Stefano <
stca...@gmail.com> ha scritto:
Intervengo con due domande:
> 1)I Romani non si accorgevano dell'inaridimento delle terre?
> 2)Portando alle estreme conseguenze il processo, si dovrebbe arrivare
>all'aridità totale, una terra che non è in grado di dare un surplus di
>cereale
>rispetto alla semente.
>I Romani non sono arrivati a questo livello semplicemente perché sono
caduti
>prima? Oppure ci sono altri meccanismi di attenuazione?
Difficile rispondere con le attuali conoscenze su tematiche riguardanti
un’ agricoltura distante anni luce dalla nostra. Nel periodo successivo
al Medioevo i terreni agricoli erano stati suddivisi in tre "squadre".
Nei terreni della prima squadra il contadino riversava annualmente il
letame prodotto dai suoi animali, unitamente a ciò che veniva prodotto da
lui e i familiari, oltre a cisterne delle osterie, delle case di chi non
aveva terreno, ecc. (ad esempio i terreni attorno a Milano erano tutti di
prima squadra, ricevendo lo sterco cittadino). Questi terreni avevano una
rotazione triennale con frumento, seguito dal miglio su metà terreno, poi
la segale l'anno successivo, e foraggio per animali il terzo anno. Sui
terreni di seconda squadra il contadino effettuava solo una leggera
concimazione, la rotazione era la stessa ma senza il secondo raccolto di
miglio. I terreni di terza squadra ricevevano solo saltuarie
concimazioni, qualche sovescio, e venivano coltivati a segale ad anni
alterni .
Per i terreni romani, tenendo conto che per i motivi di cui ho scritto la
concimazione doveva essere scarsa, la similitudine penso vada fatta
soprattutto coi terreni di seconda e terza squadra, però con una notevole
differenza: la terra non veniva rivoltata, per cui non c'era un’
alternanza di suoli del terreno, inoltre per la difficoltà di arare con
gli aratri romani un terreno erboso, si arava anche il terreno che non
veniva coltivato.
Dato che i terreni romani venivano arati prima in verticale, poi in
orizzontale, è pensabile che i romani arassero in autunno il terreno che
dovevano seminare, poi, probabilmente in primavera, aravano il terreno a
riposo, quindi, prima che le erbacce mettessero consistenti radici,
effettuavano la seconda aratura, compiendo in tal modo un’ azione
diserbante, per poi compiere in autunno le due arature necessarie per la
semina.
Però il suolo viene arricchito di azoto dai rizomi delle radici delle
erbe leguminose, nei terreni dei romani invece ciò non avveniva, il suolo
semplicemente riposava, ma tranne qualche eventuale ciuffo di erba, e le
leggere concimature che avranno effettuato, non c'era un reale
arricchimento del terreno che in pochi decenni sarebbe divenuto
improduttivo.
Però c'è un fattore di arricchimento sconosciuto ai più e di cui
sicuramente i romani ignoravano l'esistenza: i fulmini. Essi trasformano
l'azoto atmosferico in ossido di azoto, il quale, a contatto con l'acqua
della pioggia, si trasforma in acido nitrico (HNO3) un fertilizzante che
in quantità media prodotta dai fulmini in un anno, fornirebbe metà della
concimazione necessaria, per cui su terreni coltivati ad anni alterni era
sufficiente.
Però ci sono altri processi, come la riduzione dell'humus che
impoveriscono il terreno.
In Europa si rimediò con l'aratro versorio, in Nord'Africa, invece, gli
arabi imposero di coltivare tutti gli anni e venne il deserto.
Quanto all'accorgersi, forse verso la fine. Magari rispondo dopo aver
approfondito un poco.
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Arduino d'Ivrea