Roma esce dalla prima guerra punica indebolita strategicamente nel suo
ruolo di grande potenza rispetto a come vi era entrata.
Da grande potenza regionale continentale, senza un nemico maggiore e con
un adeguato sistema di difesa in tutti i quadranti rilevanti, capace
quindi di proiettarsi con forza in altri ambiti geopolitici, la Gallia o
l'Oriente, quale è alla metà degli anni '60 del III sec., Roma nel 241 è
una potenza con un maggiore nemico sul quadrante marittimo, un inadeguato
sistema di difesa geostrategico, ed una esposizione geomilitare (la
necessità di difendere la Sicilia) che ne vincolano in modo maggiore la
libertà di azione politico-militare in qualsiasi altro quadrante.
Dal punto di vista cartaginese, la prima guerra punica mostra il limite
del sea-power nei confronti di una grande potenza continentale, cioè la
impossibilità di proiettarsi a sufficienza oltre la zona costiera. Ciò
vuol dire che, da solo, esso non permette, per definizione, una vittoria
militare.
Per converso essa mostra anche un identico limite della potenza
continentale, l'incapacità ugualmente di proiettarsi nelle zone vitali di
una grande potenza navale senza conseguire preliminarmente a propria volta
la supremazia navale. Roma infatti, nonostante l'immenso sforzo di
armamento navale, resta una potenza continentale sostanzialmente incapace
di concepire ed applicare un proprio sea-power. Roma non riesce mai a
vincere sul mare, nel senso che non riesce a sconfiggere Cartagine come
potenza navale e quindi macrostrategicamente non le può succedere come
potenza navale.
La storia della prima guerra punica è la storia di uno stallo
macrostrategico tipico. L'analogia è con le guerre anglo-francesi, specie
quella napoleonica, ove ugualmente la Gran Bretagna non può perdere e la
Francia non può vincere. La differenza, che è la conferma del principio, è
nel fatto che la Gran Bretagna vince quando dispone di un alleato maggiore
continentale. Che è appunto quello che manca ai Punici contro Roma a
differenza che contro Pirro, quando tale funzione era stata appunto quella
di Roma, alleata di Cartagine contro il re epirota.
Claudio Nerone
--
questo articolo e` stato inviato via web dal servizio gratuito
http://www.newsland.it/news segnala gli abusi ad ab...@newsland.it
Snip...
Con tutto il rispetto, a me sembra che nella smania di dire cose nuove si
cerchino spesso interpretazioni discutibili. In tutta onestà non mi sembra
che Roma si trovi strategicamente in difficoltà dopo la guerra: è vero, è e
rimarrà una potenza continentale, ma al bisogno saprà utilizzare al meglio
la sua flotta contro i pirati illirici, i macedoni, i siriaci. E comunque le
difficoltà di Roma sono forse legate al fatto che si ritroverà catapultata,
dalla ristrettezza del mondo italico, a un teatro ben più grande, quello
mediterraneo. La prima guerra punica mi sembra, piuttosto, portatrice di una
svolta: di Roma ho già sommariamente parlato, ma le campagne di Amilcare e
di Annibale non sono forse la testimonianza di un radicale cambiamento di
strategia da parte cartaginese? Da potenza marittima e insulare la città
punica cerca, appunto, di trasformarsi in una potenza continentale?
In somma sintesi, a mio parere, la prima guerra punica è portatrice di una
svolta, che ritengo positiva per entrambe le città coinvolte e che porterà
entrambe le potenze a scontrarsi nuovamente per il predominio
dell'occidente. Non mi sembra del tutto corretto il tuo paragone con la Gran
Bretagna: Cartagine, per prevalere su Roma, avrebbe dovuto disporre non
dell'alleanza di una potenza continentale qualunque, ma di una forte
popolazione italica come i Sanniti.
--
Collaboratore di Terre di Confine
http://www.terrediconfine.eu/
Rivista gratuita dedicata al fantastico
> Con tutto il rispetto, a me sembra che nella smania di dire cose nuove si
> cerchino spesso interpretazioni discutibili. In tutta onestà non mi sembra
> che Roma si trovi strategicamente in difficoltà dopo la guerra:
Diciamo che con la prima guerra punica, esplosa sostanzialmente per una
errata percezione di pericolo da parte romana o forse per una non troppo
razionale ma "quasi naturale" identificazione di un nemico maggiore in
Cartagine, Roma trasforma il quadrante per definizione più sicuro del
proprio sistema geostrategico in quello più sensibile e pericoloso.
