '77, la
militante eva-sa dal carcere di Pozzuoli, Maria Pia Vianale, viene
riconosciuta su un mezzo pubblico, a Roma, dall'agente di polizia
Claudio Graziosi. L'uomo che è con lei, per evitarne l'arresto, uccide
Graziosi. La caccia ai due nappisti in fuga per le strade della capitale
è drammatica: due poliziotti, per errore, uccideranno una guardia
zoofila, Angelo Cerrai, che si è unito alle ricerche. E' questione di
mesi. Sempre a Roma, il 1 luglio 1977, una pattuglia di carabinieri
sorprende sulla scalinata della chiesa di San Pietro in Vincoli, tre
militanti dei Nap. Maria Pia Vianale e Franca Salerno, saranno ferite,
arrestate e pestate a sangue. Il terzo, Antonio Lo Muscio, anch'esso
ferito, mentre tenta di sottrarsi alla cattura viene raggiunto e finito
con un colpo di pistola.
Si chiude la storia dei Nap. Di quelli finiti in carcere, alcuni
motivano la confluenza nelle Br con un documento (dicembre 1977), altri
scontano semplicemente la pena. Per i Nap sono state inquisite 65
persone. Sotto il profilo politico, c'è chi considera Pl (Prima Linea)
come l'antitesi alle Br. Ciò, partendo dalla considerazione che
quest'ultima sigla abbia rappresentato lo sviluppo di un progetto
politico violento, sempre perseguito secondo una logica rispondente
all'attuazione di una concretezza rivoluzionaria, mentre la prima
avrebbe risposto essenzialmente a suggestioni finalizzate solo al culto
dell'azione.
Se si accetta questa premessa, in realtà PL sembra apparire come un
gruppo "non gruppo", sensibile alle variazioni imposte da scelte
individuali, autonome, sfuggenti ad una logica, seppur assurda,
d'insieme. In PL non emerge la continuità strategica volta al
raggiungimento di obiettivi di trasformazione della società italiana,
anzi nella sua azione c'è chi vi ha colto una reattività istintuale, di
generico rifiuto dello stato delle cose. Al tempo stesso, comunque, è
bene non sottovalutare quanto Pi sia stata in grado di strutturarsi
definendo ruoli e compiti dei suoi militanti.
Il
nucleo fondante di PI già nel 1974, soprattutto in segreto alla sepa da
lotta Continua di due frazioni (Corrente e Frazione), ma gli effetti
della sua esperienza saranno visibili solo a partire del 1978, per
concludersi laconicamente già nel corso del 1981: dopo, l'azione sarà
innescata quasi esclusivamente in chiave difensiva, perché tutta la
potenzialità della restante formazione armata sarà dedicata alla
liberazione dei militanti arrestati.
L'atto costitutivo di PI può essere segnato nella stagione dell'autunno
1976, quando si terranno due riunioni, rispettivamente a Salò (Bs) e a
Stresa (No). Il nucleo centrale che ha promosso il processo aggregativo
ègià partito da Sesto 8. Giovanni, mentre dall'area di Bergamo, intorno
alla rivista Senza Tregua, si sono già formati (1975), i Collettivi
Politici Autonomi: da qui nascera' la prima rete bergamasca di Pl.
La prima rivendicazione, per un'irruzione nella sede torinese del Gruppo
Dirigenti Fiat, è del 30 novembre 1976. «Prima Linea -- scrive la
formazione -- non è un nuovo nucleo combattente comunista, ma
l'aggregazione di vari nuclei guerriglieri che finora hanno agito con
sigle diverse». In realtà i volti di PL sono innumerevoli.
Per citarne alcuni:
Squadre Operaie Combattenti; Comitati Comunisti Combattenti; Ronde
Armate Proletarie; Ronde Proletarie Tiburtino; Collettivo Studenti
Operai dei Castelli Romani; Nuclei Combattenti per il Contropotere del
Territorio; Reparti Comunisti Combattenti; Reparti Proletari per i
'Esercito di Liberazione Comunista; Proletari Organizzati per il
Comunismo; Brigate Comuniste Combattenti; Lotta Armata per il Comunismo.
Va inoltre ricordato che, in un primo momento, l'organizzazione
sceglierà di non rivendicare con la propria sigla gli attentati con
conseguenze mortali.
Sono due i principi fondativi che vengono riscontrati in PL.
Il primo: "l'univocità politico-militare del quadro d'organizzazione",
cioè la completa congiunzione tra ruoli e pratiche politiche e militari.
Il secondo: il principio della bipolarità, cioè la presenza simultanea
di due livelli distinti all'interno dell'organizzazione. Da una parte la
struttura diffusa interna ai movimenti di massa (Squadre o Ronde),
dall'altra una struttura centralizzata operante sia a livello locale che
nazionale. La "Conferenza di organizzazione", che si riunisce con
periodicità annua, è l'autorità dell'organizzazione, una direzione «di
fronte alla quale il Comando nazionale deve rispondere del proprio
operato». Organizzazione ed operatività sono gestite attraverso diversi
livelli: dal gruppo di direzione; dal settore tecnico-logistico; dal
settore informativo; dalle squadre di combattimento; dai gruppi di fuoco
(diversi dalle Squadre per il carattere di auto-sufficienza anche a
livello decisionale); dalle Ronde proletarie.
L'emersione di Pl sul territorio si accende in funzione del dibattito
del movimento del '77: rispetto a quel movimento, la formazione si
propone come avanguardia.
Nel 1981, a Barzio in provincia di Como, un'ennesima Conferenza di
Organizzazione decreta lo scioglimento di Pl. Nasce il Polo Organizzato,
punto di riferimento per i militanti ricercati alcuni dei quali, nel
corso dello stesso anno, daranno vita ai Comunisti Organizzati per la
Liberazione Proletaria (Colp). L'organizzazione è in via di
smantellamento. In carcere, nel 1983, un lungo dibattito produce un
documento-manifesto nel quale viene sancita la rinuncia alle armi e la
ricerca teorico-pratica, sia all'interno degli istituti di pena sia nel
confronto politico esterno, di strumenti di "mediazione conflittuale".
Sarà Il manifesto, il 17 gennaio del 1984, a proporre gli sviluppi di
questo dibattito, un ragionamento che aprirà la porta alla legge a
favore della dissociazione. Ben 923 sono le persone inquisite per
l'attività di Pl.
Prima di giungere alle Br, e ricordando che dal 1970 in poi molti altri
gruppi si muovono all'interno dello scenario dell'illegalità, appare
interessante citare anche l'esperimento di Faro (Fronte Armato
Rivoluzionario Operaio).
Dalla Terza Conferenza d'Organizzazione di Roma, tenuta da Potere
Operaio nel settembre '71, emerge la tesi dell'attualità
dell'insurrezione proletaria. Si promuove così la nascita di un gruppo
di Lavoro illegale. Il gruppo, considerato un braccio armato
compartimentato e subordinato al vertice politico di Potere operaio,
svolgerà azioni di esproprio, armamento, addestramento ed "appoggio
armato" alle manifestazioni di massa. Esso sarà presente nel Lazio, in
Toscana, in Piemonte, nel Veneto ed in Lombardia, sin quando i primi
arresti, conseguenti a scontri di piazza avvenuti nel secondo
anniversario della strage di Piazza Fontana, inducono Potere Operaio a
rimodulare l'assetto di Lavoro illegale, per definire un'altra idea del
livello clandestino dell'organizzazione. In pratica, cresceranno i
margini di autonomia politico-militare. E' la nascita del Faro che
dispiegherà la sua azione per appena tre mesi, nel 1972. L'orientamento
resta insurrezionalista e viene stigmatizzata la discontinuità tra
legalità e attività illegale. Le azioni riconosciute sono quasi
esclusivamente svolte attraverso l'uso di esplosivi. Dopo l'attentato
del 13 marzo '72 contro la sede della Democrazia Cristiana di via
Cavalleggeri, a Roma, il Faro scompare.
---fine prima parte---
Le Brigate Rosse, compartimentale e inflltrate: subito
Br, ovvero Brigate Rosse, ovvero il gruppo armato per antonomasia,
ovvero circa 18 anni della storia del nostro Paese. Le Br sono una
formazione rigidamente compartimentata eppure, come si vedrà, per nulla
esente da infiltrazioni. La loro aggregazione emerge dal biennio
1968-1969, due anni intensi di lotte operaie e studentesche. A Milano,
oltre all'incedere dei gruppi storici della nuova sinistra, si formano
numerosi Comitati Unitari e Collettivi Autonomi, gruppi esterni al
controllo parlamentare e alle organizzazioni sindacali.
Nell' autunno del '69, da alcuni di essi nasce il coordinamento del Cpm
(Collettivo Politico Metropolitano) che coagula lavoratori
particolarmente presenti in due stabilimenti, Sit Siemens e Pirelli,
oltre che studenti provenienti dalla piccola-media borghesia e dalla
classe operaia dei quartieri milanesi di Lorenteggio e Quarto Oggiaro.
