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[Ant] Dalla Romanizzazione alla Globalizzazione (lungo)

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Gianfranco Cimino

unread,
Jan 16, 2004, 6:26:55 PM1/16/04
to
Dalla Romanizzazione alla Globalizzazione

La teoria della Romanizzazione
Nell'epoca dell'imperialismo europeo, a cavallo tra i secoli XIX e XX,
per inquadrare i complessi fenomeni seguiti, specie in Italia ed in
Europa Occidentale, alla conquista romana, è stata introdotta la teoria
della Romanizzazione.
Non esiste, secondo me, una definizione unica del significato di questo
termine, così come la teoria della Romanizzazione è piuttosto una
corrente di pensiero che una teoria vera e propria, ma, in breve,
potremo definire il processo di romanizzazione come la fusione delle
istituzioni e delle culture imperiale e locale (Garnsey Saller, - Storia
sociale dell'Impero Romano; Roma Bari 2003).

Cercherò quindi nel prosieguo di distinguere, il processo di
romanizzazione, dala teoria della Romanizzazione, che tale processo
cerca di inquadrare e spiegare, anche se alcuni studiosi, come vedremo,
sono contrari anche al solo uso del termine romanizzazione.

La teoria della Romanizzazione, è in effetti, non una vera e propria
teoria ben definita, ma una corrente di pensiero piuttosto ampia, che
presenta una certa
variabilità, ispirata, come si ci può aspettare, data l'epoca della sua
prima formulazione, dal concetto, tutto moderno ed europeo, di
imperialismo.

Certamente, nell'ambito della teoria della Romanizzazione, vi sono
diverse posizioni, ad esempio sul grado di volontarietà e di consenso,
da parte dei popoli conquistati (o meglio delle loro elites), al
processo stesso di romanizzazione.
Altre discordanze importanti riguardano l'estensione di tale processo,
ed in epoca relativamente recente si è sollevata l'ipotesi che vi siano
state delle resistenze e delle barriere, intese sia in senso geografico
che sociale, che la romanizzazione non ha saputo o potuto vincere.

Ma in realtà vi sono sempre state delle assunzioni comuni al di là delle
varie posizioni assunte dagli studiosi nell'ambito della teoria della
Romanizzazione.

La prima e fondamentale è la prospettiva "Occidentocentrica" e
teleologica per cui la diffusione della civiltà Europeo Occidentale nel
mondo veniva vista come la logica e storica prosecuzione della
diffusione della civiltà romana nel Mediterraneo ed in
Europa Occidentale.
Così il processo di romanizzazione veniva a fondersi e confondersi con
il mito, tutto occidentale, del progresso e della missione
civilizzatrice (e conquistatrice)"dell'uomo bianco" nel mondo intero.

Un'altra assunzione implicita della teoria della Romanizzazione è che
essa, in maniera più o meno velata, pretendeva di meglio spiegare i
processi dell'imperialismo europeo rifacendosi alla diffusione della
cultura e delle istituzioni romane in epoca classica: il passato poteva
fornire un utile ammaestramento, se non addirittura una giustificazione,
anche dal punto di vista politico.
Questo concetto a sua volta sottintendeva che la romanizzazione stessa
fosse una deliberata politica di Roma, coscientemente portata avanti per
secoli, cosa, aggiungerei io, nient'affatto certa.

Infine questa teoria focalizzava l'attenzione sullo sviluppo politico,
sociale ed economico nei territori dell'Europa Occidentale e del mondo
Mediterraneo
nell'ambito più vasto delle istituzioni romane, sacrificando così le
particolarità locali alla prospettiva generale.

Questa impostazione teorica aveva, ed ancor oggi ha, effetti anche sulle
ricerche archeologiche, che focalizzano la loro attenzione sulle elite
imperiali e su quegli elementi ritenuti importanti nell'ambito della
romanizzazione: città, forti, villae, strade, edifici pubblici.


Un nuovo modello per la romanizzazione
Con la decolonizzazione e la fine dell'imperialismo occidentale (almeno
nella forma che esso aveva assunto nel tardo XIX sec. e primo XX sec.),
questa prospettiva
storica è venuta completamente a cadere, ma la teoria della
Romanizzazione è ancora oggetto di dibattito, ed anche di critica,
naturalmente.

Tra le critiche ricorrenti, e sicuramente fondate, ricordiamo quelle
riguardanti l'eterogeneità e la diversità che sono evidenti quando si
vada ad analizzare le diverse realtà locali di cui era composto
l'Impero; inoltre la teoria della Romanizzazione non tiene conto neanche
delle costanti modifiche che nel tempo ha subito l'identità romana,
nonché quella dello Stato romano, modifiche che in certi periodi
(passaggio alla tarda repubblica, età di Augusto, avvento del
Cristianesimo) hanno accelerato il passo.
In pratica la teoria della Romanizzazione non tiene in debito conto le
variabilità locali e temporali: radicalizzando il concetto si potrebbe
affermare che, in un dato momento, esistevano 50 milioni di "identità
romane" nell'Impero.
Infine il troppo insistere sul ruolo delle elite nell'ambito del
processo di romanizzazione (caratteristica questa per la verità non
esclusiva di questa teoria) rischia di creare distorsioni nella nostra
percezione del periodo.

Sono stati quindi suggeriti numerosi approcci alternativi, che vanno dal
riconoscimento dell'identità locali alla negoziazione con il potere
centrale ed all'emulazione da parte delle elite locali, alla
integrazione ottenuta tramite la cultura e l'ideologia.

Tutto ciò non ha però eliminato la teoria della Romanizzazione: essa si
è evoluta, rispondendo alle sollecitazioni dell'epoca post moderna, ma
rimanendo, nonostante le critiche, e le numerose teorie alternative,
centrale in ogni discorso teoretico sulla civiltà romana (ed alcune
volte anche sulla nostra civiltà Occidentale).