Quando poi questa ultraventennale guerra finisce, crede di aver raggiunto
in tale settore un adeguato livello di sicurezza mentre in realtà si sono
poste le basi per una ripresa ancora più recrudescente del conflitto,
quale infatti esso sarà.
Dal punto di vista romano, c'è inoltre una sproporzione immensa tra le
risorse di man-power impiegato ed economiche investite, soprattutto per
quanto riguarda lo sforzo navale, ed il risultato ottenuto.
> è vero, è e
> rimarrà una potenza continentale, ma al bisogno saprà utilizzare al meglio
> la sua flotta contro i pirati illirici, i macedoni, i siriaci. E comunque le
> difficoltà di Roma sono forse legate al fatto che si ritroverà catapultata,
> dalla ristrettezza del mondo italico, a un teatro ben più grande, quello
> mediterraneo.
Conclusa la guerra con Cartagine, il fattore navale ritorna ad avere una
ruolo marginale nella strategia romana e la flotta viene sostanzialmente
disarmata.
Successivamente qualche unità viene riarmata in vista delle operazioni di
appoggio all'esercito in Corsica ed in Sardegna, ma si tratta appunto
della classica concezione anfibia dello strumento navale.
L'occupazione delle isole tirreniche corrisponde del resto ad una
concezione strategica di tipo terrestre e non navale. Con le isole viene
infatti assicurata una linea di difesa avanzata nel settore del
mediterraneo occidentale, una sorta di limes insulare. Una concezione
strategica navale prevede invece che il mezzo difensivo per eccellenza sia
una flotta che controlli capillarmente il mare, cosa che in questo caso
non è.
Le stesse citate operazioni in Illiria continuano a rimanere nell'ambito
della medesima concezione anfibia del mezzo navale, servendo
sostanzialmente all'appoggio delle truppe consolari.
La prima guerra punica mi sembra, piuttosto, portatrice di una
> svolta: di Roma ho già sommariamente parlato, ma le campagne di Amilcare e
> di Annibale non sono forse la testimonianza di un radicale cambiamento di
> strategia da parte cartaginese? Da potenza marittima e insulare la città
> punica cerca, appunto, di trasformarsi in una potenza continentale?
Nel corso della prima guerra punica, Cartagine a mio avviso non sembra
dimostrare un'interesse strategico di tipo "terrestre" tale da far parlare
di un radicale mutamento di strategia.
L'applicazione del sea-power è invece una costante nel pensiero strategico
cartaginese, e la martellante successione dei raids punici sulle coste
italiche, soprattutto nelle due fasi in cui viene maggiormente applicata,
tra il 262 ed il 260 e dal 247 al 242, è in tal senso piuttosto evidente.
> Non mi sembra del tutto corretto il tuo paragone con la Gran
> Bretagna: Cartagine, per prevalere su Roma, avrebbe dovuto disporre non
> dell'alleanza di una potenza continentale qualunque, ma di una forte
> popolazione italica come i Sanniti.
Ho appunto parlato di una potenza continentale maggiore che avrebbe dovuto
supportare Cartagine.
Valete
Nel mio piccolo e a mio modestissimo parere, tendo a non concordare
con la tesi di Loreto con le ulteriori riflessioni di ClaudioNerone.
Dato che qui scrivono storici e studiosi di romanistica, cercherò di
attenermi al motto "ne sutor ultra crepidam", ma vorrei dire la mia.
Va bene, il problema Cartaginese non viene risolto, la seconda guerra punica
è ancora più cruenta, ma questo salto di qualità in negativo è dato
dall'invasione di Annibale dell'italia, dall'allargamento del conflitto in
Spagna e, se vogliamo, dal limitato impegno romano in Oriente. Non vedo
nessun nesso di causa effetto con la prima guerra punica
> Dal punto di vista romano, c'è inoltre una sproporzione immensa tra le
> risorse di man-power impiegato ed economiche investite, soprattutto per
> quanto riguarda lo sforzo navale, ed il risultato ottenuto.