Dal Cpm nasce il gruppo Sinistra Proletaria che sfocia, da una parte,
nella pubblicazione del giornale Nuova Resistenza, dall' altro, alla
Pirelli di Milano, nella prima fondazione della Brigata Rossa. E' il
novembre 1970.
Il gruppo armato viene ispirato da diversi soggetti. Alcuni iscritti
alla Libera Università di Trento (Renato Curcio, Mara Cagol, Giorgio
Semeria), altri di Reggio Emilia (Alberto Franceschini, Prospero
Gallinari, Roberto Ognibene Tonino Loris Paroli, Fabrizio Pelli,. Alcuni
di questi giovani sono usciti dalla Fgci, l'organizzazione giovanile del
Pci, ed altri se uniranno giungendo da altre esperienze: dalle lotte
operaie (Pietro Bassi, Piero Bertolazzi), dal Superclan e poi dalla
scuola Hyperion di Parigi (Vanni Mulinaris, Duccio Berio, Corrado
Simioni, Mario Moretti).
Nell'autunno del 1970, nel convegno di Chiavari, in Liguria, le Br
scelgono la strada del terrorismo. E' qui che sorgono le basi delle
Brigate Rosse. All'inizio punteranno alla "propaganda armata", gesti
eclatanti, non sanguinari, attentati incendiari, sequestri lampo, gogne,
rivendicazioni, proclami, volantini, auto-interviste. E' la notte del 25
gennaio 1971, a Lainate. Dentro lo stabilimento Pirelli, la pista
adibita alla prova pneumatici si tramuta in una lingua di fuoco. Otto
autotreni vengono colpiti da altrettante bombe incendiarie. Tre di essi
andranno completamente distrutti. E' la prima azione Br. Contro cose. Da
questo momento trascorrerà poco più di una anno e un mese, quando il 3
marzo 1972 un'azione Br colpirà il primo obiettivo umano. Idalgo
Macchiarini, dirigente Sit-Siemens, viene sequestrato, fotografato con
un cartello al collo, interrogato per ore sui processi di
ristrutturazione della fabbrica. Nonostante gli sforzi delle forze
dell'ordine, i militanti ricercati riescono a sottrarsi all' arresto ma,
da quel momento, la semiclandestinità precipita presto verso la
clandestinità. Da ora in poi la struttura terroristica sperimenterà un
crescendo di azioni ed omicidi impressionanti. Attraverserà così tutti
gli anni 70, fino all'omicidio di Aldo Moro avvenuto nel 1978. Da quel
momento l'organizzazione inizierà una parabola discendente,
frantumandosi in correnti diverse tra loro per impostazione dell'analisi
politica e della tattica militare, esperienze non così vicine a quanto
determinato dai primissimi fondatori delle Br eppure realtà ancora in
grado di uccidere, almeno fino alla seconda metà degli anni 80.
Di origine marxista-leninista, influenzate dal pensiero maoista, con
alcuni militanti provenienti dalla cultura cattolica, le Br guardano al
partito come ad un'avanguardia di massa il cui compito è quello di
indicare il cammino per raggiungere la conquista del potere. La modalità
delle loro azioni è impostata da una "direzione strategica" che,
attraverso campagne mirate, punta alla disarticolazione del potere
politico statale. La "direzione strategica" e "risoluzioni strategiche",
ovvero o documentazione contenente l'analisi politica che, di volta in
volta, indirizza prua verso obiettivi primari da raggiungere e le azioni
armate atte a conseguirli.
Sostanzialmente saranno tre le fasi storiche che individuano la vicenda
Br: 1) dal 1970 al '74, quella della propaganda armata; 2) dal 1974
all'80, quella dell'attacco al cuore dello Stato; 3) dal 1981 al'88, quella
della divisione e della dissoluzione. Proprio all'inizio della terza
fase, tra l'autunno '80 e la primavera dell' 81, lasceranno le Br la
colonna di Milano, Walter Alasia, e il Pg (Partito Guerriglia) di
Giovanni Senzani, che metterà assieme le colonne di Torino, Napoli, e in
parte Roma. Al Pg si contrapporranno le Br-Pcc (Brigate Rosse--per la
costruzione del Partito Comunista Combattente) che, strada facendo,
perderanno l'esperienza veneta della colonna 2 Agosto e l'ulteriore
scissione dell'Udcc (Unione dei Comunisti Combattenti).
Il sequestro e l'omicidio di Aldo Moro, nel 1978, rappresenta il momento
più alto, per l'obiettivo colpito e per la potenzialità espressa
nell'azione omicida messa in atto durante l'uccisione degli uomini della
scorta dell'esponente politico. Da questo momento la formazione inizierà
una considerevole disgregazione interna, in realtà un dissolvimento i
cui prodromi sono già percepibili da momenti di vuoto, nel dialogo tra i
militanti già arrestanti e quelli ancora in azione. Con 1' assassinio di
Moro le Br portano un attacco violentissimo, all'epoca impensabile,
contro lo Stato. Così facendo intervengono direttamente in quel
dibattito politico nazionale che vede Aldo Moro personalità di
congiunzione tra due aree: quella cattolica e quella comunista. La prima
ha avuto il governo del Paese per 40 anni. La seconda è sempre stata
all'opposizione. Moro, verrà sequestrato poche ore prima che venga
varato il primo governo che, dal 1948, vedrà il Pci presente nella
maggioranza. Moro sarà ucciso al termine di un processo alla Dc ma, e
soprattutto, sarà eliminato perché ha traghettato, sta traghettando,
nell' area governativa il più grande partito comunista d'Occidente: lo
stesso in cui si riconoscono milioni di lavoratori, ovvero gli stessi
interlocutori indicati come riferimento dai terroristi del progetto armato.
L'azione Moro, insomma, sarà una vicenda piena di contraddizioni. A
partire dal percorso compiuto dall'uomo che la conduce per le Br: Mario
Moretti. Di riflesso, come egli viene "percepito" da chi lo cerca e
dovrebbe bloccarlo. Si veda un brevissimo stralcio di quanto depositato,
in Commissione stragi, in merito a questa particolare esperienza.
Dalla Commissione stragi:
Moretti era conosciuto dal 1972
«Sulla figura e il ruolo di Mario Moretti molto è già stato scritto e
detto, anche con riferimento ad alcuni episodi tuttora oscuri. Valgano,
a titolo di esempio, i casi nei quali Mario Moretti è sfuggito alla
cattura, mentre venivano regolarmente arrestati i suoi compagni, a via
Boiardo a Milano, nel 1972 e a Pinerolo (To) nel 1974. Abbondantemente
indagato -sebbene manchi il riscontro definitivo sulla "scoperta" - è il
caso dell'appartamento-covo di via Gradoli, inserito in un complesso di
abitazioni in uso o di proprietà di uomini e società fiduciarie dei
servizi di sicurezza. (...) Si intende evidenziare tre episodi -
sconosciuti, o non valutati appieno, relativi alla figura di Moretti e
alla contestuale attività degli apparati di sicurezza nei suoi
confronti, nell'arco di tempo che va dalla strage di via Fani del 16
marzo 1978 alle prime ricerche di Moretti in seguito all'emissione del
mandato di cattura nei suoi confronti del 19 maggio 1978.
La rilevanza dei tre episodi si fonda, in tutti e tre i casi, sul
presupposto che Mario Moretti fosse conosciuto all'epoca del sequestro
Moro, che se ne conoscesse l'identità,e che questa fosse nota alle forze
dell'ordine, come note erano la sua attività e il suo ruolo all'interno
dell'organizzazione terroristica Brigate Rosse. I tre episodi possono
essere così riassunti: il mandato di cattura nei confronti di Moretti
viene spiccato solo il 19 maggio 1978, e non il 24 aprile quando viene
emesso nei confronti degli altri brigatisti; il nome di Moretti non
compare tra quelli dei terroristi sui quali il Capo della Polizia
ipotizza di istituire una taglia; la comunicazione del ministero
dell'Interno inerente le ricerche di Moretti è l'unica della quale non
viene segnalata l'urgenza.
Dalla recente audizione in Commissione stragi del dott. Allegra (allora
a capo dell'ufficio politico della questura di Milano), abbiamo appreso
che fin dal 1972 Mario Moretti è conosciuto, quantomeno all'ufficio
politico della questura di Milano. In occasione della scoperta del covo
di via Boiardo a Milano, il 2 maggio 1972, Moretti sfugge infatti
all'arresto, giungendo nei pressi del covo poco prima che il questore
Allitto Bonanno tenga una conferenza stampa per illustrare l'operazione.
Alla precisa domanda del presidente Pellegrino («Ma lo avevate già
individziato come un elemento di vertice dell'organizzazione?»), il
dott. Allegra ha affermato: «Sì, già si sapeva che faceva parte di
questa organizzazione. Alcuni ancora non si conoscevano, però una gran
parte di nomi era già conosciuta». Di più: il dott. Allegra aggiunge in
seguito che, avendo rintracciato la macchina con la quale si muoveva
Moretti, scoprì che questa era intestata alla di lui moglie, Amelia
Cochetta, poi interrogata, abitante in via delle Ande, a. 15, residenza
ufficiale di Moretti (e vedremo che questo indirizzo compare anche nel
foglio informativo relativo a Moretti).
