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L'alba della lotta armata. Parla Renato Curcio.

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Piero F.

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Apr 3, 2002, 4:59:15 PM4/3/02
to
Ho esitato a lungo prima di proporre questo testo, che le polemiche
sull'omicidio Biagi mi avevano fatto riprendere in mano.
Proprio per non provocare ulteriori tensioni mi ripromettevo di
parlarne qui solo ed esclusivamente se gli aderenti ai vari movimenti
comunisti l'avessero gradito. Infatti appare chiaro che l'humus della
lotta armata è stata la classe operaia sindacalizzata, anche se a un
certo punto c'è stata una frattura insanabile tra il PCI e i sindacati
da una parte, e le BR dall'altra. Frattura che ha visto nel martirio
del sindacalista Guido Rossa la prova della fedeltà alle istituzioni
democratiche dell'area "regolare" di sinistra.

Pomero e il Batavo mi hanno invitato a pubblicare questo testo, che
NON VUOLE ASSOLUTAMENTE ESSERE UN ATTO D'ACCUSA. Ma piuttosto una
dolorosa constatazione, e cioè che la percezione dell'ingiustizia
sociale finisce per stuzzicare il lato romantico di giovani anche
seri, preparati e moralmente sani, che ambiscono a diventare dei Robin
Hood, votati a raddrizzare con gesti individuali le storture della
società. Oggi le ingiustizie sociali sono senz'altro più smussate che
non nei '70, Berlusconi a Palazzo Chigi non è la stessa cosa di una
bomba in Piazza Fontana... Di Robin Hood da strapazzo, pronti
all'omicidio in nome del proletariato, NON ABBIAMO BISOGNO.
I sogni di quella gente sono un incubo per tutti gli altri.

Renato Curcio è stato arrestato prima che il suo sogno si trasformasse
in incubo, la lunga scia di sangue che le BR si sono lasciate dietro
non è da addebitare a lui.
Tuttavia non ha battuto ciglio per la condanna pesantissima che gli è
stata inflitta, non ha chiesto perdono, non ha "abiurato" la logica
che l'ha condotto alla lotta armata (che egli avrebbe voluto fosse
simbolica e incruenta).
Ammette la sconfitta, si rende conto che la società (compresa la
classe operaia) ha rifiutato quella logica, ma non chiede sconti. La
detenzione ingiusta è la sua ultima speranza di evidenziare le
contraddizioni di questa società "perfetta e democratica".
Il suo testamento politico è rappresentato dal libro-intervista di
Mario Scialoja, «A viso aperto», pubblicato da Mondadori, da cui sono
tratti questi brani.
Criticate Curcio per le sue scelte, ma non disprezzatelo. Sotto molti
aspetti è un uomo migliore di tante persone che conosco.
--
Piero F.
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PRIMA FASE - LA LOTTA IN FABBRICA
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1. MILANO: ATTACCO ALLA PIRELLI E ALLA SIEMENS

[Curcio] Noi sapevamo bene di non essere dei banditi e ritenevamo di
muoverci sia nella tradizione rivoluzionaria marxista-leninista più
classica, sia nella nuova prospettiva di guerriglia urbana praticata
dai gruppi latino-americani e anche dai Black Panthers nelle grandi
città del Nord America. Comunque non avevamo altra scelta, era un
rischio da correre.

[Scialoja] A quel punto avete sottoposto all'approvazione degli altri
la sigla Brigata rossa?
[Curcio] Sì, in primo luogo agli operai Pirelli, e venne subito
accettata. Anche perché qualcuno ricordò che nel nostro movimento
avevamo già un simpatico gruppo che si fregiava del colore
rivoluzionario, le «zie rosse».

[Scialoja] I volantini li scrivevi tu?
[Curcio] In genere sì. Ero quello che redigeva il testo. Lo facevo
dopo aver lungamente ascoltato il parere degli operai e dei compagni
che erano stati direttamente coinvolti nella vicenda. Il mio disegno
era quello di rilanciare gli slogan raccolti in fabbrica aggiungendovi
le nostre analisi. Guardate, scrivevo, dobbiamo cominciare a pensare
in modo nuovo le lotte operaie: proponiamo un'organizzazione meno
aperta e più guerrigliera del potere operaio.
Ne veniva fuori una scrittura povera che voleva essere efficace.
Spesso siamo stati criticati per quel linguaggio. «Quanto siete
rozzi!», ci hanno detto in tanti. Ma io mentre scrivevo avevo sempre
in mente una chiacchierata fatta con un esponente dei Black Panthers
in esilio ad Algeri, il quale, ridacchiando, ci aveva mosso una
critica severa: «Quando parlate di ciò che avviene nei quartieri e
nelle fabbriche siete così preoccupati di riportare tutto nei vostri
schemi ideologici che non vi accorgete di quanto diventate
incomprensibili..». Meglio essere rozzi che incomprensibili, allora mi
dicevo.
Purtroppo, spesso, riuscimmo ad essere insieme rozzi e
incomprensibili.

[Scialoja] Tu partecipavi sempre anche agli attentati?
[Curcio] Su questo argomento ci furono lunghe discussioni. Alcuni
compagni erano dell'avvìso che dovevo essere tenuto fuori dalle azioni
a rischio perché servivo per redigere i giornali, i fogli di lotta, i
volantini. In più io tenevo rapporti con molta gente diversa: operai,
sindacalisti, proletari dei quartieri popolari milanesi, vari orfani
del '68 che avevano sciamato un po' dappertutto. Una mia eventuale
cattura, si pensava, poteva nuocere a molti.
D'altra parte, personalmente, premevo per partecipare e, poco a poco,
si affermò la tesi che non bisognasse disgiungere il braccio dalla
mente. Non ci sembrava una cosa giusta, tanto più che criticavamo quei
gruppi come Potere operaio e Lotta continua che avevano i loro «bracci
armati» separati dalle organizzazioni politiche.
Così, all'inizio, sono stato un po' in disparte, ma presto ho
cominciato a partecipare agli attentati come gli altri. Comunque in
quel periodo non avevamo problemi di «mano d'opera» perché quando si
trattava di compiere un'azione punitiva contro un capetto di fabbrica
c'erano decine di nostri compagni operai che chiedevano di
partecipare.

[Scialoja] Come venivano diffusi i vostri volantini?
[Curcio] In fabbrica, nei modi più semplici: distribuiti a mano
durante i cortei interni, lasciati sui tavoli degli uffici sindacali,
negli spogliatoi, sulle linee di montaggio. Ogni tanto, per creare
sorpresa, qualcuno inventava un nuovo metodo più o meno ingegnoso:
come quello di infilarli nei tubi della posta pneumatica facendoli
arrivare direttamente sui tavoli degli impiegati e dei dirigenti.
Noi all'epoca non eravamo ancora dei clandestini. Nel movimento ci
conoscevano tutti. E in fabbrica molti, compresi i sindacalisti del
Pri e gli operai che aderivano alle altre formazioni
extraparlamentari, sapevano chi eravamo e anche cosa facevamo.
Partecipavamo a dibattiti pubblici. Abitavamo in appartamenti
affittati col nostro vero nome. Insomma, agivamo quasi allo scoperto,
senza molte cautele. Ma le Brigate rosse erano nate.

2. IL SEQUESTRO DI HIDALGO MACCHIARINI

[Scialoja] E così ti ritrovi ad essere fondatore, ideologo e leader
del primo nucleo brigatista che opera essenzialmente alla Pirelli e
alla Sit-Siemens.. Questa esperienza servì per Macchiarini?
[Curcio] Molto, perché ci aveva fatto capire come muoverci tra la
gente. L'ingegnere Macchiarini lo abbiamo preso all'uscita della
fabbrica, in mezzo a tanti operai. Due compagni lo hanno avvicinato:
«Non faccia un gesto, siamo armati, ci deve seguire e salire su quel
camioncino». Era un furgoncino 850 Fiat. Lui ha obbedito. E le cose
sono filate lisce. Venne tenuto per qualche ora dentro il furgone che
continuava a circolare per Milano. Senza fargli nessuna violenza, gli
dicemmo che lo avevamo catturato solo per farci spiegare alcuni
aspetti della vita aziendale e delle ristrutturazioni che si andavano
facendo alla Siemens. Lui era abbastanza impaurito e decise
immediatamente di rispondere alle nostre domande. Quando venne il
momento di puntargli addosso la pistola per scattare la polaroid, gli
spiegammo che quel gesto «simbolico» non rappresentava minimamente una
minaccia per lui. Per un attimo tremò, senza crederci, poi capì che
gli stavamo dicendo la verità.
La foto del prigioniero con la pistola puntata alla testa e il
cartello al collo è apparsa su tutte le prime pagine. Sul cartello,
sotto la sigla Brigate rosse, avevamo scritto: «Mordi e fuggi. Niente
resterà impunito. Colpiscine uno per educarne cento. Tutto il potere
al popolo armato». Degli slogan di importazione, ma che diventeranno
famosi anche in Italia.
Però dopo questo sequestro e dopo la morte di Feltrinelli, avvenuta
qualche giorno più tardi, le indagini si intensificarono e la polizia
ci arrivò praticamente addosso. Dovemmo scappare a gambe levate per
non essere presi. E, da quel momento, ci trasformammo in clandestini.
.. Per un verso, la situazione era decisamente buia: morto
Feltrinelli, i Gap praticamente spariti, sbaragliati i compagni
francesi di Nouvelle Résistance, Andreas Baader, Ulrike Meinhof e gli
altri militanti tedeschi della Raf quasi tutti arrestati... Una
valutazione ragionevole ci spingeva a pensare che l'esperienza della
lotta armata in Europa era più o meno fallita e non ci restava che
tirare i remi in barca, finché eravamo in tempo.
D'altra parte però, proprio in quel periodo, le reazioni positive
all'uccisione del commissario Luigi Calabresi diffuse nel movimento
avevano creato un contesto favorevole alla lotta armata. E,
soprattutto, ci arrivavano pressanti richieste di non mollare da parte
delle fabbriche, Pirelli, Siemens, Alfa, dove eravamo stati attivi.
Inoltre, un gruppo di operai della Fiat Mirafiori chiese di
incontrarsi con noi.
Si trattò di uno stimolo decisivo. Andai a Torino con Margherita.
Parlammo lungamente con due «delegati» i quali insistettero molto per
convincerci ad aprire un nuovo fronte alla Fiat. «A Milano non potete
più andare perché vi conoscono troppo», fu il loro ragionamento:
«Allora, venite qui dove siamo in tanfi e ben determinati a muoverci».
Tornati nel nostro rifugio - da Pianello ci eravamo trasferiti in una
villetta vicino a Rimini - discutemmo sulla proposta e decidemmo di
tentare di nuovo. Margherita ed io ci saremmo trasferiti a Torino,
mentre Franceschini e Bertolazzi, dopo aver rintracciato Moretti che
risultava ancora disperso, dovevano provare a rimettere in piedi
l'organizzazione a Milano.