Indubbiamente, ma l'ancor più pesante investimento di risorse umane ed
economiche nella seconda guerra punica dimostra che Roma poteva permettersi
questo dispendio di risorse. Noi a posteriori possiamo senz'altro fare
questo tipo di riflessioni, ma non so se queste valutazioni economiche e
strategiche fossero alla portata degli antichi. Poi, francamente un risutato
pratico l'avranno pur ottenuto i Romani: posso presumere che i commercianti
italici potessero spingersi un po' più in la' del Tirreno.
> Conclusa la guerra con Cartagine, il fattore navale ritorna ad avere una
> ruolo marginale nella strategia romana e la flotta viene sostanzialmente
> disarmata.
> Successivamente qualche unità viene riarmata in vista delle operazioni di
> appoggio all'esercito in Corsica ed in Sardegna, ma si tratta appunto
> della classica concezione anfibia dello strumento navale.
> L'occupazione delle isole tirreniche corrisponde del resto ad una
> concezione strategica di tipo terrestre e non navale. Con le isole viene
> infatti assicurata una linea di difesa avanzata nel settore del
> mediterraneo occidentale, una sorta di limes insulare.
Ma, a me sembra che la conquista di Sardegna e Corsica fosse il frutto di
uno sviluppo fortunoso post bellico. Parlare di queste isole come fulcro di
un sistema difensivo navale mi sembra eccessivo: in età augustea troviamo
sia in Sardegna che in Corsica delle figure prefettizie che avevano autorità
su entità tribali all'apparenza, tutt'altro che domate.
> La prima guerra punica mi sembra, piuttosto, portatrice di una
>> svolta: di Roma ho già sommariamente parlato, ma le campagne di Amilcare
>> e
>> di Annibale non sono forse la testimonianza di un radicale cambiamento di
>> strategia da parte cartaginese? Da potenza marittima e insulare la città
>> punica cerca, appunto, di trasformarsi in una potenza continentale?
>
> Nel corso della prima guerra punica, Cartagine a mio avviso non sembra
> dimostrare un'interesse strategico di tipo "terrestre" tale da far parlare
> di un radicale mutamento di strategia.
> L'applicazione del sea-power è invece una costante nel pensiero strategico
> cartaginese, e la martellante successione dei raids punici sulle coste
> italiche, soprattutto nelle due fasi in cui viene maggiormente applicata,
> tra il 262 ed il 260 e dal 247 al 242, è in tal senso piuttosto evidente.
Il mutamento di strategia io lo intravedevo dopo la prima guerra punica, in
verità: insomma abbiamo, a mio parere, due potenze che escono dal loro
tradizionale guscio: quello continentale, per Roma,e quello meramente
marittimo per Cartagine. A mio parere entrambe fanno un enorme salto di
qualità. Poi bisogna anche dire che buona parte dell'approccio
rivoluzionario alla seconda guerra punica è da attribuirsi ad Annibale, ma
quest'ultimo, in fondo, faceva parte di un movimento che si opponeva a
quello dei "mercanti" meno interessati alla guerra e in questo caso più
tradizionalisti.
> Nel mio piccolo e a mio modestissimo parere, tendo a non concordare
> con la tesi di Loreto con le ulteriori riflessioni di ClaudioNerone.
Sì hanno lasciato perplesso anche me.
> Bene, partiamo dall'analisi dell'esito geostrategico della guerra.
> Dov'è l'indebolimento? La conquista di 3 tra le più grandi isole del
> Mediterraneo costringe Roma naturalmente a impegnarsi militarmente per
> controllare i territori occupati, ma questa e una ovvietà, dato che si
> parla di una conquista.
Giusto. e tra l'altro non dobbiamo neanche dimenticare che nel periodo
tra le due guerre i romani sfondarono nella gallia cisalpina e
nell'Illiria. Non male per una potenza "indebolita" ...
> La Sardegna poi, occupata proditoriamente a fine guerra dai Romani,
...
> Inoltre, come dice lo stesso ClaudioNerone <<Con le isole viene
> infatti assicurata una linea di difesa avanzata nel settore del
> mediterraneo occidentale, una sorta di limes insulare.>>.