In conclusione, afferma il dottor Allegra, «già si sapeva che Moretti
era un pezzo importante in quel momento».
La dimostrazione che Moretti fosse all'epoca un "pezzo importante", la
troviamo in una nota di risposta alla Direzione generale di P. S. del
ministero dell'interno, che la questura di Milano invia al ministero
stesso il 16 maggio 1973, in ottemperanza alla richiesta del 1 febbraio.
La nota, a firma del Questore Allitto, reca in apertura i dati
anagrafici di «Moretti Mario Marcello Maurizio, di Gino a di Romagnoli
Ada, nato (...), domiciliato (...), irreperibile». Vengono poi riportati
i connotati di Moretti, il titolo di studio e i nominativi delle
«persone di stretta relazione col segnalato (...) Curcio Renato, noto».
Già dal 1973, dunque, oltre all'identità di Moretti, è conosciuta la sua
frequentazione con Curcio, col quale risulta essere in stretta
relazione. Nel foglio successivo, viene evidenziato che Moretti il 3
maggio 1972 è stato denunciato alla locale A. G. (di Milano) «perché
indiziato di costituzione di banda armata contro la sicurezza dello
Stato e colpito da ordine di cattura, emesso dalla locale Procura della
Repubblica per i reati di cui agli artt. 10 a 306 C.P.», il 4 maggio
1972. La Questura di Milano è, pertanto, al corrente della posizione
giudiziaria di quello che diverrà il capo delle Br, ed ha elementi tali
di conoscenza di poter riferire al ministero dell'Interno che è ritenuto
dalla Questura stessa «uno dei maggiori esponenti del gruppo
terroristico Brigate Rosse». Aggiunge la Questura, che «è da ritenersi
elemento di speciale pericolosità e come tale da sottoporre a vigilanza».
Ma la Questura di Milano aveva già inoltrato un'informativa al Ministero
dell'interno in data 10 agosto 1972, in risposta a precedente
comunicazione con la quale si richiedevano notizie di Moretti Mario. In
tale nota, oltre al corredo di tutti i necessari dati anagrafici, già
risultava l'emissione di un ordine di cattura nei suoi confronti per
costituzione e partecipazione a banda armata Brigate Rosse.
Nel tempo di poco più di un anno, dunque, da Milano giungono al
Ministero dell'interno tutte le possibili e circostanziate notizie su
Moretti, che salvo smarrimento dei documenti --dovranno poi risultare nel
fascicolo personale dello stesso. Vedremo, viceversa, che di Moretti ad
un certo punto sembra non risulti alcuna notizia. Eppure sarebbe bastato
chiedere agli uffici giudiziari e di polizia del capoluogo lombardo.
Trascorrono poco più di due anni, e Silvano Girotto viene infiltrato
nelle Br. Stabilisce contatti, attraverso Levati, con Renato Curcio, e i
due si incontrano in più occasioni Ad uno di questi incontri partecipa
sicuramente anche Mario Moretti («l'accOmpagnatore di Curcio»), ma
mentre tutti gli incontri di Girotto vengono fotografati dai Carabinieri
del Cap. Pignero, di quello con Moretti del 31 agosto 1974 non rimane
traccia nei rullini fotografici. Vi è, inoltre, la testimonianza dello
stesso Girotto, al quale fu mostrato un album fotografico contenente le
foto di tutti i presunti brigatisti dell'epoca, e tra questi compare
Moretti. Tutti questi episodi sono ormai noti, ma ciò che qui preme
evidenziare è che, prescindendo dalle modalità dello svolgersi di quegli
episodi, il dato che possiamo assumere è che Moretti non era allora una
figura sconosciuta, tanto che da quanto dichiarato da Girotto fu proprio
il cap. Pignero a riferirgli che l'accompagnatore di Curcio era Moretti.
Dunque, pur sfuggendo fortunosamente all'arresto, Moretti viene
individuato come appartenente, o quantomeno, contiguo al leaders
brigatisti (ma è da ribadire che, se accompagna il capo storico Curcio,
non può che essere inserito nella struttura delle Br)».
Solo un piccolissima parte, gli argomenti sopra citati, dal mare di
incongruenze ed omissioni che segnano la vita delle Br, dall'arresto di
Curcio e Franceschini. Gli "anni di piombo" sono anche questo. Una
distorsione che, certamente, brucia a chi ha impegnato la propria vita
in un progetto comunque assurdo come quello del terrorismo, ma
coerentemente in linea con una propria visione delle cose. Certo che,
all'interno della strategia della tensione, l'operato di buona parte del
terrorismo rosso non può che essere stato utile. Chissà, forse è bastato
persino "lasciar fare". Il tempo di qualche "interferenza" in più.
di Gianni Cirone
La Rinascita 19/04/2002
> Prendo lo spunto dal tuo thread per aggiungere un
> interessante articolo che ho ripreso da La Rinascita
> (19/04/2002) sugli anni di piombo e scritto da Gianni
> Cirone.
Bello, molto sintetico ma preciso nella ricostruzione.
> Lo divido in due parti in quanto altrimenti sarebbe un po'
> lunghetto. Molto interessante secondo me e' la parte
> relativa alle BR.
Credo di capire perchè lo trovi interessante ;-)
Ma non si può fare del dietrismo per ogni inefficienza dello stato,
quasi che fosse infallibile di per sé, e allora gli errori sono
chiaramente voluti...
Mi ricorda la bufala del "grande vecchio", che a forza di parlarne
tutti ci stavano credendo, finché a «Il Male» non venne in mente di
fare lo scoop.
Me la ricordo come fosse ieri, una finta prima pagina del Corriere col
titolone «Preso il grande vecchio: è Ugo Tognazzi». ROTFL !
Da allora la dietrologia si è sgonfiata un po' :-)
Comunque, io avevo proposto questo tema per avvalorare la tesi che il
PCI non era più in grado di rappresentare le frange giovanili di
sinistra, la sua rinuncia alla rivoluzione aveva prodotto quei mostri
che erano i gruppuscoli descritti (in modo ruspante) da Massimo Fini:
a rischio, come si può capire dal tenore delle risposte, di assaggiare
l'onnipresente spranga...
Poiché negavi che gli ambienti di sinistra generassero questi mostri,
ho postato parte delle memorie di Curcio e questo patchwork di Linus
(un lavoraccio ingrato!), dai quali si vede chiaramente quante e quali
illusioni rivoluzionarie ancora allignavano nelle sinistre
studentesche. Gli operai le hanno seguite per un po', ma poi hanno
fatto una loro scelta. I motivi di questa scelta non li conosco
personalmente, e nessuno, parlando *per* la classe operaia, è
autorizzato a dare "LA" spiegazione definitiva del rifiuto della lotta
armata.
Io ho le mie idee in proposito, ma valgono quanto quelle del primo che
passa. Avevo preparato un post sui movimenti giovanili degli anni '60
(avevo vent'anni anch'io, porca puttana! qualcosa avranno lasciato
anche a me, no?) ma l'insuccesso di questa tematica, che ha avuto il
volonteroso Pomero come unico partecipante, mi ha fatto desistere...
Magari più avanti l'interesse scatterà per caso, io comunque sono
pronto:-))
ciao
--
Piero F.
mi fa piacere.
>
> > Lo divido in due parti in quanto altrimenti sarebbe un po'
> > lunghetto. Molto interessante secondo me e' la parte
> > relativa alle BR.
>
> Credo di capire perchè lo trovi interessante ;-)
> Ma non si può fare del dietrismo per ogni inefficienza dello stato,
> quasi che fosse infallibile di per sé, e allora gli errori sono
> chiaramente voluti...
Piero ma quale dietrismo? dei famosi "servizi deviati" (e continuamente
e inutilmente riformati per finta) da quanto se ne parla in Italia?
> Poiché negavi che gli ambienti di sinistra
veramente molti provenivano anche da altri ambienti tra cui quelli
borghesi e cattolici :) .
Il figlio del dc Donat Cattin da quale ambiente proveniva?
> Gli operai le hanno seguite per un po', ma poi hanno
> fatto una loro scelta.
perche' forse il PCI aveva maggiore presa su di loro e politicamente
erano molto piu' maturi, realisti, preparati e meno velleitari.
> Io ho le mie idee in proposito, ma valgono quanto quelle del primo che
> passa. Avevo preparato un post sui movimenti giovanili degli anni '60
> (avevo vent'anni anch'io, porca puttana! qualcosa avranno lasciato
> anche a me, no?) ma l'insuccesso di questa tematica, che ha avuto il
> volonteroso Pomero come unico partecipante, mi ha fatto desistere...
>
> Magari più avanti l'interesse scatterà per caso, io comunque sono
> pronto:-))
ma tu postalo, come vedi io arranco un po' ma alla fine rispondo
malgrado tutte le cose che ho da fare a parte il ng (ricordi i consigli
del papista Matteo ;) )
ciao
Sergio
--
Posted via Mailgate.ORG Server - http://www.Mailgate.ORG
> > l'insuccesso di questa tematica, che ha avuto il
> > volonteroso Pomero come unico partecipante,
> > mi ha fatto desistere...