Ad esempio da parte di alcuni (S. Keay, N. Terrenato (edd.), Italy and
the west. Comparative issues in romanization - Oxbow Books, Oxford
2001), si è ipotizzata
una romanizzazione "debole", opposta a quella "forte", che implica una
precisa volontà politica da parte del potere centrale di Roma, che con
tutta probabilità nonc'è
mai stata.
A questo punto la romanizzazione potrebbe essere definita come una
banale "etichetta" da associare agli eventi che condussero alla
creazione di una nuova realtà
politica unificata, l'Impero Romano, senza riferimenti al processo di
creazione di cultura ed istituzioni comuni nell'ambito dell'Occidente
Romano.

La difficoltà di abbandonare la teoria della Romanizzazione, o anche il
solo termine "romanizzazione" è evidente; gli studiosi hanno bisogno di
un "paradigma" nel quale inquadrare i fatti particolari, o, anche, più
semplicemente, il termine è oramai saldamente radicato nel lessico degli
studi romani, e "vende".

Come conseguenza del tentativo di sostituire la teoria della
Romanizzazione con un diverso paradigma, e della risposta evolutiva di
quest'ultima, un'area di studio che si è particolarmente sviluppata in
questi anni è stata quella relativa alle varie realtà locali costituenti
l'Impero.
Questi studi si focalizzano sui rapporti tra le periferie (le diverse
società locali) ed il centro dello stato romano, spesso insistendo sul
ruolo delle elite locali, e si frammentano nella considerazione delle
vite dei singoli individui nell'ambito dell'Impero.
Tra l'altro questo tipo di analisi sembra più adatto di altre nel nostro
contesto post-moderno.
Ma alla fin fine questi studi non riescono a dare un'impressione univoca
dello stato romano nella sua interezza, soprattutto non riescono a
chiarire le caratteristiche unificanti dell'imperialismo romano, o,
usando un termine più moderno, del sistema imperiale romano.

Per comprendere le variazioni culturali, e di ordine geografico, e di
ordine temporale, avvenute nell'ambito dello stato romano, bisogna
analizzare come tali singole identità culturali si siano sviluppate,
nell'ambito del più ampio sistema imperiale romano.

Si pone così il problema di ricostituire un paradigma, più adatto al
nostro mondo post moderno, entro il quale ricostituire un quadro
d'assieme per lo stato imperiale
romano, ma senza ricadere nella teoria della Romanizzazione.

Ed in effetti, dagli studi di alcuni autori (G. Woolf, R. Hingley, M.
Hardt, T. Negri ed altri), sta emergendo un nuovo paradigma, che da la
possibilità di mettere in relazione particolare e globale, e che si rifà
alle moderne correnti di pensiero sul contemporaneo processo di
"Globalizzazione", ovverosia sull'emergere di un nuovo
ordine globale a livello mondiale.


La Globalizzazione
Anche il termine "Globalizzazione" ha un accezione piuttosto vasta,
venendo in pratica a riempire il vuoto lasciato dalla fine del classico
imperialismo occidentale.
Viene quindi naturale che, volendo trovare un sostituto alla teoria
della Romanizzazione, nata dall'ideologia imperialista a cavallo tra il
XIX ed il XX sec., ci si rivolga a quelle idee che, nel mondo post
moderno, hanno sostituito tale ideologia.

Ovverosia nei limiti in cui la Storia è la ricostruzione del passato
alla luce del presente, allora il passaggio dalla teoria della
Romanizzazione ad un teoria
"globalizzante" del sistema imperiale romano ha un qualche senso,
nonostante l'abisso temporale che separa questi due processi.

Questa nuova prospettiva non è che una delle tante che sono state
proposte recentemente, e che a loro volta nascono da approcci diversi al
problema, arricchendo, in ultima analisi, la nostra consapevolezza, e
restituendoci una visione meno monolitica della società imperiale
romana.
Se, in questa molteplicità di nuove idee, mi soffermo quindi proprio
sulla teoria della "globalizzazione" applicata al mondo romano è proprio
perché personalmente ritengo che essa offre uno stimolante paragone tra
le due realtà, quella romana e quella del mondo post moderno.

Attualmente viviamo in un mondo in cui le barriere tra gli stati
sembrano destinate a cadere e le vecchie identità statali e nazionali
sono messe in crisi, assieme alle identità culturali più o meno
monolitiche; basti pensare che si stanno affermando stili
di vita e modelli di "cultura materiale" simili in culture tra loro
molto diverse.
Se si guarda all'"identità romana" in questa prospettiva post moderna è
chiaro che anch'essa perde la sua "monoliticità" e la comune cultura
materiale non è più
necessariamente indicativa di una cultura unica per tutto l'Impero.
Inoltre si ci accorge che supporre, come spesso gli studi "locali"
fanno, che l'analisi da un punto di vista "globale" produca
un'omogeneità forzata e faccia perdere il senso dell'identità, mentre
l'analisi da un punto di vista "locale" preservi eterogeneità e
differenza, sia alquanto semplicistico, trattandosi di fenomeni più
complessi.
In questo modo l'identità romana diventa un concetto flessibile che
varia al variare dei tempi e dei luoghi (vedi ad esempio G. Woolf -
Becoming Roman, Cambridge 1998), e le varie caratterizzazioni emergono
dall'interazione dei diversi valori socio politici delle classi sociali
dominanti nell'ambito dello stato romano.
Quindi non si ha più una contrapposizione tra locale e globale:
l'identità romana è creata a livello locale attraverso meccanismi di
cooptazione, ma vi è comunque un
evidente spirito unificatore a livello globale che opera tramite una
serie di meccanismi complessi.
Mentre alcuni studiosi, aderendo ancora ai vecchi concetti, definiscono
ancora tutto ciò romanizzazione, altri, tra cui il sopra citato G.
Woolf, rifiutano anche solo l'uso di questo termine.
Ancora una volta la nostra visione del mondo romano è l'immagine
speculare della visione dominante del mondo presente.
Ed in effetti alcuni modelli della presente società globale hanno dato
rilevanza ad aspetti a loro volta fondamentali nelle interpretazioni
dell'identità romana di cui abbiamo prima parlato: essa non ha confini
ben definiti ed è in continua espansione, viene assimilata da altre
culture o società in maniera apparentemente volontaria ed è sostenuta
almeno in parte da coloro che in una qualche maniera traggono benefici
dal sistema globale, non rendendo quindi in genere necessario l'uso
della forza.
Anzi, solitamente l'interesse comune funge da efficace collante poiché
il sistema globale, pur essendo chiaramente influenzato dai gruppi di
potere più forti, offre possibilità anche a gruppi marginali.


