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[CONT] Spagna - l'anticlericalismo, il potere e i suoi simboli

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OndaMax

unread,
Sep 27, 2005, 6:44:53 PM9/27/05
to
Lancio l'argomento espuntandolo dal thread "Pio XII e la fine della seconda
guerra mondiale".

Mi chiedo quali origini avesse il furore iconoclasta che animò frange della
popolazione spagnola nel 1931, alla caduta della monarchia. Me lo sono
sempre chiesto. Per quale ragione torme esaltate assaltarono chiese ed
edifici pubblici (oltre ai circoli monarchici) ? Furono spedizioni
organizzate e funzionali ai capi della repubblica, furono provocazioni
rivolte invece a screditare il nuovo corso, oppure furono qualcosa di assai
diverso e meno governabile ?

La violenza anticlericale si esprime al suo apice dopo l'instaurazione della
repubblica e nei primi mesi di guerra. A dir la verità gli spagnoli avevano
già incendiato chiese nel 1835 (Madrid) e nel 1909 (Barcellona). C'è quindi
una componente anticlericale in Spagna che viene da lontano. Nel corso di
almeno 500 anni la religione cattolica e l'autorità monarchica si erano fuse
profondamente e indissolubilmente. Qualunque radicale mutamento era quindi
destinato a cozzare anche contro gli interessi di una Chiesa spagnola che
possedeva un vastissimo patrimonio fondiario, gestiva un forte controllo sul
sistema scolastico e, in genere, esercitava un'enorme influenza su
moltissimi aspetti sociali e politici.

Gabriel Jackson, in "La repubblica spagnola e la guerra civile / 1931-1939",
rileva a proposito degli eventi del maggio 1931 una sorta di "apatia"
generale che permise a pochi individui (che fossero sbandati o provocatori
di professione poco importa nel contesto) di agire indisturbati protetti
dal popolare entusiasmo per la neonata repubblica. Per lo meno fino a
quando, dopo che si diffuse la notizia degli incendi, le organizzazioni
repubblicane si attrezzarono per dissuadere e impedire altri disordini
piantonando gli edifici ecclesiastici con poche forze (almeno fino
all'entrata in vigore della legge marziale):

«Provocazioni dei monarchici, degli anarchici o di squilibrati politici ?
Impossibile dare una risposta precisa. Più importante era chiedersi perchè
la popolazione cattolica spagnola lasciasse che accadessero simili
incidenti. Il cardinale Segura s'era richiamato alla Spagna come ad un paese
dove, in pratica, tutta la popolazione professava la religione cattolica.
Naturalmente tutti sapevano che il numero dei frequentatori delle chiese era
molto esiguo, specialmente nelle grandi città. Ma la maggior parte degli
spagnoli battezzava i propri figli, si sposava e moriva in seno alla chiesa.
Quanti, in quelle folle che rimanevano immobili a osservare gli incendi,
quanti fra i pompieri e i poliziotti che se ne stavano a guardare la folla,
erano cattolici praticanti ? Se un pugno di repubblicani i quali sapevano
come fosse facile screditare la repubblica, bastava a dissuadere o a indurre
a vergognarsi gli eventuali incendiari, dove erano i milioni di cattolici
che avrebbero potuto prevenire tutto ciò, tranne il primo attacco di
sorpresa ? Evidentemente, nel pubblico delle città spagnole, c'era in larga
misura una certa indulgenza, e più ancora un certo segreto compiacimento,
nel vedere attaccata la chiesa» [pag.47].

Ora, sia la stessa premessa di Jackson che una sorta di riflessivo buon
senso escludono che tale tacita inazione possa essere attribuita ad un
improvviso rigetto dei valori spirituali che la Chiesa incarna. Piuttosto fa
gioco la forte identificazione della Chiesa col potere politico-monarchico
che è il vero destinatario del furore e del dileggio di chi conviene in
piazza. Più in generale sono gli antichi "simboli" che si fanno oggetto
della violenza; e chi non aderisce attivamente tollera, per paura, per cauta
indifferenza, per risentito compiacimento, assistendo alla caduta in
disgrazia dei vecchi centri di potere. Ben misera rivalsa, d'accordo; ma
ipotesi interessante che tira in ballo una sorta di concetto di "psicologia
di massa" sul quale Nietsche avrebbe convenuto. Forse ... :-)

Se mi è permesso, quoto banalmente questo estratto da un manuale di liceo
che a mio avviso centra con precisione chirurgica il concetto dei simbolismi
appena introdotto, anche se ci trasporta di botto a 5 anni dopo:

«Le ragioni dell'anticlericalismo spagnolo, particolarmente acuto nei primi
mesi della guerra civile, vanno cercate lontano. Si deve tener conto del
fatto che, fin dal Quattrocento, la religione cattolica e l'autorità
politica si erano intrecciate in maniera formidabile, rafforzandosi a
vicenda. Ancora nel Novecento, tale mescolanza di fede e potere era
straordinariamente vitale: quindi, chiunque si proponesse una radicale
modifica dell'assetto politico spagnolo, automaticamente si poneva in
antitesi anche con la Chiesa. Il 30 maggio 1919, sulla collina chiamata
Cerro de los Angeles, a pochi chilometri da Madrid, il re Alfonso XIII
consacrò la Spagna al Sacro Cuore di Gesù e inaugurò un'imponente statua di
Cristo, proclamato solennemente Re della Spagna. La guerra civile, pur
svolgendosi nel cuore del Novecento, sotto il profilo politico fu innanzi
tutto un episodio simile agli eventi francesi del 1789, che furono
rivoluzionari soprattutto per il fatto di rifiutare definitivamente il
principio dell' origine divina del potere. La distruzione del monumento a
Cristo sul Cerro de los Angeles (compiuta dai repubblicani il 7 agosto 1936)
e l'equivalente simbolico dell'esecuzione di Luigi XVI; del resto, una
fotografia d'epoca mostra un gruppo di repubblicani intenti a fucilare la
statua di Cristo. L'autenticità di quell ' immagine e discussa: può darsi,
infatti, che si tratti di un fotomontaggio. Ai fini del nostro ragionamento,
però, l'autenticità della foto è irrilevante. In effetti, se la foto è
autentica, essa testimonia che l'obiettivo dei rivoluzionari era una
radicale desacralizzazione del potere; se contraffatta dalla propaganda
franchista, il risultato non cambia: tramite quell'immagine falsa, i nemici
della repubblica hanno espresso nel modo più chiaro la percezione che essi
avevano del loro nemico, concepito come un satanico avversario deciso a
spazzar via la fede stessa dalla Spagna. Questo perché i repubblicani
introducevano la separazione dello Stato dalla Chiesa, in nome del moderno
principio secondo cui la sovranità appartiene al popolo e non a Dio, che la
esercita tramite il re, il papa o qualsiasi altra autorità terrena.
[.] Così, mentre Franco poteva presentare la sua insurrezione come una vera
crociata, i suoi avversari insistevano sul fatto di essere i portatori della
modernità, che avrebbe messo la Spagna al passo con il resto dei paesi
d'Europa»
[I giorni e le Idee - M.Feltri, C.Sereni]

Credo che molto altro sia rimasto da dire. Se lo diciamo in maniera seria e
ordinata tenendo sempre presente la domanda iniziale secondo me ne esce un
bel thread. Altrimenti va bene lo stesso ... L'importante è divertirsi ...
:-)

Ciao
OndaMax

Arturo

unread,
Sep 27, 2005, 8:05:57 PM9/27/05
to
Non sono assolutamente in grado di intervenire sull'argomento; voglio però
segnalare due testi sull'argomento, di cui ho letto buone recensioni: C.
Adagio, Chiesa e nazione in Spagna. La dittatura di Primo de Rivera,
Unicopli, 2004 e A. Botti, Nazionalcattolicesimo e Spagna nuova, Franco
Angeli, 1992.

