Il 05/07/2016 12:16:33 Bhisma ha scritto:
> la colonna De Cristoforis trasportava un ingente scorta di munizioni
> destinati al forte di Saati: 30.000 colpi. Come fu possibile allora che i
> nostrii soldati esaurissero le munizioni, come riportato da quasi tutti gli
> storici? Forse le munizioni, in salmeria su cammelli, non erano prontamente
> disponibili? Forse cammelli e cammellieri se la batterono all'inizio
> dell'attacco?
Approfondendo la ricerca (ricavo gran parte di queste note da "Gli
italiani in Africa orientale" di Del Boca e da un blog d'argomento
storico che porta una puntuale bibliografia --
http://tinyurl.com/zrdvs2s -- ma ho consultato molti più articoli
online) non trovo particolari in grado di risolvere questo dubbio.
Non mi pare venga nemmeno sollevato da qualche storico degno di nota,
forse sono ingenuo io e mi sfugge qualcosa di elementare.
Trovo comunque alcune rare -- e contradditorie -- testimonianze dirette
dello scontro oltre a quella di Michelini.
Il tenente Savoiroux ed il dott. Augusto Salimbeni, all'epoca
prigionieri in ostaggio di Ras Alula che assistettero allo scontro, ne
riferirono in modo diverso.
Secondo Savoiroux, Ras <<Alula diede il segnale dell'attacco facendo
battere i tamburi e tutta l' armata abissinese, formata di circa 7000
uomini fra cavalieri e pedoni, volò all'assalto. Si sentì un clamore,
un vociare, un urlo, un rumore spaventoso, prodotto dai gridi dei
combattenti, dallo sparare dei moschetti, dall'urla dei nostri bravi
soldati che opponevano tutte le loro forze per respingere l'assalto,
poi a poco a poco il rumore si fece meno assordante e poi debole e poi
cessò affatto>> Secondo lui la fase decisiva della battaglia sarebbe
durata un quarto d'ora.
Per Salimbeni la colonna aprì e mantenne un fuoco violentissimo, ma
scarsamente efficace mentre gli abissini "armati di lance, scudi e
sciabole pesanti, ma anche di fucili in numero minore ma rilevante" la
circondavano a distanza riparandosi tra le pieghe del terreno.
Completato che fu il totale aggiramento gli abissini "sciamarono come
formiche" impazzite verso gli italiani (Salimbeni ne valuta il numero
in 20.000 circa, Savoiroux in 7000) e il massacro vero e proprio fu
breve.
Secondo diverse versioni gli italiani si sarebbero dapprima attestati a
difesa su alcune alture più basse, ritirandosi poi ed ammassandosi sin
troppo su una più alta prima dell'attacco finale.
Comunque, nessuna delle versioni contrasta con l'idea che nella fase
terminale dell'attacco gli italiani avessero finito le munizioni.
Anche le perdite inflitte agli uomini di Ras Allula, circa mille
secondo gli autori che ho consultato, mi sembrano coerenti con l'idea
che utilizzassero solo le munizioni in dotazione individuale (80 colpi
a testa per 500 uomini circa secondo gli autori de "Il '91" già citati.
Non trovo riferimenti alle salmerie cammellate e alle munizioni che
esse trasportavano oltre a rifornimenti vari, ma l'idea che si dessero
alla fuga mi sembra tutt'altro che peregrina, visto che ci sono
testimonianze di come i soldati indigeni presenti nella colonna, i
"basci-buzuk", avessero cominciato a darsela a gambe in massa sin dal
mattino, inseguiti dalla derisione e dalle male parole dgli italiani,
mentre che nella notte precedente alla spedizione gli italiani avevano
avuto grandi difficoltà a trovare cammelli e cammellieri disposti a
seguire la colonna. Dato che gli ufficiali italiani erano stati
informati della presenza di forti concentrazioni indigene prima che
esse iniziassero qualunque manovra aggirante e che l'aggiramento fu
frutto della decisione di De Cristoforis di attestarsi a difesa --
decisione condivisa da tutti i suoi subalterni convocati a rapporto, a
quanto pare -- avrebbero potuto benissimo farlo in questa fase. In
particolare, secondo la testimonianza di uno dei feriti, Giovanni De
Cristina, gli italiani si sarebbero ridotti ad usare alla fine le
"cartucce di piazza" in loro dotazione, quelle che venivano usate
dall'esercito per sparare sulle manifestazioni popolari in quanto
frantumandosi raramente producevano ferite mortali. Questo parrebbe
confermato dal Dottor Salimbeni, che venne costretto a curare i feriti
etiopi, molti dei quali secondo lui leggeri perché colpiti da quelli
che ritenne "proiettili di cartucce a mitraglia da sentinella, contro
l'uso delle quali in battaglia griderò sinché avrò vita".