Un libro molto stimolante
Ed è in questo contesto che le idee portate avanti in un libro di M.
Hardt e T. Negri, Empire (Londra, anno 2000) mi sono parse stimolanti;
ovviamente il libro in oggetto
è molto "orientato" politicamente, ma, indipendentemente dall'ideologia
degli autori, i concetti in esso riportati riguardo i rapporti tra il
moderno sistema globale ed il
sistema imperiale romano sono sicuramente da approfondire.
Dal mio punto di vista di antichista è fondamentale l'asserzione dei due
autori che i padri "ideologici" degli Stati Uniti sono stati
coscientemente ispirati nella loro opera di fondazione dal modello
imperiale romano, imposto tramite l'uso dell'ideale repubblicano di
stampo romano fatto dalle elite che fondarono gli USA.
Secondo Hardt e Negri gli Stati Uniti furono volutamente fondati come un
impero destinato ad una continua espansione, ed in cui il potere fosse
efficacemente distribuito in reti di interessi.
Non è la prima volta che viene tracciato un voluto paragone tra gli
Stati Uniti d'America e l'Impero Romano, ma sicuramente è la prima volta
che il tema viene affrontato da una simile prospettiva.

Questo modello imperiale, secondo gli autori, è sopravvissuto alla crisi
dell'imperialismo occidentale, si è poi evoluto e pienamente adattato al
mondo post
moderno.
Gli Stati Uniti non hanno il pieno controllo del sistema globale, ma
hanno comunque una parte dominante in esso grazie al loro ruolo
economico ed istituzionale; il modello imperiale funziona ora grazie al
diffondersi a macchia d'olio della propria cultura e della propria
economia (da notare che Hardt e Negri paragonano questo
fenomeno alla diffusione di un virus).
Nell'odierno sistema globale, il livello locale viene generato
dall'interazione tra fattori "locali" e fattori "globali", in modo tale
che la "localizzazione" non sia in antitesi alla "globalizzazione", ma
anzi sia strumentale ad essa: gli interessi del sistema globale sono ben
rappresentati dalla riproduzione del sistema stesso, differenziato in
vari modi a seconda del contesto, nel locale.
Sembra quindi che concetti e valori "globali" forniscano una matrice in
cui poi si compongano, differenziandosi variamente, i fattori puramente
"locali".
Importante in questo processo è il fatto che la globalizzazione stessa
fornisca ai gruppi locali lo strumento (ad es. canali di comunicazione),
per evidenziare la varietà locale nell'ambito di un sistema globale.

Anche qui vi è un evidente parallelismo con il sistema imperiale romano,
che conobbe solo due livelli, quello centrale (corrispondente
all'attuale sistema globale), e quello locale, e con il ruolo delle
elite locali nei due ambiti.

Certo il libro di M. Hardt e T. Negri si presta ad alcune critiche,
almeno per la parte rilevante per gli studi sulla romanità.
Questo post non mi pare la sede adatta per sviluppare una recensione
critica di quest'opera, cosa che ho comunque intenzione di fare quando
avrò meglio approfondito il libro in questione, ma vorrei concludere
analizzando almeno una problematica interessante.


Conclusione
La tesi di "Empire", che l'adozione del sistema repubblicano di tipo
romano da parte dei padri fondatori degli USA ha portato al diffondersi
nel mondo attuale di un sistema modificato di imperialismo romano è
sicuramente stimolante, ma mutatis mutandis rischia di sostituire il
vecchio modello della Romanizzazione con un altro accettato
acriticamente solo perché più vicino alla nostra sensibilità, anche
politica, post moderna.
Il pericolo è che, elementi della teoria della globalizzazione siano
recepiti nell'ambito delle teorie sul processo di romanizzazione senza
che vi sia una coscienza critica di ciò.
In maniera del tutto analoga tra il XIX ed il XX sec. venne generalmente
adottata una teoria, quella della Romanizzazione, fortissimamente
ispirata dall'ideologia
imperialistica allora in auge, senza che i presupposti ideologici
moderni della teoria stessa fossero ben evidenziati; di ciò ce ne siamo
poi resi conto, ma solo a posteriori, con la fine del modello
imperialistico che la teoria della Romanizzazione presupponeva.

Forse tutto ciò è inevitabile nella misura in cui studiamo il passato
per capire il presente, ma così facendo lo ricreiamo dalla nostra
prospettiva attuale, magari senza rendercene conto o forse è umanamente
inevitabile stabilire un legame teleologico tra passato e presente.