> Forse sarà stata la risposta di Pomero che lo ha fatto desistere?
> Non mi pareva una risposta invitante ma nemmeno da zittire
No, Pomero, tutt'altro. Mi ha fatto piacere che tu abbia risposto, e
se non apprezzi Massimo Fini non importa, mica è amico mio :-)
Aspettavo qualche altro intervento, visto che per molti non c'era
bisogno di aver studiato libri per consocere l'argomento, bastava aver
letto i giornali o essere stati studenti in quegli anni...
Ho pensato allora che ci fossero ancora troppe ferite aperte, e un
bisogno di rimozione. Oggi avrei scritto proprio queste cose sotto il
tuo post, ma a sorpresa Sergio ha rilanciato l'argomento, perciò
aspetto ancora un po' per vedere se qualcuno si arrischia a dire
qualcosa di suo.
> Posta Piero Posta, è più vivo Curcio che Berengario :-))
> Pomero
Certo, lo farò nei prossimi giorni, ma siccome è proprio farina del
mio sacco, devo controllare che non ci sia qualche imprecisione.
I testimoni sono ancora vivi per smentirmi, mica è facile come con
Berengario, che non l'ha conosciuto nessuno del NG :-)
Saluti
--
Piero F.
Le gesta dei partiti armati sono riassunte in due post di questo
stesso thread, ma ritengo che sia necessario prima capire il
background culturale dei suoi attori.
Per i più giovani, i ventenni e anche i trentenni, non esistono
riferimenti, se non qualche libro di parte (e di comodo), adatti a
capire quel background. E' ancora troppo forte lo shock emotivo perché
si possano emettere giudizi sereni ed equilibrati.
Poiché ne sono stato testimone oculare, provo a riassumere (nei limiti
del possibile e, spero, obiettivamente) le dinamiche, i fatti e le
idee che portarono agli "anni di piombo".
E' un'analisi ancora approssimativa, basata più che altro sul ricordo
personale. Se mi direte che non ho capito una beata cippa, non mi
offenderò :-)
.
NOTERELLA:
invece di citare libri, mi permetto di citare dei films. Le opere
cinematografiche saranno forse meno "serie" di quelle scritte, ma sono
certamente più fruibili da tutti in virtù della loro massiccia
programmazione in TV.
Il Cinema è una mia passione, non meno della Storia. Almeno potrete
sembre consigliarmi di darmi al cinema piuttosto che scrivere di
storia :-)
-----------------
LA CONTROCULTURA AMERICANA
Tutto ha inizio negli USA, dove una buona parte della popolazione
studentesca acquista nozione, nei primi anni '60, delle ingiustizie
sociali nel mondo, e in primis a casa loro.
E' l'epoca nella quale la "protest song" di Bob Dylan, Joan Baez, e
del vecchio Pete Seeger, amplifica a dismisura l'audience delle
istanze sociali. Le manifestazioni per i diritti civili della
popolazione di colore sono il primo obiettivo della nuova ondata di
"leftism", appoggiata dai "liberals" indignati per la segregazione
razziale dei neri nel Sud. Non che la cosa non fosse risaputa, ma una
specie di congiura del silenzio la faceva passare in secondo piano.
Non senza scontri, anche violenti (questa fase è documentata nel film
« Mississippi Burning ») il movimento di Martin Luther King ottiene,
nel 1964/65, un successo decisivo, che incoraggia ad estendere ad
altri settori della vita pubblica la pratica della "contestazione".
Una contestazione ancora più radicale dei valori tradizionali
americani si manifesta col movimento Hippy, una sorta di rifiuto della
competizione insita nell'american way of life. Antimoderno, e
vagamente ispirato a ideali ecologici e collettivistici, l'hippismo
raccoglie consensi soprattutto fra i giovani delle aree urbane, che
non hanno un'idea precisa di quanto sia duro il contatto con la natura
selvaggia. I veri hippies saranno sì e no 100.000, e conducono una
vita assai difficile e tribolata. Ma diventano ugualmente un simbolo
positivo per la gioventù.
Accanto a questo movimento pacifista e non violento, ne cresce anche
uno più radicale e interno alla comunità afro-americana: il Black
Power, che si presenta con la sommossa di Watts, il ghetto nero di Los
Angeles, messo a ferro e fuoco per giorni e giorni nel 1965.
Negli stessi anni, l'amministrazione Johnson decide di impegnarsi a
fondo nel sostegno del corrotto regime sudvietnamita, pur di arginare
l'avanzata dell'influenza comunista nel sud-est asiatico. Il fatto in
sé non avrebbe turbato le coscienze americane, se non fosse
intervenuta la coscrizione obbligatoria nell'intento di rifornire
Saigon di un massiccio aiuto militare, senza distogliere forze
strategiche dal fronte della guerra fredda.
La coscrizione era stata reintrodotta anche per la guerra di Corea, ma
allora i ragazzi americani credevano di fare solo il proprio dovere di
cittadini. L'esito deludente dell'inutile conflitto coreano, e il
contemporaneo diffondersi di una "controcultura" giovanile avulsa
dalla logica della guerra fredda, rendevano improponibile, solo un
decennio dopo, il ricorso a migliaia e migliaia di giovani strappati
al loro universo fatto di musica, sfide alla società, e libertà di
costumi sessuali. (filmografia: « American Graffiti », « Fandango »,
Un mercoledì da leoni ».)
La scintilla della ribellione scocca a Berkeley, nel campus
universitario. I feroci scontri e la repressione della polizia
(aiutata perfino dalla Guardia Nazionale) non rimangono isolati:
presto l'incendio si propaga in molte università del Paese, inducendo
coscritti di tutte le classi sociali a organizzare falò rituali delle
cartoline precetto. Si forma una frattura generazionale insanabile (si
veda il film « Fragole e sangue »); gli americani benpensanti hanno
orrore dei propri rampolli, seguaci delle teorie di liberazione
sessuale di Wilhelm Reich, e infatuati delle teorie sociali di Herbert
Marcuse.
In questo turbolento periodo avvengono raccapriccianti attentati
politici, nei quali perdono la vita John e Robert Kennedy, Malcom X e
Martin Luther King : l'America ne è sconvolta fino alle fondamenta e
la reazione già si prepara con l'elezione, nel 1968, del "duro" Nixon.
Ma intanto ne approfittano le minoranze nere dei ghetti urbani per
uscire allo scoperto, sospinte dal movimento dei Black Muslims, la
frangia più dura del Black Power. Soprattutto emergono le Black
Panthers (rivelatesi al mondo col clamoroso gesto del pugno chiuso
alla premiazione dei Giochi di Città del Messico), di vaga ispirazione
comunista. I ghetti delle maggiori città diventano teatro di una vera
e propria guerriglia urbana, sia pure senza raggiungere le
devastazioni di Watts. Ormai siamo nel 1969, e al megaconcerto di
Woodstock la nuova generazione prende coscienza di sé e della propria
forza aggregativa. Pare di assistere al trionfo della "controcultura"
pacifista e antimoderna degli hippies, ma sarà una breve illusione. La
fine dell'esperienza in Vietnam segnerà anche la fine delle
contestazioni di massa.
LA BREVE STAGIONE EDONISTICA INGLESE
In Europa, intanto, non si sta a guardare indifferenti. Benché
l'ultima generazione non si senta minacciata quanto quella
d'oltreoceano, il malessere giovanile si diffonde rapidamente, e le
teorie di Reich e Marcuse vengono accolte con uguale entusiasmo.
L'Inghilterra "isola felix" del laburista Wilson diventa in quegli
anni il faro della rivoluzione dei costumi; il clima creativo e
anticonformista della Swinging London afferma un modello adottato
dalla gioventù di mezzo mondo. La frattura con la generazione
precedente avviene anche qui clamorosamente: la restituzione
dell'onoreficenza MBE da parte di "Sir" John Lennon, per protesta
contro l'intervento inglese in Biafra, ne è uno dei simboli di
maggiore efficacia.
Ma il gesto politico di Lennon non deve trarre in inganno. I Beatles
si rendono coscienti di avere un'influenza maggiore dei leader
politici, ma sono divisi fra loro sull'uso da fare di questo potere (e
per questo si separeranno). Lennon si trasferirà in America a
proseguire le sue battaglie, perché in realtà la tendenza della
gioventù inglese andava verso l'edonismo, o meglio verso
quell'autocompiacimento per la "diversità" che si manifesterà
platealmente nel decennio successivo col movimento Punk.
A differenza del movimento americano, nato nei campus universitari,
quello inglese nasceva dalle periferie urbane, tra la working class.
Fosse dovuto allo stress da guerra fredda e all'incubo nucleare, o a
una percezione negativa delle convenzioni ipocrite della società
borghese, l'atteggiamento dei giovani inglesi era improntato alla fuga
dalla realtà.
Le fisosofie orientali, come pure la sperimentazione di droghe
allucinogene (è di quegli anni la scoperta dell' LSD) assecondano il
desiderio di sottrarsi alla logica delle lotte politiche e di classe.