Saluti,
Arturo

Danilo Giacomelli

unread,
Sep 28, 2005, 7:31:30 AM9/28/05
to

"OndaMax" <onda...@liberox.it> ha scritto ...
..........

> Credo che molto altro sia rimasto da dire. Se lo diciamo in maniera seria
e
> ordinata tenendo sempre presente la domanda iniziale secondo me ne esce un
> bel thread. Altrimenti va bene lo stesso ... L'importante è divertirsi ...

Qualcuno ricorda chi disse: "Tutti gli Spagnoli seguono la Chiesa; metà con
un cero, metà con un bastone"?

ciao

--
Danilo Giacomelli
--------------------------
Un genio non è necessariamente una persona intelligente.
--------------------------

Piero F.

unread,
Oct 6, 2005, 6:29:13 PM10/6/05
to
Ancora un articolo sugli intellettuali spagnoli e il regime franchista. Se
Ortega y Gasset intravvedeva, nel 1955, segni di saggia tolleranza, se non
proprio di libertà, il comunista spagnolo Jorge Semprùn sembra aver visto
tutt'altro regime...
Ecco il suo pensiero, raccolto in un'intervista di Andrea Casalegno.
============================
UNA PARENTESI PER IL PASSATO
============================
Scrittore, sceneggiatore, prima con l' autobiografico La guerra e'
finita di Alain Resnais poi con Zeta di Costa-Gavras, di grandi film
d' impegno politico, ex ministro della Cultura nel Governo di Felipe
Gonzales, ma soprattutto ex dirigente del partito comunista e per
anni militante clandestino nella lotta antifranchista, Jorge Semprùn
unisce due qualita' apparentemente contraddittorie: e' al tempo
stesso un protagonista e un testimone privilegiato della nuova
Spagna. Nato a Madrid nel 1923, figlio di un ministro della
Repubblica spagnola ed esule in Francia alla sua caduta, egli ha
conservato anche dopo la fine del regime franchista la casa di Parigi
e la sua doppia identita' intellettuale franco-spagnola, e continua a
dividersi tra Paese ospite e Paese natale.
"Il Sole-24 Ore" l' aveva intervistato (9 ottobre 1991) quando
la Spagna era stata protagonista alla Fiera del Libro di Francoforte,
e qualche giorno fa e' tornato a trovarlo per domandargli dove
andra' la Spagna dopo il ' 92.

Le celebrazioni del 1492, con i loro aspetti storici, culturali,
tecnologici, sportivi, sembrano coronare un successo spagnolo che
all' osservatore straniero appare straordinario. Eppure nel suo Paese
si ascoltano sempre piu' spesso voci autocritiche. Come vede il
futuro?

Vedo un fatto positivo di grandissima portata storica, con due
aspetti negativi. Il fatto positivo e' che per la prima volta la
Spagna e' entrata a pieno titolo nella modernita' : e per modernita'
intendo non solo un' economia di mercato matura, ma soprattutto la
democrazia. All' inizio dell' Ottocento la democrazia arrivo' sulle
punte delle baionette degli invasori francesi, e fu sconfitta; e piu'
di un secolo dopo la parabola della Repubblica spagnola fini' nella
guerra civile e nella dittatura.

Negli ultimi decenni del franchismo, pero' , la societa' spagnola ebbe
un notevole sviluppo economico.

Si' . Tuttavia non possiamo dimenticare che la normalita' franchista
comprendeva il terrore. Gli oppositori furono incarcerati e fucilati
fino alla vigilia della morte di Franco. La societa' spagnola si era
sviluppata, certo, conquistando spazi di liberta' , di comunicazione.
Ma la sua adesione alla modernita' restava distorta, perversa. Con il
centro-destra di Calvo Sotelo e poi il centro-sinistra di Felipe
Gonzalez la democrazia spagnola si afferma invece in modo che a me
pare definitivo.

Grazie a quella che lei ha definito la maturita' politica del popolo
spagnolo, alla sua scelta elettorale per le riforme e contro la
rivoluzione.

Si' . Quando vidi che nell' 83, alle elezioni regionali in Andalusia,
terra di estremismi e di violenti conflitti, aveva vinto il voto
riformista, mi dissi che la Spagna era veramente cambiata. E la
modernita' significa, come sempre nella nostra storia, adesione
all' Europa. Riprendiamo la via degli Ortega y Gasset e dei Salvador
de Madariaga. Poco tempo fa il Parlamento ha ratificato a larghissima
maggioranza il piano di convergenza nella "fascia alta" dell' Unione
monetaria europea. Questo permette di guardare con fiducia al futuro.
Ma vedo anche due aspetti negativi. Il primo e' che questo
cambiamento e' profondo ma fragile, perche' non e' teorizzato. Gli
intellettuali spagnoli non si sono impegnati in prima persona nella
transizione pacifica alla democrazia, non l' hanno fatta propria.

Forse perche' l' intellettuale e' per definizione un critico, e quindi
e' sempre all' opposizione?

Questo sarebbe un fatto positivo. No, non c' e' solo questo. E' che
il modello della transizione pacifica non ha "appeal", non comporta
una rottura rivoluzionaria; e l' intellighenzia spagnola era in
prevalenza marxista e di simpatie comuniste. Il fattore decisivo
della transizione pacifica e' stata la messa tra parentesi della
memoria. Gli spagnoli hanno voluto dimenticare, da entrambe le parti,
le atrocita' e i torti reciproci della guerra civile. Gli
intellettuali, invece, sono rimasti degli ideologi. Anche la cultura
politica del partito socialista e' di questo tipo: la teoria da una
parte e la pratica dall' altra.

I socialisti, insomma, hanno agito bene senza "dirlo".

Si' . Ma questo e' tipico della socialdemocrazia: prassi democratica e
linguaggio rivoluzionario, in omaggio alla "meta finale". Il secondo
aspetto negativo, assai piu' grave, e' costituito dai residui arcaici
della societa' spagnola. Non mi riferisco al folclore, alla corrida o
alle processioni di Siviglia. E' importante che la Spagna entri in
Europa con una forte identita' nazionale, che puo' servire da
correttivo agli eccessi e alle volgarita' "moderne". A Siviglia
coesistono il fax e gli incappucciati: puo' sembrare incongruo, ma
funziona. No, per residui arcaici intendo la permanenza di
istituzioni e mentalita' corporative che sono un' eredita' del
passato regime.

Vuol dire che non c' e' stata alcuna epurazione della classe dirigente
franchista?