In altre parole il problema è che spesso il passato è usato per
giustificare il presente, si veda ad esempio la similitudine volutamente
istituita, ma fuorviante, dati
presupposti ed esiti, tra missione civilizzatrice di Roma e missione
civilizzatrice dell'"uomo bianco".
Modellando la nostra concezione del processo di romanizzazione
sull'attuale sistema globale potremo arrivare a dare una giustificazione
teorica all'attuale sistema globale, (analogamente a quanto fecero gli
antichisti di fine ottocento con il sistema
imperialistico di allora) specie se l'età romana viene vista, come
spesso ancora avviene, come una mitica "età dell'oro".
E ciò potrebbe essere tanto più azzardato quanto più è vera un'altra
delle tesi di Hardt e Negri, e cioè che l'attuale sistema globale è
ancora fondamentalmente diretto nell'interesse ed a vantaggio
dell'Occidente: una pura ridefinizione, quindi del precedente sistema
imperialistico, atta a far fronte al mutato contesto mondiale.

Concludendo, se da una parte vi è il bisogno di una teoria, di un
modello coerente che integri in sé i vari aspetti del processo di
romanizzazione, e questo modello potrebbe
ben rifarsi ai moderni studi sul fenomeno della globalizzazione,
dall'altra dobbiamo essere ben consci dei presupposti ideologici e
culturali, specificatamente attuali, che sarebbero alla base di tale
modello.


Bibliografia
Per un'introduzione al problema della Romanizzazione, vedi il capitolo
ad essa dedicato in "Storia di Roma" a cura di A. Giardina ed A.
Schiavone - Torino 1999
Per gli sviluppi più recenti:
R. Hingley "Recreating coherence without reinventing Romanization" in
Digressus supplemement 1 (2003), a cui devo molte delle idee sviluppate
in questo post
A. Merryweather e J. Prag "Romanization"? or, why flog a dead horse? in
Digressus 2 (2002)
Ed infine la recensione di D. Mattingly del libro scritto da S. Keay e
N. Terrenato (edd.) "Italy and the west. comparative issues in
romanization", pubblicata col titolo "Vulgar and weak 'Romanization', or
time for a
paradigm shift?".
Ed infine, naturalmente, i testi citati nel corso del post.

Gianfranco Cimino

unread,
Jan 16, 2004, 6:27:05 PM1/16/04
to

Arturo

unread,
Jan 16, 2004, 7:21:15 PM1/16/04
to
"Gianfranco Cimino" <gianfranc...@hotmail.com> ha scritto nel
messaggio news:40087352...@hotmail.com...
[cut]

> Certo il libro di M. Hardt e T. Negri si presta ad alcune critiche,
> almeno per la parte rilevante per gli studi sulla romanità.
> Questo post non mi pare la sede adatta per sviluppare una recensione
> critica di quest'opera, cosa che ho comunque intenzione di fare quando
> avrò meglio approfondito il libro in questione, ma vorrei concludere
> analizzando almeno una problematica interessante.
[cut]

Su questo argomento specifico, ti segnalo, se già non la conosci, questa
recensione di una studiosa marxista al libro di Hardt e Negri:
http://www.intermarx.com/interventi/impero.html
Indipendentemente dalla condivisibilità dell'impostazione, non mi pare priva
di un certo acume (e anche di un certo sarcasmo...).

Saluti,
Arturo

Ladro d'Anime

unread,
Jan 17, 2004, 6:37:14 PM1/17/04
to
CUT

Premetto facendoti i complimenti per il tuo post e per l'argomento che hai
scelto che è estremamente interessante. Essendomi occupato di Africa
(ovviamente nel senso piu' ampio del termine) mi sono imbattuto nello
spinoso problema della Romanizzazione e della sua diffusione da una
prospettiva, per cosi' dire, opposta. Autori come il Benabou (che ha scritto
un testo dal titolo emblematico "La resistance a la romanisation"), la
Rachet, ed altri, hanno sostenuto ferocemente che in Africa ci fu una
costante conservazione dell'identità indigena in contrasto con quella
romana. Benabou, per dimostrare questa tesi, ben comprende l'ampiezza del
concetto di romanizzazione, non limitandosi a presentare i principali
avvenimenti bellici che si susseguirono nella regione, ma soffermandosi
anche sui culti religiosi, sull'amministrazione, sulla popolazione ecc.
Questa idea, abbracciata da molti anche per un certo orgoglio africano, e'
ormai rifiutata, anche se il dibattito sulla "problematicità" delle tribù
africane è, per quanto ho avuto modo di vedere, ancora in corso. Alcuni,
cioè, a mio parere a torto, enfatizzano gli episodi bellici avvenuti tra
Mauretania e Numidia ritenendo che il controllo romano sulla regione, fosse,
per questo, assai tormentato. Io non concordo e mi fermo qui perche' sto
andando fuori tema. Tornando alla romanizzazione il concetto, mi rendo
conto, e' ambiguo, se la si considera alla stregua di un' acculturazione.
Rimanendo saldamente legato alla mia preparazione "militaristica", un
ausiliario, per quanto, dopo 25 anni di servizio o piu', avesse acquisito i
rudimenti della lingua latina, non aveva certamente dimenticato le sue
origini e non rimaneva nemmeno indifferente alla cultura del luogo, come ci
attestano soprattutto le attestazioni dei culti religiosi. Ricordo, poi, mi
pare riportate da Tacito, le impressioni inorridite della popolazione romana
sulla parlata e i costumi dei soldati vitelliani. Quindi una "romanita'
univoca" dal punto di vista culturale non esisteva, ma esisteva una precisa
identità civica. Essere cittadini romani significava, almeno fino ad un
certo periodo, non pagare le tasse (con alcune eccezioni), godere di non
pochi privilegi dal punto di vista giudiziario, insomma essere cittadini
romani era qualcosa di concreto e di ambito. Dunque se dal punto di vista
culturale essere un "romano" e' un concetto abbastanza relativo cosi' non è
quando si entra nell'ambito del diritto. Bada, non dico che l'aspetto
culturale fosse minoritario: dopotutto io mi sto occupando di magistrati, i
praefecti gentium, che erano messi a capo di tribù a cui non si riconosceva
per cosi' dire, una patente di civiltà: ma qui il discorso è complesso dal
momento che entrano in gioco fattori economici e sociali come la
contrapposizione tra culture sedentarie-agricole e nomadi-pastorali. Non mi
piace, onestamente, il termine globalizzazione, soprattutto per le sue
implicazioni politico-economiche. L'Impero romano non era un "mercato
comune": molte antiche barriere doganali vennero, infatti, conservate.
Senza contare le continue iniziative imperiali per proteggere e favorire la
produzione agricola italiana. Ho, poi, un sospetto ( non mi riferisco a te,
ovviamente): noto che negli autori anglosassoni c'è il vezzo di fare
parallelismi, mi chiedo se non si stia cercando di legittimare qualcuno ( e
qui mi fermo sperando di non scatenare una flame).

