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[postato anche su ICSM] La battaglia di Dogali e il fucile mod. 91

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Bhisma

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Jul 5, 2016, 5:16:47 AM7/5/16
to
La battaglia di Dogali con i suoi 500 morti a cui sono tuttora
intitolate tante vie, piazze e monumenti è così radicata
nell'immaginario coloniale della prima Italia unita, che quasi non vale
la pena rifarne la storia se non nel modo più schematico.
Meno noti, almeno per me sino ad oggi, erano i riflessi che essa ebbe
sula storia dell'armamento dei soldati italiani.
Nel 1885 l'Italia aveva occupato, con un piccolo corpo di spedizione e
senza colpo ferire il porto eritreo di Massaua, all'epoca tenuto
dall'Egitto in maniera piuttosto debole, dopo il suo abbandono da parte
della Turchia.
Il porto aveva una certa importanza per il Mar Rosso e l'operazione era
più o meno ufficialmente concordata con l'Inghiterra allora alle prese
con la rivolta del Mahdi in Sudan e che vedeva di buon occhio
l'occupazione da parte di una potenza europea non troppo pericolosa di
un'importante tappa logistica.
Tuttavia, secondo la maggior parte degli storici e parte dell'opinione
pubblica italiana d'allora, quell'occupazione, che segnò l'inizio del
primo tentativo di colonizzazione africana da parte dell'Italia,
rispondeva assai più alla necessità di darsi prestigio a livello
internazionale e di risolvere con un afflato di patriottismo le
contraddizioni sociali interne che non a razionali motivazioni
economiche coloniali.
Comunque sia, quell'occupazione e la successiva per quanto minima
espansione territoriale italiana aveva irritato non poco il confinante
impero etiope, senza che la cosa preoccupasse molto il governo
italiano. Sono anzi registrate dichiarazioni al Parlamento in cui si
diceva che quei "quattro ladroni" delle forze etiopi non potevano dare
serie preoccupazioni al corpo di spedizione italiano, per quanto
piccolo esso fosse. Va detto che questo complesso di superiorità degli
eserciti occidentali verso i combattenti africani era all'epoca molto
radicato e diffuso tra le potenze coloniali e in gran parte motivato
dalla superiorità tecnologica e tattica che li faceva assumere come
invincibili anche contro masse enormemente superiori di guerrieri
indigeni. Alcune celebri battaglie successive, Adua, Isandlwana
avrebbero messo a nudo la fragilità di questa presunzione se portata
all'eccesso.
Comunque sia, nel Gennaio 1887 Ras Alula Engida, gran nobile etiope,
signore di Asmara e governatore feudale locale dalla fama di
determinato combattente, aveva intimato lo sgombero delle forze
italiane al comando del maggiore Boretti, circa 700 uomini, che avevano
costruito su un altura il fortino di Saati a circa 30 km da Massaua.
Dopo pochi giorni, il 25 Gennaio Ras Alula assalì il fortino con circa
20.000 uomini (le cifre variano a seconda delle valutazioni, ma
l'ordine di grandezza è quello).
In questo primo scontro la superiorità tecnologica dell'armamento
italiano funzionò eccome nel compensare la gravissima inferiorità
numerica.
All'epoca le truppe italiane avevano in dotazione il fucile a
ripetizione Vetterli-Vitali modello 1870/87, un ammodernamento del
vecchio Vitali 1870 monocolpo con sistema a catenaccio (4 colpi nel
caricatore), in calibro 10,35. Si trattava di un'arma decisamente
superiore, dal punto di vista del volume di fuoco, al monocolpo
Springfield 1873 la cui inadeguatezza è considerata una delle cause
della sconfitta di Custer al Little Big Horn, altro celeberrimo scontro
tra truppe occidentali modernamente organizzate e guerrieri indigeni
finito male per le prime, scontro che si era svolto appena l'anno
prima. Avvantaggiate anche dalle strutture difensive del fortino e da
un paio di cannoni, le truppe italiane con scarse perdite inflissero
una tale falcidia agli uomini di Ras Alula che questi dopo 4 ore di
combattimento rinunciò all'attacco.
Trovandosi comunque in situazione piuttosto disperata, Boretti mandò un
messaggio con richiesta urgente di soccorsi al vicino Forte di
Moncullo, da cui partì la mattina del 26 Gennaio una colonna di circa
500 uomini al comando del tenente colonnello De Cristoforis.
Questa colonna venne intercettata dagli esploratori di Ras Alula che la
attaccò con una forza valutabile tra i 7000 e i 10.000 uomini. Pur
potendo sganciarsi (almeno secondo diversi autori) De Cristoforis
decise di attestarsi a difesa sulla collina di Dogali. Nelle
motivazioni della medaglia d'oro alla memoria che gli venne conferita
poi, si parla di decisione dettata dall'onore, ma è probabile che
confidasse nei suoi fucili a ripetizione, anche. Purtroppo per noi,
però, questa volta non furono sufficienti. Malgrado le altissime
perdite inflitte agli indigeni questi non rinunciarono all'attacco e
quando gli italiani, finite le munizioni (80 colpi a testa) furono
costretti a difendersi all'arma bianca vennero quasi completamente
massacrati. Quanto al presidio di Saafi riuscì fortunosamente a
ritirarsi a Moncullo la notte stessa, senza essere intercettato dagli
indigeni.
L'evento fece enorme impressione in Italia e nel mondo, a tutti i
caduti venne decretata la medaglia d'argento alla memoria, monumenti,
celebrazioni eccetera ed esso provocò l'intensificarsi della
penetrazione italiana in Eritrea.
Fu proprio il massacro di Dogli a convincere i comandi italiani della
necessità di dotare le proprie truppe di un fucile di calibro
inferiore, cosa che avrebbe consentito di portare una quantità maggiore
di munizioni. E' per questo motivo che il bando di concorso per un
nuovo fucile da cui sarebbe scaturito il famoso mod. '91 che avrebbe
accompagnato i soldati italiani per due guerre mondiali, richiedeva sin
dagli inizi un calibro non superiore a 6.5.