Si' , sono rimasti tutti al loro posto. Ma questo e' il prezzo pagato
alla transizione pacifica. L' arcaismo dipende piuttosto dai
comportamenti sindacali. Sotto Franco la vera opposizione era fatta
dalle comisiones obreras. Il regime aveva dovuto in qualche modo
venire a patti, e ottenere la pace sociale non solo con la
repressione ma anche con le concessioni: con le garanzie contro i
licenziamenti, il sussidio di disoccupazione usato chiudendo un
occhio, un vasto settore pubblico in perdita per creare posti di
lavoro. Per esempio nelle miniere delle Asturie, come compensazione
per le dure repressioni contro i minatori. Oggi questi residui
corporativi sono divenuti incompatibili con l' armonizzazione europea,
ma il sindacato si batte per conservarli. Per esempio con la mezza
giornata di sciopero generale indetta per il 28 maggio. Questo
alimenta un' economia "in nero" gia' troppo ampia, e distorce il
conflitto sociale. Che in democrazia conserva un ruolo fondamentale
di spinta alla modernizzazione, ma solo se avviene in forme chiare e
trasparenti, non come difesa ambigua, spesso in combutta con
l' opposizione di destra, di privilegi corporativi.

Ritiene che questi "arcaismi" siano un grave ostacolo alla piena
partecipazione della Spagna all' Europa?

Si' . Ma credo che la Spagna possa farcela, nonostante tutto. Se il
partito socialista, che e' destinato a governare, da solo o in
coalizione (io mi auguro in coalizione) anche nei prossimi anni,
sapra' ritrovare una vera politica di sinistra, compatibile con la
modernita' , e quindi con l' Europa.

Le celebrazioni del ' 92 hanno accelerato questo processo?

Dal punto di vista delle realizzazioni pratiche sono state utili. E'
mancata, pero' , una vera discussione sul senso che la memoria del
1492 ha per noi, per la Spagna. Gli intellettuali sono rimasti per
lo piu' in posizione di sdegnoso distacco.

E' stata un' occasione per rafforzare i legami culturali con l' America
Latina?

Si' , e questo e' positivo: ma e' venuto piu' da loro che da noi. Le
cose migliori sono state scritte dagli intellettuali messicani,
argentini, peruviani. I nostri hanno parlato soprattutto della strage
degli indios. E' tutto vero, ma non basta. Dovremmo soprattutto
capire noi stessi a partire da quelle radici. Per esempio il rapporto
cruciale tra potere e denaro, o il disprezzo dell' "hidalgo" per
l' attivita' produttiva.

Che fu un ostacolo decisivo alla modernizzazione della Spagna. Per
toccare un altro elemento chiave della sua tradizione, qual e' oggi
il rapporto con la fede cattolica?

E' uno dei grandi cambiamenti in atto. La Spagna e' un Paese
cattolico che si sta laicizzando. Si e' creata un' efficace
separazione tra Stato e Chiesa. Il contribuente, per esempio, se
vuole versa alla Chiesa una percentuale fissa delle sue imposte.

E nella scuola?

Nella scuola pubblica l' ora di religione e' oggi una libera scelta
degli studenti o delle famiglie. Mentre quella privata, a differenza
della Francia, e' solo in parte cattolica; sono numerosi anche gli
istituti privati non confessionali.

La societa' spagnola e' , come quella italiana, fortemente segnata
dalle identita' regionali e dalle loro richieste di autonomia. Eppure
non conosce il fenomeno delle Leghe.

Questo e' forse il massimo successo della transizione alla
democrazia. La nuova Spagna ha creato subito uno Stato delle
autonomie, con 17 Regioni autonome. E' l' unico caso in cui ha
ripreso, sia pure senza dirlo, il programma della Repubblica spagnola
del ' 36. In Catalogna ha addirittura richiamato dal suo esilio in
Francia l' ultimo presidente della vecchia Repubblica catalana. E' un
successo tanto piu' significativo, perche' ha dovuto vincere una
fortissima tradizione centralista. Per il franchismo l' unita' della
Patria era sacra, era un' ossessione. Uno slogan della destra diceva:
"Meglio una Spagna rossa che una Spagna rotta". Ma lo Stato
democratico si e' decentralizzato senza rompersi. Lo Stato delle
autonomie e' la miglior preparazione all' Europa: una democrazia
sovranazionale con forti identita' regionali. Restano molti
problemi, certo. C' e' il terrorismo basco, con la sua miscela
esplosiva di nazionalismo e marxismo-leninismo. Un' esasperazione dei
regionalismi potrebbe stravolgere lo "Stato delle autonomie" in
"autonomia degli Stati". Ma credo che il senso della misura finira'
per prevalere.

Un buon risultato, se si guarda a quel che avviene in Russia e in
Jugoslavia dalla fine della dittatura. Questa solidita' puo'
consentire alla Spagna di creare, insieme alla Francia e all' Italia,
un polo culturale latino capace di confrontarsi alla pari con i Paesi
nordici?

Non so se sia possibile. Ma e' augurabile. Non perche' una Francia
egemone nell' Europa del sud compensi in questo modo l' inevitabile
egemonia tedesca al nord, ma per costruire una vera dialettica tra il
nord e un sud finalmente moderno. L' unita' europea e' un' unita'
nella diversita' . Personalmente, sono molto legato alla latinita' , e
non sottovaluto l' eredita' di Roma rispetto a quella della Grecia.
L' Europa e' una creazione romana. Ed e' l' Europa del sud a
fronteggiare il Maghreb e a collegarsi culturalmente con l' America
Latina. Se, sotto l' egemonia del nord, l' Europa si chiudesse al Sud
del sottosviluppo, diventerebbe ben presto una fortezza assediata dai
barbari.

[Andrea Casalegno]
===================

Bene, io ho offerto del materiale. In sè non dimostra nulla, se non che
gli intellettuali avevano la vita difficile, in un paese dove "pensare", o
anche leggere, era considerata un'attività sospetta...
Una delle decine di vignette che l' umorista Forges ha dedicato al
difficile rapporto tra gli spagnoli e la lettura, illustra questa
situazione:
Uno strepito nella notte, lui si affaccia alla finestra: "Che succede?",
chiede spaventata la moglie, dal letto. Ma l' uomo la rassicura, è già
tutto finito: "Hanno preso uno che stava leggendo un libro".
Poco convinti? Se qualcuno vuole discuterne, lo faccia pure, siamo qui per
questo :-)

--
Piero F.

Piero F.

unread,
Oct 6, 2005, 5:57:49 PM10/6/05
to

"OndaMax" ha scritto

> Lancio l'argomento espuntandolo dal thread "Pio XII e
> la fine della seconda guerra mondiale".
> Mi chiedo quali origini avesse il furore iconoclasta che
> animò frange della popolazione spagnola nel 1931, alla
> caduta della monarchia.