Si vagheggia l'amore universale («All you need is love», cantavano i
Beatles) ma nel contempo ci si scontra selvaggiamente fra Rockers e
Mods per "sentirsi vivi" (vedasi il raro film « Quadrophenia »), senza
fermarsi ad analizzare le evidenti contraddizioni di questa ingenua
filosofia.
Sembra più serio e coerente il movimento dei Provos, nella vicina
Olanda, che in modo meno radicale degli hippies auspicano il ritorno a
forme meno complesse di società, e soprattutto a una maggior
attenzione all'ambiente (famose divennero le loro biciclette bianche):
nasce coi Provos il primo movimento "verde" d'Europa, presto assorbito
da un più vasto schieramento politico, e perciò semidimenticato.
Ma tocca adesso alla Francia occupare il posto d'onore nella vetrina
mondiale,.mentre in Inghilterra si spegne l'ebbrezza del welfare state
di Wilson, sopraffatto dal suo insostenibile peso finanziario, e sta
per iniziare l'era Heath di "austerity",
LA FRANCIA ABBRACCIA LA RIVOLUZIONE CINESE
Il "maggio parigino" del 1968 è assurto a simbolo della rivoluzione
culturale che infiammò il mondo occidentale, simbolo destinato a
durare nella storia almeno quanto il 1848, l'anno delle rivoluzioni
borghesi che plasmarono il mondo occidentale così come lo conosciamo.
A differenza del pragmatismo dei movimenti inglesi e americani,
intenti a isolare la gioventù da un mondo adulto nel quale non si
vuole riconoscere, le barricate parigine sono l'espressione di una
rivolta più colta e intellettuale, che teorizza un ruolo attivo dei
giovani sulla scena mondiale.
Gli slogan paradossali ("L'immaginazione al potere") cedono presto il
passo a una lucida visione dei problemi sociali. Gli studenti della
Sorbona, qualche mese più tardi, occuperanno la sede della prestigiosa
università e scenderanno in piazza a sostenere la protesta degli
operai Renault in sciopero. Da questi momenti confusi e creativi
emerge dunque un ruolo di sostegno alle classi operaie che vuole
andare ben oltre quello istituzionale dei sindacati. Il massimo
ideologo "del '68" diventa Daniel Cohn-Bendit (ora europarlamentare
per i Verdi), il quale per diversi anni sarà un punto di riferimento
per tutte le sinistre extraparlamentari che si formano nei vari Paesi
d'Europa. Ai nuovi fermenti aderiscono entusiasticamente anche gli
esistenzialisti, cioè i contestatori della generazione precedente.
Simone de Beauvoir e Jean-Paul Sartre tenteranno però inutilmente di
conciliare le differenze filosofiche fra i due movimenti: il loro
apporto teorico non verrà raccolto praticamente da nessun gruppo
europeo. Al contrario, un pensiero venuto da molto lontano contagerà
la Francia e l'Europa...
Poiché nel 1966 era avvenuta una singolare "rivoluzione culturale" in
Cina (nella quale in realtà Mao era stato privato del potere da un
gruppo di "fondamentalisti", per poi essere usato come un feticcio
vivente), i dogmi di quella rivoluzione, racchiusi in quello che
divenne famoso come "il libretto rosso di Mao", divennero i dogmi
anche di questa altrettanto anomala rivoluzione giovanile. Ripudiata
l'Unione Sovietica come "guida" del comunismo (nello stesso 1968 c'era
stata la repressione dell'«eresia» cecoslovacca, con grande sgomento
delle sinistre occidentali, che miravano a una maggior autonomia da
Mosca), il Verbo era ormai diventato il Maoismo. Per questa fase di
osmosi franco-cinese, percorso filmico obbligato sono le opere di
Jean-Luc Godard, da « La cinese » a « Crepa padrone, tutto va bene ».
L'ESPERIENZA SUDAMERICANA.
Prima di occuparci della peculiare interpretazione italiana dei
fermenti giovanili che avvenivano all'estero, è necessario ricordare
alcuni fatti avvenuti nei Paesi latino-americani, fatti che si
sarebbero rivelati gravidi di conseguenze per l'Italia.
Il successo della rivoluzione cubana aveva galvanizzato gli oppositori
dei regimi più o meno dittatoriali dell'area latina, ma sembrava
veramente difficile ripetere quell'exploit: la CIA aveva raddoppiato
la sorveglianza e la situazione rimaneva saldamente in mano agli
eserciti governativi controrivoluzionari.
Ernesto «Che» Guevara, l'argentino artefice della vittoriosa impresa
cubana, non era un personaggio notissimo. Era tutt'al più considerato
un tecnico della guerriglia: il suo libretto « La guerra per bande »
parve del tutto innocuo, fu pubblicato nel 1962 dalle Edizioni del
Gallo, di proprietà del Partito Socialista Italiano, e passò del tutto
inosservato. Il suo nuovo ruolo, nella Cuba post-rivoluzione, era
tutt'altro che entusiasmante: una poltrona da ministro e tante
scartoffie da firmare. Verso la metà degli anni '60 era sparito
improvvisamente senza lasciare traccia, tanto da far pensare che fosse
stato eliminato dallo stesso Castro per la sua non-ortodossia (Guevara
non era propriamente comunista, era un rivoluzionario puro).
Ma ben presto si sparge la voce che il Che sta combattendo insieme ai
ribelli del tale o del talaltro Stato sudamericano, apportando la sua
esperienza di stratega della guerriglia. La sua leggenda inizia a
prendere corpo. Quando è ucciso dall'esercito boliviano, e la
fotografia del suo cadavere orgogliosamente mostrata alla stampa di
tutto il mondo, nasce il mito del generoso combattente per la causa
dei deboli e degli oppressi, il Garibaldi del '900.
Questo mito pervade tutto il movimento giovanile perché appunto non si
presta a interpretazioni esegetiche di carattere ideologico, come il
libretto di Mao, o la dottrina di Lenin: è puro slancio romantico
verso la ribellione all'ingiustizia, è la teorizzazione della
rivoluzione per la rivoluzione.
D'altra parte proprio il fallimento della guerriglia in Bolivia, pur
guidata da quel mitico condottiero, impone un ripensamento strategico
della lotta clandestina per il rovesciamento del potere. Le esperienze
dei ghetti negri nordamericani suggeriscono che il modo migliore per
sottrarsi alla reazione governativa non è nascondersi sulle montagne o
nella giungla, bensì mimetizzarsi nelle grandi città, mischiati a
milioni di individui.
Tocca all' Uruguay, uno dei Paesi più tranquilli e meno in vista di
tutto il continente, di sperimentare la nuova tecnica di
destabilizzazione. A differenza del terrorismo classico, fatto di
attentati dinamitardi in luoghi pubblici, o di omicidi politici
commessi nelle strade, si sperimenta il sequestro di persona a scopo
di ricatto politico. Il gruppo rivoluzionario dei Tupamaros (che
deriva il nome dal ribelle inca Tupac Amaru) balza alle cronache
mondiali nel 1970 col clamoroso sequestro di tre diplomatici, il
console del Brasile e due "consulenti" statunitensi della CIA. In
cambio della liberazione degli ostaggi, i Tupamaros pretendono la
scarcerazione di alcuni loro esponenti. Nel braccio di ferro che ne
segue, viene ucciso a sangue freddo uno degli agenti CIA, Daniel A.
Mitrione (la vicenda è ricostruita nel film « L' amerikano »), e alla
fine i Tupamaros ottengono quello che vogliono.
Naturalmente il successo di questo metodo, presto imitato ovunque,
troverà contromisure adeguate: sanguinose repressioni da parte delle
dittature, sempre più appoggiate dalla CIA. Nella sola Argentina, si
conteranno a decine di migliaia i "desaparecidos", simpatizzanti (o
sospettati tali) delle sinistre: saranno rastrellati, torturati ed
eliminati in gran segreto (film: « La notte delle matite spezzate »)
L'evento più clamoroso è il rovesciamento, in Cile, del governo a
maggioranza socialista regolarmente eletto, e presieduto da Salvador
Allende. La CIA prima destabilizza l'economia cilena, poi appoggia e
organizza il colpo di stato del generale Pinochet, che introduce un
regime di terrore con migliaia di "desaparecidos" (quando gli
statunitensi sapranno il ruolo avuto dalla CIA se ne vergogneranno,
vedasi il film « Missing »)
Ma tornando ai fatti uruguayani del 1970, si può dire che è quello il
principio del moderno terrorismo occidentale. A questa impresa ne
seguono altre dei Tupamaros, e poi dei loro colleghi argentini
Montoneros, e via via il metodo si sparge a macchia d'olio, fino alla
costituzione, in Germania, della RAF-Rote Armee Fraktion, del partito
armato di Andreas Baader e Ulrike Meinhoff. Della tragica conclusione
di quella esperienza tedesca (quasi tutti i componenti morti suicidi -
o forse suicidati - in carcere) si occupa il film « Anni di piombo »,
che ricostruisce la vicenda della militante della RAF Gudrun Ensslin.