3. TORINO: ATTACCO ALLA FIAT

[Scialoja] Nell'estate '72 arrivano dunque le Br alla Fiat...Quali
sono state le vostre prime azioni a Torino?
[Curcio] All'inizio ci dedicammo a organizzare dei «fogli di lotta»
praticamente quotidiani. Scritti dall'interno dei reparti, esaminavano
il ciclo lavorativo e i suoi punti critici, informavano sulla crescita
delle lotte operaie, lanciavano appelli e convocazioni per le
assemblee. Ne distribuivamo molte centinaia, che venivano poi raccolti
nei «diari di lotta» pubblicati dai giornali di controinformazione.
Intanto, alcune «tute blu» vicine a Potere operaio, come Cristoforo
Piancone e Luca Nicolotti, divennero nostri militanti. E passò con noi
anche Angelo Basone, uno dei giovani dirigenti della sezione del Pci
interna alla Fiat.
In quel momento la fabbrica torinese si avvicinava al suo ciclo di
lotte più violente che sfocerà nella grande occupazione di Mirafiori
dell'autunno '73. Il potere operaio in fabbrica si manifestava nei
continui cortei interni che spesso si trasformavano in veri e propri
scontri. I «fazzoletti rossi», gli operai più politicizzati e attivi,
venivano individuati e puniti, con licenziamenti e trasferimenti, da
odiatissimi controllori e capetti. Il sindacato giallo al servizio dei
padroni era considerato il più subdolo nemico da battere. Noi
lavoravamo soprattutto per tentare di sfaldare il sistema dei
controlli e delle spie alle catene di montaggio e attorno ai cortei di
lotta.
Nel clima bollente di quei giorni fu facile passare all'azione vera e
propria. Così anche a Torino bruciammo decine di automobili di spioni
e provocatori. Inutile dire che questi micro attentati ci resero
rapidamente popolari in una vasta fascia di operai Fiat. Tanto che,
nel giro di brevissimo tempo, ci giunsero pressanti richieste di «fare
qualcosa di più».

[Scialoja] «Colpirne uno per educarne cento»: anche alla Fiat avete
cominciato a organizzare sequestri dimostrativi.
[Curcio] Esattamente. Nel febbraio '73 preleviamo per strada Bruno
Labate, capo del sindacato fascista Cisnal. Lo portiamo in un
appartamento e lo interroghiamo per varie ore. Ci racconta il
meccanismo col quale la Fiat assume del personale di destra per spiare
gli operai contestatori e creare delle provocazioni. Il giorno dopo,
con Margherita, Ferrari e Bonavita, riporto Labate in macchina davanti
al cancello Uno di Mirafiori, al momento dell'uscita del turno.
Davanti a centinaia di operai, lo facciamo scendere dall'auto, lo
ammanettiamo a un lampione e gli mettiamo al collo il solito cartello.
Poi, a viso scoperto, con calma, distribuiamo i nostri volantini Br e
ce ne andiamo non senza suscitare qualche applauso. Labate rimane lì
alla gogna fino all'arrivo della polizia, per più di un'ora,
circondato dagli operai che gliene dicono di tutti i colori. E nessuno
apre bocca per fornire indicazioni utili a identificarci.
A quel punto, l'area dei nostri simpatizzanti all'interno della Fiat
era diventata veramente molto ampia.

[Scialoja] Quali erano i tuoi rapporti con i dirigenti di Potere
operaio che ruotavano attorno alla grande fabbrica torinese?
[Curcio] Nella differenza di posizioni, c'era tra noi un confronto
aperto e una diffusa solidarietà. Ricordo di aver incontrato alcune
volte Toni Negri nella lussuosa villa del suo amico Carlo Saronio,
vicino Torino. Era abbastanza critico rispetto al nostro modo di
concepire la clandestinità all'interno del movimento, ma la divergenza
maggiore riguardava il giudizio sul Pci. Negri era molto severo con il
Partito comunista che, a suo avviso, restava totalmente inserito nel
sistema di potere dominante. Io e i compagni Br ci dimostravamo
decisamente più elastici, non tanto per differenze ideologiche o di
analisi, quanto per motivi pratici: al nostro fianco, in fabbrica,
lavoravano molti operai ancora inquadrati nelle organizzazioni
sindacali e nelle sezioni del Pci.
Noi non potevamo permetterci di maltrattare il partito di Berlinguer.

4. IL SEQUESTRO DI ETTORE AMERIO

[Scialoja] Le Br dunque si consolidano dentro la Fiat e decidono di
compiere un'azione più impegnativa: il primo sequestro «lungo» di
persona, quello di Ettore Amerio... Perché lui? E quale scopo vi
eravate prefissi?
[Curcio] Alla fine del '73 alla Fiat e in altre fabbriche torinesi
collegate disponevamo di una ventina di brigate composte ognuna da
quattro o cinque uomini. Questi «regolari» avevano però attorno
un'area di simpatizzanti formata da centinaia di operai.
Nell'autunno l'occupazione di Mirafiori rappresentò un avvenimento
grandioso: continui cortei interni, tutti i reparti bloccati, i
cancelli presidiati, sui muri perimetrali centinaia di bandiere rosse,
l'intera fabbrica per tre giorni praticamente in mano agli operai.
C'erano voluti più di dieci anni di crescita delle lotte autonome per
arrivare a quel punto. In qualche modo il movimento dell'«operaio
massa» - senza qualificazione, disaffezionato al lavoro, quasi sempre
meridionale - portava a compimento il tragitto iniziato nel '62 con i
primi scioperi non indetti dal sindacato e con gli scontri di piazza
Statuto.
A quel punto la lotta per il rinnovo del contratto di lavoro dei
metalmeccanici, la crisi energetica, le minacce di licenziamenti di
massa, concorrevano a creare un clima esplosivo. E fu quel clima
esaltante e i nostri successi precedenti che ci convinsero ad
allungare il passo.
Scegliemmo il cavalier Ettore Amerio perché, come capo del personale
della Fiat Auto e vecchio dirigente presente in fabbrica fin dai tempi
di Valletta, rappresentava un simbolo del «padrone» ed era al corrente
di tutti i segreti del reclutamento di quel serbatoio di spioni e di
provocatori che avevamo eletto nostri diretti avversari...
.. Il sequestro fu preparato da me, con Margherita, Ferrati e
Bonavita, ma vennero ad aiutarci anche dei compagni della colonna
milanese. Prendemmo Amerio la mattina, sotto casa sua, in pieno centro
di Torino. Il solito «ci segua», «salga su quella macchina», poi i
batuffoli di ovatta sugli occhi e tutto come da copione, senza
problemi. Lo portammo in un appartamento dove avevamo preparato una
piccola stanza insonorizzata. Non gli venne fatta nessuna violenza,
anzi, poiché faceva freddo, gli comprammo degli abiti adatti.
Con un cappuccio in testa, fui io a interrogare il sequestrato. In
realtà si trattò di lunghe chiacchierate. Gli chiedevo di raccontarmi
la strategia aziendale, la tecnica dei controlli interni, i criteri di
selezione nelle assunzioni. Lui cominciò a discutere anche di
politica. Ma come, esclamava sinceramente sbalordito, la Fiat sta
cercando di aprire delle fabbriche in Urss, lì le cose per noi vanno
benissimo, non c'è mai uno sciopero, gli operai lavorano senza
protestare. E voi mi dite che volete la rivoluzione per creare una
società sul tipo di quella sovietica!
In certi momenti mi sembrava più perplesso e stupito che non
amareggiato per la sua sorte. Io gli spiegavo che noi volevamo un
sistema sociale capace di far vivere i principi ideali del Comunismo e
non una società sul modello sovietico. Ma, in fondo, il povero
cavalier Amerio non aveva tutti i torti quando mi ripeteva: «Proprio
non vi capisco».

[Scialoja] La sua liberazione era prevista sin dall'inizio? Avete
chiesto qualcosa in cambio?
[Curcio] Certo che la sua liberazione era prevista. All'epoca
l'eliminazione di un sequestrato non ci passava per la testa. Non
ponemmo nessuna esplicita condizione al suo rilascio perché non
volevamo esporci a un braccio di ferro che avrebbe potuto risultare
perdente. In quel momento il problema più caldo alla Fiat era quello
della cassa integrazione: nei nostri volantini lasciammo intendere che
ci interessava una marcia indietro della direzione aziendale su questo
punto. Quando un segnale in tal senso arrivò, lo considerammo una
contropartita soddisfacente per il rilascio.
La mattina presto rimettemmo ad Amerio i suoi vestiti, gli
riconsegnammo i suoi soldi e gli oggetti personali. Lo presi sotto
braccio, gli dissi «adesso ti riportiamo a casa», e lo lasciai in un
giardino pubblico vicino alla chiesa della Grande Madre.
Quell'azione clamorosa e non violenta fece salire alle stelle le
quotazioni Br. Potere operaio e militanti di Lotta continua ci
manifestarono il loro apprezzamento. Ma nei fatti il sequestro Amerio
non ci servì ad ottenere un successo politico concreto nelle lotte
operaie. E capii che bisognava spostare il tiro.

[Scialoja] Che vuoi dire?
[Curcio] Che il rinnovo del contratto metalmeccanici venne firmato dai
sindacati a condizioni ben diverse da quelle per cui le avanguardie di
fabbrica avevano lottato.
Quella mattina alle cinque e mezzo ero a scaldarmi al fuoco davanti al
cancello Uno di Mirafiori con decine di compagni operai. Quando
arrivarono i militanti del Pci con «l'Unità» in tasca e vedemmo i
titoli sulla firma del contratto, esplose una grandissima rabbia. I
«fazzoletti rossi» si sentirono traditi. «Ma che schifo», urlarono,
«noi occupiamo la fabbrica perché vogliamo che i padroni vengano qui a
firmare il contratto davanti a noi, sotto i nostri occhi, e quei
venduti del sindacato si mettono d'accordo dietro le nostre spalle, a
Roma!». Bruciarono «l'Unità», cacciarono i comunisti dai cancelli,
volarono colpi e insulti violenti. E, all'interno delle Br, si aprì un
nuovo dibattito.
Noi a Torino, ma anche a Milano, fino a quel momento ci eravamo mossi
su una linea totalmente operaia. Erano le grandi fabbriche, avevamo
pensato, i luoghi privilegiati in cui verificare la nostra
impostazione e far maturare le avanguardie rivoluzionarie. Invece, con
quella sconfitta, ci rendevamo conto che anche il potere operaio non
poteva crescere solamente su se stesso restando confinato all'interno
delle fabbriche. Le decisioni «pesanti» venivano prese a Roma.
Bisognava attaccare il serpente dalla testa. Alzare il livello del
nostro scontro affrontando direttamente il potere politico: cioè le
articolazioni centrali dello Stato e la stanza dei bottoni gestita
dalla Democrazia cristiana.
Inizia così una nuova fase della nostra storia: l'attacco al cuore
dello Stato.
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SECONDA FASE : LO STATO NEL MIRINO
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1. IL SEQUESTRO DEL GIUDICE MARIO SOSSI