<total cut>


> Credo che molto altro sia rimasto da dire. Se lo diciamo in maniera
> seria e ordinata tenendo sempre presente la domanda iniziale
> secondo me ne esce un bel thread. Altrimenti va bene lo stesso ...
> L'importante è divertirsi ... :-)

Caro OndaMax, il thread si è arenato troppo presto. Forse richiede troppe
conoscenze specifiche del periodo 1931-36 (che nemmeno io possiedo,
purtroppo), perciò "mi divertirò" senza tener presente la domanda
iniziale, e ponendo in coda al thread alcuni argomenti "spagnoli"
sollecitatimi da MLN in un suo post:
> > Mi piacerebbe sapere di più dei fermenti intellettuali
> > spagnoli della fine degli anni Quaranta, di come essi
> > rappresentarono (se lo fecero) le scelte politiche di Franco
> > in merito alla neutralità della Spagna in guerra.
Non ho trovato nulla in merito alla neutralità nella guerra mondiale
(credo che non fosse nemmeno una cosa ancora dibattuta, alla fine degli
anni Quaranta), ma ho altro materiale sul pensiero degli intellettuali
spagnoli riguardo al regime, e in generale sulla situazione sociale nella
Spagna franchista.
Devo ancora rispondere direttamente a MLN, ma intanto che pulisco con lo
scovolo la canna della mia pistola da duello;-) ecco qui un panorama degli
anni 1945-1970, da un articolo dello storico oxfordiano Raymond Carr (in
History of the 20th Century, a cura di A.J.P. Taylor e M.Roberts).
====================
LA SPAGNA DI FRANCO
====================
Vincitore della guerra civile, Franco diventò il dittatore della Spagna in
un momento particolarmente difficile, nell'aprile 1939. La Spagna era
uscita stremata dalla guerra e si trovava a dover dipendere in maniera
pericolosa dagli alleati tedesco e italiano. Quando venne la seconda
guerra mondiale, infatti, essi presentarono il conto e chiesero la
collaborazione attiva della Spagna, che sarebbe stata preziosa per le
operazioni in Africa settentrionale. Franco non aveva simpatia per gli
Alleati, e il suo ministro degli Esteri, Serrano Suñer, credeva nel «Nuovo
Ordine»; ma il Caudillo sapeva che la Spagna era esausta, e dal 1943 non
era più tanto certo che gli Alleati avrebbero avuto la peggio. Franco si
comportò in maniera cosi elusiva che Hitler paragonò un incontro con lui a
una visita dal dentista. Unico fra i leader del tempo di guerra, Churchill
era propenso a riconoscere che la testarda indipendenza di Franco aveva
portato dei vantaggi agli Alleati. In ogni modo i vincitori erano decisi a
dargli l'ostracismo perché era fascista; nel dicembre 1946 il voto delle
Nazioni Unite escluse la Spagna da tutte le organizzazioni dell'ONU.
Franco, avuta la notizia, non si scompose e continuò tranquillamente a
dilettarsi con il suo nuovo hobby, la pittura. Sapeva che l'ostracismo
degli stranieri sarebbe servito semplicemente a rafforzare la sua
posizione all'interno.
Come fece Franco a mantenersi al potere? Un po' perché i ricordi della
guerra civile e la fame degli anni quaranta, quando la Spagna non poteva
sperare aiuti dall'estero, convinsero gli spagnoli ad appoggiare il
governo come unica alternativa al disastro; un po' perché il controllo
assoluto dell'esercito di cui Franco disponeva e la spietata azione della
polizia schiacciarono l'opposizione politica; un po' perché l'abilità con
cui il Caudillo seppe equilibrare le forze che appoggiavano il regime fece
sì che nessuna diventasse troppo forte.
Alla fine della guerra civile i falangisti si trovavano in una posizione
di forza. Controllavano i nuovi sindacati, in cui erano ufficialmente
rappresentati datori di lavoro e lavoratori, la censura sulla stampa e le
università. Ma non erano amati dai carlisti e dai monarchici conservatori.
Franco fece a poco a poco della Falange non il perno dello stato ma una
delle tante forze su cui si reggeva.
Inoltre, l'ideologia che aveva alimentato la guerra civile perdette sempre
più validità. 1 falangisti per esempio, credevano in una economla
autarchica controllata dallo stato; ma questa politica era avversata dai
« tecnici » dell'opus Dei, un'organizzazione cattolica. Franco lasciò che
questi sperimentassero la loro nuova politica economica piû liberale.

*Timori per il futuro*
Nel 1953 la Spagna appariva uno stato stabile: le industrie entravano in
una fase di rapido sviluppo, il turismo assicurava notevoli guadagni in
valuta straniera pregiata. Nessuno poteva sperare di sfidare quello che
era ormai uno stato borghese conservatore, appoggiato dalla Chiesa. Per di
più, essendo nemico dichiarato del comunismo, Franco poteva diventare un
utile alleato nella guerra fredda. Nel 1953 gli Stati Uniti firmarono un
accordo che assicurava alla Spagna considerevoli vantaggi monetari,
avendone in cambio l'autorizzazione a stabilirvi delle basi aeree. La
Spagna nazionalista era ormai accettata e Franco poteva dire: « Finalmente
abbiamo vinto la guerra civile spagnola ». Ma il Caudillo non fu mai
accettato dalla sinistra mondiale, che continuò a vedere in lui il
militare che si era ribellato a una repubblica progressista e il creatore
di uno stato poliziesco che soffocava ogni dibattito politico.
Franco era a sua volta un tipico rappresentante della Spagna che aveva
creato: borghese per nascita e per temperamento amava la vita familiare,
la vela e la caccia. Era molto abile, ma di pochi interessi intellettuali.

Nel 1969 era un vecchio di settantasei anni di cui si faceva sapere
ufficialmente che aveva il fisico di un atleta di venti, mentre gli
avversari ne spiavano attentamente i segni del ritiro dalla vita politica
attiva, che non poteva essere tanto lontano. Quanto sarebbe durato il
sistema creato da lui con tanta pertinacia ?
Le basi economiche sembravano abbastanza solide. Come a molti altri paesi
che hanno avuto un miracolo economico, una spettacolare espansione (una
percentuale di sviluppo del 7,4 per cento tra il 1962 e il 1966) portò
alla Spagna dei problemi. Le questioni dell'inflazione e della spirale dei
salari e dei prezzi non furono completamente risolte dal programma di
stabilizzazione del 1959. I risultati economici trasformarono radicalmente
la società spagnola: ma il ritmo di sviluppo dal 1967 cominciò a
rallentare (3,2 per cento). Gli investimenti andavano soprattutto
all'industria e ad alcuni spettacolari progetti di irrigazione : la
provincia spagnola restava povera e la sua produttività bassa. 1 contadini
in miseria emigravano nelle fabbriche tedesche o nei ristoranti inglesi.
Una recessione economica poteva provocare disordini tra i lavoratori.
Questi erano stanchi del sindacalismo « ufficiale » e crearono delle
commissioni operaie fuori della struttura dei sindacati ufficiali; e nel
1968 ci furono gravi scioperi nei distretti industriali del nord.
Ma erano soprattutto gli antichi, insolubili problemi della storia
spagnola a creare difficoltà al generale Franco. Le province basche e la
Catalogna avevano goduto di una certa autonomia sotto la Seconda
Repubblica, che però era svanita dopo la guerra civile. I nazionalisti
catalani e baschi aspiravano perciò a riconquistare le libertà perdute;
tra i nazionalisti baschi, in particolare, si formò una frangia
estremista.
Il fatto che il movimento nazionalista ricevesse un certo appoggio da
parte dei sacerdoti baschi indicava che i pilastri tradizionali del regime
di Franco cominciavano a vacillare. Una parte considerevole
dell'episcopato restava fedele alle antiche opinioni ma i sacerdoti più
giovani pensavano che la Chiesa doveva liberarsi dell'alleanza stretta con
il regime. Mettevano le sagrestie a disposizione delle commissioni operaie
e criticavano il governo per la repressione poliziesca.
La situazione era complicata dalle divisioni esistenti tra i sostenitori
del governo: anche se non raggiunsero mai dimensioni preoccupanti. Gli
ufficiali dell'esercito si dividevano tra quelli convinti che ogni
rinuncia all'autoritarismo avrebbe provocato disastri e quelli che
credevano che la sopravvivenza dipendesse da una certa flessibilità
politica. Anche la Falange era divisa tra quelli che guardavano al passato
e quelli che temevano per il futuro.
Nel 1969 i carlisti, che avevano combattuto al fianco dei nazionalisti
durante la guerra civile, si dimostrarono i critici più impertinenti.