L' ITALIA DOPO IL BOOM.
Dalle esperienze variegate degli altri Paesi, il movimento giovanile
italiano sceglie e adatta alla propria realtà ciò che più gli aggrada.
Per tentare di capire quelle scelte occorre dare uno sguardo alla
situazione che si era venuta a creare durante gli anni '60 nella vita
politica della nazione.
All'inizio degli anni '60, dopo oltre 13 anni di governi di Centro, il
PSI entra nella coalizione governativa. Benché si tratti di un
appoggio dall'esterno, è nei fatti il primo governo di
centrosinistra, ed esordisce con una massiccia nazionalizzazione delle
risorse strategiche (energia, reti telefoniche) che erano
precedentemente di proprietà privata. L'Italia è in pieno sviluppo
economico (quel periodo sarà ricordato come quello del "boom", o del
"miracolo italiano") sulla spinta dei sostanziosi aiuti forniti dagli
USA con il piano Marshall. Qualcosa però si inceppa nell'ingranaggio,
dato che i grandi imprenditori, spaventati dall'iniziativa socialista
(che a loro appare addirittura "bolscevica"), iniziano a trasferire
capitali all'estero, sottraendoli all'ulteriore sviluppo economico
nazionale (si veda il film « La congiuntura »). Questo brusco arresto
della crescita viene battezzato appunto "congiuntura", con l'intento
di minimizzare le sue conseguenze e attribuirlo a un assestamento
casuale e passeggero. Invece si protae per diversi anni, congelando la
crescita dei salari che era prevista per gli anni '60 a completamento
del processo di industrializzazione a tappe forzate. Di fatto, la
classe operaia attendeva impazientemente che il boom economico
iniziasse a distribuire verso il basso le cospicue ricchezze prodotte
negli ultimi anni. Nell'immediato dopoguerra di ricchezze da
distribuire non ne esistevano, e un lavoro purchessia era sempre
meglio della disoccupazione (se non lo si conosce già, si veda
Ladri di biciclette »). Le masse operaie erano mobilitate
prevalentemente in funzione politica: lo sciopero generale del 1960
contro il governo Tambroni, che ne provocò la caduta a prezzo di morti
e feriti, ne è l'esempio più eclatante.
Ma quanto a rivendicazioni salariali, la situazione aveva ristagnato
per anni, anche a causa dell'eccesivo frazionamento sindacale, a sua
volta espressione del frazionamento politico delle masse lavoratrici.
In queste condizioni, il potere d'acquisto dei salari è uno dei più
bassi d'Europa, e il più basso in assoluto rispetto al PIL.
Per un tuffo in quel passato socio-economico, con tanto di prezzi,
salari e abitudini dei consumatori, consiglio questa volta un libro
dal tocco leggero, « Vola colomba » di Gian Franco Venè (Mondadori).
Quanto ai film, dopo il neorealismo dell'immediato dopoguerra era
prevalsa la tesi andreottiana che non si dovessero lavare i panni
sporchi in pubblico, e dopo un decennio di cinema "rosa" è proprio con
l'avvento del centro-sinistra che si ricomincia a parlare di sociale
anche nel cinema. Interessanti documenti della situazione
giovani/lavoro di quell'epoca sono « Il posto » del cattolico Ermanno
Olmi, « I basilischi » della socialista Lina Wertmüller, e « I nuovi
angeli » del comunista Ugo Gregoretti.
A rendere esplosiva questa situazione, già tesa di per sé, viene la
grande migrazione interna, che mette a stretto contatto culture
arcaiche e depoliticizzate con altre già ben addentro nei meccanismi
dell'industrializzazione (da non perdere il grandissimo « Rocco e i
suoi fratelli »).
Le incomprensioni reciproche rendono problematica e conflittuale la
vita nei grandi centri di produzione del Nord per tutti gli anni '60,
sia in fabbrica che nei quartieri operai, e sarà proprio il movimento
sessantottino a incanalare la rabbia proletaria verso un nemico
comune.
Ci sarebbe da chiedersi cosa poteva fare il centro-sinistra, e perché
non l'ha fatto, in una situazione così difficile per la condizione
operaia. Ma si rischierebbe di fare la storia con i "se", perciò sarà
bene soprassedere e ricapitolare invece la storia tormentata della
sinistra in quegli anni.
Nel 1964 era prevista una seconda fase del centrosinistra, con
l'ingresso dei socialisti nelle responsabilità dirette di governo, ma
al momento buono la DC appare chiaramente spaventata dalla reazione
della grande borghesia, che già aveva raggiunto l'inaspettato
risultato di fermare la crescita economica. Cerca quindi di frenare la
smania riformista del PSI, ma Nenni resiste, a costo di provocare la
crisi del governo. A questo punto il presidente della Repubblica,
Antonio Segni, riceve la visita del generale dei carabinieri Di
Lorenzo, il quale fino all'anno precedente era stato a capo del SIFAR
(come si chiamava allora il Servizio Segreto) e aveva raccolto un
voluminoso dossier su tutte le personalità politiche del tempo. Il
generale propone, papale papale, un colpo di stato congegnato nei
minimi particolari (prevede l'arresto e il confino di tutti i
parlamentari di sinistra), e poiché i carabinieri dipendono
direttamente dal capo dello Stato, chiede l'avallo di Segni. Non si
sono mai chiarite le responsabilità di quest'ultimo, ma quando il
piano (denominato "SOLO") trapela e fallisce, improvvisamente Segni
accusa un gravissimo malore e più tardi si dimette dalla carica. I
segretari dei partiti si riuniscono e si accordano per un "governo di
salute pubblica" onde non esasperare gli animi di fronte al grave
attentato alle istituzioni (che verrà taciuto all'opinione pubblica, e
scoperto solo tre anni dopo da L'Espresso). I socialisti devono
accettare un programma di riforme molto annacquato, e la loro ala
sinistra si distacca per protesta sotto la guida di Tullio Vecchietti.
Nasce così il PSIUP, che ben presto si troverà su posizioni più
radicali dello stesso PCI.
Nello stesso anno muore Togliatti, e il partito affida la leadership a
Longo, un uomo onesto che però non ha il carisma del suo
predecessore, né la sua astuzia politica: il PCI perde il suo appeal
soprattutto fra le ultime generazioni, che guardano con simpatia al
nuovo battagliero PSIUP. Deluso dalla mancanza di duttilità del
partito, un gruppo di intellettuali dissidenti si stacca dal PCI per
dar vita a un nuovo movimento, Il Manifesto, che in effetti guadagna
la simpatia di studenti e intellettuali, ma è pur sempre uno
schieramento d'élite e non di massa..
Intanto il PSI, senza contrappesi a sinistra, si avvicina sempre più a
posizioni centriste, fino ad abbracciare di nuovo il PSDI di Saragat
(transfugo dal 1948): nasce il PSU, ma avrà vita breve. Tra gli altri
motivi di disaccordo, gli eventi incalzanti del '68, e l'analisi che
di essi verrà fatta nella segreteria, divideranno un'altra volta i
partiti socialisti, senza peraltro che il PSI recuperi la sua ala
sinistra, che ormai cavalca la tigre della contestazione giovanile. La
scissione provocherà comunque una crisi di governo, nell'agosto 1969,
alla vigilia di quell'"autunno caldo" di rivendicazioni salariali, che
inaugurerà il lungo decennio di torbidi politici.
DALLA CONTESTAZIONE GENERALE ALLA STRAGE
Nel corso degli anni '60 si andava formando anche da noi, per
imitazione dei modelli inglesi e americani, lo stesso universo
giovanile musicofilo, vagamente pacifista e fortemente critico nei
confronti del mondo "adulto". Le teorie di Marcuse penetravano solo
nelle élites universitarie, quelle di Reich si scontravano con il
forte substrato cattolico (istruttivi sono i film «I pugni in tasca» e
«Grazie zia»). Solo quando arriva l'eco del maggio parigino, si
comincia a formare una coscienza del ruolo che il mondo giovanile può
assumere nella società. Fino a quel momento nelle università si erano
verificate sporadiche occupazioni (Pisa, gennaio; Milano, febbraio
1968) ma si è ancora ben lontani dalle barricate di Parigi. Quell'anno
passa apparentemente tranquillo, ma in realtà il dibattito nelle
scuole si va facendo sempre più rovente, provocando la scissione per
partenogenesi del movimento studentesco, cancellando vecchie
associazioni e creandone di nuove (si veda la mappa dei principali
gruppi e movimenti, ricostruita dall'allora giovanissimo giornalista
Massimo Fini e pubblicata da Linus nel 1973).
Sempre a Milano il prof. Trimarchi della "Statale" viene sequestrato e
malmenato dagli studenti, più tardi la prof. Malcangi dell'Istituto
Cattaneo verrà fatta ruzzolare dalle scale fra i lazzi dei suoi
alunni; mentre in tutte le scuole compaiono i famigerati tatzebao di
ispirazione cinese. La scuola assomiglia sempre più alla «Corazzata
Potemkin», ormai.