In effetti come base avanzata di protezione e di appoggio
per il dominio del medit. occidentale la Sardegna era ideale
allora come nel 900. Che poi nella 2GM l'Italia non l'abbia
usata a fondo è un altro discorso.
> Non è certo un risultato da poco e la sua importanza si vede proprio
> nella 2a Guerra Punica, allorché Annibale decide di rischiare
> l'impresa di penetrare in Italia, passando da nord-ovest, perdendo -
> pare- una quantità notevole di truppe ed equipaggiamento a causa dei
> ripetuti scontri con le popolazioni dei territori attraversati (Galli
> e Liguri) e delle difficoltà di attraversamento delle Alpi. E' vero
> che Annibale si trovava in Spagna al momento in cui decise di lanciare
> la sua campagna contro i Romani, ma, se non fosse stato per quel
> "limes insulare", forse avrebbe deciso di sbarcare direttamente in
> Italia con le truppe quasi intatte, invece di marciare migliaia di km
> attraverso terre selvagge, perdendo forse fino alla metà delle sue
> forze originarie (fra l'altro, è vero quel che dice Wikipedia cioè che
> l'idea di attaccare l'Italia muovendosi via terra era originariamente
> di Asdrubale Barca?).
Non credo che il mortivo fosse lo "scudo" della Sardegna,
quanto:
1) Il fatto che la potenza navale cart. era ormai inferiore
a quella romana. Tentare di traghettare l'esercito in
Italia era un pericolo immenso; così A. rischiava di perdere
tutto senza neanche combattere. E vero che nel
202 lasciò l'Italia via mare ma vi fu praticamente costretto
per andare a difendere Cart.
2) La 2a guerra fu in effetti voluta dai barcidi e subita da cart.
Questo basta a spiegare perchè A. fu costretto a partire dalla
Spagna; il suo dominio e le sue forze erano lì.
> Cosa ci fanno i Romani con le navi? Non solo battono sul mare in
> battaglia i Cartaginese, anche ricorrendo a geniali invenzioni (il
> "corvo"), ma usano le navi per far sbarcare truppe su altre isole e
> continenti.
Cioè utilizzando le navi da guerra nel modo più completo
ed efficace per quel tempo (mancava solo il bombardamento
navale ....).
> Romani non piaceranno ai puristi del "sea power", ma d'altronde non
> avevano missili "cruise" o balistici, che potevano lanciare dalle navi
> per distruggere obbiettivi situati in profondità nel territorio
> cartaginese nelle isole e in Africa. I loro "missili balistici" erano
> le legioni (cit. ;))) ).
Giusto ...
> Mentre i Cartaginesi facevano " martellanti raid" sulle
> coste italiche, i Romani effettuavano sbarchi, conquistavano la
> Sicilia e -ingenuamente- andavano direttamente in Tunisia a prendersi
> Cartagine. Fallirono miseramente, ma d'altronde "memento audere
> semper". Evidentemente avevano le risorse umane per tentare il colpo
> grosso.
In realtà fallirono solo per imperizia nel gestire la situazione
favorevole che
si era verificata dopo lo sbarco e le prime operazioni.
> Dov'è dunque l'indebolimento di Roma alla fine della 1a Guerra Punica?
Boh ...
> >Per converso essa mostra anche un identico limite della potenza
> >continentale, l'incapacità ugualmente di proiettarsi nelle zone vitali di
> >una grande potenza navale senza conseguire preliminarmente a propria
volta
> >la supremazia navale. Roma infatti, nonostante l'immenso sforzo di
> >armamento navale, resta una potenza continentale sostanzialmente incapace
> >di concepire ed applicare un proprio sea-power. Roma non riesce mai a
> >vincere sul mare, nel senso che non riesce a sconfiggere Cartagine come
> >potenza navale e quindi macrostrategicamente non le può succedere come
> >potenza navale.
> La nettezza di queste affermazioni mi lascia francamente perplesso.
