*GB* <
gb...@ymail.com> wrote:
> Giusto. Ma l'esistenza stessa del collare con targhetta prova che era
> sentita la necessitā di identificare gli schiavi, visto che all'epoca
> non c'era ancora il discrimine etnico. Evidentemente non li marchiavano
> tutti, perō ammetterai che quel collare puō dare fastidio giā durante
> lo svolgimento dei compiti servili, per cui un romano furbo avrebbe
> probabilmente provveduto a far tatuare i suoi schiavi. In alternativa,
> o non erano furbi o all'epoca si conoscevano tutti tra di loro.
mah, si potrebbe vedere cosa succede nelle etā pių recenti, su cui siamo
meglio documentati.
La societā etiopica praticava la schiavitų fino ai primi decenni del XX
secolo.
Gli schiavi erano negri, ma dato che erano tutti negri non era quello
l'elemento discriminante.
Ci poteva essere un elemento etnico in quanto gli schiavi appartenevano
prevalentemente ad etnie non abissine, per esempio gli Oromo, ma le
etnie erano in realtā molto mescolate, c'erano molti Oromo ricchi che
possedevano schiavi, c'erano anche schiavi abissini, anche se non molti
ecc... e poi non credo che sia sempre cosė immediato distinguere un
Oromo da un Amhara.
Non ho mai letto che fosse una pratica normale marchiarli, né che
avessero segni distintivi standard, come targhette ecc.
Perō tutti sapevano se uno era uno schiavo o no.
Da una parte non so se il paragone puō funzionare, perché parliamo di
una societā formata da piccolissimi villaggi, e quindi tutti conoscevano
letteralmente tutti.
Ma poiché questi villaggi vivevano in grande isolamento, che cosa
impediva ad uno schiavo di avviarsi lemme lemme senza farsi notare lungo
un sentiero e non tornare pių indietro? Un territorio grande quattro
volte l'Italia, con una popolazione piuttosto rada, vaste aree
completamente disabitate...
Poiché questa cosa, che per noi appare misteriosa, non viene mai
spiegata, vuol dire che nessuno si era mai posto il problema, quindi che
il problema *non esisteva*...
Cosė pensa e ripensa, posso arrivare alla conclusione che ci siano due
cose importanti:
1. La condizione di schiavo (come quella di padrone di schiavi) č
fortemente interiorizzata. Lo schiavo sa di essere schiavo, e sa che non
basta allontanarsi per cambiare la propria condizione. Questa
interiorizzazione č evidentemente molto forte in chi nasce schiavo,
oppure in chi č ridotto in schiavitų in giovanissima etā, come succede
nella grandissima maggioranza dei casi: questi bambini hanno subito e
visto ogni genere di violenza, ed hanno interiorizzato un terrore che li
accompagnerā per tutta la vita. Ma spesso viene reso schiavo anche
l'adulto, e non č impossibile (anche se pių raro) il caso che anche il
prigioniero di guerra venga ridotto in schiavitų. Anche in questo caso
evidementemente la riduzione in schiavitų, la perdita violenta della
condizione di uomo libero viene vissuta come una sconfitta personale
cosė traumatica da segnare una persona per tutta la vita.
2. In una societā schiavista, lo schiavo fuggiasco sa che non ha nessun
posto dove andare. Noi viviamo in una societā individualista, e siamo
abituati a pensare che ognuno deve contare sulle proprie forze
(veramente non č cosė neanche adesso). Pių si scende verso fasi
primitive della societā, pių l'individuo non esiste, esiste il gruppo, e
lo schiavo fuggiasco vive in uno isolamento che pių che spaventoso č
impensabile.
Societā pių evolute non sono cosė, ed una societā come quella romana,
con cittā di decine o centinaia di migliaia di abitanti, traffici
ininterrotti, una mescolanza etnica quale non si era mai vista
nell'antichitā, doveva fornire pių ampi spazi ove nascondersi, quella
picola o grande Corte dei Miracoli che in ogni societā organizzata
ospita irregolari di ogni genere; e sappiamo che una certa percentuale
di schiavi fuggiaschi esisteva, pių piccola e nascosta nelle etā di
pace, pių numerosa e preoccupante nelle etā di disordini - Augusto nella
Res Gestae si vanta di aver catturato, nella guerra contro i pirati,
trentamila fuggiaschi, e di averli consegnati ai loro padroni(*). In
ogni caso la condizion del fuggiasco doveva essere quella del cane
randagio, ossessionato dal terrore, consapevole che il suo destino sarā
la croce(**) - una condizione esistenziale cosė anomala, che si legge in
faccia ad una persona.
=====
(*) Questa vanteria č un po' esagerata: un conto č riconoscere uno
schiavo, un altro sapere chi era il suo padrone. Alcuni potevano essere
marchiati, ma c'era un archivio dei marchi di schiavi? altri saranno
strati torturati per farli parlare; nella maggior parte dei casi,
presumo che siano stati semplicemente crocifissi sul posto, senza tante
domande: il padrone, chiunque sia, ringrazierā.
(**) Giovanni Pascoli, nelle poesie latine, affronta spessissimo il tema
della schiavitų, che gli autori classici a cui si ispira hanno
completamente ignorato. Nell'Ecloga XI sive ovis peculiaris Virgilio
ascolta accidentalmente la confessione di un vecchio schiavo fuggiasco.
http://www.mauriziopistone.it/testi/carmina/03_ecloga_xi.html
http://www.mauriziopistone.it/testi/carmina/sunti_1.html#III_ecloga_xi