Così sostengono, tra gli altri, gli autori della monografia "Il '91" di
Simone Belogi e Grimaldi, ed. Ravizza, scaricabile qui
http://tinyurl.com/jtg96lf

--
... e il pensier libero, è la mia fé!

Bhisma

unread,
Jul 5, 2016, 6:23:06 AM7/5/16
to
Il 05/07/2016 11:01:26 Bhisma ha scritto:

All'epoca le truppe italiane avevano in dotazione il fucile a
ripetizione Vetterli-Vitali modello 1870/87,

Da una testimonianza dell'allora Capitano Michelini di San Martino,
unico ufficiale sopravvissuto allo scontro di Dogali
http://tinyurl.com/hxsgwou
si rileva che la colonna De Cristoforis aveva anche due "vecchie
mitragliatrici rotanti Gatling a dieci canne", utilizzate già a partire
dalla guerra di Secessione USA.
Benché siano ritenute armi abbastanza efficienti per l'epoca, si
incepparono dopo poco. Michelini attribuisce la cosa a condizioni
ambientali, polvere, ossidazione delle munizioni, deformazione delle
pallottole durante il trasporto.
Non so se avrebbero potuto fare una differenza, ma noto che Custer
scelse di non portarsi queste primitive mitragliatrici nella spedizione
del Little Big Horn perché giudicava che lo avrebbero rallentato troppo
e le riteneva inaffidabili. Custer nella guerra di Secessione aveva
combattuto e suppongo le conoscesse piuttosto bene.

La testimonianza di Michelini solleva comunque un problema che mi ero
già posto: la colonna De Cristoforis trasportava un ingente scorta di
munizioni destinata al forte di Saati: 30.000 colpi.

Come fu possibile allora che i nostri soldati esaurissero le munizioni,
come riportato da quasi tutti gli storici?
Forse le munizioni, in salmeria su cammelli, non erano prontamente
disponibili?
Forse cammelli e cammellieri se la batterono all'inizio dell'attacco?

Tizio.8020

unread,
Jul 5, 2016, 12:45:16 PM7/5/16
to
Citazione:
<...la cui inadeguatezza è considerata una delle cause
della sconfitta di Custer al Little Big Horn, altro celeberrimo scontro
tra truppe occidentali modernamente organizzate e guerrieri indigeni
finito male per le prime, scontro che si era svolto appena l'anno
prima.>


E' un lapsus: la battaglia si era svolta il 25 giugno del 1876, quindi oltre undici anni prima...

Bhisma

unread,
Jul 5, 2016, 1:51:27 PM7/5/16
to
Il 05/07/2016 18:45:15 Tizio.8020 ha scritto:
> E' un lapsus: la battaglia si era svolta il 25 giugno del 1876, quindi oltre
> undici anni prima...

