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John Mearsheimer, La logica di potenza. L'America, le guerre, il controllo del mondo

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dEUS

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Oct 5, 2004, 5:28:48 AM10/5/04
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John Mearsheimer, La logica di potenza. L'America, le guerre, il controllo
del mondo, trad. it. di Bruno Amato, Milano, Università Bocconi Editore,
2003. Pagg. 451, ? 29, 50.


Voce spesso iconoclasta tra gli intellettuali americani vicini alla Destra,
John Mearsheimer offre al lettore un saggio di teoria e di storia delle
relazioni internazionali dallo stile chiaro e diretto, privo di gergo
accademico, e tuttavia ben lontano da intenti meramente "divulgativi". Lo
scopo dell'Autore è quello di delineare e di mettere alla prova, attraverso
il "laboratorio" della storia mondiale degli ultimi due secoli, una teoria
generale delle relazioni internazionali e del comportamento degli Stati nell
'agone politico mondiale. Mearsheimer si inserisce nella scuola di pensiero
del realismo politico, tra i cui esponenti meritano una menzione Hans
Morgenthau, Kenneth Waltz e Henry Kissinger. Le relazioni internazionali
nascono in un contesto di assenza di ordine globale, in quanto non esiste un
organismo sovranazionale in grado di assicurarlo. Ne consegue che i rapporti
di forza e il conflitto strategico costituiscono il cuore di tali relazioni,
e che gli Stati - gli attori decisivi nel teatro della politica mondiale -
non possano che agire sulla base di tale tragica evidenza. Ma se il realismo
classico di Morgenthau e Waltz asseriva che, nelle relazioni internazionali,
ogni Stato ricerca la sicurezza e l'equilibrio di potenza, puntando poi al
mantenimento dello status quo, la teoria sostenuta da Mearsheimer si
configura piuttosto come un "realismo offensivo". Lo scopo degli Stati non
può limitarsi alla difesa di un pur vantaggioso (una volta raggiunto)
equilibrio: per poter sopravvivere, una grande potenza deve puntare ad
aumentare la propria quota di potere assoluto e/o relativo, in quanto non
potrà mai avere la certezza che i propri competitori non decidano, presto o
tardi, di rompere l'equilibrio con politiche aggressive. Nel mondo
"hobbesiano" di Mearsheimer, non c'è posto per "Stati soddisfatti": il
tentativo di conseguire più potere è connaturato alle medie e grandi potenze
mondiali. Le modalità del sistema internazionale sono quindi tali per cui:
1) gli Stati sono gli "attori-chiave" della politica mondiale operanti in un
contesto anarchico; 2) le grandi potenze dispongono invariabilmente di
qualche capacità militare offensiva; 3) nessuno Stato può mai essere sicuro
che altri Stati non abbiano intenzioni ostili; 4) tutte le grandi potenze
mirano alla sopravvivenza in quanto tali; 5) gli Stati sono attori razionali
che operano con logiche utilitaristiche per "massimizzare" la propria
capacità di sopravvivenza (cfr. p. 329). Una grande potenza deve dapprima
raggiungere la sicurezza nella propria naturale sfera geopolitica (ad es.
l'intero continente americano per gli USA), per poi ottenere il massimo
potere relativo nell'arena mondiale. L'egemonia globale, virtualmente
irraggiungibile, si verificherebbe nel caso in cui la sicurezza della
posizione dominante di una potenza non fosse più minacciabile.


L'Autore insiste sul fatto che anche il XXI secolo sarà contraddistinto da
questi attori e da queste logiche: organismi sovranazionali come l'ONU si
dimostrano infatti inadeguati per il compito di imporre un ordine mondiale.
Tali organizzazioni sono piuttosto un luogo di mediazione dei conflitti tra
grandi potenze, e dipendono da queste ultime. La competizione mondiale, sul
piano politico e commerciale, è più viva che mai, e il fiorente traffico di
armi ne è una buona dimostrazione. "Nessuno", afferma Mearsheimer, "può
prevedere con ragionevole certezza quali saranno gli obiettivi di Cina e
Germania nel 2020. Non c'è indicazione alcuna che la sopravvivenza sia oggi
per gli Stati priorità meno importante di quanto non lo fosse prima del
1990". È inoltre priva di fondamenti, per il teorico americano, la
convinzione - alquanto diffusa dopo il 1989 - secondo cui le organizzazioni
internazionali sono in grado di limitare la sovranità delle grandi potenze,
costringendole ad agire in nome della cooperazione e ad abbandonare i
dettami del realismo. Di tale fenomeno non vi è evidenza, se solo si pensa
all'incapacità dell'ONU di impedire o di far cessare conflitti come quello
del Golfo (1991), nella ex-Jugoslavia (1992-1995 Bosnia, 1999 Kosovo), e
altri ancora. Semmai, la storia recente prova ancora una volta che gli Stati
più potenti cercano di agire all'interno delle organizzazioni internazionali
per trarne vantaggi; ma essi le "modellano" a proprio piacimento, per
aumentare la propria quota di potere relativo, considerandole "arene per
dare corso a relazioni di potere".