Ma la prima avvisaglia che i giovani sono scesi sul piede di guerra
anche al di fuori della scuola viene dalla Versilia, dove la notte di
Capodanno fra il '68 e il '69 un nutrito gruppo di studenti di Pisa
(il futuro Potere Operaio) "contesta" con uova e ortaggi lo spreco e
il lusso dei ricchi che festeggiano il nuovo anno nel locale chic La
Bussola (negli scontri con la polizia un giovane viene ferito e
rimarrà paralizzato; lo spettacolo intanto viene sospeso).
C'è poco da festeggiare per l'avvento del 1969: sarà uno degli anni
più bui del dopoguerra...
Sull'esempio francese, i giovani arrabbiati e contestatori scelgono il
mondo operaio quale oggetto della loro azione nel sociale. Per
l'autunno sono previste lotte sindacali per il rinnovo dei contratti
dei metalmeccanici: gli studenti promettono un "autunno caldo", e
difatti sarà talmente caldo che quella stagione passerà alla storia
con quel nome.
Fuori dalle fabbriche, arringano gli operai coi microfoni, e tentano
di sostituirsi ai sindacati classici promettendo tutto e di più,
subito. Gli operai sembrano entusiasti di un tale sostegno, e un po'
dappertutto nascono i CUB, comitati unitari di base, che voltano le
spalle soprattutto alla CGIL, accusata di non tutelare abbastanza gli
interessi della classe operaia. Si veda *assolutamente* il film « La
classe operaia va in Paradiso », forse troppo simbolico ma essenziale
per capire la dinanica di quella lotta per contendersi la leadership
sulle enormi masse operaie, le uniche forze che avrebbero potuto
vincere una vera rivoluzione.
Non si erano mai visti scioperi di tale portata, l'Italia ne è
shockata al punto che dopo soli 4 mesi dall'inizio delle
manifestazioni, Adriano Celentano interpreta a Sanremo il disagio
borghese di fronte a tanto sconquasso presentando una canzone dal
titolo significativo: « Chi non lavora non fa l'amore ». Il bello è
che la canzone vince il concorso canoro, a dimostrazione
dell'incapacità della gente di capire il momento cruciale che l'Italia
sta vivendo.
Milano diventa la piazza più "calda" d'Italia, durante uno sciopero i
dimostranti si scontrano con la polizia e ci scappa il morto, l'agente
di P.S. Annarumma. Ai suoi funerali esponenti di destra scatenano una
caccia all'uomo, studenti di "aspetto maoista" vengono percossi
brutalmente (si veda «San Babila ore 20: un delitto inutile»). Nei
primi anni la singola vittima fa ancora impressione, il suo nome resta
scolpito nella memoria (lo studente Franceschi, il dimostrante
Zibecchi...), ma più tardi le vittime saranno talmente numerose che
nessuno le memorizzerà più.
Il Movimento Studentesco di Mario Capanna assurge alle cronache per
una battaglia a colpi di spranga con altre fazioni di sinistra, e da
lì si svilupperà un infinito contenzioso su chi è più a sinistra degli
altri, giudice sempre la spranga...
Il bisogno di sentirsi "diversi" si spinge ben oltre la
contrapposizione al mondo adulto della politica tradizionale e delle
cosiddette ipocrisie borghesi. Ogni giovane sembra voler cercare una
propria identità in gruppi minuscoli e selettivi, e le diverse
correnti del pensiero di sinistra (marxismo-leninismo, maoismo,
trotzkismo) sono il pretesto per dividersi anziché unirsi.
Il 7 dicembre 1969, per non essere da meno dei "potoppisti" di Pisa,
Capanna organizza una replica della contestazione di Viareggio: il
lancio di uova marce contro il bel mondo che si dà appuntamento alla
Scala per la "prima" stagionale ha un'eco mondiale, e l'establishment
adulto inizia a interrogarsi sulle motivazioni che spingono giovani
universitari, mediamente benestanti, a ribellarsi contro il lusso nel
quale pure sono cresciuti. Questo sconcerto è manifestato nel film
Contestazione generale », che vorrebbe liquidare con ironia la
contraddizione per cui dei padri borghesi vengono accusati dai figli
(che sono altrettanto borghesi ma si fingono eroi di cartapesta) di
essersi arricchiti...
Ma il 12 dello stesso mese, sempre a Milano, accade un fatto tragico
che fa passare la voglia di sorridere e scuotere la testa: la bomba
che esplode nella Banca dell'Agricoltura di Piazza Fontana fa delle
vittime vere (16, più 98 feriti), e non di cartapesta. Un analogo
attentato, nello stesso giorno, alla Banca Commerciale di Roma fa
"solo" 16 feriti e viene subito dimenticato.
E' l'inizio degli
ANNI DI PIOMBO.
La polizia arresta gli anarchici, "perché si sa che le bombe le
mettono loro". Ma quando? All'inizio del secolo? E le bombe dell'OAS
francese, solo qualche anno prima, chi le metteva, se non gli
estremisti di destra? L'ufficio politico della Questura di Milano è
protagonista di un episodio agghiacciante: l'anarchico Pinelli viene
trovato morto nel cortile, sfracellato dopo un volo di tre piani. E'
un suicidio, dice il commissario Calabresi: per non cedere
all'interrogatorio ha preferito gettarsi dalla finestra. E' un
omicidio, sostiene tutta la sinistra: Pinelli è stato sospeso nel
vuoto con la minaccia di lasciarlo andare se non parlava, e qualcuno
ha mollato la presa (accidentalmente, forse, ma questo non diminuisce
la gravità del fatto).
L'episodio surriscalda gli animi, Dario Fo scrive il testo di «Morte
accidentale di un anarchico», Calabresi subisce un linciaggio morale
senza precedenti, finché nel 1972 viene assassinato da un commando
armato. Vent'anni più tardi Leonardo Marino, un "pentito" in stato
confusionale, si autoaccuserà di partecipazione all'omicidio, compiuto
materialmente da Ovidio Bompressi, e indicherà come mandanti gli
allora massimi dirigenti di Lotta Continua, Adriano Sofri e Giorgio
Pietrostefani. Nonostante l'evidente labilità psichica
dell'accusatore, per gli inquirenti il caso è risolto. Misteri
d'Italia... (per questi c'è addirittura un apposito sito,
http://misteriditalia.com)
Quello di Luigi Calabresi è un nome maledetto ormai: nel 1973, alla
cerimonia di commemorazione tenutasi in Questura nel primo
anniversario della sua morte, irrompe uno squilibrato e lancia bombe a
mano sulla folla, forse per colpire il ministro Mariano Rumor, facendo
una strage. Si chiama Gianfranco Bertoli, è un anarchico sbandato, e
non sa dare una spiegazione plausibile per il suo gesto. Altro
mistero.
Ma i misteri di quegli anni sono tantissimi, ed il primo è proprio
quello relativo alla bomba di Piazza Fontana. Subito dopo il caso
Pinelli, la Questura interroga il tassista che potrebbe aver portato
l'attentatore alla Banca dell'Agricoltura. Fra le segnaletiche degli
anarchici, riconosce il cliente che ha trasportato: è Pietro Valpreda,
un coreografo che la sera stessa del 12 si trovava a Roma per uno
spettacolo. Non importa, la polizia dimostra che si poteva mettere la
bomba, prendere un altro taxi per l'aeroporto di Linate, ed essere a
Roma in tempo per lo spettacolo.
Valpreda viene così arrestato, il tassista lo riconosce in un
confronto all'americana («E' lui, è lui!» sarà anche il titolo del
libro di memorie di Valpreda), ma non potrà mai ripeterlo in un
tribunale perché morirà l'anno seguente.
Valpreda resta in carcere fino al 1972, nonostante ormai nessuno creda
più alla sua implicazione: in Veneto il giudice Casson ha trovato una
pista molto più credibile, che porta agli ambienti di estrema destra.
La detenzione prolungata di Valpreda, senza che abbia la possibilità
di vedere un giudice, indigna gli italiani: esce il film «Detenuto in
attesa di giudizio» che narra una vicenda diversa ma in sostanza
simile, e infine Valpreda sarà candidato alle elezioni politiche del
1972 dal "Manifesto", un gesto inusitato, con grande eco politica, che
sarà emulato in seguito dai Radicali di Marco Pannella.
Le "piste nere" di Casson porteranno all'arresto degli estremisti di
destra Freda e Ventura (saranno poi assolti, come Valpreda finalmente
giudicato dopo oltre 20 anni: la bomba non l'ha messa nessuno,
quindi...) e si comincia a vociferare di "strategia della tensione"
ordita dai neofascisti per instaurare uno Stato di Polizia, complici i
servizi segreti. Uno 007 di nome Giannettini viene indagato, e si
scopre una struttura "deviata" che poi diventerà il comodo alibi di
tutte le fumosità dietrologiche di uno scaricabarile politico durato
anni e anni (significa, in soldoni, che nessuno poteva prendere nessun
altro con le mani nel sacco: era sempre un abile depistaggio dei
"servizi deviati"...). Le inefficienze dei servizi investigativi
alimentavano il sospetto di segrete coperture del terrorismo, ma il
più delle volte si trattava delle inefficienze tipiche delle strutture
burocratiche, delle quali abbiamo avuto tutti testimonianza in vari
campi. Questo non faceva eccezione. Per esempio non è la Digos, ma i
giornalisti a scoprire che un factotum della sede milanese del MSI è
praticamente un sosia di Valpreda. Viene inquisito ma la pratica
subito archiviata, a norma di procedura l'unico in grado di accusarlo
sarebbe il tassista, già morto da tempo...