Ti ringrazio; mi era già stato fatto osservare.

Bhisma

unread,
Jul 5, 2016, 2:36:12 PM7/5/16
to
Il 05/07/2016 12:16:33 Bhisma ha scritto:

> la colonna De Cristoforis trasportava un ingente scorta di munizioni
> destinati al forte di Saati: 30.000 colpi. Come fu possibile allora che i
> nostrii soldati esaurissero le munizioni, come riportato da quasi tutti gli
> storici? Forse le munizioni, in salmeria su cammelli, non erano prontamente
> disponibili? Forse cammelli e cammellieri se la batterono all'inizio
> dell'attacco?

Approfondendo la ricerca (ricavo gran parte di queste note da "Gli
italiani in Africa orientale" di Del Boca e da un blog d'argomento
storico che porta una puntuale bibliografia --
http://tinyurl.com/zrdvs2s -- ma ho consultato molti più articoli
online) non trovo particolari in grado di risolvere questo dubbio.
Non mi pare venga nemmeno sollevato da qualche storico degno di nota,
forse sono ingenuo io e mi sfugge qualcosa di elementare.
Trovo comunque alcune rare -- e contradditorie -- testimonianze dirette
dello scontro oltre a quella di Michelini.
Il tenente Savoiroux ed il dott. Augusto Salimbeni, all'epoca
prigionieri in ostaggio di Ras Alula che assistettero allo scontro, ne
riferirono in modo diverso.
Secondo Savoiroux, Ras <<Alula diede il segnale dell'attacco facendo
battere i tamburi e tutta l' armata abissinese, formata di circa 7000
uomini fra cavalieri e pedoni, volò all'assalto. Si sentì un clamore,
un vociare, un urlo, un rumore spaventoso, prodotto dai gridi dei
combattenti, dallo sparare dei moschetti, dall'urla dei nostri bravi
soldati che opponevano tutte le loro forze per respingere l'assalto,
poi a poco a poco il rumore si fece meno assordante e poi debole e poi
cessò affatto>> Secondo lui la fase decisiva della battaglia sarebbe
durata un quarto d'ora.
Per Salimbeni la colonna aprì e mantenne un fuoco violentissimo, ma
scarsamente efficace mentre gli abissini "armati di lance, scudi e
sciabole pesanti, ma anche di fucili in numero minore ma rilevante" la
circondavano a distanza riparandosi tra le pieghe del terreno.
Completato che fu il totale aggiramento gli abissini "sciamarono come
formiche" impazzite verso gli italiani (Salimbeni ne valuta il numero
in 20.000 circa, Savoiroux in 7000) e il massacro vero e proprio fu
breve.
Secondo diverse versioni gli italiani si sarebbero dapprima attestati a
difesa su alcune alture più basse, ritirandosi poi ed ammassandosi sin
troppo su una più alta prima dell'attacco finale.
Comunque, nessuna delle versioni contrasta con l'idea che nella fase
terminale dell'attacco gli italiani avessero finito le munizioni.
Anche le perdite inflitte agli uomini di Ras Allula, circa mille
secondo gli autori che ho consultato, mi sembrano coerenti con l'idea
che utilizzassero solo le munizioni in dotazione individuale (80 colpi
a testa per 500 uomini circa secondo gli autori de "Il '91" già citati.
Non trovo riferimenti alle salmerie cammellate e alle munizioni che
esse trasportavano oltre a rifornimenti vari, ma l'idea che si dessero
alla fuga mi sembra tutt'altro che peregrina, visto che ci sono
testimonianze di come i soldati indigeni presenti nella colonna, i
"basci-buzuk", avessero cominciato a darsela a gambe in massa sin dal
mattino, inseguiti dalla derisione e dalle male parole dgli italiani,
mentre che nella notte precedente alla spedizione gli italiani avevano
avuto grandi difficoltà a trovare cammelli e cammellieri disposti a
seguire la colonna. Dato che gli ufficiali italiani erano stati
informati della presenza di forti concentrazioni indigene prima che
esse iniziassero qualunque manovra aggirante e che l'aggiramento fu
frutto della decisione di De Cristoforis di attestarsi a difesa --
decisione condivisa da tutti i suoi subalterni convocati a rapporto, a
quanto pare -- avrebbero potuto benissimo farlo in questa fase. In
particolare, secondo la testimonianza di uno dei feriti, Giovanni De
Cristina, gli italiani si sarebbero ridotti ad usare alla fine le
"cartucce di piazza" in loro dotazione, quelle che venivano usate
dall'esercito per sparare sulle manifestazioni popolari in quanto
frantumandosi raramente producevano ferite mortali. Questo parrebbe
confermato dal Dottor Salimbeni, che venne costretto a curare i feriti
etiopi, molti dei quali secondo lui leggeri perché colpiti da quelli
che ritenne "proiettili di cartucce a mitraglia da sentinella, contro
l'uso delle quali in battaglia griderò sinché avrò vita".