Gianfranco Cimino

unread,
Jan 18, 2004, 8:54:28 AM1/18/04
to

Arturo ha scritto:

Grazie per la segnalazione, la recensione è certamente interessante, e contiene
sicuramente alcune asserzioni valide.
Empire è effettivamente un libro "leggero": me lo sono letto tutto di un fiato
(e sento il bisogno di rilegermelo in maniera approfondita); ognuno ci trova
quello che vuole (io da antichista ci ho trovato una comparazione originale tra
sistema imperiale romano ed odierno sistema globale); è un'opera a tesi "forte",
e risente certamente del fatto di essere stato scrito prima del 13 Settembre
2001.

Ma al di là di tutto questo "intriga", merita di essere discusso ed
eventualmente criticato.

Tornando poi all'argomento "Romanizzazione", Empire pone problemi interessanti
di cui discutere sul NG:
se ha una visione finalistica della storia (come la stessa Turchetto dice),
forse stiamo sostituendo un modelo teleologico del sistema imperiale romano con
un altro modello altrettanto teleologico, questo ci dovrebbe far riflettere,
anche a livello di riflessione generale sulla storiografia.

Vi è anche un problema più specifico: l'influenza del modello romano sui padri
fondatori degli USA è stata reale e "fondante" (come sostiene Empire), o solo un
arteficio retorico ?
Al di là della moda americana di paragonarsi a Roma, resta il fatto che anche
Schiavone (premessa alla parte seconda della Storia di Roma Einaudi) cita questo
problema e rimanda alla storiografia americana a cui è ben noto.
Io purtroppo di tale dibattito non so nulla, e spero che qualcuno del NG ne
sappia qualcosa.

Ed ancora: quanta parte c'è di condivisibile in questa teoria della
globalizzazione applicata al modello imperiale romano ?

Spero di aver dato qualche spunto di discussione interessante :-)

Ciao
Gianfranco

Gianfranco Cimino

unread,
Jan 19, 2004, 6:29:16 PM1/19/04
to

Ladro d'Anime ha scritto:

> CUT
>
> Premetto facendoti i complimenti per il tuo post e per l'argomento che hai
> scelto che è estremamente interessante.

Grazie, è sempre bello trovare qualcuno con interessi similari.


> Essendomi occupato di Africa
> omissis

> sulla "problematicità" delle tribù
> africane è, per quanto ho avuto modo di vedere, ancora in corso.

Infatti recentemente mi sono imbattuto in un articolo che sosteneva che la
"Romanizzazione" in Africa era stata superficiale, almeno per tutto il periodo
repubblicano.
Il tutto in maniera abbastanza convincente, rifacendosi soprattutto a studi
archeologici.


> Alcuni,
> cioè, a mio parere a torto, enfatizzano gli episodi bellici avvenuti tra
> Mauretania e Numidia ritenendo che il controllo romano sulla regione, fosse,
> per questo, assai tormentato. Io non concordo

Per quello che ne so hai ragione.


> e mi fermo qui perche' sto
> andando fuori tema. Tornando alla romanizzazione il concetto, mi rendo
> conto, e' ambiguo, se la si considera alla stregua di un' acculturazione.
> Rimanendo saldamente legato alla mia preparazione "militaristica", un
> ausiliario, per quanto, dopo 25 anni di servizio o piu', avesse acquisito i
> rudimenti della lingua latina, non aveva certamente dimenticato le sue
> origini e non rimaneva nemmeno indifferente alla cultura del luogo, come ci
> attestano soprattutto le attestazioni dei culti religiosi.

Ricordo anche io un'iscrizione (III sec. mi pare) in cui un Franco si dichiarava
soldato romano, ma di nazionalità Franca; il tutto ovviamente in latino.
Facendo un parallelismo, un latino americano che si arruola nell'esercito USA
per acquisire la cittadinanza americana, dopo 25 anni di servizio sarà sì
cittadino americano, ma in che misura sarà "americanizzato" ?


> Ricordo, poi, mi
> pare riportate da Tacito, le impressioni inorridite della popolazione romana
> sulla parlata e i costumi dei soldati vitelliani. Quindi una "romanita'
> univoca" dal punto di vista culturale non esisteva, ma esisteva una precisa
> identità civica. Essere cittadini romani significava, almeno fino ad un
> certo periodo, non pagare le tasse (con alcune eccezioni), godere di non
> pochi privilegi dal punto di vista giudiziario, insomma essere cittadini
> romani era qualcosa di concreto e di ambito. Dunque se dal punto di vista
> culturale essere un "romano" e' un concetto abbastanza relativo cosi' non è
> quando si entra nell'ambito del diritto.

Certo, questo è vero.


> Bada, non dico che l'aspetto
> culturale fosse minoritario: dopotutto io mi sto occupando di magistrati, i
> praefecti gentium, che erano messi a capo di tribù a cui non si riconosceva
> per cosi' dire, una patente di civiltà: ma qui il discorso è complesso dal
> momento che entrano in gioco fattori economici e sociali come la
> contrapposizione tra culture sedentarie-agricole e nomadi-pastorali.