*La Spagna ottiene un re*
Il problema piû grave era quello del sistema politico che doveva
subentrare al regime franchista dopo la morte del Caudillo, complicato
dall'incapacità del regime di assicurare una valvola di sfogo agli
scontenii. L'incertezza ispirava l'intrigo e la speculazione. Nel 1966 una
nuova legge organica reintrodusse, sia pure parzialmente, l'elezione
diretta da parte dei capi famiglia e delle mogli di una parte dei membri
delle Cortes (parlamento). Ma era chiaro che questo non preludeva a un
ritorno dei partiti politici, i quali restavano, per usare le parole di
Franco, un sintomo delle « furie particolari » che avevano tante volte
distrutto la Spagna. I sindacati furono affrancati dal controllo
falangista. La censura fu sostituita da una legge sulla stampa che, pur
lasciando gli editori esposti all'incriminazione da parte dello stato,
lasciava nondimeno una libertà d'espressione ormai sconosciuta dal 1939.
Pareva che fosse in atto una graduale liberalizzazione.
Questa prospettiva fu oscurata dai disordini studenteschi e da un certo
fermento tra gli operai. Come i lavoratori diffidavano del sindacalismo
ufficiale, così gli studenti non amavano le associazioni studentesche del
regime. Avevano protestato violentemente già nel 1955 e nel 1968 nuove
agitazioni provocarono la chiusura delle università. Gli attacchi al
sistema educativo erano largamente giustificati; ma gli obiettivi politici
non erano stati scelti dopo matura riflessione, mentre l'alleanza tra
studenti e operai era molto labile. Le violenze studentesche a Madrid e
Barcellona allarmarono il governo. Si parlò di anarchia e di complotto
internazionale, e nel gennaio 1969 fu dichiarato lo stato d'emergenza, che
durò due mesi. Furono arrestati leader studenteschi, avvocati liberali,
democratici cristiani e membri delle commissioni operaie. Intanto si
spargeva la voce che il Caudillo versava in precarie condizioni di salute,
e questo riportò in primo piano il problema della successione.
Poiché la Spagna era legalmente una monarchia, si trattava di scegliere
tra Don Juan, figlio di Alfonso XIII e unico successore secondo una
interpretazione rigorosa del diritto monarchico, e Juan Carlos, figlio di
Don Juan. Don Juan aveva apertamente criticato il Caudillo e una sua
designazione poteva significare il ritorno della monarchia parlamentare
con un efficiente sistema partitico che consentisse l'azione politica
degli avversari del regime, dai liberali ai socialisti riformisti. Juan
Carlos era stato educato nella Spagna nazionalista ed era vicino al
generale. Nel luglio 1969 il Caudillo decise che Juan Carlos sarebbe stato
il principe ereditario di Spagna fino alla sua morte e dopo sarebbe stato
re. La scelta voleva indicare che nulla sarebbe cambiato, che ogni
apertura a sinistra era esclusa, e rivelava che Franco aveva salda fiducia
nello stato da lui creato. « La Spagna non mi sembra difficile da
governare », aveva detto una volta.
=====================

--
Piero F.


r-Daneel

unread,
Oct 6, 2005, 9:43:34 PM10/6/05
to
Piero F. wrote:

>Non ho trovato nulla in merito alla neutralità nella guerra mondiale
>(credo che non fosse nemmeno una cosa ancora dibattuta, alla fine degli
>anni Quaranta),

C'e' qualcosa nal Diario di Ciano, ma giusto per
curiosita'. Ad esempio.

5-7 luglio 1939. "La Spagna sara' a fianco dell'Asse,
perche'...", parla Serrano Sun~er.

23 agosto 1940. "Il Duce... e ne ha ricevuto una
interessante da Franco. Il Caudillo parla di prossima
entrata della Spagna in guerra. Si e' gia' rivolto ai
tedeschi per avere quanto..."

--
r-Daneel

Matteo Luigi Napolitano

unread,
Oct 7, 2005, 3:49:12 AM10/7/05
to

"Piero F." <mail...@people.it> ha scritto nel messaggio
news:H_g1f.16401$133....@tornado.fastwebnet.it...
>
> "OndaMax" ha scritto
>
cut


> Devo ancora rispondere direttamente a MLN, ma intanto che pulisco con lo
> scovolo la canna della mia pistola da duello;-) ecco qui un panorama degli
> anni 1945-1970, da un articolo dello storico oxfordiano Raymond Carr (in
> History of the 20th Century, a cura di A.J.P. Taylor e M.Roberts).

cut

E' meglio che ti prepari.
Giusto ieri ho chiamato lo spazzacamino per pulire la mia pistola. Non ha
ancora finito :-)))

Grazie per le aggiunte in questi due post.

A presto!

Matteo

cut

Piero F.

unread,
Oct 7, 2005, 7:28:42 AM10/7/05
to

Piero F.

unread,
Oct 7, 2005, 6:00:05 PM10/7/05
to

"Piero F." ha scritto

> Ancora un articolo sugli intellettuali spagnoli e il regime franchista.
> Se Ortega y Gasset intravvedeva, nel 1955, segni di saggia tolleranza

Maledetti server, questo che era il terzo e ultimo dei miei interventi su
Spagna e intellettuali, è stato ricevuto due volte, mentre il secondo
(dove appunto si parlava di Ortega y Gasset) non è arrivato...
Comunque, eccolo qui.

E' un articolo di Vittore Branca, che rievoca un suo
incontro-intervista con Josè Ortega y Gasset, pochi mesi
prima che questi morisse.
=======================
LA PROFEZIA DI DON JOSE'
=======================
"Non sarà alle volte una fermata per ammirare il panorama, come quelle che
un certo nostro dittatore faceva fare agli inconsapevoli avviati a essere
giustiziati?"
mi chiese con un' ombra di sorriso ironico, nel suo perfetto francese,
José Ortega y Gasset. Il motoscafo, col quale ero andato ad accoglierlo
all' aeroporto veneziano del Lido il 19 maggio del 1955, si era
improvvisamente arrestato in mezzo alla laguna per un breve blocco al
motore. E io, imbarazzatissimo, di fronte all' espressione un po' sorpresa
e ansiosa della gentilissima Signora Rosa Ortega, non avevo trovato di
meglio che quella goffa scusa.