Esistono davvero in quegli anni tentativi di provocare il terrore per
favorire la reazione?
In effetti, l'ondata giovanile di sinistra provoca da subito una
violenta reazione di destra: nel 1970 a Reggio Calabria si instaura
quasi una specie di Repubblica di Salò, al grido "Boia chi molla!", e
tutto perché il capoluogo di Regione viene spostato a Catanzaro...
Più serio nelle intenzioni, ma più ridicolo nell'esito è invece il
tentativo di colpo di stato che nel mese di dicembre di quello stesso
anno è messo in atto dagli ex legionari della Xª MAS sotto la guida
del loro antico comandante Junio Valerio Borghese: sembra che i
vegliardi della Legione abbiano pasticciato con gli orari e i luoghi
degli appuntamenti, e dopo una notte persa in vani spostamenti, al
mattino abbiano portato mestamente a casa i gagliardetti...
Questo episodio è trasposto nel film satirico «Vogliamo i colonnelli»,
ma c'è chi non ride per questi tentativi velleitari, la tensione è
veramente al culmine. E ancora si dovevano vedere le stragi dei
neofascisti bombaroli a Brescia (Piazza della Loggia) e sul treno
Italicus, in un crescendo che raggiunse il culmine nel 1980 con la
bomba all'affollatissima stazione di Bologna. E ancora gli omicidi di
matrice BR di magistrati e altre personalità politiche, fino al
delitto Moro...
Con tutte le forze di polizia impegnate contro il terrorismo, la
microcriminalità inizia a dilagare, la droga pesante - fenomeno prima
pressoché sconosciuto - diventa una piaga sociale, la mafia
addirittura cambia pelle e si trasforma, secondo modelli americani, in
un grande business internazionale. Chi non ha vissuto quegli anni non
può capire cosa sia la paura di uscire da casa, perlomeno nelle grandi
città... (su questo argomento c'è il film «Il belpaese», significativo
ma non bello).
Ma è in questo tremendo contesto storico che nasce la lotta armata
delle B.R., ispirata dall'esperienza dei Tupamaros e delle Black
Panthers, è in questo momento che si stampano libri "alternativi" dai
suggestivi titoli («Mai più senza fucile», «Il mitra è proletario»),
che la rivoluzione vagheggiata dal movimento giovanile sembra
imminente (film: Maledetti vi amerò»).
Negli anni 70 un giovane di un grande centro urbano "non poteva" non
essere di sinistra. Poteva al massimo scegliere a quale particolare
corrente aderire. Nel 1975 voteranno per la prima volta i diciottenni
(prima ci volevano 21 anni), e il PCI passerà dal 28 al 34%
all'istante, nonostante che i "rivoluzionari" disperdano i voti ancora
più a sinistra. E' un breve trionfo.
Il fallimento di queste velleità giovanili è sancito dal raduno di
Bologna nel 1977, che dà origine a quello che poi sarà chiamato
"Movimento del '77" ma non saprà mai coordinare un'iniziativa che è
una. L'anno prima c'era stato, al Parco Lambro di Milano, un patetico
tentativo di ripetere l'evento di Woodstock (il famoso Festival di Re
Nudo) ed era finito in rissa, con gli organizzatori che insultavano i
partecipanti e sospendevano il Festival. Nessuno sembra più riuscire a
frenare l'anarchismo e l'individualismo, e i dirigenti dei principali
gruppi (LC, AO, Potop) mollano tutto lasciando al loro destino
"fricchettoni" e "indiani metropolitani".
Poi viene il delitto Moro che sconcerta, invece di galvanizzare,
queste ultime frange di rivoluzionari, e quella è stata veramente la
fine. Iniziava il cosidetto "riflusso", che avrebbe allontanato la
generazione successiva dalle ideologie di sinistra in favore di un
esasperato edonismo. Il 7 aprile 1979, con l'arresto degli ideologi di
Potop (Negri, Piperno e Scalzone) si chiude la stagione
dell'ultrasinistra. Cinque anni prima questi arresti avrebbero
scatenato una rivolta di massa, ma in quel momento non si leva che
qualche protesta da parte degli intellettuali. Una lunga serie di
firme e nulla più.
Rimanevano da sconfiggere le ultime formazioni armate clandestine, ma
nessuno aveva dubbi, era solo questione di tempo. Nel 1983 la
battaglia era ormai stata vinta dallo Stato, e il bisogno dei giovani
di identificarsi in gruppi rivali trova nuove strade: ormai non si
distinguono più fra trotzkisti, leninisti e maoisti, ma fra paninari,
rockabilly e metallari...
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Ho finito, adesso anche potete tirare uova e frutta marcia :-))
Piero F.
> Le filosofie orientali, come pure la sperimentazione di droghe
> allucinogene (è di quegli anni la scoperta dell' LSD) assecondano il
> desiderio di sottrarsi alla logica delle lotte politiche e di classe.
Solo una nota: l'LSD è stato sintetizzato nel 1940 dal chimico svizzero
Albert Hoffmann.
La sua diffusione tra i giovani si ebbe solo a partire dalla metà degli
anni '60 (grazie alla pubblicità iniziale fattagli da un gruppo di
intellettuali, scrittori e filosofi quali Timothy Leary, William
Bourroughs, Aldous Huxley, Allen Ginsberg, Gerald Heard, Jack
Kerouac..) anche se era già stato sperimentato, come la psilocibina, nel
campo psicoterapeutico. L'uso dell'LSD venne da questi concepito quale
strumento pseudo-rivoluzionario: "turn on, tune in, drop out" (un
decondizionamento culturale che doveva colpire le basi stesse della
società occidentale) fu il motto del professor Leary, il "profeta
dell'LSD" del quale è interessante sottolineare i legami non solo con
la controcultura americana ma anche con le black panthers (che lo
ospitarono ad Algeri dopo una fuga dalle carceri americane nel settembre
'70). Riguardo all'ex professore di Berkeley ed Harvard, secondo Nixon
questi fu "la persona più pericolosa per l'America" nel periodo in cui,
tra un'incarcerazione e l'altra, predicava la necessità che ogni giovane
americano provasse almeno una volta nella vita l'esperienza di un
viaggio acido.
La criminalizzazione della sostanza, dichiarata illegale poco tempo dopo
l'inizio della sia diffusione su larga scala, produsse com'è ovvio un
deficit di informazione sulla stessa: ciò contribui notevolmente al
passaggio da un uso cognitivo e quindi pseudo-rivoluzionario, ad un uso
ludico e inconsapevole che, come hai giustamente scritto, assecondò il
"desiderio di sottrarsi alla logica delle lotte politiche e di classe".
ciao :-)
--
"Dai fumatori si puo' imparare la tolleranza: mai
un fumatore si e' lamentato di un non fumatore."
Sandro Pertini
> Solo una nota: l'LSD è stato sintetizzato nel 1940 dal chimico
> svizzero Albert Hoffmann.
E' vero, ci sarebbe tanto da dire sull'uso delle droghe per "allargare
l'area di coscienza". Timothy Leary è un personaggio su cui potremmo
discutere a lungo (ma sarebbe molto OT, qui), così come tutti i
cantori della beat generation che hai citato (anche se li collego al
peyote più che all'LSD).
Kerouac in particolare è stato il mentore del mio "rito di passaggio"
dell'adolescenza, peccato che qui in Italia nessuno sapesse dove
trovare la mescalina :-)
Comunque ho cercato di essere sintetico, il materiale sull'universo
giovanile era immenso, e nonostante la sintesi la lunghezza del post è
eccessiva...
Mi sono convinto subito che non l'avrebbe letto nessuno, troppo lungo
da leggere a video. Tu almeno la prima parte l'hai letta, è già una
soddisfazione :-))
ciao
--
Piero F.
> così come tutti i cantori della beat generation che
> hai citato (anche se li collego al peyote più che all'LSD).
Hai ragione, l'LSD comparve solo a partire dal '62, anche se
alla mescalina estratta dal peyote si erano già affiancati i
funghetti allucinogeni sudamericani (scoperti alla fine dei '50
dal suo collega psicologo Frank Barron) .
> Kerouac in particolare è stato il mentore del mio "rito di passaggio"
> dell'adolescenza, peccato che qui in Italia nessuno sapesse dove
> trovare la mescalina :-)
Allucinante :-)
> Comunque ho cercato di essere sintetico, il materiale
> sull'universo giovanile era immenso...
>..(cut)..
> Tu almeno la prima parte l'hai letta, è già una
> soddisfazione :-))
L'ho letto tutto ;-))
(e con molto interesse).
ciao :-)
--
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