Altro dettaglio significativo riferito dal Savoiroux è l'irritazione
furiosa di Ras Alula, che non riusciva a capire perché gli italiani si
fossero intestarditi a combattere uccidendo tanti dei suoi e facendosi
massacrare sino all'ultimo uomo, quando avrebbero potuto
tranquillamente sganciarsi. Probabilmente il suo obiettivo era più
quello di obbligare gli italiani a sgombrare Forte Saafi intercettando
i rifornimenti che non quello di annientare la colonna a prezzo di
perdite molto alte. Ottenuto l'obiettivo gli abissini tornarono
indietro, anche se alcuni ritengono che se non avessero subito tante
perdite nei due combattimenti avrebbero potuto tentare di assediare la
stessa Massaua. Il corpo di spedizione italiano assommava all'epoca a
circa tremila uomini in tutto, aveva quindi subito quasi un 20% di
diminuzione degli effettivi.

Altro particolare interessante che trovo, è che le mitragliatrici
Gatling di cui si era dotata la colonna, erano un residuato lasciato a
Massaua dai soldati egiziani al momento del loro ritiro. Questo
potrebbe spiegare lo stato piuttosto deplorevole in cui si trovavano.

Va anche considerato che molti dei particolari con cui Dogali è entrata
quasi immediatamente nella leggenda, sono inventati di sana pianta,
sebbene mi sembri difficile che pure questo della fine delle munizioni
lo sia. Però immediatamente la stampa e l'opinione pubblica iniziarono
ad inventare cose piuttosto difformi dal vero, anche per l'assenza di
rapporti dettagliati sull'evento che arrivarono piuttosto tardi e la
riluttanza a renderli pubblici degli alti comandi.
Ad esempio si disse che si trattò di un attacco di sorpresa (e non lo
fu) che la zona era montuosa, che i soldati italiani si trovarono in un
canalone a picco (mentre si trattava di una bassa zona collinare)
eccetera. Il massimo della fantasia lo raggiunsero forse alcuni
giornali che si inventarono una improbabile storia d'amore tra una
(manco a dirlo bellissima) principessa, figlia dello stesso Ras Alula,
malmaritata a un "cattivo" capo abissino e un soldato italiano ferito.

Molto discusso è anche l'episodio leggendario secondo cui De
Cristoforis, al momento della fine, avrebbe ordinato ai suoi soldati
ancora in vita di schierarsi e rendere l'onore delle armi ai compagni
caduti.
Questo episodio trova la sua origine nelle ultime parole che un soldato
ferito avrebbe raccontato a degli alti ufficiali, ed ebbe sin
dall'inizio dei sostenitori come l'Oriani, che inveivano con rara
violenza verbale sulla stampa contro i dubbiosi, ma non è mai stato
accolto come ufficiale dalle nostre forze armate.
E' vero che alcuni componenti di una successiva (scarna) colonna di
soccorso che arrivò sul posto a massacro compiuto e, per sua fortuna,
ad abissini ormai ritirati, testimoniarono che molti cadaveri
apparivano "insolitamente ben allineati". Questi stessi testimoni
riferiscono però che i cadaveri apparivano sconciati e depredati,
mentre i soliti ostaggi raccontano che molti abissini rivestirono le
uniformi italiane dopo la vittoria. Quindi l'allineamento potrebbe
essere stato opera degli stessi abissini.
Va detto però d'altra parte che gesti del genere non erano certo
estranei alla cultura militare ottocentesca.
La questione è ancor oggi oggetto di discussioni tra storici, spesso
pesantemente condizionata da impostazioni ideologiche.