[Scialoja] Il sequestro venne compiuto alla vigilia del referendum sul
divorzio e all'epoca tutta la sinistra, Partito comunista in testa,
vide una correlazione tra i due fatti
[Curcio] Ovviamente sapevamo che c'era il referendum sul divorzio, nel
senso che vivevamo in Italia e non sulla luna. Ma non abbiamo mai
pensato che il sequestro del giudice Sossi potesse incidere
negativamente sulle sorti di quella consultazione. E i fatti ci hanno
dato ragione: il divorzio è passato a gonfie vele dimostrando la
stupidità della valutazione del Pci sul rapporto tra un'azione armata
Br e una votazione referendaria.
Quelle erano fantasie dietrologiche tipiche del Partito comunista e
del giornalismo grandi firme di quegli anni. Di fatto, noi abbiamo
compiuto Fazione in quel momento perché l'abbiamo legata all'esito
negativo delle lotte alla Fiat e alla nostra esigenza di aprire un
terreno di scontro diverso, fuori dalle fabbriche, oltre i confini del
mondo operaio........
Gli sviluppi del sequestro Sossi sono piuttosto noti. Non era un
giudice qualsiasi. Era democristiano, reazionario e non si può dire
che godesse immeritatamente di una pessima fama. Da molti veniva
soprannominato « dottor manette » e accusato di aver manipolato l'
istruttoria contro il gruppo genovese « 22 Ottobre », uno dei primi ad
aver imboccato la strada della lotta armata.
Fu un'azione più complessa che mobilitò un gran numero di brigatisti.
Io facevo parte del primo nucleo, quello che doveva catturare il
giudice. La sera del 18 aprile '74 eravamo in otto a presidiare la
zona. Con la tecnica di sempre, due di noi gli si avvicinarono: «Salga
in quella macchina, abbiamo la pistola...». Non fece storie, tutto
filò liscio, nessuno si accorse di niente. Dopo pochi chilometri, alla
periferia di Genova, lo consegnammo al secondo nucleo e il nostro
intervento finì lì.
Lui, pavido e impaurito, collaborò in pieno, raccontò dei loschi
traffici di Umberto Catalano, capo della squadra politica della
Questura di Genova e uomo di mano di Paolo Emilio Taviani, delle
inchieste insabbiate, dei processi politicizzati e truccati, delle
oscure manovre attorno al rapimento del ricco genovese Gianfranco
Gadolla... Le confessioni scritte di suo pugno e i suoi divertenti
disegnini arrivarono addirittura sulle pagine dell'«Espresso»........
Ricordo che in quei giorni, assieme a Franceschini, contattai una
persona che avevamo conosciuto negli anni '68-'69 a Milano: una specie
di ambasciatore itinerante del Vaticano che aveva buoni rapporti con
il governo di Cuba. Lo incontrammo in una chiesa di Roma per
chiedergli di appurare se l'ambasciata cubana era disposta ad
accogliere i detenuti del «22 Ottobre» dopo la loro eventuale
liberazione. In un secondo incontro ci comunicò che l'ambasciata
presso Io Stato italiano, in seguito a un duro intervento del Pci,
aveva risposto negativamente; mentre invece la delegazione presso la
Santa Sede aveva lasciato intendere che la cosa poteva essere
possibile. Nel caso in cui i compagni del «22 Ottobre» fossero stati
rilasciati, il nostro «amico» precisò che sarebbe stato disposto lui
stesso ad accompagnarli nella sede extraterritoriale della delegazione
cubana, da dove poi avrebbero potuto proseguire per una destinazione
all'estero.
Ovviamente il progetto non ebbe seguito perché Coco fece saltare
all'ultimo istante la concessione di libertà provvisoria. Credo però
che proprio da questo episodio isolato - il personaggio della Santa
Sede da noi contattato in quell'occasione era conosciuto solo da
Margherita, Franceschini e me, e non venne mai più avvicinato - sono
nate le successive leggende di collegamenti tra Brigate rosse e
ambienti del Vaticano di cui si è favoleggiato anche durante il
sequestro Moro.
Con Sossi eravamo comunque riusciti a creare un gran subbuglio e a far
esplodere in bella vista i contrasti tra i diversi poteri dello Stato.
Un risultato che ci sembrò contropartita sufficiente al rilascio del
timoroso prigioniero.
.. In quel clima preoccupante ci sembrò che evitare spargimenti di
sangue fosse di vitale importanza. Tutti noi, credo, eravamo
sinceramente convinti che per un gruppo guerrigliero in fase di
espansione, quale ci ritenevano, fare dei morti fosse una cosa
sbagliata e controproducente.

[Scialoja] Franceschini nel suo libro sostiene invece che «il
sequestro Sossi fu la prima azione in cui le Br avevano previsto la
possibilità di uccidere l'ostaggio». Eravate o no arrivati al punto in
cui la morte entrava nei vostri programmi?
[Curcio] Non ci saremmo certamente imbarcati in un'operazione di quel
genere se non fossimo stati determinati all'uso eventuale delle armi.
Ma prevaleva la convinzione che riuscire a farne a meno sarebbe stata
una dimostrazione di forza e di abilità. Prevedere un ostacolo e fare
in modo di evitarlo ci sembrava un comportamento più economico e
intelligente che non dover rimuovere quell'ostacolo dopo averci
sbattuto contro.
A quell'epoca cercavamo ancora di mantenerci in un equilibrio sottile
e paradossale: compiere azioni armate concepite in modo tale da non
comportare l'uso effettivo delle armi.

2. PADOVA - LA MORTE FA IL SUO INGRESSO NELLA LOTTA

[Scialoja] L'incontro delle Brigate rosse con la morte avviene
comunque poco dopo il rilascio del giudice genovese: il 17 giugno '74
a Padova, nella sede del Movimento sociale di via Zabarella, alcuni
vostri militanti sparano e uccidono due missini.
[Curcio] Quelle di Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci non furono
morti programmate: giunsero improvvise, inattese, imbarazzanti. Come
cinicamente è stato detto, si è trattato di un «incidente sul lavoro».
L'azione di via Zabarella non aveva niente a che vedere con ciò che le
Br stavano facendo, non rientrava nei nostri piani. Noi ormai
puntavamo al «cuore dello Stato», cioè alla Democrazia cristiana. Non
vedevamo più nei fascisti un pericolo reale ed anzi contestavamo a
quelle parti di movimento ancora impegnate nel cosiddetto
«antifascismo militante» di essere fuorviate da una cultura
post-bellica, tutto sommato di comodo, arretrata e mascheratrice.
Un'incursione nella sede padovana del Msi per cercare qualche
documento collegato alla strage di Brescia fu l'iniziativa autonoma di
un gruppo di compagni veneti che ruotava attorno al Petrolchimico di
Marghera e alla Breda siderurgica. Il clima di quei giorni può fornire
una certa spiegazione dell'episodio pur senza giustificarlo: i morti e
i feriti della strage di piazza della Loggia, aggiungendosi a quelli
di tutte le altre stragi precedenti, avevano suscitato una grande
commozione e indignazione; immaginare una perquisizione in una sede
missina, anche se non rientrava nei progetti delle Br, era in sintonia
con le forti tensioni presenti in ampi settori del movimento.
Comunque, si è trattato di un'azione organizzata malamente e
sfortunata. Durante la perquisizione ci fu uno scontro imprevisto con
i missini e uno dei nostri compagni, per evitare che gli altri
venissero sopraffatti e catturati, sparò e uccise.

[Scialoja] Come hai reagito a quel duplice omicidio? Ti sei reso conto
che poteva rappresentare una svolta drammatica per la vostra
organizzazione?
[Curcio] Ero a Torino e lessi la notizia sul giornale. Pensai che si
trattava di un'azione di antifascismo militante compiuta dall'area
dura del movimento veneto in reazione alla strage di Brescia. Ma
presto dovetti ricredermi perché la colonna milanese mi chiese un
contatto urgentissimo. Incontrai Franceschini il quale mi informò che,
purtroppo, quel pasticcio di via Zabarella era nostro. Leggevo la
preoccupazione sul suo volto e certo non riuscivo a nascondere la mia.
Rimasi sbalordito. Che fare? Dire o non dire che eravamo stati noi?
Ne discussi con Margherita, Moretti, Franceschini e altri. Il clima in
giro era bollente: una certa fetta del movimento applaudiva all'azione
sostenendo che i fascisti colpevoli delle stragi andavano ammazzati.
Nelle manifestazioni di piazza, dopotutto, anche molti di coloro che
oggi, quando si parla di quei tempi, fanno i santarelli, gridavano a
squarciagola: «Uccidere i fascisti non è reato; questa è la giustizia
del proletariato». Mi preoccupai moltissimo. C'era il rischio di
stravolgere l'immagine delle Br, pazientemente costruita per quattro
anni, riducendola a quella di un gruppo di scalmanati che dava ordine
di andare ad ammazzare la gente nelle sedi missine.
Non nascondo che la tentazione di non rivendicare l'episodio c'è
stata. Tanto più che dal Veneto ricevemmo sollecitazioni in questo
senso: il fattaccio, ci veniva suggerito, avrebbe potuto anche essere
interpretato come una faida interna tra fascisti. Una simile
scappatoia però non mi convinse, e anche gli altri furono d'accordo
con me: non potevamo esporci al rischio di venire, domani, scoperti
come autori di un gesto che non avevamo avuto il coraggio e l'onestà
di rivendicare.
Decidemmo così di scrivere un documento il cui succo era questo:
l'azione di Padova è delle Br, ma non è stata programmata
dall'organizzazione perché la nostra linea politica è un'altra; non
poniamo al centro della nostra attenzione i fascisti e tanto meno
sosteniamo che vanno ammazzati; i fascisti non sono il vero nemico e,
se anche avessero qualcosa a che vedere con la strage di Brescia, il
loro ruolo non può essere che secondario; la responsabilità di questo
tipo di stragi va ricercata anzitutto all'interno dello Stato.

[Scialoja] Ma tu in qualche modo pensavi che ammazzare potesse
rientrare nei progetti delle Brigate rosse?
[Curcio] I morti di via Zabarella, come ho detto, li considerai subito
un disastro politico, un errore molto grave. L'idea di uccidere
consapevolmente in quel periodo la escludevo: ritenevo che per il
nostro tipo di organizzazione sarebbe stato un passo controproducente
e negativo.
Devo però ammettere in tutta sincerità che nell'ottica dello sviluppo
della lotta armata il fatto che vi potessero essere dei morti, sia
fatti da noi che fatti a noi, era un'eventualità che avevo senz'altro
accettata. In piena coerenza con il pensiero e l'esperienza del
marxismo rivoluzionario, anche io ero convinto che il prezzo della
morte, per quanto tragico, fosse una necessità nel passaggio a una
società senza oppressione.
La guerra di classe come ultima guerra: era questa l'idea che stava a
fondamento della nostra morale rivoluzionaria. Un'etica, quella
brigatista di allora, che, forse ingenuamente, accettava il ricorso
alla violenza politica come soluzione estrema per conquistare una
società utopica dove la violenza sarebbe stata bandita
definitivamente. Qualcosa di meglio, a mio avviso, dell'etica oggi
generalmente accettata - dai padri della Repubblica italiana e dal
coro delle Nazioni Unite - la quale giustifica il ricorso alla
violenza armata contro interi popoli in nome del cosiddetto «diritto
internazionale» che, di fatto, altro non è che il diritto del
«Principe», ossia del più forte. Se è vero che la concezione della
violenza che stava alla base dell'operato delle Brigate rosse può
essere messa in discussione, nondimeno può essere discussa quella
concezione della violenza strumentale che ci portiamo appresso
dall'epoca del Machiavelli.
Sarebbe disonesto da parte mia dire: io non volevo fare morti. La
morte non rientrava negli obiettivi politici di allora, ma non
escludevo che le nostre azioni o eventuali conflitti a fuoco avrebbero
potuto farcela incontrare.