> Voglio dire: la prima guerra punica ci mostra un popolo di pastori e
> contadini che spinto dalla bisogna si mette per mare e le suona
> ripetutamente e di santa ragione ai discendenti dei Fenici, il popolo
> di navigatori "per eccellenza" del Mediterraneo. Gente che andava con
> le proprie navi a circumnavigare l'Africa e a comprare metallo in Gran
> Bretagna, posti di cui i Romani sentivano parlare solo in racconti
> fiabeschi. I Romani fra l'altro si mostrano pratici nel prendere il
> mare: o requisiscono navi greche o, secondo la tradizione, danno una
> prova di "reverse engineering" da lasciare di stucco un cinese o un
> pakistano, costruendo delle eccellenti navi, dopo aver studiato a
> tempi record il relitto di una nave cartaginese.
> Cosa ci fanno i Romani con le navi? Non solo battono sul mare in
> battaglia i Cartaginese, anche ricorrendo a geniali invenzioni (il
> "corvo"), ma usano le navi per far sbarcare truppe su altre isole e
> continenti.
> ClaudioNerone dice: <<Le stesse citate operazioni (...) continuano a
> rimanere nell'ambito della medesima concezione anfibia del mezzo
> navale, servendo
> sostanzialmente all'appoggio delle truppe consolari. >> . Che dire? I
> Romani non piaceranno ai puristi del "sea power", ma d'altronde non
> avevano missili "cruise" o balistici, che potevano lanciare dalle navi
> per distruggere obbiettivi situati in profondità nel territorio
> cartaginese nelle isole e in Africa. I loro "missili balistici" erano
> le legioni (cit. ;))) ). Avevano risorse umane molto più vaste dei
> Cartaginesi e le usavano per strappare ai Cartaginesi il controllo del
> territorio. Mentre i Cartaginesi facevano " martellanti raid" sulle
> coste italiche, i Romani effettuavano sbarchi, conquistavano la
> Sicilia e -ingenuamente- andavano direttamente in Tunisia a prendersi
> Cartagine. Fallirono miseramente, ma d'altronde "memento audere
> semper". Evidentemente avevano le risorse umane per tentare il colpo
> grosso.
> Stiamo parlando delle più grandi operazioni anfibie nel Mediterraneo
> antico dai tempi della guerra del Peloponneso e delle guerre dei
> diadochi.
Avevo visto questo libro alla libreria Hoepli di Milano, un tema certo molto
allettante.
Ho pero' diffidato del fatto che, sin dalle prime pagine, questo autore pare
pescare a piene mani nelle teorie di Mahan.
Mi era sembrato una forzatura adattare alle quinquiremi del III secolo a.C.
un sistema teorico costruito per i vascelli del secolo XVIII e probabilmente
gia' inapplicabile entro la fine del secolo successivo e quindi mi ero preso
un po' di tempo prima di procedere all'acquisto.
E' vero che sin dal V secolo a.C. Tucidide parla di "talassocrazia", ma
ritengo che con le navi cretesi questa non avesse neanche la pallida
somiglianza con il "dominio del mare" di Mahan
Probabilmente oggi la "talassocrazia" minoica verrebbe definita un "sea
control" molto lasco, esercitato soltanto in occasione di alcuni trasporti
importanti.
Cosa si puo' pretendere da navi non in grado di tenere un forza 6 o di
rimanere continuamente in mare per almeno una settimana in queste
condizioni, stazionando almeno altrettanto di fronte ad un porto nemico ?
Interessanti comunque sia la precisa sintesi del testo, sia le critiche.
Ciao
Marco
Sottoscrivo in pieno.
Aggiungo anche che la Sardegna mi pareva totalmente fuori rotta rispetto
peripli dell'epoca ed una navigazione fino alla Sardegna non sarebbe stata
uno scherzo, specie venendo da sud tagliando il Tirreno, come per esempio
partendo dalla Sicilia.
Un po' piu' raggiungibile la Corsica, come sanno anche i velisti moderni,
raggiungibile senza fare traversate attraverso le isole dell'arcipelago
Toscano, in particolare passando per Capraia o Elba.
Certo su questa rotta si puo' anche raggiungere la Sardegna senza fare
traversate, costeggiando la Corsica e prolungandosi oltre le Bocche di
Bonifacio, ma comunque non era certo un tipico periplo della navigazione del
mondo antico.
Non a caso l'unica battaglia navale significativa in questa area mi pare la
battaglia tra focesi e alleati etruschi e fenici ad Alalia nel 540, sulla
costa orientale della Corsica.