Altro dettaglio significativo riferito dal Savoiroux è l'irritazione
furiosa di Ras Alula, che non riusciva a capire perché gli italiani si
fossero intestarditi a combattere uccidendo tanti dei suoi e facendosi
massacrare sino all'ultimo uomo, quando avrebbero potuto
tranquillamente sganciarsi. Probabilmente il suo obiettivo era più
quello di obbligare gli italiani a sgombrare Forte Saafi intercettando
i rifornimenti che non quello di annientare la colonna a prezzo di
perdite molto alte. Ottenuto l'obiettivo gli abissini tornarono
indietro, anche se alcuni ritengono che se non avessero subito tante
perdite nei due combattimenti avrebbero potuto tentare di assediare la
stessa Massaua. Il corpo di spedizione italiano assommava all'epoca a
circa tremila uomini in tutto, aveva quindi subito quasi un 20% di
diminuzione degli effettivi.
Altro particolare interessante che trovo, è che le mitragliatrici
Gatling di cui si era dotata la colonna, erano un residuato lasciato a
Massaua dai soldati egiziani al momento del loro ritiro. Questo
potrebbe spiegare lo stato piuttosto deplorevole in cui si trovavano.
Va anche considerato che molti dei particolari con cui Dogali è entrata
quasi immediatamente nella leggenda, sono inventati di sana pianta,
sebbene mi sembri difficile che pure questo della fine delle munizioni
lo sia. Però immediatamente la stampa e l'opinione pubblica iniziarono
ad inventare cose piuttosto difformi dal vero, anche per l'assenza di
rapporti dettagliati sull'evento che arrivarono piuttosto tardi e la
riluttanza a renderli pubblici degli alti comandi.
Ad esempio si disse che si trattò di un attacco di sorpresa (e non lo
fu) che la zona era montuosa, che i soldati italiani si trovarono in un
canalone a picco (mentre si trattava di una bassa zona collinare)
eccetera. Il massimo della fantasia lo raggiunsero forse alcuni
giornali che si inventarono una improbabile storia d'amore tra una
(manco a dirlo bellissima) principessa, figlia dello stesso Ras Alula,
malmaritata a un "cattivo" capo abissino e un soldato italiano ferito.
Molto discusso è anche l'episodio leggendario secondo cui De
Cristoforis, al momento della fine, avrebbe ordinato ai suoi soldati
ancora in vita di schierarsi e rendere l'onore delle armi ai compagni
caduti.
Questo episodio trova la sua origine nelle ultime parole che un soldato
ferito avrebbe raccontato a degli alti ufficiali, ed ebbe sin
dall'inizio dei sostenitori come l'Oriani, che inveivano con rara
violenza verbale sulla stampa contro i dubbiosi, ma non è mai stato
accolto come ufficiale dalle nostre forze armate.
E' vero che alcuni componenti di una successiva (scarna) colonna di
soccorso che arrivò sul posto a massacro compiuto e, per sua fortuna,
ad abissini ormai ritirati, testimoniarono che molti cadaveri
apparivano "insolitamente ben allineati". Questi stessi testimoni
riferiscono però che i cadaveri apparivano sconciati e depredati,
mentre i soliti ostaggi raccontano che molti abissini rivestirono le
uniformi italiane dopo la vittoria. Quindi l'allineamento potrebbe
essere stato opera degli stessi abissini.
Va detto però d'altra parte che gesti del genere non erano certo
estranei alla cultura militare ottocentesca.