[Scialoja] Due anni dopo, invece, la morte entra «consapevolmente»
negli obiettivi politici delle Br: I'8 giugno "76 viene assassinato a
Genova il giudice Francesco Coco ed è il vostro primo omicidio deciso
a freddo. Come hai valutato questo «salto di qualità» della strategia
brigatista?
[Curcio] Mi trovavo in cella di isolamento da un anno e ovviamente
nessuno aveva potuto interpellarmi per discutere la scelta che i miei
compagni stavano facendo.
Ho appreso la notizia dalla radio ed ho subito capito che l'azione era
una risposta durissima al modo assai poco apprezzabile in cui il
giudice Coco si era comportato durante la vicenda Sossi. Certamente si
trattava di una decisione nuova e grave, ma che io non sentii come
qualcosa che mi coinvolgeva direttamente: in quel momento cercavo di
sopravvivere nell'isolamento totale e feroce in cui mi trovavo. La mia
realtà apparteneva a un altro pianeta, il pianeta carcere.
---------------------------------------------------------------------
EPILOGO - SI' ALLA SCONFITTA, NO ALL'UMILIAZIONE
---------------------------------------------------------------------

[Scialoja] Alla fine del 1986 il Parlamento ha approvato la legge che
favoriva chi si «dissociava» dal terrorismo.
[Curcio] Certo, in quel momento fui costretto, come tutti, ad
interrogarmi. «Si tratta solo di prendere le distanze da un fenomeno
che non c'è più», suggeriva qualcuno. Ma c'era quella richiesta di
abiura del proprio passato che galleggiava nell'aria. Non era
possibile far finta di non vedere che la legge voleva anche
l'umiliazione di chi sottoscriveva la propria «dissociazione».
Molti compagni si adattarono all'idea che quell'umiliazione, in un
mondo in cui lo sfascio dell'ideologia era ormai pressoché totale, non
fosse un prezzo eccessivo. Dopo tutto qualche vantaggio ne sarebbe
venuto, eccome! E presto un po' tutti avrebbero dimenticato ogni cosa.
Valeva la pena insistere nell'intransigente coerenza?
Vari amici mi invitarono, discretamente, ad essere pragmatico. A
«cogliere l'occasione». Ma in quei giorni stavo leggendo Roland
Barthes. Una sua domanda amara mi colpi: in nome di quale presente
abbiamo il diritto di giudicare il nostro passato?
Appunto, in nome di quale presente? Il mio non poteva certo fomirmi un
supporto valido. Allora decisi di ascoltare esclusivamente la mia voce
interiore. Perché mai avrei dovuto «dissociarmi» da quelli che erano
stati giorni certamente tragici e spietati, ma anche autentici in ogni
loro respiro? Perché avrei dovuto «abiurare» un passato che avevo
vissuto con tutto me stesso? Il carcere era forse il luogo ideale per
tentare anche un primo, provvisorio, bilancio?
Preferii affrontare, rimanendo integro, i tempi difficili che
sarebbero seguiti.

[Scialoja] Come giudichi i tuoi ex compagni che hanno pronunciato
l'«abiura» della dissociazione?
[Curcio] Nei loro confronti non provo né invidia né rancori. Non
detengo certezze morali così salde che mi consentano di esprimere
condanne o giudizi universali. Sciolto il patto organizzativo che per
un certo tempo mi ha legato a quei compagni, ciò che mi resta del
comune passato è solo la gratitudine per la generosità con cui ognuno
di loro, a suo tempo, non ebbe esitazioni a gettarsi nella lotta.
Detto questo, ho almeno due critiche teoriche da fare alla
dissociazione. La prima è politica. Il dissociato rinnega l'esperienza
compiuta senza saperla oltrepassare e riduce la complessità sociale
dei moti sovversivi a un fatto giuridico di cui parlare con il
linguaggio di un azzeccagarbugli. Il dissociato è in realtà un
associato: nel senso che si assoda a una precisa linea politica,
quella dell'ex Pci, fondata sull'esorcizzazione della storia. Il Pci
ha sempre negato l'esistenza di uno spazio politico alla sua sinistra
criminalizzando ogni forma di lotta esso producesse. E, nel promuovere
la dissociazione, ha continuato ad essere conseguente con tale
posizione facendo di tutto per evitare che si potesse parlare in modo
libero e approfondito della storia degli anni '70. Che è appunto una
storia della sinistra di classe e degli spazi aperti alla sinistra del
Partito comunista.
La seconda critica è più culturale. È sorprendente la facilità con
cui, per varare il disegno di legge sulla dissociazione, si è buttata
a mare la conquista borghese della libertà di pensiero. La legge
infatti chiedeva che venissero «pronunciate» parole di abiura: là dove
la cultura giuridica occidentale ha sempre riconosciuto all'imputato
il diritto ai silenzio. Un diritto che è un fatto di civiltà tanto
quanto il diritto alla libera parola. E così, chi, come me, non ha
voluto pronunciare l'abiura è stato pesantemente punito. Punito per il
suo silenzio. È il ritorno ai processi alle streghe.
In effetti, le leggi a favore dei pentiti e dei dissociati hanno
mandato in briciole ogni nesso tra reato e pena. Mentre chi ha scelto
di non imboccare la strada dell'abiura ha visto la sua condanna
lievitare come la panna montata, chi invece lo ha fatto è stato
smisuratamente premiato: imputati rei confessi di numerosi reati di
sangue sono stati rimessi in libertà dopo una manciata di anni. Non
spetta a me il ruolo di paladino della legalità, ma i padri e i
garanti di quello «Stato di diritto» che tutti sostengono di
apprezzare e difendere dormono sonni tranquilli?

[Scialoja] Cosa vi fece ritenere che la storia delle Brigate rosse
fosse davvero conclusa dal momento che fuori dal carcere qualcuno
continuava a sparare e ad uccidere.?
[Curcio] Il fatto che qualcuno fosse convinto del contrario non era
una buona ragione per chiudere gli occhi sulla «fine del mondo» a cui
stavamo partecipando. La smentita degli scenari in cui era maturata la
decisione di lanciarci in un'esperienza armata assumeva, ad ogni nuovo
risveglio, implacabili e più crudeli accenti. Il sistema politico
dell'Est crollava miseramente per autodissoluzione. I partiti
comunisti d'occidente facevano a gara per cambiare bandiera e nome.
Negli ultimi dieci anni l'Italia aveva subito la più radicale
trasformazione socio-economica dal dopoguerra ed erano cambiati sia i
soggetti sociali e politici delle lotte da cui erano nate le Br, sia i
presupposti della nostra strategia rivoluzionaria. Prendere atto di
queste trasformazioni era una necessità storica che valeva per me,
quanto per chi desiderava seriamente interrogarsi sul significato di
ciò che era successo.

[Scialoja] Ma credevi davvero che la vostra lotta armata potesse
portare a una «vittoria»? «la messa in crisi del regime politico che
aveva guidato l'Italia nel dopoguerra», avevi detto.
[Curcio] Vorrei ricordare che anche la Rossanda ha sentito l'urgenza
di avvicinarsi ai problemi da noi sollevati. Lo ha fatto a modo suo,
venendomi a parlare in carcere una decina di volte e aprendo sul
«Manifesto» un dibattito sui nostri appelli. Un tentativo che in
pratica è fallito, seppellito nel silenzio. Per quello che lei stessa
mi ha detto, mi sembra sia approdata a una pessimistica conclusione
che non si discosta molto dal mio giudizio.
Perché questo ostentato silenzio dei nostri intellettuali
sull'esperienza eversiva brigatista? Perché questa difficoltà
clamorosa di tutta la sinistra ad affrontare una discussione sugli
anni '70? La mia risposta l'ho data. Sarebbe interessante conoscere le
risposte di Rossanda e dei pochissimi disposti a prestare orecchio
alle nostre grida nel deserto.

[Scialoja] Eppure gli intellettuali non sono affatto propensi a fare
autocritica su tali argomenti. Recentemente Alberto Asor Rosa ha
sostenuto che tu, pur avendo ammesso «l'irrimediabilità della
sconfitta e l'ulteriore improponibilità della soluzione terroristica»,
non hai ancora pronunciato un «franco riconoscimento dell'errore
politico contenuto ab origine nella strategia brigatista». Ha torto?
[Curcio] Una domanda simile Asor Rosa credo l'abbia rivolta anche ai
suoi ex compagni del Pci nel momento in cui si accingevano a cambiare
nome e bandiera. E non mi risulta che qualcuno gli abbia dato
soddisfazione pronunciando un «franco riconoscimento dell'errore
politico contenuto ab origine nella strategia del Partito comunista».
---------------------------------------------
(fine)

Pomero

unread,
Apr 5, 2002, 7:15:05 AM4/5/02
to

"Piero F." <mail...@jumpy.it> ha scritto nel messaggio
news:TWKq8.57050$S52.1...@news2.tin.it...

Dato il contenuto robusto del post, mi riservo qualche giorno per dare una
risposta motivata
per uno sguardo veloce sono propenso a crederlo un buon documento.
Credo che nessuno possa disprezzare Curcio, sta pagando per colpe anche non
sue con molta dignità.
Per il momento grazie
Pomero


il batavo maledetto

unread,
Apr 5, 2002, 1:16:26 PM4/5/02
to

"Piero F." <mail...@jumpy.it> ha scritto nel messaggio
news:TWKq8.57050$S52.1...@news2.tin.it...
> Ho esitato a lungo prima di proporre questo testo

[cut]


Grazie Piero, avevo letto il libro , ma non ricordavo bene certi passi
dell'intervista.
Mi hai dato l'occasione per andare a ricercare il libro e mi riprometto di
rileggerlo quanto prima.
Mi hai altresì fatto tornare in mente un 'altra intervista data da Curcio.
Quell' intervista fu redatta dal Collettivo Rivoluzionario del carcere di
Palmi a metà gennaio '83.
Per la verità fu un gruppo di detenuti a farsi le domande e a darsi le
risposte.
Considerando però il ruolo del tutto particolare avuto da Renato Curcio
nella nascita delle Brigate Rosse e della guerriglia italiana in generale ,
può essere considerata anche come una sua riflessione .(Infatti non venne
mai smentita da Curcio).
Ricordo che quando venne pubblicata sul quotidiano Repubblica , l'allora
direttore Scalfari ne dette una propria interpretazione , tradendo così il
vero pensiero di Curcio . Questo , scatenò delle vivaci proteste , ma
l'importante allora era travisare e manipolare il pensiero che usciva dal
carcere per bocca di un detenuto politico , per giunta non dissociato .
E così fu.

Posto di seguito l'intervista.
Mi si perdoni la lunghezza.

Saluti

UN CICLO SI È CHIUSO

Domanda. Non è che l'inizio d'accordo, ma non vi sembra che intorno a voi
siano in molti a parlare di fine e di sconfitta della lotta armata?

Risposta. I corvi sono molti, ed è anche vero che il ciclo di lotta
rivoluzionaria armata partita nei primi anni '70 sull'onda di vasti e
radicali movimenti studenteschi e operai è sostanzialmente concluso, ma
ancora piú vero è che esso ha senz'altro conseguito alcuni fondamentali
obiettivi.