Argomento interessante, ma su cui non so nulla, questi praefecti erano forse
simili ai funzionari del governo USA che si occupavano delle tribù indiane nelle
riserve ?


> Non mi
> piace, onestamente, il termine globalizzazione, soprattutto per le sue
> implicazioni politico-economiche. L'Impero romano non era un "mercato
> comune": molte antiche barriere doganali vennero, infatti, conservate.
> Senza contare le continue iniziative imperiali per proteggere e favorire la
> produzione agricola italiana.

Ovviamente i sostenitori della globalizzazione ante litteram sono di avviso
diverso, se lo riesco a trovare ti voglio postare un articolo del solito
anglosassone di turno (ma in Italia c'è qualcuno che si occupa di studi romani
oltre te e Brizzi ? :-) ), che sostiene che quella romana è stata il primo
esempio di economia globale.
Per quanto mi riguarda ho sospeso il giudizio, vorrei saperne qualcosa in più di
economia romana: ancora una volta si rischia di ricadere nel vecchio schema
primitivisti - modernisti (globalizzanti questa volta).


> Ho, poi, un sospetto ( non mi riferisco a te,
> ovviamente): noto che negli autori anglosassoni c'è il vezzo di fare
> parallelismi, mi chiedo se non si stia cercando di legittimare qualcuno ( e
> qui mi fermo sperando di non scatenare una flame).

E come no, il rischio c'è; temo che, senza un pò di spirito critico, come prima
avevamo giustificato la missione civilizzatrice dell'uomo bianco, ora potremo
giustificare qualcosa di simile o di peggio.

E' uno dei problemi che ho sollevato nel post.

E' sempre un piacere discutere di storia romana con un professionista, spero che
la carriera accademica ti stia andando bene.

Ciao
Gianfranco

claudio nerone

unread,
Jan 20, 2004, 3:26:33 PM1/20/04
to
> Ladro d'Anime ha scritto:
>
> > Non mi
> > piace, onestamente, il termine globalizzazione, soprattutto per le sue
> > implicazioni politico-economiche. L'Impero romano non era un "mercato
> > comune": molte antiche barriere doganali vennero, infatti, conservate.
> > Senza contare le continue iniziative imperiali per proteggere e favorire la
> > produzione agricola italiana.
>
> Gianfranco Cimino ha scritto:

>
> Ovviamente i sostenitori della globalizzazione ante litteram sono di avviso
> diverso, se lo riesco a trovare ti voglio postare un articolo del solito
> anglosassone di turno (ma in Italia c'è qualcuno che si occupa di studi romani
> oltre te e Brizzi ? :-) ), che sostiene che quella romana è stata il primo
> esempio di economia globale.
> Per quanto mi riguarda ho sospeso il giudizio, vorrei saperne qualcosa in più > di economia romana: ancora una volta si rischia di ricadere nel vecchio schema
> primitivisti - modernisti (globalizzanti questa volta).
>
>

Buonasera a tutti,
sono anche io dell'avviso che a proposito dell'Impero Romano non si
possa parlare di "mercato comune".
La tendenza al protezionismo locale infatti si esplicava nella tenace
resistenza ai tentativi, anche da parte delle massime autorità, di
"globalizzare" l'economia romana.
Esemplare è la fallita proposta fatta da Nerone nel 58 d.C.,
consistente nell'abolizione generale delle imposte indirette,
provvedimento che sarebbe stato profondamente sentito in quelle zone
dell'Impero, come l'Italia, dove le esportazioni era molto inferiori
alle importazioni. La penisola infatti pareggiava la sua bilancia
commerciale dei pagamenti verso le province e i paesi stranieri
attraverso le entrate monetarie derivanti dalle imposte sui prodotti
provinciali.
Il Senato oppose una strenua resistenza alla proposta di legge in
quanto l'erario avrebbe così perso ogni anno circa 25 milioni di
denari. Nerone al contrario era interessato a stimolare e migliorare
le condizioni economiche sia delle province, consentendo loro una
maggiore facilità di scambi e di esportazioni con la penisola, sia dei
consumatori italiani, cioè di quella parte di popolazione italica che
viveva del reddito fisso derivante dal loro servizio nella pubblica
amministrazione, nelle forze armate o in altre attività compensate con
stipendi. Tutto ciò avrebbe portato ad una diminuzione del costo del
denaro, rendendo più attiva la concorrenza e incoraggiando l'afflusso
in Italia di merci provenienti dalle province e da paesi esteri.
Dall'altra parte però i proprietari dei latifondi agricoli della
penisola sarebbero stati duramente colpiti dall'abolizione delle
dogane, sia per la svalutazione dei loro fondi, sia per la riduzione
dei loro profitti nel momento in cui i prodotti agricoli provinciali
fossero stati collocati in modo più massiccio nella penisola.
Inoltre la proposta neroniana avrebbe portato alla cessazione
dell'attività degli appaltatori delle tasse indirette.
Il fallimento della proposta di Nerone segnò quindi la vittoria del
Senato, che all&'epoca era ancora arbitro di ampie parti
dell'amministrazione finanziaria dell'Impero. Se vogliamo questa fu
anche una vittoria per l'economia e l'assetto sociale dell'Italia, che
rimase ancora al caldo della coperta della Stato, però è indubbio che
tutto ciò non favorì la "globalizzazione" dell'economia e della
società romana.

Fonte: "L'Italia antica" - Mario Attilio Levi

Ladro d'Anime

unread,
Jan 20, 2004, 6:16:03 PM1/20/04
to

>
> Infatti recentemente mi sono imbattuto in un articolo che sosteneva che la
> "Romanizzazione" in Africa era stata superficiale, almeno per tutto il
periodo
> repubblicano.
> Il tutto in maniera abbastanza convincente, rifacendosi soprattutto a
studi
> archeologici.