Penso comunque che l'importanza di queste isole fosse piu' economica che
militare, per alcune risorse che potevano avere.
Le rotte importanti erano altre.
Ciao
Marco
> Bene, partiamo dall'analisi dell'esito geostrategico della guerra.
> Dov'è l'indebolimento? La conquista di 3 tra le più grandi isole del
> Mediterraneo costringe Roma naturalmente a impegnarsi militarmente per
> controllare i territori occupati,
Cominciamo col dire che la IGP si conclude con la pace del 241 che
sancisce l'espulsione dei Cartaginesi dalla Sicilia ma non dalla Sardegna
e dalla Corsica, che restano in mani puniche.
Questo è importante sottolinearlo perché, se avesse dovuto rinunciare alle
due isole tirreniche, Cartagine non avrebbe mai accettato la pace.
Infatti il rapporto di forze esistente tra i due contendenti non era tale
da far risultare a Cartagine la perdita delle due isole tirreniche
preferibile ad una continuazione della guerra.
Allo stesso modo, la non conquista della Sardegna e della Corsica era per
i Romani preferibile ad una continuazione della guerra.
Pur non riuscendo nessuna delle due parti a raggiungere gli obiettivi
macrostrategici perseguiti, si opta per una pace di compromesso perché
questa è comunque preferibile ad una prosecuzione del conflitto.
Questi, e non altri, sono i risultati raggiunti dalle due parti al termine
del primo conflitto punico.
Roma, accettando il possesso cartaginese di Sardegna e Corsica, non può
sapere che di lì a poco scoppierà una grande insurrezione libica che
indebolirà così tanto (anche se temporaneamente) lo stato cartaginese da
consentire l'annessione delle isole tirreniche, in quella che tra l'altro
sarebbe da considerare la vera seconda guerra punica, essendo stata tale
guerra formalmente dichiarata.
Da sottolineare, a tal proposito, che nei primi anni dell'insurrezione
libica Cartagine chiese ed ottenne da Roma il blocco delle forniture di
armi e viveri agli insorgenti da parte dei mercatores italici. Solo le
crescenti difficoltà dello stato punico nel soffocare la rivolta portarono
Roma ad un cambio di strategia, con l'utilizzo delle persecuzioni
cartaginesi contro i mercatores italici, che nel frattempo avevano ripreso
i traffici, come casus belli per poter annettere le isole tirreniche.
Il punto è comunque che anche, anzi soprattutto, dopo l'annessione di
Sardegna e Corsica, Roma (o almeno una parte considerevole dei suoi
ambienti politici), crede di aver risolto un problema e sistemato un
settore mentre invece accade esattamente il contrario.
Nel 264, accettando l'incorporazione di Messina nella cosiddetta
Federazione romano-italica allo scopo di prevenire un inesistente pericolo
di invasione terrestre del suolo italico da parte punica, crea le basi per
una maggiore conflitto con Cartagine, fino ad allora alleata di Roma.
Nel 241, credendo di aver eliminato con la guerra il pericolo di un
attacco punico, crea invece i presupposti per una guerra di rivincita,
sottovalutando stavolta Cartagine come pericolo maggiore, soprattutto
nella componente familiare barcide.
Ci sono inoltre altre due componenti da tenere a mente per giudicare il
livello di potenza romano dopo la IGP.
La guerra con Cartagine si colloca, praticamente all'inizio ed alla sua
fine, tra due maggiori ribellioni di alleati italici, quella di Volsinii
nel 265-64 e quella di Falerii nel 241.
Emblematicamente ciò dimostra quanto in realtà fosse poco solida e
consolidata la Federazione romano-italica, e come Roma rischi di
indebolire ulteriormente il quadrante interno con una guerra
venticinquennale dai risultati alterni, che danneggia sensibilmente la
proiezione di potenza regionale in costante crescita che Roma aveva finora
costruito con le vittoriose guerre italiche.
Altrettanto importante è la crisi di man-power dello stato romano. In
assenza di questo risulta difficile comprendere perché Roma nella seconda
metà degli anni '40 non levi due doppi o tripli eserciti consolari per
attaccare le posizioni di Amilcare in Sicilia, tanto più che l'elemento
più naturale del warfare romano è da sempre stato il combattimento
terrestre.