Comunque, per quanto ovviamente governo ed alti comandi cercassero di
alimentare il più possibile gli aspetti leggendari e patriottici di
Dogali, al fine di distogliere l'attenzione dalle loro responsabilità,
l'ondata di commozione per i "500 di Dogali" fu immensa e genuinamente
popolare.
Chi pagò le conseguenze più pesanti dal punto di vista politico fu il
ministro degli Esteri De Robilant [1], autore dell'infelice frase in
Parlamento sui "quattro predoni etiopici" che non avrebbero costituito
un problema reale per i nostri soldati, costretto alle dimissioni. Il
nuovo governo DePretis rimpastato non ebbe però problemi, sull'onda di
indignazione patriottica che percorse l'Italia dell'epoca, ad ottenere
a larga maggioranza una legge che stanziava 5 milioni (d'allora) per
l'invio di nuove truppe in Eritrea, il rafforzamento del dispositivo
militare eccetera, malgrado la dura opposizione di alcuni deputati
socialisti. Tra essi va segnalato in modo particolare Andrea Costa:
"non ci lasciamo impressionare dalle frasi altisonanti di onore della
bandiera, prestigio militare e che so io. Questa roba qui si adopera
per far passare una merce più volte avariata".
Non saprei bene quanto questa di questa opposizione socialista fosse
avvertita dalle masse popolari, con la probabile eccezione della classe
operaia più politicizzata. Il deputato-operaio Maffi, dell'estrema
sinistra, non aderì peraltro alla mozione Costa.
Dogali fu anche una delle prime occasioni in cui la Chiesa riprese a
prendere parte a celebrazioni politiche civili e in cui si vide il
tricolore sabaudo nelle chiese.
Almeno trecentomila persone commosse attesero il ritorno di alcuni
cadaveri di soldati a Napoli, evento che suscitò la sentita descrizione
di Matilde Serao.
A questa immediata percezione di Dogali come gloria patriottica presero
parte intellettuali di rilievo, Pascoli, De Amicis (in base all'idea
"socialista" dell'Italia come nazione proletaria, suppongo) radicali
antigovernativi come Cavallotti eccetera.

Di contro, tra i grandi intellettuali italiani dell'epoca, si levò
invece l'opposizione dura di Carducci. Sebbene ormai fosse molto avanti
sulla strada della riconciliazione con l'idea monarchica, in
un'impennata di "giacobinismo risorgimentale" dichiarò che come poeta
rifiutava di commemorare le vittime di una "spedizione inconsulta"
calata in Africa a far "ciò che i Croati hanno fatto in Italia".

Ancor oggi oggetto di perplessità per i critici fu invece la posizione
di D'Annunzio, che nel suo romanzo "Il piacere" fa dire al suo
protagonista, al momento in cui incontra una manifestazione a favore
dei caduti di Dogali descritta come plebea, sediziosa e cinerea, che
erano "quattrocento bruti, morti brutalmente". La cosa appare piuttosto
strana per il futuro poeta-soldato, tanto che ancor oggi la critica è
divisa tra che ritiene che in quel momento effettivamente lo snobismo
decadente di D'Annunzio prevalesse sul patriottismo e chi ritiene che
si trattasse invece di una delle tante connotazioni negative che, senza
condividerle, attribuisce appositamente al suo personaggio. Fatto sta
che l'editore cercò di convincerlo a rinunciare a quel passaggio, ma il
poeta fu irremovibile.

=====
[Nota 1] L'aristocratica famiglia torinese Nicolis de Robilant, sebbene
raccogliesse altissimi incarichi politici e militari portati a termine
con onore, sembra non aver portato troppa fortuna all'Italia.
Un nipote del ministro, Generale durante la prima guerra mondiale, fu
accusato di aver male interpretato e tardivamente eseguito gli ordini
di Cadorna, contribuendo alla disfatta di Caporetto con oltre 11.000
prigionieri.
La cosa non gli impedì di essere in seguito promosso e diventare
Senatore del Regno. Al solito, sulla questione gli storici sono divisi.

Bhisma

unread,
Jul 6, 2016, 5:41:22 AM7/6/16
to
Il 05/07/2016 20:32:56 Bhisma ha scritto:

>Non mi pare venga nemmeno sollevato da qualche storico degno di nota,
>forse sono ingenuo io e mi sfugge qualcosa di elementare.

Dopo questa non spacco più i maroni lo giuro :-D ma ho provato a fare
due conti della serva e non mi tornano molto in nessun caso.