Anche in epoca imperiale e fino addirittura alla conquista araba,
l'Influenza della cultura e della civiltà punica rimase fortissima.


>
>
> > Alcuni,
> > cioè, a mio parere a torto, enfatizzano gli episodi bellici avvenuti tra
> > Mauretania e Numidia ritenendo che il controllo romano sulla regione,
fosse,
> > per questo, assai tormentato. Io non concordo
>
> Per quello che ne so hai ragione.

Ho letto la tua ricostruzione della guerra di Tacfarinas a proposito della
quale ho una idea che mi frulla in testa da un po'. Avrei voluto scrivere un
articolo a riguardo, ma visto che nessuno me lo chiede credo che postero'
qualcosa qui.

> Argomento interessante, ma su cui non so nulla, questi praefecti erano
forse
> simili ai funzionari del governo USA che si occupavano delle tribù indiane
nelle
> riserve ?

Cosa facessero questi praefecti di preciso dovrei scoprilo io con la mia
tesi di dottorato. Sembra, però che avessero un ruolo amministrativo e nel
contempo si occupassero del reclutamento di nuove leve indigene. Presso una
tribù del Marocco (i Mazici) è stata trovata una iscrizione di un prefetto
dell'Ala II tracum che aveva anche l'incarico di praefecus gentis.


>
> Ovviamente i sostenitori della globalizzazione ante litteram sono di
avviso
> diverso, se lo riesco a trovare ti voglio postare un articolo del solito
> anglosassone di turno (ma in Italia c'è qualcuno che si occupa di studi
romani
> oltre te e Brizzi ? :-) )

Ci sono, ma preferiscono insegnare nelle università o scrivere libercoli
divulgativi che qualche appassionato comprerà come lettura da spiaggia o
qualche studente dovrà comprare come manuale ;-)
Per fortuna gli esempi in positivo non mancano: la Professoressa Eleonora
Cavallini, che scrive su it.cultura classica, non è solo molto competente,
ma è anche una persona estremamente alla mano.

> E' sempre un piacere discutere di storia romana con un professionista,
spero che
> la carriera accademica ti stia andando bene.

Procede, almeno per ora, sempre che la mancanza di raccomandazioni e questo
governo non contribuiscano ad affossarla.
>
> Ciao
> Gianfranco

Saluti

Diego Caviglia

unread,
Jan 21, 2004, 3:01:24 AM1/21/04
to
Il 17 Gen 2004, 00:26, Gianfranco Cimino <gianfranc...@hotmail.com> ha
scritto:
> Dalla Romanizzazione alla Globalizzazione
[CUT]

Ciao Gianfranco, provo a inserirmi nel tuo, come sempre interessante, post.

A parte l'oggettiva difficolta' di defininre il termine romanizzazione
concordo pienamente sul fatto che nel corso del tempo questo concetto
(seppur mal definibile) e' mutato.

Mi pare di ricordare che il Mazzarino parli spesso, nell'analisi sulla tarda
antichita', della nascita del concetto di Nazione (cita spesso profezie)
come duale al concetto di Impero Romano inteso come un'unita' culturale. Le
masse di contadini gallici, copti e siraici a stento parlavano il latino e
anche la loro evangelizzazione e' avvenne nelle loro lingue madri.
Ovviamente la base dell'espansione romana e' l'incorporazione delle elites
dei popoli assoggettati nella classe dominante imperiale ma e' altresi'
vero, probabilmente soprattutto nel tardo Impero, che gli strati piu' bassi
della popolazione nn parteciparano ai benefici che l'appartenenza all'Impero
comportava rimanendo quindi estranei alla "Romanizzazione".

Mi pare che soprattutto in occidente, fenomeno probabilmente dovuto al
declino dell'economia di questa parte dell'Impero durante la tarda
antichita', che la patina di romanizzazione (continuo ad usare questo
termine) venne meno prima e in modo piu' netto.

Basti ricordare come per gli starti piu' umili fosse preferibile un domino
barbarico piuttosto che non quello di un Impero sempre piu' rapace. Inoltre
anche le differenze religiose IMHO influirono, mi pare che il Mazzarino dica
che gli strati piu' umili fossero ariani e quindi, anche da questo punto di
vista, piu' in sintonia con i popoli barbarici piuttosto che nn con le
elites Imperiali.

Insomma mi pare che se effettiva romanizzazione ci fu sia durata lo spazio
temporale che i vantaggi portati dall'appartenere all'Impero porto'.
Sicuramente l'occidente sotto i Flavi e' piu' romanizzato che non lo stesso
sotto Onorio.

Spero di non aver detto troppe boiate e di non essere andato troppo fuori
tema. Se cosi' nn fosse adduco a mia discolpa il poco tempo e la notte
insonne causa incendio dello scooter.

Ciao

Diego

--------------------------------
Inviato via http://arianna.libero.it/usenet/

Mitra

unread,
Jan 21, 2004, 1:46:11 PM1/21/04
to
Vorrei aggiungere il mio modesto contributo a questa interessante
discussione aggiungendo carne al fuoco ; ad esempio in un passo di Cassio
Dione che parla dei pannoni ai tempi di Tiberio , l'autore dice di
conoscerne bene i costumi barbari , perchè ne è stato governatore ,
sottintendendo che in 200 anni questi costumi sono rimasti immutati. Ma
Strabone quando parla dei Turdetani dice che hanno quasi dimenticato i loro
costumi e lingua per quelli latini al contrario dei confinanti celtiberi.
D'altrocanto mi sono sempre chiesto perchè, ammettendo non sò con che
certezza che gli albanesi parlino la lingua discendente di quella illirica e
i romeni siano gli abitanti originari della penisola balcanica sfuggiti alle
invasioni slave sui carpazi, i primi parlino appunto una lingua illirica
mentre gli altri una lingua neolatina al posto di quella illirica o
getica.Oppure perchè i baschi siano gli unici in tutta la penisola spagnola
ad aver mantenuto una forma linguistica diversa.
Mi viene il dubbioche in alcune zone la politica di colonizzazione e quindi
di esportazione del modello Italico fosse perseguita attivamente , mentre in
altre si preferiva lasciare la status quo quasi inalterato.