La risposta più naturale è che un tale impegno Roma non poteva
permetterselo, ancora più socialmente che demograficamente, né tanto meno
poteva richiedere uno sforzo similare agli alleati italici, senza
rischiare di scatenare una rivolta in massa di questi ultimi, panorama
questo da vero incubo per i Romani, come già visto sopra.
> Se non lo fanno è perché hanno conquistato uno dei
> territori più ricchi del mondo antico, la Sicilia....
> Fra l'altro,
> l'occupazione dell'isola ha il non secondario effetto di tarpare le
> ali definitivamente alle ambizioni "imperiali" in Occidente di
> Siracusa,
Per quanto riguarda la Sicilia, va sottolineato che gli accordi del 241
prevedono la sola evacuazione punica dell'isola, e non l'occupazione della
stessa da parte romana.
Ovviamente l'influenza esercitata da Roma sulle città siceliote si
rafforza notevolmente, non esistendo più competitori esterni, ma è
significativo il fatto che Roma si limita all'invio di piccoli contingenti
in alcune città siceliote, nell'ordine delle poche centinaia di uomini,
mentre le prime legioni si vedono nell'isola solo nel 225,
significativamente in funzione antipunica.
Durante l'invasione gallica, Roma è infatti costretta a spostare truppe in
Sicilia per scongiurare il pericolo di un contemporaneo attacco
cartaginese nell'isola e poi nel sud-Italia, cose che poi in realtà non
avvenne. E di certo le truppe inviate in Sicilia avrebbero fatto assai più
comodo contro i Galli.
> La nettezza di queste affermazioni mi lascia francamente perplesso.
> Voglio dire: la prima guerra punica ci mostra un popolo di pastori e
> contadini che spinto dalla bisogna si mette per mare e le suona
> ripetutamente e di santa ragione ai discendenti dei Fenici, il popolo
> di navigatori "per eccellenza" del Mediterraneo.
La guerra sul mare in realtà viene persa dai Romani in quanto, mancando di
una adeguata cognizione del sea-power, i buoni risultati tattici raggiunti
in alcune battaglie navali non si traducono in successi strategici.
Al momento della battaglia delle Egadi, atto in qualche modo conclusivo
della guerra (anche se ci saranno strascichi con la repressione da parte
romana delle città siceliote filopuniche), la situazione è più favorevole
ai punici che ai romani.
Con il periodo 252/1 e, dopo il breve e disastroso (per i Romani)
intervallo di ripresa del 250-49, fino al 242 Roma abbandono di fatto il
quadrante navale ai Cartaginesi, rinunciando alla lotta per la supremazia
marittima, e sono le stesse fonti a confermarlo (es. Polibio 1, 59, 1).
E' ben chiaro agli stessi contemporanei il carattere fallimentare della
conduzione navale della guerra, che non solo non ha portato alla
conclusione vittoriosa del conflitto, ma ha drenato energie dal teatro
terrestre.
E tra l'altro, anche tatticamente, la maggiore sconfitta del conflitto la
rimediano proprio i Romani a Drepana (Trapani) nel 249.
La storiografia esalta i "corvi", ma in realtà l'avventura navale fu un
mezzo disastro.
Il successo tattico romano delle Egadi, una riuscita grande imboscata
navale, consente a Roma non di vincere, ma solo di non perdere la guerra.
> I Romani non piaceranno ai puristi del "sea power", ma d'altronde non
> avevano missili "cruise" o balistici, che potevano lanciare dalle navi
> per distruggere obbiettivi situati in profondità nel territorio
> cartaginese nelle isole e in Africa.. ..
> Mentre i Cartaginesi facevano " martellanti raid" sulle
> coste italiche, i Romani effettuavano sbarchi, conquistavano la
> Sicilia e -ingenuamente- andavano direttamente in Tunisia a prendersi
> Cartagine. Fallirono miseramente, ma d'altronde "memento audere
> semper". Evidentemente avevano le risorse umane per tentare il colpo
> grosso.
> Stiamo parlando delle più grandi operazioni anfibie nel Mediterraneo
> antico dai tempi della guerra del Peloponneso e delle guerre dei
> diadochi.