La giberna modello 1885/87 (distribuita nel 1885 ai carabinieri, nel
1887 alla fanteria e ai bersaglieri) conteneva tre caricatori da 4
colpi -- http://tinyurl.com/gs5khwt -- I bersaglieri ne portavano due e
così potrebbe aver fatto la colonna, vista la situazione.
Fanno da 12 a 24 colpi a testa, senza tener conto dei 4 nel caricatore
del fucile, di dotazione individuale.
Da 8000 a 14.000 colpi in totale per 500 uomini.

Siamo lontani dagli 80 colpi a testa descritti dagli autori de "il 91".

Se si sommano a questo quantitativo i 30.000 colpi trasportati in
salmeria di cui parla Michelini si arriva grosso modo a 40.000 in
effetti, e come cifra allora ci siamo.
Peraltro mi sembra piuttosto inverosimile che una spedizione di
soccorso a un forte assediato da decine di migliaia di guerrieri
indigeni, si portasse addosso solo un paio di dozzine di colpi a testa.
Inoltre i 30.000 colpi descritti da Michelini, fanno solo 23 colpi a
testa, circa sei caricatori, per la guarnigione di soccorso più la
colonna entrante.
Davvero molto poco per la situazione di emergenza in corso.

D'altra parte supponendo che i soldati si portassero da tre a sei
caricatori in giberna e il resto nello zaino (dai diciassette ai
quattordici caricatori non mi sembrano un peso insostenibile) questo
comporterebbe che portavano alla guarnigione assediata, secondo
Michelini, un rifornimento di munizioni inferiore alla loro dotazione
individuale, altra cosa piuttosto inverosimile.

Nessuno può/vuole sciogliermi questo dubbio, anche dandomi del bischero
se del caso? :-)

Tizio.8020

unread,
Jul 6, 2016, 3:56:52 PM7/6/16
to
Di nulla, il cambio di data non cambia nulla nel ragionamento.
Anzi, a maggior ragione, se erano state ritenute inutili nel 1876, potevano esserlo (ritenute inutili) nel 1887.
Fra l'altro, anche la "Battaglia di Little Big Horn" sconta particolari inventati di sana pianta.
Nel mio libro di Epica delle medie (inferiori) si parlava del 7° Cavalleggeri che "aggrediva la colonna di indiani al guado a sciabole sguainate".
Peccato che , secondo i resoconti dei superstiti , le sciabole fossero state lasciate a casa...

Bhisma

unread,
Jul 7, 2016, 4:20:07 AM7/7/16
to
Il 06/07/2016 21:56:51 Tizio.8020 ha scritto:
> Anzi, a maggior ragione, se erano state ritenute inutili nel 1876, potevano
> esserlo (ritenute inutili) nel 1887.

Ci sarebbe da fare un discorso piuttosto interessante su come i
generali di tutto il mondo, ancora alla fine dell'Ottocento,
guardassero con sospetto i fucili a ripetizione, ritenendo che
inducessero i soldati a sprecare le munizioni.
Qui mi limiterò a dire che sin dal 1863 era disponibile il leggendario
Winchester '63 a leva, largamente diffuso in ambito civile anche nelle
sue successive varianti, ma che contrariamente a quanto viene
rappresentato in certi vecchi film western, non venne mai adottato
dall'esercito USA.
Credo anche (ma sto andando a memoria) che il fucile a ripetizione
Henry (sempre a leva) fosse utilizzato già durante la Guerra di
Secessione, sebbene in modo non generalizzato.
Malgrado ciò, l'arma base dell'esercito americano restò lo Sprigfield
monocolpo nelle sue successive varianti, sino alla fine dell'Ottocento
o addirittura sino al 1903 (ho in mente il famoso Springfield 1903,
chiaramente, ma probabilmente ci furono dei modelli a ripetizione
intermedi anche per loro, dovrei controllare).
Sicuramente esistevano dei motivi economici, anche. Forse problemi di
robustezza eccetera. Però l'impostazione mentale dei comandi
sembrerebbe proprio quella.

> Fra l'altro, anche la "Battaglia di Little Big Horn" sconta particolari
> inventati di sana pianta.

E' piuttosto comune per tutti i combattimenti entrati nella leggenda,
specie per le "gloriose sconfitte".