Cordialità e ironia da grande e signorile intellettuale madrileno
caratterizzò così, fin dai primi momenti, il mio incontro con uno dei più
europei e più felici pensatori - storico, filosofo, letterato - della
Spagna nel primo Novecento: della Spagna da Unamuno a Lorca, delle
decisive e splendide generazioni del 1883 e del 1898. Il suo
irrazionalismo vitalistico, precursore o partecipe dei vari
esistenzialismi ("Io sono io e la mia circostanza") sembra aver
chiaramente anticipato Heidegger e dominato Dilthey.
Avevo conosciuto per corrispondenza Ortega - dopo averlo profondamente
ammirato per i suoi libri - grazie al tramite di alcuni eminenti suoi
compatrioti, tutti antifranchisti: come il folgorante critico e poeta
Dámaso Alonso, il paleontologo e archeologo Pedro Bosch Timpera, l'
elegantissimo poeta Juan Ramon Jiménez. Apparteneva a quella élite
culturale che, profondamente diffidente di Franco e del suo regime, aveva
prima scelto un libero esilio. Era rientrata poi in Spagna per carità di
patria: per non lasciar senza guide la giovane generazione, quando con gli
anni Cinquanta se non la libertà piena ma una certa tolleranza si era
diffusa anche sotto Franco.

Fu felice Ortega di ricevere ai primi del ' 55 il mio invito a tenere alla
Fondazione Cini la prolusione al Corso internazionale su Venezia fra
autunno del Medioevo e Rinascimento (che avrebbe visto fra i docenti
Gioacchino Volpe e Gino Luzzatto, P.O. Kristeller e Franz Babinger,
Federigo Chabod e Fernand Braudel, Hubert Jedin e Giuseppe De Luca). Ma
avanzò subito, da scrupoloso e impegnatissimo studioso, un dubbio:
"Scarsa è però la mia conoscenza della storia di Venezia..."
"Ma lei riprenda" gli risposi "le prospettive che informano la sua Espana
invertebrada, la sua Rebelión del las masas, che hanno tanto insegnato a
noi tutti. Delinei quel sorgere dell' idea di nazione e di Stato - anche
in Venezia e nelle sue ben salde vertebre - che lei ha messo alla base
della sua visione dell' Europa fra Tre e Quattrocento".

Proprio su queste visioni e realtà storiche Ortega rifletté e discusse con
me - di cui gli piacevano gli studi su San Francesco e sul Boccaccio - nei
suoi giorni veneziani. Mi diceva:
"Toynbee crede sufficiente, anzi ingegnoso, anzi spiritoso, dire che la
nazione è il risultato ottenuto dagli uomini riempiendo i vecchi otri del
tribalismo col vino nuovo della democrazia. Ma le nazioni e gli Stati
moderni si sono formati molto prima che apparisse la democrazia".
Vedendo poi che a San Giorgio in quei giorni c' erano riunioni di ministri
e diplomatici europei in preparazione di quelli che saranno i trattati di
Roma, vero avvio alla creazione di un' Europa unita, mi diceva:
"Per i popoli del nostro continente vivere ha sempre voluto dire, fin dal
secolo XI, al tempo di Ottone III, muoversi e agire in uno spazio e in un'
orbita comuni. Per ciascun popolo, vivere significava vivere con gli
altri. Per questo io credo fermamente in un' Europa che, sia pur
lentamente, sempre più si unifichi. Quella coesistenza, cinquecento anni
fa, era talora pacifica, talora bellica: ma i popoli in Europa si
combattevano non come estranei e nemici ma come i gemelli Eteocle e
Polinice nel grembo materno. Le guerre europee avevano quasi sempre un
curioso stile: che le faceva assomigliare a discordie familiari. Evitavano
l' annientamento dell' avversario: erano gare, lotte di emulazione,
contese attorno a eredità piuttosto che distruzioni o eliminazioni. Ognuno
a suo modo, ma tutti miravano allo stesso fine, che fossero Normanni o
Franchi, Svevi o Angioini, Francesi o Spagnoli. Carlo V di Spagna parlando
del suo implacabile nemico Francesco I di Francia diceva: "Mio cugino
Francesco e io siamo perfettamente d' accordo circa Milano: ciascuno di
noi la vuole per sé. I popoli europei formavano, fin dai tempi lontani,
una società, una collettività nel senso medesimo che queste parole hanno
quando si applicano a ciascuna nazione. Vi erano e vi sono costumi
europei, usanze europee, diritto europeo: anche, oserei dire, un potere
pubblico europeo".

"Lei crede, dunque, nella possibilità di un' Europa unita?".

"Sì, certo, sulle basi di quattro grandi confluenze: la civiltà latina, la
germanica e centro-europea, la slava, la britannica e nord- europea:
ciascuna, sia pur diversamente, con la stessa base ideale e civile, quella
romano-cristiana".
Ci avviavamo alla colazione nello splendido palazzo sul Canal Grande di
Vittorio Cini, cordialissimo nel ricevere sempre gli ospiti della sua
Fondazione, appassionato della conversazione con quelle che spesso erano
in quel momento nostre guide intellettuali e spirituali. E il colloquio
con don José continuava naturalmente sugli esìli di Ortega in Francia, in
Argentina, in Portogallo fra ' 36 e ' 46, e sulla situazione spagnola e le
possibilità che il regime franchista, senza nuovi e tragici traumi,
lentamente si evolvesse verso la democrazia e collaborasse alla
costruzione europea.
"Io credo di sì, che lo si possa e lo si voglia, in Spagna, e che sia
fatale in certo senso" diceva Ortega. "Nonostante la mia avversione fin
dal principio a Franco e al franchismo, nonostante la mia scelta di
abbandonare la Spagna per una decina di anni, noto ora un progressivo
allentarsi del sistema dittatoriale e poliziesco. Posso ora vivere a
Madrid e parlare abbastanza liberamente a casa mia, ma anche nelle
frequenti tertulias ai vari circoli e ai vari caffé, proprio come faccio
qui.
Giorni fa in autobus un signore, leggendo su un quotidiano l' annunzio
della morte di un certo "Francisco Franco y Pelo" esclamò: "Peccato, per
un pelo...". Tutti risero: e non ci fu nessuna reazione, nessuna
conseguenza".
In un museo - mi hanno raccontato - la guida a un gruppo di turisti diceva
di aver giorni prima mostrato un quadro di Fussli al ministro svizzero
della Marina. "Ma come? la Svizzera non ha una marina e ha un ministro
della Marina?" intervenne un ascoltatore. "E noi non abbiamo un ministro
della Giustizia?" ribatté pronto alla guida fra il divertimento generale
ma senza nessuno strascico poliziesco.
Sono tutti segni di una crescente tolleranza per il dissenso che non sia
armato o sovversivo: una tolleranza che chiede anche ufficialmente la
collaborazione di spiriti liberali come Pedro Laín Entralgo e Ruiz Jiménez
(anche se alle volte li confina da Madrid nel dorato esilio dell'
Università di Salamanca).
Se non c' è ancora la libertà democratica c' è però una certa civile
tolleranza che ne è la premessa: una tolleranza e un certo rispetto
reciproci, tradizionali nella miglior Spagna. In quindici o vent' anni ci
potranno portare, eventualmente con una restaurata monarchia illuminata, a
una nuova democrazia" (era buon profeta Ortega!).
Attraverso le varie sale, fra i Tiziano, i Tintoretto e i Guardi, ci
avvicinavamo alla tavola della colazione. Passavamo anche accanto alla
cappellina che Vittorio Cini aveva fatto discretamente inserire oltre una
elegante parete mobile. Ortega si fermò: e sorridendo disse:
"Vede, conte Cini, questo mi fa ricordare un episodio della mia vita
caratteristico dello spirito di intelligente tolleranza spagnola che
sempre alla fine limitò e vinse oltranzismi e fanatismi. Io ero
innamoratissimo della mia Rosa, di una famiglia di origine italiana,
Spottorno, venuta dalla Liguria in Spagna alla fine del ' 700. Era la più
splendida giovane di Cartagena: e per sei lunghi anni la corteggiai prima
da ammiratore poi da fidanzato. Ma sembrava che un ostacolo si opponesse
al nostro matrimonio. Io ero diventato agnostico pur essendo cresciuto in
una famiglia cattolica - e cattolicissimi erano i Gasset - e non volevo
nozze solenni in chiesa. Rosa era fortemente e serenamente religiosa, come
la sua famiglia, ed esigeva un matrimonio cattolico. Si trovò il
compromesso: celebrarlo privatamente nella cappella di casa Spottorno
senza una mia partecipazione religiosa ma con un mio formale impegno a
permettere un' educazione cattolica dei figli. I quali poi sarebbero stati
liberi di scegliere da adulti il loro atteggiamento: come di fatto fecero,
senza nessuna opposizione della pur amatissima e veneratissima madre. Era
questa una naturale impostazione liberale e tollerante che dominava la
Spagna nell' ultimo secolo fino alla tragica guerra civile tra il
fanatismo fascista e quello comunista".
"E ci auguriamo che quella tolleranza reciproca si affermi di nuovo
presto" soggiungeva Cini, "come mi ha fatto sperare un recente incontro.
Avevo un giorno chiesto di venire a desinare da me a Randolfo Pacciardi,
già comandante della brigata Garibaldi (di italiani antifascisti in Spagna
contro Franco). Ma poi seppi che mia figlia aveva già invitato alla stessa
colazione l' ambasciatore di Franco a Roma, che era stato proprio il
generale che aveva costretto alla resa Pacciardi e i suoi. Imbarazzo mio
grande: telefonata all' amico Pacciardi per rimandare il mio invito al
giorno dopo per evitargli quell' incontro spiacevole.
Reazione di Pacciardi: "Ma quell' ambasciatore spagnolo è un mio ottimo
amico perché fu un modello di corretto e generoso gentiluomo quando ci
accolse e ci protesse con ogni mezzo dopo la resa cui ci aveva costretto".
Così possono essere e sono i migliori spagnoli, come ho avuto spesso
esperienza diretta: e questo, dopo tanti terribili sanguinosi fanatismi
(nutriti spesso dal di fuori), ci fa, come lei, bene sperare".

