L' esposizione latina è quanto mai utile e, in molti punti, radicalizza il
testo stesso del poema: si veda, ad esempio, per il passo sopra citato: "Hic
reprehendit Dantem Adhigleri, qui ponit in suo Inferno quod omnia veniebant
ex necessitate et quod sapientia humana non poterat resistere fortune. Quod
Hesculanus negat espresse: dicit quod non est fortuna cui ratio non
resistat"; ecco l' Ascolano riprende Dante e afferma intrepidamente che non
c' è fortuna alla quale ragione non sappia resistere:
"Contr' a fortuna ogni uomo può valere
seguendo la ragion nel suo vedere".
Di fronte a tanta fiducia, la storia si incarica di restituire ben altra
visione del mondo, e qui Dante e Cecco concordano:
"Ma ' l tempo ha variati li costumi
di giente in giente sì che vertù langue
nel cieco mondo con li spenti lumi"
(II, IV, 5).
Eppure il capitolo seguente, il quinto, interamente dedicato alla Giustizia,
ai suoi emblemi, verrà integrato, in piena civiltà umanistica - ricorda
Gherardo Ortalli (e se ne parla ora in "Lettere Italiane", Olschki, 2002,
fascicolo 4) - nello Statuto di Veglia, poesia che si fa legge, e la
damnatio memoriae rinasce allora a suprema misura del vivere civile:
"Per lei sta il mondo e non è diserto.
Iustitia non è altro, al mio parere,
Che a ciascun tribuendo sua ragione
Con firmo e perpetuo volere"
(qui il testo dello statuto differisce un poco da quello accolto nell'
edizione Albertazzi). Il mondo vive per la giustizia, che è ratio, misura,
che "non offende altri e non fa lesione".
Non tutto il poema ha siffatto slancio, così alta ispirazione: ai cieli di
giustizia seguono le cose sublunari, le varie specie del creato, aspidi e
coccodrilli, mostri e prodigi:
"D' inverno in acqua e d' istate in terra
quiesse ' l cocodrillo e sempre cresce;
...
Mandibola di sopra sempre muove,
l' altra di sotto in lui sempre quiesce,
....
In tuto inverno non apar di fòre,
resurge ne la dolze primavera,
...
Prendendo l' omo, subito l' oncide:
poi che l' ha morto, piange, questa fiera,
con pietosa voce par che gride"
(III, XXXIV, 1-2).
E dopo le cose "corporate", le ombre, e lor più bifida parvenza, la donna:
"Tosico dolce, putrida sentina,
arma de diavolo, e gran flagello,
pronta nel male, perfida, assasina"
(IV, IX, 21).
Qui Cecco è uomo del proprio tempo, carne che punge carne, senza riscatto di
cortesia e senza "intelletto d' amore":
"Qui non vego Paulo né Francesca,
de li Manfredi non vego Alberigo"
(IV, XIII, 2)
carne senza eroici peccati, senza gloria di eterna maledizione:
"Non vegio qui squadrare a Dio le fiche.
Lasso le ciance e torno su nel vero:
le fabule me son sempre inimiche"
(IV, XIII, 3).
Per questo finì al rogo, perché il suo mondo, tutto terrena misura e
giustizia, non conosceva altro merito che libertà, non pietà ma ragione:
"Lì è una natura e tre persone,
lì è lo somo ben e l' alegreza,
lì non è pietate, ma raxone"
(V, I, 4; e siamo alle strofe conclusive del poema).
Cecco d' Ascoli non ha culto nelle patrie lettere, e anche questa preziosa
edizione esce da minuscoli torchi; eppure egli è il capostipite di una terra
di indomiti: di gleba in gleba, il suo sogno arriverà ad Anteo Crocioni,
anche se nessuno ha più l' ardire di affermare, e di patire, che la poesia è
sempre La macchina mondiale (Volponi) del vero e del giusto.
[Carlo Ossola, 29/12/2002]
--
Piero F.
> Per questo finì al rogo, perché il suo mondo, tutto terrena misura e
> giustizia, non conosceva altro merito che libertà, non pietà ma ragione
Penso ci fosse anche qualcos'altro.
Renato Del Ponte, in "Dèi e miti italici" (pp. 166-67), cita una notizia
riguardante la nascita del poeta:
"Stessa cosa di Angitia è certamente quella dea Ancaria o Anchera, ricordata
da Tertulliano (Ad nationes e Apolog., XXIV), a cui rimandano le varie
località Ancarano nel Piceno, e dove nacque, particolare curioso, il poeta
astrologo Cecco d'Ascoli, amico e contemporaneo di Dante destinato a finire
sul rogo, sua "madre andando ad certe solenne feste ad imitazione
dell'antique, perché opinione certa è che qui fosse già il tempio di Anchera
dea: nacque in questo gaudio ne' prati colui che in (un) prato doveva
morire"
Nota: "Parole di Angelo Colocci, riportate da G. Castelli, _La vita e le
opere di Cecco d'Ascoli_, Bologna 1892, pp. 21 e 257. Febo Allevi, nella sua
importante opera ricchissima di annotazioni _Con Dante e la Sibilla ed
altri_, Milano 1965, pag. 39, sottolinea il "carattere orgiastico, sfuggito
agli studiosi, della festa di Ancaria". Questo, nonostante la Chiesa avesse
da secoli sostituito l'antica festa pagana (che cadeva in ottobre) con
quella della Madonna dela Pace."