La questione è ancor oggi oggetto di discussioni tra storici, spesso
pesantemente condizionata da impostazioni ideologiche.
Comunque, per quanto ovviamente governo ed alti comandi cercassero di
alimentare il più possibile gli aspetti leggendari e patriottici di
Dogali, al fine di distogliere l'attenzione dalle loro responsabilità,
l'ondata di commozione per i "500 di Dogali" fu immensa e genuinamente
popolare.
Chi pagò le conseguenze più pesanti dal punto di vista politico fu il
ministro degli Esteri De Robilant [1], autore dell'infelice frase in
Parlamento sui "quattro predoni etiopici" che non avrebbero costituito
un problema reale per i nostri soldati, costretto alle dimissioni. Il
nuovo governo DePretis rimpastato non ebbe però problemi, sull'onda di
indignazione patriottica che percorse l'Italia dell'epoca, ad ottenere
a larga maggioranza una legge che stanziava 5 milioni (d'allora) per
l'invio di nuove truppe in Eritrea, il rafforzamento del dispositivo
militare eccetera, malgrado la dura opposizione di alcuni deputati
socialisti. Tra essi va segnalato in modo particolare Andrea Costa:
"non ci lasciamo impressionare dalle frasi altisonanti di onore della
bandiera, prestigio militare e che so io. Questa roba qui si adopera
per far passare una merce più volte avariata".
Non saprei bene quanto questa di questa opposizione socialista fosse
avvertita dalle masse popolari, con la probabile eccezione della classe
operaia più politicizzata. Il deputato-operaio Maffi, dell'estrema
sinistra, non aderì peraltro alla mozione Costa.
Dogali fu anche una delle prime occasioni in cui la Chiesa riprese a
prendere parte a celebrazioni politiche civili e in cui si vide il
tricolore sabaudo nelle chiese.
Almeno trecentomila persone commosse attesero il ritorno di alcuni
cadaveri di soldati a Napoli, evento che suscitò la sentita descrizione
di Matilde Serao.
A questa immediata percezione di Dogali come gloria patriottica presero
parte intellettuali di rilievo, Pascoli, De Amicis (in base all'idea
"socialista" dell'Italia come nazione proletaria, suppongo) radicali
antigovernativi come Cavallotti eccetera.
Di contro, tra i grandi intellettuali italiani dell'epoca, si levò
invece l'opposizione dura di Carducci. Sebbene ormai fosse molto avanti
sulla strada della riconciliazione con l'idea monarchica, in
un'impennata di "giacobinismo risorgimentale" dichiarò che come poeta
rifiutava di commemorare le vittime di una "spedizione inconsulta"
calata in Africa a far "ciò che i Croati hanno fatto in Italia".
Ancor oggi oggetto di perplessità per i critici fu invece la posizione
di D'Annunzio, che nel suo romanzo "Il piacere" fa dire al suo
protagonista, al momento in cui incontra una manifestazione a favore
dei caduti di Dogali descritta come plebea, sediziosa e cinerea, che
erano "quattrocento bruti, morti brutalmente". La cosa appare piuttosto
strana per il futuro poeta-soldato, tanto che ancor oggi la critica è
divisa tra che ritiene che in quel momento effettivamente lo snobismo
decadente di D'Annunzio prevalesse sul patriottismo e chi ritiene che
si trattasse invece di una delle tante connotazioni negative che, senza
condividerle, attribuisce appositamente al suo personaggio. Fatto sta
che l'editore cercò di convincerlo a rinunciare a quel passaggio, ma il
poeta fu irremovibile.
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[Nota 1] L'aristocratica famiglia torinese Nicolis de Robilant, sebbene
raccogliesse altissimi incarichi politici e militari portati a termine
con onore, sembra non aver portato troppa fortuna all'Italia.
Un nipote del ministro, Generale durante la prima guerra mondiale, fu
accusato di aver male interpretato e tardivamente eseguito gli ordini
di Cadorna, contribuendo alla disfatta di Caporetto con oltre 11.000
prigionieri.
La cosa non gli impedì di essere in seguito promosso e diventare
Senatore del Regno. Al solito, sulla questione gli storici sono divisi.