D. E cioè?

R. Intanto quello d'aver fatto vivere negli anni '70 quel bruciante
desiderio di trasformazione rivoluzionaria che era montata come una bagarre
in tutto il corpo proletario nel corso delle grandi lotte del '68-'69.
Desiderio frustrato dalle risposte repressive e assassine che, con l'ondata
di arresti e di denunce e con i morti di P.zza Fontana, lo stato aveva dato.
L'aver sottolineato questo desiderio non solo nelle organizzazioni armate,
ma anche in quelle di intere aree proletarie, è senz'altro un risultato
positivo poiché ha consentito di costruire nuovi linguaggi, nuovi modi di
porsi di fronte ai padroni, allo stato, alla cultura dominante...

D. E poi?

R. L'aver fatto saltare, insieme al tabú dell'impossibilità di uno sviluppo
rivoluzionario ed armato della lotta di classe nella metropoli, anche gli
equilibri e la geografia politica fissati dalla seconda guerra mondiale.
Tabú che congelavano tutte le spinte proletarie piú avanzate, favorendo il
loro incanalamento entro la prospettiva burocratico-riformista
dell'attuazione della costituzione piú avanzata del mondo. È innegabile che
oggi una vastissima area sociale, politica, culturale sta ricercando in uno
sbocco rivoluzionario la soluzione ai suoi problemi e la realizzazione dei
suoi desideri. Si tratta di una grande vittoria rispetto alla quale il
tramonto delle forme di organizzazione politico-militari che hanno
contribuito ad affermarla è ben misera cosa.

D. 400 e piú arresti solo nell'ultimo anno non sono un buon argomento per
chi parla di sconfitta della lotta armata?

R.Un argomento spettacolare, ma non decisivo. Noi guardiamo alla
decomposizione degli impianti che hanno sorretto fino a qui la nostra
militanza con l'ottimismo di chi è consapevole che l'idea-forza della
necessità e possibilità storica di una trasformazione rivoluzionaria dei
rapporti sociali resta al centro delle convinzioni e delle pratiche
dell'avanguardia di massa proletaria; che la crisi epocale della formazione
capitalistica non trova risposte capaci di invertire il suo corso; che le
contraddizioni di classe in ogni ghetto sono giunte al limite di una
implosione / esplosione catastrofica e rivoluzionaria. Per questo ripetiamo
che non è che l'inizio.

NON ABBIAMO SAPUTO ELABORARE UN PROGRAMMA

D. Insomma state dicendo che la disgregazione delle OCC è stata inversamente
proporzionale all'intensificarsi delle contraddizioni di classe, o sbaglio?

R. In un certo senso le forze che hanno praticato e radicato la lotta armata
in questi anni sono molte; dai GAP alle BR, dai NAP a PL, dai PAC ai mille
nuclei di movimento. Ciò che le univa, al di là di tutto, era un'idea molto
semplice: fare la lotta armata; programmi di transizione al comunismo,
progetti di rimodellazione delle metropoli sarebbero venuti di conseguenza
cammin facendo. Ma così non è stato. Anzi, piú la propaganda armata è andata
suscitando aspettative e speranze, piú è apparso chiaro che 'il possibile'
non era un luogo vuoto, ma un programma concreto, un programma che non si
riusciva ad elaborare.

D. Già un "corto circuito"... Piú negli assalti si spettacolarizzava la
"possibilità" della lotta armata, piú quel possibile svelava la sua mancanza
disegno...

R. Proprio così. Pur portando a manifestazione di tensioni latenti nel
proletariato metropolitano, e pur accumulando all'interno delle svariate
figure-flusso un notevole patrimonio di esperienza, nessuna formazione è
riuscita a fare il grande salto; e così la parzialità degli strumenti, dei
programmi, delle modellizzazioni le ha progressivamente estraniate dai
flussi di massa trasgressivi piú significativi; di qui il loro lento ma
inesorabile avvitamento, la loro obsolescenza, non resta che prenderne atto
e mettersi di buona lena ad elaborare il "lutto".

D. Cosa significa elaborare il "lutto"?

R. Niente di particolarmente depressivo, ma parliamo di "lutto" perché
ciascun singolo militante vive intensamente la perdita della forma
organizzativa in cui si è svolta negli ultimi anni la militanza, che è
perdita integrante della propria identità, di un aspetto importante della
sua propria immagine sociale. Di fronte a questa perdita ognuno è posto
faccia a faccia con la necessità di una seria e rigorosa riconsiderazione
personale e collettiva.

Elaborare il lutto vuol dire proprio questo: accettare la nuova realtà,
espellere Il cadavere del morto impianto, liberarsi consapevolmente del suo
fantasma, vuoi dire mettersi in comunicazione con tutti i linguaggi
trasgressivi che prendono la parola, il suono, l'immagine e fare insieme a
loro il punto sulle prospettive rivoluzionarie che si spalancano di fronte a
noi.

D. Tra chi dice che la lotta armata è sconfitta, e perciò tutti a casa, ci
sono anche dissociati, pentiti e arresi, che dire di queste figure?,

R. La questione può essere presa da piú lati. Il primo e piú importante è
però la crisi strategica in cui gli orientamenti soggettivisti, militaristi
ed organizzativisti hanno gettato le OCC in questa crisi, infatti si sono
ritrovate quelle modellizzazioni di comportamento che costituiscono la piú
pesante eredità che un militante si porta dentro quando fa il passo della
lotta armata.

D. L'ideologia borghese lavora a lungo e soprattutto su tutti i rapporti
sociali...

R. Sì, scava per anni sicché non si arriva "tutti in un pezzo" a scelte
impegnative come quelle richieste ad un guerrigliero urbano. Il PM
(proletariato metropolitano, n.dr.) è schizo alla radice senza eccezioni.
Alla posizione di ciascuno nei rapporti di produzione e di scambio, che non
sono solo quelli economici, ma anche quelli relativi ai codici e ai ruoli,
non corrisponde affatto un'identità articolata e consapevole. Questa ultima
è una conquista faticosa che presuppone dure lotte contro l'ideologia
ufficiale che la borghesia ha seminato a piene mani.

D. Volete dire che per molti proletari il salto alla lotta armata è avvenuto
sulla base di poche certezze di carattere politico e molte contraddizioni in
tutti gli altri rapporti?

R. Ecco, questa è l'esperienza che si è fatta. Essa trova la sua spiegazione
nei presupposti che in questi anni sono stati considerati sufficienti per
operare il salto alla lotta armata. Presupposti che implicavano un'apertura
limitata, confinata cioè sul terreno della politica - ricomposizione del
politico e del militare - mentre trascurava tutti gli altri rapporti
sociali. Va detto che, se questo era il punto di partenza obbligato e
storicamente determinato, la sua evoluzione e regressione erano strettamente
connesse alla capacità delle formazioni guerrigliere di sviluppare una
critica radicale a tutti i rapporti sociali, e modellizzare la propria
prassi di conseguenza. Purtroppo è successo che, a fronte del movimento
sempre piú complesso e diversificato del processo rivoluzionario le già
limitate certezze iniziali si sono via via incrinate e l'incapacità di
produrre nuove progettazioni ha fatto il resto. Ciò ha costretto ciascun
militante a dover scegliere tra l'arroccamento sclerotico in difesa degli
strumenti di partenza o una crisi senza soluzioni di fronte alla loro sempre
piú palese inadeguatezza; ed è proprio sfruttando questa crisi che lo stato
ha cominciato a "giocare".

ABBIAMO PERSO LO SCONTRO CHE VA AVANTI 365 GIORNI ALL'ANNO

D. Che significa che lo stato ha cominciato a "giocare"?

R. Vuol dire che la partita tra rivoluzione e controrivoluzione non comincia
né finisce con le "azioni armate". C'è uno scontro piú importante che va
avanti 24 ore su 24, 365 giorni all'anno; è lo scontro per modellizzare in
modo rivoluzionarlo tutte le nostre pratiche o per impedirlo. Questa è la
battaglia che noi abbiamo perso e questa è la prima sconfitta che lo stato
metropolitano ha strutturato per far lavorare i militanti in crisi contro se
stessi ed una parte della lotta armata contro l'altra.

D. Questo significa che pentimento e resa sono suscitati e costruiti dallo
stato?

R. Si tratta di risposte "indotte", suggerite e predisposte dallo stato nel
corso della sua lotta contro tutte le forme dell'antagonismo sociale. Ci
sono leggi che formalizzano il pentimento e la dissociazione e presto ci
saranno anche quelle che premiano in qualche modo la resa.

Leggi che non esitano a dimenticare "responsabilità" individuali anche
gravissime per il codice penale, pur di allargare le contraddizioni interne
dell'area rivoluzionaria. Tuttavia l'area del "pentimento" e quella della
"resa" si differenziano in ciò: mentre la prima fa mercato della sua passata
militanza, si fa "stato" in cambio di qualche privilegio personale, la
seconda rivendica un prezzo politico per la sua ri/compatibilizzazione.
Essa, infatti, chiede come remunerazione per l'abbandono o la condanna delle
prospettive di trasformazione armata degli attuali rapporti sociali la
possibilità di ricostruirsi in soggetti politici attivi, sia pur dentro
"riserve" istituzionalizzate. Va da sé però che, al di là delle differenze,
gli uni e gli altri finiscono per dar fiato ad uno stesso movimento
politico...

D. Un movimento di rilegittimazione?

R. Proprio così. Cooptando arresi e pentiti, assorbendo il loro sapere, lo
stato naturalmente tenta di rilegittimarsi oltre che di rafforzare la sua
risposta controrivoluzionaria. E non si lascia sfuggire l'occasione per
ribadire spettacolarmente che i rapporti sociali che esso difende sono
invincibili.

Ma c'è un altro movimento ancora tutto da capire, e però non meno
interessante; movimento che per altro non costituisce una novità nella
storia di questo paese: si tratta della migrazione di forze dall'estrema
sinistra all'estrema destra. Qualcosa di molto simile a quanto già successe
con il fascismo, il sorelismo, l'anarco sindacalismo

Un discorso complicato da fare qui, perché ci porterebbe a dover chiarire il
senso che assumono parole quali "destra" e "sinistra" nelle attuali
circostanze.

D.Provate almeno a suggerire una chiave di interpretazione.

R.Destra e sinistra sono parole che negli anni passati trovavano il loro
senso nel contesto della geografia politica parlamentare seguita alla
resistenza. Ora, come dicevamo all'inizio, è proprio questa geografia che è
saltata nel nostro paese in seguito alle spinte dei movimenti di massa
extraparlamentari e pacifisti del '68, '69 e poi del '77 e soprattutto a
quelle del movimento rivoluzionarlo armato. Così ci sembra che il nuovo
confine tra destra e sinistra divida oggi per ciascun rapporto sociale le
pratiche riproduttive in qualsiasi modo dei rapporti capitalistici e quelle
trasgressive orientate al futuro. In tal senso i movimenti di dissociazione
e resa che rilegittimano lo stato metropolitano dialogando con esso, sono
movimenti che migrano da sinistra a destra: dalla trasgressione al
rafforzamento del codici del dominio borghese,

INADEGUATEZZA DELLE BR

D. Prima di andare oltre non vi sembra il caso di fare il punto sulla vostra
esperienza specifica, vale a dire sul tramonto delle BR?