In un altro contesto Cecco d'Ascoli viene collegato ai cosiddetti Fedeli
d'Amore (Politica Romana n.1/1994, pag. 83 e segg.) e viene riportato il
brano che parla della salamandra che dovrebbe essere una allusione a un
cambiamento di stato interiore, un rinnovamento spirituale (forse
l'abbandono del cristianesimo e l'accoglimento di una visione neoplatonica?)
"La salamandra nello foco vive,
Ed altro cibo la sua vita sprezza;
Non sono in lei potenzie passive:
Ardendo si rinnova sua coperta.
Così natura le pose fermezza,
Né vuol che in fiamma giammai si converta.
Così fa l'alma che costei consegue
Che mai non sente tormenti nel foco,
Se la fortuna rompe le sue tregue."
(Acerba, libro III, cap. 7)
Da notare gli ultimi due versi, quasi profetici della fine di Cecco
d'Ascoli.
--
La salamandra nello foco vive,
ed altro cibo la sua vita sprezza...
(Cecco d'Ascoli, Acerba, III, 7)
> In un altro contesto Cecco d'Ascoli viene collegato ai cosiddetti Fedeli
> d'Amore (Politica Romana n.1/1994, pag. 83 e segg.)
Di un Cecco d'Ascoli "fedele d'Amore" ne trattò Luigi Valli in un capitolo
del suo "Il linguaggio di Dante e dei fedeli d'amore" , recentemente
ristampato dalla LUNI, già negli anni venti.
"L'Acerba è senz'altro una delle enciclopedie medievali in volgare più
complete del Medioevo, in cui vengono riportate conoscenze di fisiognomica.,
alchimia, magia, fisica, astrologia etc.." (dal sito Airesis)
Sembra che con G.Bruno chi sia più di una cosa in comune.
Saluti
> "Piero F." <mail...@people.it> ha scritto:
> [Carlo Ossola wrote:]
>>Per questo finì al rogo, perché il suo mondo, tutto terrena misura e
>>giustizia, non conosceva altro merito che libertà, non pietà ma ragione:
> Penso ci fosse anche qualcos'altro. [..]
>>"Lì è una natura e tre persone,
>>lì è lo somo ben e l' alegreza,
>>lì non è pietate, ma raxone"
Certo che c'è dell'altro: Cecco (che, come Dante e Giotto fu testimone
della congiunzione Giove-Saturno tripla del 1305-1306) pretendeva molto
probabilmente, anche se in mezzo a mille prudenze e velami letterari,
di capire la Trinità con la ragione e questo lo sapete ormai dove porta,
eh Piero ?
Ero stato chiaro nei post sulla Nuova-ed-eterna-alleanza ?!
Se questi son discorsi delicati ancora oggi, quattro secoli e mezzo dopo
Copernico, provate ad immaginare cosa dovessero essere, come dovessero
essere giudicati, due secoli e mezzo prima di lui, cioè esattamente
_settecento_ anni fa. Da rogo.
Statemi bene.
Giuseppe De Cesaris
--
www.keybooks.it
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> [..] congiunzione Giove-Saturno tripla del 1305-1306 ...
dimenticavo:
date dei tre allineamenti tra Giove e Saturno
25 dicembre 1305, 5 aprile e 28 luglio 1306
Di nuovo.
> capire la Trinità con la ragione e questo lo sapete ormai dove porta,
> eh Piero ?
Certo che lo so, Giuseppe.
Sto già raccogliendo legna ben secca ;-))
ciao,
--
Piero F.
> "Giuseppe" ha scritto
Per me?! oddio no, speriamo che quei tempi e quei metodi siano passati ..
e che non ve ne siano di nuovi (di metodi)!
Ad ogni modo, essere testimoni di un fenomeno astronomico uno e trino
(come la congiunzione Giove-Saturno è) e soprattutto rifletterci su
razionalmente può portare a rinascere dall'alto (ricordi il dialogo
Gesù-Nicodemo di Gv 3 ?), dalla qual posizione risulta immediatamente
evidente che il regno dei cieli, pardon .. il sistema planetario è
eliocentrico e non geocentrico, come può sembrare ad un osservatore
distratto. Insomma che, contrariamente alle apparenze, il vero patto
vigente, la Nuova-ed-eterna-alleanza è proprio l'eliocentrismo.
Tu che lo conosci meglio di me, che dici? E' possibile che Francesco
Stabili abbia capito allora quel che io ho capito in questi anni
(e che voi invece ancora dubitate esser 'lo vero' nella storia delle
origini del cristianesimo)?
Insomma non sarà che Cecco aveva capito troppo?
> ciao,
> Piero F.
saluti