C' erano con don José, oltre la affascinante e saggia moglie Rosa, il
figlio José (con la graziosissima moglie francese Simone che diverrà
celebre con un vero best seller in patria e nell' America latina, il
classico libro di ricette culinarie spagnole). José junior assentiva alle
speranze del padre. Da ingegnere agrario si farà editore efficace e
scrittore squisito di gusti stendhaliani. Pensava già alla ripresa
culturale e democratica che cautamente e gradatamente promuoverà con la
Alianza Editorial, con la rinnovata pubblicazione della Revista de
Occidente nel 1963, e soprattutto nel 1976 con il libero quotidiano El
País, secondo la tradizione di El Imparcial e di El Sol già giornali della
famiglia. Voleva assicurarsi anche vari collaboratori italiani, come me e
Franco Meregalli. Il sempre più affermato europeismo liberale del padre si
tradurrà in questa efficace e qualificata operosità editoriale e
pubblicistica e memorialistica del figlio: un vero protagonista nella
cultura e nella letteratura della Spagna postfranchista e social-liberale.
Ma passeggiando con me nei giorni successivi su Riva degli Schiavoni e
sulle Zattere Ortega ritornava naturalmente ai temi del formarsi delle
singole nazioni nel nostro continente e al graduale emergere di una
coscienza europea.
"Al tempo delle Crociate si conducevano le lontane spedizioni d' Oriente
come si fosse trattato di attaccar briga con un vicino incomodo. Naturale:
perché l' uomo gotico stava proprio allora assorbendo le vetuste forme di
cultura create dagli antichi, cioè, il diritto romano, le umane lettere,
la scolastica. Sono queste ricezioni successive che riportano alla
superficie, nella vita dei popoli europei - ancora dispersi e divergenti
ma già in formazione - il fondo iniziale dello spazio sociale Europa.
Ciascuno di questi popoli ha vissuto costantemente, lungo la sua storia,
questa doppia forma di vita: quella che proviene dal fondo europeo comune
e la sua tutta propria, ereditata dalla sua esistenza più primitiva".

"Ma questa realtà è di carattere sociale e va quindi espressa in termini
sociologici" mi permettevo di osservare.
"Fin dal principio ciascun nostro popolo si confrontava con gli altri: ma
non indifferentemente con questo o con quel popolo della terra, ma
esclusivamente con gli altri popoli europei. Nessuno dei nostri popoli si
sarebbe riconosciuto nazione quando si fosse trovato di fronte, poniamo,
agli Arabi. La differenziazione cosciente da questi ebbe in realtà un
altro senso: fu l' opposizione dell' Occidente all' Islam. Costituì un'
altra dualità non meno importante di quella fra Europa e Nazione. É la
dualità di Oriente e Occidente: una dualità di cui Venezia, sia nel
contrasto che nella tolleranza, fu maestra al mondo. Il passaggio dal
Medioevo al l' Età moderna è di fatto inseparabile dalla civiltà islamica,
poiché esso consiste nella coesistenza, positiva e negativa a un tempo,
del Cristianesimo e dell' Islamismo sull' area comune impregnata di
cultura greco-romana: fosse Venezia col suo splendido Fondaco dei Turchi e
i suoi territori nel Mediterraneo orientale o fosse la Spagna
tre-quattrocentesca con suo focolare di cultura castigliano-ebraico-araba
di Toledo".

"Eppure nonostante questi incontri e queste coesistenze c' è una profonda
differenza fra ideologia e cultura cristiano-europea e islamico-araba".

"Certo. Coloro che ignorano di quali elementi e di quali forze siano
costituite le idee credono che la trasmissione di esse da un popolo all'
altro o da un' epoca all' altra sia cosa semplice e agevole. Ma la "pianta
uomo" col suo pensiero è molto meno trasportabile che la pianta vegetale.
Ogni ideologia semplicemente ricevuta è "scolasticismo", è passiva in
opposizione a quella che crea e che rinnova. Ora i primi "scolastici",
dipendenti da Aristotele e Avicenna e Averroè non furono i monaci d'
Occidente ma i pensatori islamici. Gli europei possedettero ben presto -
prima grazie a Sant' Agostino e San Tommaso, e poi ai filosofi
umanistico-rinascimentali - un' ispirazione creatrice che gli Arabi non
ebbero. Quando ebbero finito di ricevere si fermarono. L' Europa e Venezia
stessa con un potente metabolismo civile si rinnovarono continuamente,
anche attraverso la formazione delle varie nazioni e il sentimento dell'
unità europei: una doppia coscienza che si sviluppa dal Medioevo all' Età
moderna".