R. Senza tanto girare intorno all'osso diciamo subito che in questi ultimi
anni si è svelata in pieno la radicale inadeguatezza
teorico-politico-militare e organizzativa dell'impianto che c'eravamo dati
all'inizio degli anni '70. Sembra chiaro che comprendere le ragioni profonde
di questa attuale inadeguatezza ed i motivi che ci hanno impedito
rinnovamenti qualitativi nonostante la pressione delle straordinarie
trasformazioni sociali di questi ultimi anni e le continue battaglie
politiche in cui siamo stati impegnati è condizione per un salto in avanti
di tutto il Movimento Rivoluzionario.

Per questo i "nodi da sciogliere" sono e restano il banco di prova di ogni
ulteriore esperienza rivoluzionaria.

D. Prima di passare a questi "nodi", che dite della tesi che attribuisce
alle successive 'scissioni interne le cause della fine delle BR?

R. Questa è una tesi cara a tutti coloro che hanno vissuto e vivono ancorati
al mito delle BR come "avanguardia armata monolitica e compatta". Mito
coltivato in particolare da quel gruppo di compagni che militano sotto la
sigla di "OCC.BR per la costruzione del PCC" e che, occorre dirlo, hanno
rappresentato l'ala piú insensibile al rinnovamento qualitativo imposto dal
mutare delle condizioni dello scontro. In realtà il problema va rovesciato.
Le BR, dalla Campagna di Primavera in avanti, sono sopravvissute, si sono
riprodotte proprio perché si sono trasformate in un movimento plurale e
dissonante.

Le rotture, seguite alle battaglie, hanno aperto spazi di vitalità senza i
quali tutto sarebbe precipitato molto prima.

D. Non vi sembra un paradosso dare un giudizio positivo di un processo
disgregativo?

R. Ci sono paradossi che aiutano a capire il carattere dialettico dei
processi, e di essi ci dobbiamo servire. Tutte le rotture che hanno
travagliato le BR sono state il frutto della palese incapacità di una parte
dell'organizzazione di comprendere e interpretare i linguaggi trasgressivi
praticati dai movimenti proletari piú avanzati.

I tentativi di elasticizzazione e di innovazione fatti a piú riprese da
istanze, collettivi o singoli compagni (Brigate di campo, Walter Alasia, 2
Agosto, Fronte Carceri, Colonna di Napoli in particolare) non erano che il
riflesso nell'organizzazione di questi linguaggi. Ciò che alla fin fine ci
sembra positivo è la lezione di questa esperienza: una guerriglia per linee
esterne al Proletariato Metropolitano è destinata a fallire.

D, Non era questa la tesi fondamentale intorno alla quale sono nate e si
sono sviluppate in un primo tempo le BR?

R. Sì, proprio questa, ed averla rinnegata, mentre piú complessa e ricca
diventava la materia sociale in cui operare, ha portato inesorabilmente alla
sclerosi organizzativa e alla autonomizzazione delle pratiche
politico-militari che, conseguentemente, sono naufragate nel soggettivismo o
nel militarismo.

LA SCONFITTA DEL PARTITO-GUERRIGLIA

D. Due parole sul Partito-Guerriglia: cosa vi ha lasciato questa esperienza?

R. Molte cose, una delle quali è particolarmente importante: la
consapevolezza che il salto di complessificazione dall'OCC a forme piú
mature di guerriglia metropolitana implica una rottura talmente radicale con
gli schemi, le formule e gli stereotipi del passato, che nessun collettivo
formatosi nelle moribonde formazioni era in grado da solo di pilotare. È di
questo che abbiamo cominciato a parlare in Non è che l'inizio.

D. Allora anche questa è stata per voi un'esperienza positiva?

R. Certamente, la "rottura" operata dai collettivi che hanno dato vita al
Partito-Guerriglia si configura come il tentativo piú completo di
complessificazione di schemi guerriglieri partendo dal ventre delle OCC.
Dunque, comprendere le ragioni della sua sconfitta costituisce senz'altro un
passo molto importante verso la vittoria

D. Veniamo ai nodi.

R. Non è un discorso facile, perché sono molte le questioni in sospeso. In
primo luogo i nostri "vizi originari", le "tare ideologiche" che ci portiamo
dentro, poi i problemi concernenti le profonde trasformazioni sociali che
hanno investito questo paese negli anni '70, ancora la natura della crisi
che disintegra l'area capitalistica, e per finire: l'incapacità della lotta
armata di mantenere una reale internità strategica alle lotte del
proletariato metropolitano.

D. Parlando di "vizi originari" intendete riferirvi a quella eredità
terzinternazionalista che da piú parti vi è stata contestata?

R. Non solo vogliamo riferirci a tutti i fantasmi ideologici del passato che
hanno fatto a lungo pesare il loro condizionamento. Di quello
terzinternazionalista ne abbiamo spesso parlato e qualche passo per stanarlo
dai suoi ben dissimulati rifugi è stato fatto. Tuttavia questo è solo un
aspetto della questione, e forse neppure il piú importante. C'è una censura
su altre "eredità" che, soprattutto negli ultimi anni, hanno fatto sentire
la loro stridula voce: quella "soreliana" ad esempio, con la mitizzazione
della "azione diretta", o quella "fochista", sia pure riconcepita in chiave
"metropolitana", oppure ancora quella "tupamara" che sicuramente modellò il
nostro agire fin dal primo giorno. Conti mai fatti fino in fondo, ma che ora
pretendono di essere saldati.

NON ABBIAMO COMPRESO IL '77

D. Veniamo alle trasformazioni sociali, della struttura produttiva,
politica, culturale: quali riflessi hanno prodotto questi grandi cambiamenti
dentro il movimento rivoluzionario?

R. Limitandoci alle BR, è certo che essi hanno generato effetti dirompenti.
In una società sconvolta da profondi e velocissimi mutamenti, le BR sono
rimaste ancorate al loro schema originario che perciò è diventato un
mito-modello ideologico, rigido ed incapace di rispondere ai rinnovati
problemi posti dalle figure sociali emergenti e dei nuovi soggetti
rivoluzionari.

Non a caso il "movimento" del '77 pur mettendo in crisi con la ricchezza
delle sue tensioni e dei suoi linguaggi l'identità della sinistra
rivoluzionaria formatasi negli anni '60, non fu dalle BR neppure vagamente
considerato e compreso. E neanche è un caso che le radicali trasformazioni
della struttura delle classi, suscitata dalla risposta informatica del
capitale alla crisi, siano state nell'analisi come nella pratica di lotta
totalmente ignorate.

D. D'accordo, ma qual è la ragione per cui l'impianto originario delle BR
non è riuscito a tenere i passi col tempo?

R. Occorre ricordare che le BR sono nate sulla spinta ascendente dei
movimenti di massa suscitati dallo sviluppo capitalistico nel '68, '69.
Movimenti poi "gelati" dalla crisi dell'economia mondiale capitalistica che
ha preso avvio alla metà degli anni'70.

L'impianto originario, inoltre, si poneva come obiettivo di radicare la
lotta armata a partire dalle lotte dell'operaio massa delle grandi
concentrazioni industriali. Ma anche questa figura è stata "travolta" dalla
crisi e dalla risposta informatica della crisi...

D. Passiamo allora al discorso sulla crisi. Perché ritenete così importante
aprire una riflessione sul carattere che essa è venuta via via assumendo?

'R. Perché dobbiamo andare oltre le etichettature superficiali e le
interpretazioni semplificatrici, appiattite sull'economia del passato.
Nonostante tanti problemi sulla crisi-generale-storica, di civiltà epocale,
resta il fatto che molto ci sfugge dei rivolgimenti strutturali-culturali e
soggettivi che essa ha scatenato. Oscure sono restate le risposte che, al
suo interno, si vanno organizzando e che portano a un radicale mutamento
delle condizioni politiche entro cui e contro cui si dimensiona l'azione
rivoluzionaria.

D. C'è un nesso tra questi sconvolgimenti e la perdita progressiva di
internità strategica alle lotte del Proletariato Metropolitano?

R. Evidentemente l'incapacità di definire con rigore la realtà oggettiva
entro la quale si svolge l'iniziativa rivoluzionarla ha come conseguenza
l'impossibilità di elaborare corrette strategie di liberazione, ma il vero
problema è ancora un altro: ci dobbiamo chiedere infatti il perché di questa
"incapacità" e di questa "impossibilità".

CHIUDERE CON IL TERZINTERNAZIONALISMO

D. Un problema di soggettività dei militanti?

R. Certamente c'è anche un problema di qualità soggettiva dei militanti
della guerriglia ma non è quello fondamentale. In realtà la domanda che ci
dobbiamo porre è se l'impianto politito-militare-organizzativo che ci
eravamo dati nei primi anni '70 conteneva o meno i presupposti per il
superamento di questo ostacolo.

D. E allora?

R. Orientativamente possiamo dire che la scomposizione del Politico e del
Militare è stata solo una rottura parziale, che ha lasciato sostanzialmente
intatto il modello terzinternazionalista, per ciò che riguardava la
transizione al comunismo e la progettualità sociale ad essa relativa si sono
mantenuti intatti molti miti: il comunismo come "sol dell'avvenir", i
modelli della rivoluzione culturale cinese ed altri ancora. Nell'impianto,
quindi, la rottura è stata solo con la strategia insurrezionalista della
presa del potere politico, il che, nelle forme organizzative, ha consentito
il superamento della separazione tra partito ed esercito, la ricomposizione
del Politico e del Militare. Ma ora dobbiamo fare un ulteriore passo ed
operare la rottura definitiva con l'eredità terzinternazionalista. Per fare
ciò la guerriglia degli anni '80 dovrà ricercare e far nascere con le sue
pratiche i linguaggi metropolitani della transizione al comunismo.

D. Anche questo però potrebbe essere un mito consolatorio, dal momento che
le guerriglie urbane nate tra la fine degli anni '60 e i primi anni '70 non
sono riuscite ad andare al di là della fase della propaganda armata; mi
riferisco alla guerriglia brasiliana, ai Tupamaros, alla RAF, ai NAPAP, ad
Action Directe, al Grapo, ma anche all'esperienza americana dei
Weatherman...

R. Potrebbe. Ma il futuro non è scritto nel passato. Anzi, non è scritto
affatto, tocca a noi progettarlo nel quadro delle possibilità virtuali e
costruirlo lottando contro i miti e l'ideologia borghese, la rassegnazione e
contro la sfiducia nelle capacità reali del proletariato metropolitano di
trasformare lo stato di cose presenti.

Corto non si può escludere, come prospettiva, la rovina di tutte le classi
in lotta, neppure Marx lo ha fatto. Nonostante i suoi guizzi informatici e
l'accumulazione impressionante di attrezzature Bellico-Repressive
l'imperialismo resta per noi un sistema di rapporti sociali in crisi
profonda e irreversibile che, di conseguenza, è possibile trasformare a
condizione di fare un salto oltre la "propaganda armata" in direzione di una
guerriglia metropolitana finalmente consapevole della sua funzione creativa,
di costruzione di un potere sociale, oltre che della sua ragione distruttiva
Politico-Militare.