Gianfranco Cimino

unread,
Jan 22, 2004, 4:09:29 PM1/22/04
to

Diego Caviglia ha scritto:

> Il 17 Gen 2004, 00:26, Gianfranco Cimino <gianfranc...@hotmail.com> ha
> scritto:
> > Dalla Romanizzazione alla Globalizzazione
> [CUT]
>
> Ciao Gianfranco, provo a inserirmi nel tuo, come sempre interessante, post.
>

> omissis

> , che gli strati piu' bassi
> della popolazione nn parteciparano ai benefici che l'appartenenza all'Impero
> comportava rimanendo quindi estranei alla "Romanizzazione".

Infatti questa critica di Mazzarino mi sembra giustificata.
Insomma la Romanizzazione, se possiamo usare questo termine, non agì ugualmente
su tutte le classi sociali ed in tutti i contesti geografici.
Però secondo me non bisogna prendere questa affermazione in senso "forte",
ovverosia non credo che intere classi sociali o popolazioni dell'Impero siano
rimaste completamente estranee ad esso.

>
> Mi pare che soprattutto in occidente, fenomeno probabilmente dovuto al
> declino dell'economia di questa parte dell'Impero durante la tarda
> antichita', che la patina di romanizzazione (continuo ad usare questo
> termine) venne meno prima e in modo piu' netto.

se consideriamo che la civiltà Classica era fortemente legata
all'urbanizzazione, pare evidente che l'Occidente, in cui questo fenomeno era
più recente, conobbe la destrutturazione più violenta.
Non a caso le regioni che avevano avuto un'urbanizzazione (che si accompagnava
di solito alla romanizzazione) più precoce (Italia, Provenza, zone della
Spagna), sono quelle in cui una vita cittadina è resistita più a lungo.
E forse è rifiorita prima.

E questo ci ricorda che differenza ci sia tra la città antica e quella
medievale.

>
> Basti ricordare come per gli starti piu' umili fosse preferibile un domino
> barbarico piuttosto che non quello di un Impero sempre piu' rapace. Inoltre
> anche le differenze religiose IMHO influirono, mi pare che il Mazzarino dica
> che gli strati piu' umili fossero ariani e quindi, anche da questo punto di
> vista, piu' in sintonia con i popoli barbarici piuttosto che nn con le
> elites Imperiali.

Sull'Arianesimo degli strati più bassi non ti so dire, sul fatto che nel V sec.
magari per loro non ci fosse molta differenza tra barbari e latifondisti sono
d'accordo.

>
> Insomma mi pare che se effettiva romanizzazione ci fu sia durata lo spazio
> temporale che i vantaggi portati dall'appartenere all'Impero porto'.
> Sicuramente l'occidente sotto i Flavi e' piu' romanizzato che non lo stesso
> sotto Onorio.

Forse diremo meglio dicendo che il concetto di "identità romana" all'epoca dei
Flavi era diversa di quella ai tempi di Onorio; basta d'altronde pensare
all'avvento del Cristianesimo.
Io mi considero un "laico", ma devo riconoscere che l'avvento del Cristianesimo
ebbe effetti enormi (in questo mi riconosco nel Mazzarino, che era marxista, ma
non sottovalutò mai l'effetto dell'avvento del nuovo Credo sulla società di
allora.

>
> Spero di non aver detto troppe boiate e di non essere andato troppo fuori
> tema. Se cosi' nn fosse adduco a mia discolpa il poco tempo e la notte
> insonne causa incendio dello scooter.

Mi dispiace dello scooter, sarà stato un maiale incendiario romano anti elefanti
punici.

Ciao
Gianfranco

Gianfranco Cimino

unread,
Jan 22, 2004, 4:09:38 PM1/22/04
to

claudio nerone ha scritto:

> > Ladro d'Anime ha scritto:
> >
> >
>

> Buonasera a tutti,
> sono anche io dell'avviso che a proposito dell'Impero Romano non si
> possa parlare di "mercato comune".

> omissis

> Se vogliamo questa fu
> anche una vittoria per l'economia e l'assetto sociale dell'Italia, che

> rimase ancora al caldo della coperta della Stato, perň č indubbio che
> tutto ciň non favorě la "globalizzazione" dell'economia e della
> societŕ romana.

Il punto č che il tentativo di Nerone, ed i susseguenti tentativi di Traiano, non sortirono effetto, come dimostra il ben conosciuto fenomeno della
decentralizzazione della produzione.
In effetti i sostenitori di un'economia romana "globale" citano a sostegno della loro tesi questo fenomeno, ed inoltre l'esistenza di un'economia monetaria diffusa
(per cui i fenomeni inflattivi, ad esempio si propagavano, sia pur diversamente, in tutte le parti dell'Impero)
Inoltre vi č il problema dello spostamento ingente di merci e denaro per tutto l'Impero.
Insomma, i sostenitori di un'economia Imperiale globale (che, inutile dirlo, sono contrari alle tesi di Finley) anno alcune frecce al loro arco.

Ma non mi convincono, forse questa "apparenza globale" era pur sempre solo un'apparenza.

In caso contrario la crisi (trasformazione) del III sec. rappresenterebbe il primo crolo di un'economia globale.
Facciamo corna, magari tra poco assistiamo al secondo crollo di un'economia globale (-:.

Ciao
Gianfranco

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