Tizio.8020

unread,
Jul 7, 2016, 3:57:54 PM7/7/16
to
Proprio tutti tutti , no.
Se è vero che moltissimi Stati Maggiori si preoccupavano dell'eccessivo "possibile" spreco di munizioni (la famosa questione del "cut off"),alcuni altri (nella fattispecie i Turchi) furono in grado di ben apprezzare gli ultimi ritrovati della tecnica.
Mi riferisco alla Guerra fra Turchia e Russia del 1877/1878, in particolare alla Battaglia di Plevna.
Se è vero che fecero scarso ed errato uso delle Gatling in dotazione, seppero però rifarsi con un accorto uso delle migliaia di fucili Winchester.
Mi risulta che la Fanteria Russa subì fortissime perdite.

Bhisma

unread,
Jul 8, 2016, 3:19:35 AM7/8/16
to
Il 07/07/2016 21:57:53 Tizio.8020 ha scritto:
> Mi riferisco alla Guerra fra Turchia e Russia del 1877/1878, in particolare
> alla Battaglia di Plevna.
> Se è vero che fecero scarso ed errato uso delle Gatling in dotazione, seppero
> però rifarsi con un accorto uso delle migliaia di fucili Winchester.

Interessante. Me la guarderò.

Bhisma

unread,
Jul 8, 2016, 4:53:54 AM7/8/16
to
Il 08/07/2016 09:19:26 Bhisma ha scritto:
> Battaglia di Plevna

Me la sono guardata.

In effetti l'ammonimento sull'importanza della ripetizione ci sarebbe
tutto, ma non mi sembra venisse molto recepito: trovo in alcuni forum
militari che dopo Plevna i comandi zaristi avrebbero imputato
l'altissimo numero di perdite alla maggiore efficacia a distanza dei
fucili turchi.
I turchi avevano anche un Martini-Henry di produzione americana oltre
ai Winchester (c'è chi lo chiama Martini-Peabody, non so se sia una
confusione o effettivamente la fabbrica americana abbia cambiato
qualcosa).
Di conseguenza decisero di migliorare l'alzo del Berdan.

Non trascurerei nemmeno il fatto che comunque, malgrado le perdite,
alla fine i russi *vinsero* a Pleven, e che la situazione tattica, le
fortificazioni eccetera a cui attribuire l'altissimo costo in perdite,
potrebbero aver contribuito a a lasciare immodificata la convinzione
degli Stati Maggiori europei ed americani -- pressoché generalizzata
all'epoca -- che la ripetizione fosse più uno svantaggio che un
vantaggio.

Va anche considerato, infine, che uno dei motivi per cui l'esercito
americano all'epoca vedeva di malocchio il Winchester era la fragilità
che lo rendeva inadatto alle lunghe campagne "in the wild". Immagino
che Plevna, viste le condizioni in cui si svolse, facesse ben poco per
smentire quest'opinione.

Bhisma

unread,
Jul 8, 2016, 4:56:13 AM7/8/16
to
Il 08/07/2016 10:53:45 Bhisma ha scritto:
> I turchi avevano anche un Martini-Henry di produzione americana oltre ai
> Winchester

Non so, e mi domando, se la presenza dei Winchester fosse dovuta più al
fatto che i turchi erano costretti (?) a comprare le armi dagli USA che
non a loro intelligenza militare specifica.

Bhisma

unread,
Jul 8, 2016, 5:21:57 AM7/8/16
to
Il 08/07/2016 10:53:45 Bhisma ha scritto:
> c'è chi lo chiama Martini-Peabody, non so se sia una confusione o
> effettivamente la fabbrica americana abbia cambiato qualcosa

Da qui sembrerebbe che fossero fucili identici al Martini-Henry
inglese, e che la denominazione sia dovuta al fatto che l'industria
americana che li produsse per la Turchia era la depositaria del
brevetto per l'azione Peabody http://tinyurl.com/hdnbg3w

Jinx

unread,
Jul 8, 2016, 7:08:35 AM7/8/16
to

"Bhisma" <Af.b...@gmail.com> ha scritto nel messaggio
news:nlnrbk$tcm$1...@dont-email.me...
tu lima il mirino prima di parlare di armi
https://www.youtube.com/watch?v=2sx_8zBR-Z4

Bhisma

unread,
Jul 8, 2016, 9:49:08 AM7/8/16
to
Il 08/07/2016 13:08:33 Jinx ha scritto:
> tu

Sei sempre più nervosetto <g>
perché insisti a trollare, se ti fa male alla salute? :-D
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