D. Ottimismo della ragione, dunque, oltre che della speranza.

R. Ottimismo rispetto alle potenzialità della guerriglia metropolitana e
alle energie proletarie su cui essa può contare anche in momenti difficili
come quello che stiamo attraversando. Del resto non mancano indicazioni
interessanti proprio nelle aree di massima complessità delle contraddizioni
capitalistiche: gli USA. Interessanti perché la guerriglia urbana in questo
paese ha vissuto in anticipo rispetto a noi i problemi che ci troviamo di
fronte e sta esplorando e ricercando soluzioni nuove. Vi sono problemi
comuni a tutte le guerriglie urbane perché comune è il nemico, ed occorre
uscire con decisione dal provincialismo per affrontarli.

D. Dopo questa rapida carrellata sui grandi temi generali che vi stanno di
fronte, vogliamo parlare di carcere? Il 1 gennaio 1983 è scaduto l'art. 90
ed è stato subito rinnovato. Quali implicazioni per voi? Come vive la vostra
irriducibilità allo stato?

R.Invertiamo l'ordine della domanda: "irriducibile" o per altro
"pentito"sono etichette per classificare secondo i suoi schemi aree di
militanti della Lotta Armata imprigionati. Noi vediamo le cose altrimenti.
Affinché non ci siano confusioni sulle parole chiariamo subito che per
quanto ci riguarda la distinzione è tra Proletari Prigionieri e
rivoluzionari prigionieri che lottano contro lo stato, e infami, traditori o
infiltrati di cui ci interessa solo la pelle!

LO STATO VUOLE LA RESA O L'ANNIENTAMENTO

D. Per quanto riguarda il carcere invece?

R. Anzitutto occorrerà capire il cambiamenti in atto nelle condizioni di
segregazione. Tuttavia è nostra convinzione che lo stato ha già chiaramente
espresso la sua posizione nei confronti dei prigionieri antagonisti:
accettazione della resa e loro trasformazione in agenti attivi della
pacificazione sociale, o lento, ma neanche troppo, annientamento nei
comparti del circuito della segregazione totale.

Siamo coscienti, Inoltre, che i fattori fondamentali che determinano le
attuali condizioni di segregazione sono praticamente irreversibili, e cioè
non sono legati a particolari esigenze congiunturali dello stato, essendo
costitutivi del quadro di guerra sociale che caratterizza questo paese.

D. Questa è l'intenzione dello stato, ma la vostra?

R. Per quanto ci riguarda intendiamo determinare consapevolmente il momento
e le condizioni della nostra iniziativa, senza cadere in pratiche inefficaci
e velleitarie. Tuttavia ribadiamo che non si può avere una pratica di
riflessione separata da una pratica di lotta. Questa è una tesi fondamentale
per la guerriglia nella metropoli e deve restare al centro di tutte le
nostre iniziative. Sarà nel rapporto di comunicazione reale che riusciremo a
costruire con tutte le forze determinate a lottare in qualsiasi forma contro
il carcere imperialista per la sua distruzione e per la liberazione di tutti
i PP (Proletari Prigionieri) che matureranno e si decideranno le sorti
dell'offensiva.

COSTRUIRE LE CONDIZIONI PER UNA RIPRESA OFFENSIVA

D. L'offensiva rimane quindi un punto fermo?

R. Naturalmente. Ma si tratta di costruire, nei tempi e nei modi possibili e
con tutte le forze vitali, siano esse imprigionate o meno, le sue forme
praticabili. Teniamo presente che in questo momento il corpo prigioniero è
attraversato con la stessa intensità dalle stesse contraddizioni che
percorrono il Proletariato Metropolitano e le forze rivoluzionarie
all'esterno.

Ogni militante, in breve, sta ridefinendo le proprie scelte e la propria
collocazione; per cui è evidente che la ripresa dell'offensiva in qualunque
punto della formazione capitalistica ha bisogno di essere concretamente
motivata e costruita. Ciò non significa aspettare che "l'erba cresca" ma
determinare tempo e modi della lotta senza trascurare il nuovo contesto.
Tutto ciò rende assai complessa la questione del carcere imperialista in
questa nuova fase e perciò quanto prima l'affronteremo nei modi dovuti.

LA FORMA PARTITO E QUELLA OCC SONO SUPERATE

D. Per finire, vi definite "collettivo dalla identità plurale", parole nuove
che occorrerebbe chiarire; vogliamo provare a farlo?

R. Sviluppare il processo rivoluzionarlo in tutti i rapporti sociali è una
impresa complicata. Di certo c'è il fatto che la forma-partito modello
terzinternazionalista o la sua forma OCC che cercava di superarla
ricomponendo il Politico ed il Militare sono sfinite e inutilizzabili.

D. E allora?

R. Si tratta allora di rimettere al centro dell'attenzione anche la
questione delle forme organizzative della militanza e farlo senza voler dare
la soluzione prima di avere sviluppato un insieme di pratiche che permettano
un bilancio. Questo naturalmente richiede l'accettazione del "diverso" come
dimensione costituiva dei collettivi che viaggiano in questa direzione.

D. Una riproposta del "Federalismo"?

R. No, nulla di così strano. Il fatto è che il tramonto delle OCC ha
frantumato modelli da molti compagni ritenuti fino a ieri una "certezza".
Ebbene, da questo sbriciolamento stanno prendendo avvio percorsi originali
che occorre favorire in tutta la loro ricchezza. Questo non ci impedisce di
vedere che, spesso, tali percorsi limitano la loro trasgressione creativa
all'uno o all'altro dei rapporti sociali capitalistici.

Collettivo dall'identità plurale vuol dire allora che - ferma restando la
determinazione comune di costruire una guerriglia sociale per la transizione
al comunismo - ciascuno dovrà responsabilizzarsi in questo processo, a
partire dalla sue tensioni, dai suoi bisogni, dai suoi desideri e dalle sue
contraddizioni.

CHIUNQUE HA QUALCOSA DA DIRE PRENDA LA PAROLA

D. Insomma: unità strategica nella lotta contro lo Stato Metropolitano, ma
differenziazione nelle pratiche e nei collettivi?

R. Sì, qualcosa di simile, noi siamo convinti che sia possibile e si debba
costruire il massimo di unità e di comunicazione con tutti i flussi
trasgressivi e antagonisti che si organizzano nei ghetti metropolitani,
nelle fabbriche, che restano un terreno decisivo di scontro, nelle carceri e
piú in generale in ogni altro luogo in cui il capitalismo produce e
riproduce i suoi rapporti di dominio e sfruttamento. Per questa ricerca di
comunicazione nasceranno senz'altro linguaggi comuni per parlare nei
linguaggi della vita reale la transizione al comunismo.

D. Come si collocano, "frammenti" in questo scenari?

R. Come un contributo interno a questo collettivo per la discussione sulle
prospettive. L'era delle risoluzioni strategiche si è chiusa con la OCC. Ora
è il momento che chiunque senta di avere cose da dire in qualsiasi campo
della rivoluzione sociale prenda la parola, il suono, l'immagine e si faccia
sentire. Senza temere la dissonanza, perché la polifonia del proletariato
metropolitano non può che essere luogo della molteplicità dei flussi
trasgressivi e dell'incontro delle loro diversità.


Piero F.

unread,
Apr 6, 2002, 6:41:12 AM4/6/02
to
il batavo maledetto <costae...@despammed.com> wrote in message
a8kpri$lfj$1...@newsreader.mailgate.org...
<CUT>

> Quell' intervista fu redatta dal Collettivo Rivoluzionario del
> carcere di Palmi a metà gennaio '83.
> Per la verità fu un gruppo di detenuti a farsi le domande e a
> darsi le risposte.
> Considerando però il ruolo del tutto particolare avuto da
> Renato Curcio nella nascita delle Brigate Rosse e della guerriglia
> italiana in generale, può essere considerata anche come una sua

> riflessione .(Infatti non venne mai smentita da Curcio).

Non solo non venne smentita, ma nel libro-intervista di Scialoja,
Curcio ne fa esplicito riferimento. Non ne conoscevo il testo però, a
quell'epoca ero talmente stufo e disgustato di tutta la faccenda che
già da un po' mi rifiutavo di seguirne gli sviluppi.

> Ricordo che quando venne pubblicata sul quotidiano Repubblica ,
> l'allora direttore Scalfari ne dette una propria interpretazione ,
> tradendo così il vero pensiero di Curcio . Questo , scatenò delle
> vivaci proteste , ma l'importante allora era travisare e
manipolare
> il pensiero che usciva dal carcere per bocca di un detenuto
politico,
> per giunta non dissociato .
> E così fu.

Come dicevo più sopra, non ho seguito più nulla, e quindi questa
polemica con Scalfari mi giunge nuova. Mi chiedo quale travisamento
NON fosse possibile, data l'ermeticità del testo...
Ti dirò, benedetto batavo maledetto, che ho passato una sera
angosciata a cercare di raccapezzarmici... Per fortnuna che Curcio
criticava il linguaggio "incomprensibile" delle sinistre e si era
convinto che ne occorreva uno più rozzo ed efficace! Questo è
sinistrese della più bell'acqua, e ne avevo perso completamente
l'orecchio:-)
Soprattutto, oltre a riferimenti oscuri, si notano clamorose
contraddizioni: è finita o non è finita la fase "militarizzata" della
lotta di classe ?
Le BR hanno fallito perché non si sono adeguate al mutamento di clima,
o hanno vinto proprio perché hanno saputo adeguarsi (dato che il nuovo
clima hanno contribuito a crearlo)????
Prima si dice:


> Le BR, dalla Campagna di Primavera in avanti, sono
> sopravvissute, si sono riprodotte proprio perché si sono
> trasformate in un movimento plurale e dissonante

e dopo pare si dica il contrario:


> In una società sconvolta da profondi e velocissimi mutamenti,
> le BR sono rimaste ancorate al loro schema originario che perciò
> è diventato un mito-modello ideologico, rigido ed incapace di
> rispondere ai rinnovati problemi posti dalle figure sociali
emergenti
> e dei nuovi soggetti rivoluzionari.

Sono andato a cercare il punto dove, in « A viso aperto », Curcio
parla di quel documento (sempre che sia lo stesso, lui parla di fine
'82 a Palmi).
Se è così, ecco spiegato il linguaggio ermetico e gli oscuri
riferimenti. Non è un proclama per il popolo ancora in attesa della
rivoluzione liberatrice.
E' un messaggio in codice per i militanti fuori dal carcere, quelle
schegge autonome che si sono formate dalle BR, perché capiscano "che
hanno ragione, ma non potranno vincere", e quindi la smettano...
Ecco come lo descrive Curcio:
-------
Personalmente sentivo il bisogno di avere un confronto autentico con i
vecchi compagni con i quali avevo dato inizio alle Brigate rosse:
Moretti, in primo luogo, e tutti gli altri che non erano a Palmi.
A quel punto scrissi un documento intitolato «Non è che l'inizio»:
annunciavo la chiusura di un'esperienza, rilanciavo la richiesta di
una discussione globale per decidere quali profondi mutamenti
compiere, capire se era ancora possibile farlo.
Il mio convincimento maturato in quei giorni era questo: ho una
responsabilità diretta nell'aver promosso e messo in piedi
l'organizzazione delle Brigate rosse; non me ne posso allontanare
senza avere prima ben chiarito il mio punto di vista e senza aver
fatto tutto il possibile perché questa organizzazione, che non ha più
nessuna ragione valida per continuare ad esistere, si chiuda
ordinatamente.
.....
Nessuna risposta. La mia voce, e quella dei venti compagni detenuti
che avevano firmato il documento con me, cadde nel vuoto. Ormai i tre
spezzoni usciti dalle Br erano del tutto chiusi su se stessi e agivano
militarmente senza ascoltare nessuno. Non c'era più niente da fare.
Io a quel punto ero solo un prigioniero, militante delle ex Brigate
rosse, che non apparteneva più a nessun rag-gruppamento esistente.
Avevo chiuso con ogni militanza organizzata e mi trovavo del tutto
isolato.
Era la fine del 1982. Da quel momento cominciò per me un periodo
carcerario completamente diverso: un nuovo tipo di lavoro, nuovi
impegni e interessi.
----------

Pensi che sia a un altro documento che si riferisce Curcio? Oppure che
questo sia stato manipolato da Scalfari quando è stato pubblicato da
Repubblica?