Mettendo da parte definitivamente ogni illusione "irenista", e rifiutando
decisamente sia la visione tipica di certi teorici della "globalizzazione",
per cui ci si avvierebbe - grazie al mercato mondiale - a un mondo più
democratico e pacifico, sia gli entusiasmi dei "neoconservatori" americani
circa il ruolo "missionario" della superpotenza americana, Mearsheimer
prevede, per il XXI secolo, nuove guerre tra grandi potenze. Nella sua
impostazione non vi è traccia dell'idea per cui gli USA sarebbero diversi
dalla potenze storiche europee e i loro interessi "coinciderebbero" con
quelli degli altri Stati. Riferendosi a un progetto strategico
semi-ufficiale messo a punto nel 1992 da alcuni neoconservatori (Paul
Wolfowitz, Lewis Libby, Dick Cheney e altri uomini politici vicini a Reagan
prima e a Bush Jr. poi), l'Autore individua la strategia globale americana
nel tentativo di impedire la nascita di un competitore mondiale. Ma in
questo senso, secondo Mearsheimer, la politica americana nei confronti della
Cina è sbagliata. Sulla base del principio per cui una potenza geopolitica
della forza demografica della Cina, una volta sufficientemente ricca, si
doterà di mezzi militari aggressivi adeguati a una politica di espansione
del proprio potere globale, il teorico statunitense afferma che gli
interessi degli Stati Uniti sarebbero quelli di provocare un indebolimento
della crescita dell'economia del paese asiatico. Ma questo non sta
avvenendo, e il risultato sarà un prossimo scontro, nell'area del Pacifico,
tra Washington e Pechino.


Il lettore troverà avvincente il testo di Mearsheimer per almeno due motivi.
Sul piano storico, la sua rivisitazione della politica di potenza di
Francia, Regno Unito, Austria, Germania e Russia alla luce del "realismo
offensivo" consentirà una rilettura di alcune decisive guerre europee degli
ultimi due secoli sulla base del "calcolo di potenza" e del rapporto, non
facile da cogliere univocamente, tra ricchezza e forza militare. Inoltre, il
ruolo della potenza marittima, sulla scia del teorico americano Nicholas
Spykman, è analizzato quale fattore decisivo per la potenza mondiale. Alcune
decisioni militari delle potenze europee potranno acquistare un significato
più preciso grazie a tale approccio storiografico, confortato da documenti,
dati e statistiche rigorose.
Ma è forse sul piano squisitamente teorico che il testo merita di essere
letto e approfondito. Esso ha infatti una natura "consapevolmente teorica"
(p. 7), e - verrebbe da aggiungere - coraggiosamente tale. Mearsheimer
rivendica l'indispensabile ruolo della teoria, in un periodo in cui essa non
gode certo di buona fama soprattutto tra gli storici. Egli riconosce che "le
teorie delle scienze sociali sono spesso rappresentate come oziose
speculazioni di accademici con la testa tra le nuvole" come nella sferzante
critica di Paul Nitze, secondo il quale i "decisori" politici dovrebbero
lasciare tali problematiche agli accademici per agire sulla base del "buon
senso", dell'intuito e dell'esperienza pratica. Con molta fermezza, l'Autore
rifiuta tale punto di vista. "In realtà, nessuno di noi potrebbe capire il
mondo in cui viviamo né prendere decisioni intelligenti se non ci fossero le
teorie" (p. 8). Egli paragona (felicemente a parere di chi scrive) la teoria
a una torcia accesa in un ambiente buio. È certamente impossibile che la
torcia metta in evidenza con precisione ogni dettaglio; essa tuttavia ci
serve per orientarci ed avanzare nell'oscurità (p. 10). Mearsheimer
riconosce senza infingimenti che la teoria sociale non può essere come le
scienze naturali. Qualsiasi pronostico politico non può essere scevro da
errori, data l'estrema complessità della materia. Occorre autosorvegliarsi
con umiltà, non esibire certezze arbitrarie e ammettere che "la visione
retrospettiva", con buone probabilità, "rivelerà sorprese ed errori". Le
teorie "si imbattono in anomalie perché semplificano la realtà enfatizzando
determinati fattori e ignorandone altri" (p. 7). La stessa teoria del
"realismo offensivo", per ammissione di Mearsheimer, mostra ad esempio di
non saper spiegare per quale motivo la Germania guglielmina non entrò in
guerra nel 1905, allorché era la maggior potenza europea e la Russia era
uscita indebolita dal conflitto col Giappone, ma lo fece invece nel 1914, in
condizioni politico-diplomatiche e militari meno favorevoli.
Gli scienziati sociali, nell'opinione dell'Autore, dovrebbero però usare lo
stesso le proprie teorie per formulare previsioni sul futuro: "Fare
pronostici aiuta a informare il discorso politico" e - in definitiva -
"contribuisce a dare un senso agli eventi che si svolgono nel mondo che ci
circonda".


Nonostante la tipica concezione dello Stato della scuola realista - un po'
troppo monolitica e "immutabile" - e una certa sottovalutazione degli attori
non statuali della politica mondiale (quali ad esempio le organizzazioni
internazionali e alcuni grandi gruppi economici, almeno in parte in grado di
influenzare la politica estera degli stati), questo saggio resta tra i più
convincenti e stimolanti per chi voglia trattare i temi globali del XXI
Secolo sulla base della storia moderna e contemporanea e dell'analisi
politologica e strategica.

Federico Bordonaro

http://w3.uniroma1.it/dsmc/ricerca/libri/bordonaro-2-0104.html

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