Erano idee, queste di Ortega, che, lungamente vegliate nella sua
meditazione storico-sociologica, erano state profondamente maturate nelle
sofferenze e nelle tragedie degli anni Trenta-Quaranta, negli esìli, nei
tormenti delle dittature e delle guerre, nel doloroso ritorno in patria. E
che dominarono la sua ultima lezione tenuta il 21 maggio alla Fondazione
Cini cinque mesi prima della sua morte (18 ottobre 1955).
Fu quasi un testamento spirituale tutto modulato su quelle idee che mi
aveva esposto conversando. E lo sentii prolungato e vegliato nell' eredità
di idee e di affetti che trovai due anni dopo a Madrid: nell' accoglienza
della moglie e dei figli e specialmente di José e nelle tertulias degli
amici e dei discepoli: da Maranón e Alonso e Zubiri e Laín Entralgo, a
Maravall, a Carretter, a Marías, ad Aranguren, a Savater, a Cebrían. Era
un circolo tutto orteghiano in cui, certo in ricordo della simpatia del
grande don José, fui profondamente coinvolto entrando nel comitato
direttivo della rinnovata Revista de Occidente, diventando autore della
Alianza Editorial con la traduzione del mio Boccaccio medievale,
partecipando come collaboratore al País, intervenendo in incontri e
convegni promossi da quegli amici: fino a quello, nell' ultimo ottobre,
sul Boccaccio e il suo vitalismo tutto orteghiano.
Più ancora che Unamuno, Ortega sembra presente e vitalizzante oggi nella
cultura spagnola. Lo ha confermato a Madrid anche il grande "Convenio
Internacional Arte, Educación y Sociedad en Ortega y Gasset" volto a
studiare la filosofia sociale di Ortega.

[Vittore Branca]
=================
Nato a Madrid nel 1883, morto nel 1955, il filosofo e saggista José Ortega
y Gasset (nella foto, con Vittore Branca a Venezia nel maggio del ' 55) è
stato uno dei maggiori intellettuali spagnoli del Novecento. Critico verso
la massificazione dei valori e dei gusti provocata dalla società moderna,
propose quale antidoto la formazione di una élite culturale. Tra i suoi
libri tradotti in Italia, Meditazioni sul Chisciotte (Guida, 2000), Cos' è
la filosofia? (Marietti, 1994), Meditazione sull' Europa (Seam, 2000), L'
uomo e la gente (Armando, 1996).
================

Allora, il regime di Franco, tutto sommato, era ancora vivibile? Come
Mussolini, il Caudillo "mandava in ferie" gli oppositori in amene
località?
Nell'intervista a Jorge Semprun (terzo post) sembra che il regime non
fosse poi così accomodante...

--
Piero F.

OndaMax

unread,
Oct 9, 2005, 5:20:51 PM10/9/05
to
"Piero F." ha scritto nel messaggio ...

> Caro OndaMax, il thread si è arenato troppo presto.

Me ne farò una ragione ... ;-)
Si scrive anche per il gusto di farlo, giusto per rimettere in ordine le
nozioni e valutarle da angolazioni diverse. Poco importa se non c'è stato
seguito. Arturo ha dato comunque un paio di spunti bibliografici
interessanti e di cui terrò sicuramente conto.
Insomma, mi sono divertito lo stesso ... :-)

Piuttosto, grazie per aver rinvigorito il thread spostando il focus sul
dopo-guerra franchista. Non mi pare che se ne fosse mai discusso ...

Ciao
OndaMax ;-)

Piero F.

unread,
Oct 9, 2005, 6:01:26 PM10/9/05
to

"OndaMax" ha scritto


> Piuttosto, grazie per aver rinvigorito il thread spostando il focus sul
> dopo-guerra franchista. Non mi pare che se ne fosse mai discusso ...

MLN ne stava discutendo con me, come ho premesso nel primo post, nello
stesso thread dove io e te gli facevamo... pressing ;-)
Poiché avevo fin troppa carne al fuoco con lui, ho preferito produrre la
parte documentaria separatamente dal resto. Dopotutto, il titolo di questo
thread è sufficientemente "largo", temporalmente, per farci stare anche
il dopoguerra :-)

ciao,
--
Piero F.

.sergio.

unread,
Oct 16, 2005, 4:53:29 PM10/16/05
to
OndaMax ha scritto:


> Mi chiedo quali origini avesse il furore iconoclasta che animò frange della
> popolazione spagnola nel 1931, alla caduta della monarchia. Me lo sono
> sempre chiesto. Per quale ragione torme esaltate assaltarono chiese ed
> edifici pubblici (oltre ai circoli monarchici) ? Furono spedizioni
> organizzate e funzionali ai capi della repubblica, furono provocazioni
> rivolte invece a screditare il nuovo corso, oppure furono qualcosa di assai
> diverso e meno governabile ?

> La violenza anticlericale si esprime al suo apice dopo l'instaurazione della
> repubblica e nei primi mesi di guerra. A dir la verità gli spagnoli avevano
> già incendiato chiese nel 1835 (Madrid) e nel 1909 (Barcellona). C'è quindi
> una componente anticlericale in Spagna che viene da lontano. Nel corso di
> almeno 500 anni la religione cattolica e l'autorità monarchica si erano fuse
> profondamente e indissolubilmente. Qualunque radicale mutamento era quindi
> destinato a cozzare anche contro gli interessi di una Chiesa spagnola che
> possedeva un vastissimo patrimonio fondiario, gestiva un forte controllo sul
> sistema scolastico e, in genere, esercitava un'enorme influenza su
> moltissimi aspetti sociali e politici.


Io credo che sia dovuto a quanto dici ossia una componente anticlericale
che viene da lontano per il semplice motivo che la Chiesa spagnola era
agli occhi dei ceti piu' umili parte integrante del "potere" che opprimeva
la popolazione.

Se ti puo' essere utile, nell'ottimo libro di R. Taradel e B. Raggi, La
segregazione amichevole (La Civilta' Cattolica e la questione ebraica
1850-1945) , Ed.Riuniti di cui ho parlato in passato quando si e'
affrontato il tema dell'antisemitismo e antigiudaismo cattolico propalato
dalla Chiesa anche attraverso riviste autorevolissime e vicinissime ai
papi come La Civilta' Cattolica c'e' un capitolo dedicato alla Spagna.
In una nota (la no.93 del cap. V) c'e' qualche indicazione bibliografica
sulla tradizione anticlericale in Spagna indicati come eccellenti studi
dagli autori.

Te li elenco, non si sa mai che tu li riesca a trovare e poi farci saper
qualcosa dopo averli letti :)

- J.C. Ullman, The tragic week : a study of anticlericalism in Spain,
Cambridge, 1968
- J.Devlin, Spanish Anticlericalism, New York, 1966
- J.M. Sanchez , anticlericalism: a brief history, Notre Dame, 1972
- J.M. Diaz Mozaz, Apuntes para una sociologia del anticlericalismo,
Barcellona, 1976
- J.C. Baroja, Introdccion a una hhistoria contemporanea del
nticlericalismo, Madrid, 1980

ciao
sergio

--

questo articolo e` stato inviato via web dal servizio gratuito
http://www.newsland.it/news segnala gli abusi ad ab...@newsland.it

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