--
Piero F.

il batavo maledetto

unread,
Apr 6, 2002, 7:52:44 AM4/6/02
to

"Piero F." <mail...@jumpy.it> ha scritto nel messaggio
news:a8miuo$bc7$1...@lacerta.tiscalinet.it...
[cut]


> Pensi che sia a un altro documento che si riferisce Curcio? Oppure che
> questo sia stato manipolato da Scalfari quando è stato pubblicato da
> Repubblica?
>
> --
> Piero F.


Si Piero,
Curcio e i suoi compagni si riferiscono al documento " Non è che l'inizio",
elaborato nel dicembre '82 e pubblicato sul numero di dicembre di
Controinformazione. Questo documento, insieme al libro " Gocce di sole nella
città degli spettri " (scritto da Curcio e Franceschini, uno dei
cofondatori delle Br) rappresentava la "ripresa di parola" di Curcio .
Per quanto riguarda il fatto di Repubblica, volevo chiarire che fu
pubblicato un riassunto dell'intervista e come spesso capitava in quel
periodo , fu un riassunto che " riassumeva solo quello che si voleva far
passare."

saluti


Pomero

unread,
Apr 6, 2002, 7:53:17 AM4/6/02
to

"Piero F." <mail...@jumpy.it> ha scritto nel messaggio
news:TWKq8.57050$S52.1...@news2.tin.it...


>Francamente devo riconoscere nell'analisi di Curcio una grande onestà che
mi consente di dire con tutta sicurezza "sono compagni che hanno sbagliato"
e il suo errore è stato di non averlo riconosciuto a tempo, già allora non
era più il tempo dell'insurrezione , e della lotta armata: già dal 14 luglio
1948 (attentato a Togliatti) era finito il sogno della presa del potere in
modo violento, restavano nel partito dei dirigenti che ancora pedalavano in
quella direzione (Secchia e altri) ma era stato evidente che c'era mancata
la forza o la ragione nel '48.
Era rimasto il "verrà Baffone" ma per fortuna (lo dico ora con il senno del
poi) anche quello è un sogno svanito.

Teniamo conto che ci fu la scissione sindacale che contribui ad avvelenare
se possibile l'aria e la nascita di una serie di altri sindacati più o meno
gialli, rosa, celestini.
Capisco che gli operai comunisti delle grandi fabbriche del nord dovevano
avere il fiato avvelenato, ricordo la creazione di gruppi anticrumiri che
agivano per "convincere" operai e impiegati della Fiat a scioperare, perché
allora vi era necessità di scioperare: tenere conto delle grandi lotte
contadine del meridione e come la polizia non risparmiasse le pallottole che
allora non erano di gomma.

Il primo atto violento delle BR il rapimento di Macchiarini, fu almeno nella
persona un errore, Macchiarini era stato iscritto al PCI e aveva lasciato,
in accordo, il partito perché assunto alla Siemens, non ho ricordanza di un
ragazzo cattivo almeno fino a quando rimase a Firenze, però il suo rapimento
dette fama alle BR e fu salutato come un atto" benefico" come un'indicazione
che si poteva operare in quel senso.
Mi sembra che Curcio non ricorda bene, ma Macchiarini venne pestato a
sufficienza.

Ricordiamo che nel periodo con era sceso in campo con mezzi e organizzazione
anche Giangiacomo Feltrinelli che purtroppo finì molto male per lui, quante
forze, quante intelligenze sprecate.

L'idea della lotta armata prendeva sempre più campo e sempre più attirava
giovani che nelle varie organizzazioni Lotta continua e altri erano
combattuti dal Pci
ricordo i servizi d'ordine per dividere nei cortei e nelle manifestazioni i
"nostri dai loro" i più duri a capire erano quelli di lotta continua, ma
riuscimmo a "farcela".
Arrivammo per fino a sostituire la polizia in una manifestazione di Piazza
Signoria per cercare nelle borsette delle donne "materiale pericoloso"

Saremmo stati sgarbati ma riuscimmo la dove altri fallirono il nostro S.O
aveva raggiunto la perfezione.

Lentamente entrava nelle coscienze della classe operaia l'idea della
conquista del potere attraverso la lotta democratica e lentamente iniziava a
sparire la classe operaia.

Le BR riuscirono a tenere la fila fino al primo incidente la disgraziata
avventura come dice Curcio di Padova
Prese sempre più forza la tesi del PCI, sempre più fummo orientati ad altri
obbiettivi.

L'arresto di Curcio pose fine al momento "eroico" della lotta armata fu
persa ogni valenza, l'unità nazionale riuscì a prevalere il resto e storia
di oggi
E oggi sono solo assassini su commissione, non sappiamo chi paga, ma il
committente paga ogni volta che la situazione politica si "imbroncia"e dare
la colpa al "servizio di stato" non mi sembra una bestemmia.

Lo ringrazio di aver postato su Curcio perché mi ha dato la possibilità di
ritornare addietro e sentire come allora il "vento sulla pelle"
Devo dare atto che non si può considerare infame Curcio e che lo vedo con
occhio più benevolo
Pomero


Piero F.

unread,
Apr 7, 2002, 10:41:40 AM4/7/02
to

Pomero <terz...@inwind.it> wrote in message
WhCr8.129948$1S3.4...@twister1.libero.it...

>Francamente devo riconoscere nell'analisi di Curcio una
> grande onestà che mi consente di dire con tutta sicurezza
> "sono compagni che hanno sbagliato" e il suo errore è stato
> di non averlo riconosciuto a tempo, già allora non era più
> il tempo dell'insurrezione , e della lotta armata: già dal 14
> luglio 1948 (attentato a Togliatti) era finito il sogno della
> presa del potere in modo violento, restavano nel partito dei
> dirigenti che ancora pedalavano in quella direzione (Secchia
> e altri) ma era stato evidente che c'era mancata la forza o la
> ragione nel '48.
> Era rimasto il "verrà Baffone" ma per fortuna (lo dico ora
> con il senno del poi) anche quello è un sogno svanito.

Caro Pomero, forse per la notevole differenza generazionale, non hai
colto la portata delle istanze sessantottine, che avrebbero voluto
rimettere in discussione proprio quello che nel PCI era stato
accettato con rassegnazione. Ho un altro documento notevole da
proporre, sugli anni della "contestazione"...

> Mi sembra che Curcio non ricorda bene, ma Macchiarini venne
> pestato a sufficienza.

Ricordo anch'io la sua foto: aveva un occhio nero. Avrà sbattuto
contro una porta, evidentemente :-)) Ma non è quel po' di pudore che
Curcio mostra nel minimizzare certi episodi, quello che diminuisce il
valore storico del suo racconto.

> E oggi sono solo assassini su commissione, non sappiamo
> chi paga, ma il committente paga ogni volta che la situazione
> politica si "imbroncia"e dare la colpa al "servizio di stato" non
> mi sembra una bestemmia.

No, una bestemmia non è, ma non deve nemmeno diventare un alibi di
comodo per giustificare errori, se errori ci sono stati. La logica del
cui prodest porta a tortuosità che il più delle volte si rivelano
controproducenti: c'era poi "il grande vecchio"? Le piste nere hanno
portato a vicoli ciechi dove il segreto di stato fa muro, ma
nell'indagare sul terrorismo di sinistra è venuto fuori uno
spontaneismo che non aveva davvero bisogno di essere diretto da
nessuno. Conoscevo uno degli "autonomi della Barona", imputati di
omicidi a sangue freddo: quando lo presero non ci potevo credere, era
il figlio di una persona ben nota negli ambienti culturali milanesi
(scusa se non faccio nomi), la quale cercò inutilmente di dimostrare
l'innocenza del figlio, reo confesso: posso garantire che quel
collettivo nacque con la deliberata intenzione di amministrare la
"giustizia proletaria" con le pallottole.
Non fu una "copertura" dei servizi segreti, fu quella che chiamo la
sindrome da Robin Hood...

> Lo ringrazio di aver postato su Curcio perché mi ha dato la
> possibilità di ritornare addietro e sentire come allora il "vento
> sulla pelle" Devo dare atto che non si può considerare infame
> Curcio e che lo vedo con occhio più benevolo

Allora penso che sarà gradito quell'altro documento che ho intenzione
di proporre, un bel tuffo nel passato di 30 anni fa :-)
Non si tratta più di lotta armata, ma di rivoluzionari da università,
capaci di produrre fiumi di parole ma idee poche, e quelle poche ben
confuse...
Anche in questo caso, ci sarà da capire, e mostrare indulgenza verso
molte persone che hanno creduto in buona fede non solo di poter
cambiare la storia, ma di affrettare i tempi del cambiamento con mezzi
più spicci di quelli che avevano gli "immobilisti" del PCI.

saluti
--
Piero F.


Pomero

unread,
Apr 8, 2002, 8:11:06 AM4/8/02
to

"Piero F." <mail...@jumpy.it> ha scritto nel messaggio
news:a8plat$t8u$1...@pegasus.tiscalinet.it...
> di proporre, un bel tuffo nel passato di 30 anni fa :-)*** meno che ..nel
mezzo del camin di....****

> Non si tratta più di lotta armata, ma di rivoluzionari da università,
> capaci di produrre fiumi di parole ma idee poche, e quelle poche ben
> confuse...
> Anche in questo caso, ci sarà da capire, e mostrare indulgenza verso
> molte persone che hanno creduto in buona fede non solo di poter
> cambiare la storia, ma di affrettare i tempi del cambiamento con mezzi
> più spicci di quelli che avevano gli "immobilisti" del PCI.
>
> saluti
> --
> Piero F.
>
> Indubbiamente l'età, la provenienza, le tradizioni anche famigliari hanno
determinato la mia "avversione" per il '68 anche te dici"avrebbero voluto"
ma non hanno portato grandi idee e ti ricordo che i loro propugnatori non
hanno fatto (in linea generale) una bella figura politica, c'era tanto da
rimettere in discussione che il PCI aveva dimenticato, ma non lo hanno (o lo
hai) fatto in modo efficiente, il solo scopo raggiunto è stato di far si che
il PCI si chiudesse a riccio per la paura di quello che potesse avvenire.

"L'occhio di Hidalgo" non è la fine del mondo per noi :-))

Nessun alibi, ma credo che il problema "servizi" non sia sottovalutabile,
perché hanno dato nel passato ed oggi motivo di dimostrare la loro
efficienza.

Aspetto il nuovo documento anche se non è una area che conosco bene, ma più
conosci più lo apprezzi

Grazie
Pomero


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