A Cartagine, essendo una potenza marittima, bastava mantenere la
supremazia navale per mettere sotto scacco i Romani, pur non riuscendo a
sua volta, per i problemi già visti, a sconfiggere l'avversario. In ambito
terrestre vanno comunque ricordate le devastanti spedizioni di Amilcare in
Sicilia, che si spinse in profondità fino a minacciare il territorio
catanese. Per non parlare del fallimento degli assedi di Lilibeo e
Drepana, decisamente costosi in termini di perdite.
Per quanto riguarda il disastro di Regolo, esso non nasce per caso ma è
congenito alle errate premesse macrostrategiche dell'operazione, cioè
della grande operazione anfibia svolta in assenza di un reale successo
strategico conseguito sul mare.
Regolo ignora del tutto il sistema macrostrategico cartaginese ed è, da
tipico comandante romano medio che può avere ragione di un avversario
medio di pari natura, destinato alla sconfitta non appena ne incontra uno
appena differente per intelligenza e caratteristiche (Santippo).
> Il Tirreno diventa un lago romano.
Che il Tirreno dopo la IGP sia diventato un lago romano la vedo dura.
Nel 233, con il nuovo deteriorarsi della situazione diplomatica con
Cartagine, i Romani inviano a questa un ultimatum (Gell. 10, 27, 3-5 ;
Zon. 8, 18 12) che però viene dai punici scoperto per quello che è, cioè
un bluff diplomatico.
Non solo i cartaginesi non danno corso a nessuna delle richieste romane,
ma questi ultimi non riescono nemmeno ad ottenere il ritiro di una squadra
navale cartaginese che opera indisturbata nelle acque sardo-corsiche in
appoggio ai ribelli anti-romani.
Non riuscendo a dare corso all'ultimatum iniziando una nuova guerra con
Cartagine, i Romani subiscono una rilevante disfatta diplomatica,
soprattutto sul piano di uno dei suoi più importanti punti di forza, la
capacità di dissuasione.
Valete
> Avevo visto questo libro alla libreria Hoepli di Milano, un tema certo molto
> allettante.
> Ho pero' diffidato del fatto che, sin dalle prime pagine, questo autore pare
> pescare a piene mani nelle teorie di Mahan.
C'è da dire che il teorico statunitense Alfred Tayer Mahan prendeva le
mosse dello sviluppo della propria teoria proprio dalle considerazioni
sulla storia della I guerra punica.
In tal senso il richiamo a Mahan in un libro sulla IGP credo sia quasi un
obbligo.
In ogni caso Loreto critica sostanzialmente l'approccio mahaniano,
obiettando come l'assunto secondo cui il sea-power, conseguito con grandi
battaglie navali decisive, consentiva la vittoria in una guerra tra
maggiori potenze, sia da considerarsi errato, soprattutto rispetto alle
caratteristiche del sea-power nel Mondo antico in cui la "battaglia
decisiva" in realtà non decideva mai la guerra, se non in una lunga serie
di queste. Questo vale per la IGP come, ad esempio, per la guerra del
Pelopponeso.
Roma, da potenza mentalmente terrestre, porta di fatto sul mare la
concezione mahaniana del sea-power, con la ricerca spasmodica della
"battaglia finale", che però non c'è mai, ad esclusione di quella delle
Egadi che però è finale solo in quanto entrambi i contendenti sono
totalmente esausti.
I Romani però non riescono mai a tagliare le linee di comunicazione,
nonché le arterie commerciali vitali di Cartagine, prima perché neanche ne
conoscono l'esistenza e successivamente perché non riescono ad
identificarle specificamente.
I Romani, per tutta la durata del conflitto, non fanno altro che costruire
navi e vedersele affondate dal nemico o dagli elementi, senza approdare
mai ad un controllo del quadrante marittimo.
Secondo Loreto, tale sclerotizzazione del pensiero marittimo romano viene
parzialmente superato quando verrà applicata una sorta di "guerra di
corsa", che viene condotta per circa un decennio a partire dal 254,
purtroppo limitata nei suoi effetti da una scarsa considerazione da gran
parte dei vertici dello stato romano, nonché da una sua applicazione non
certo perfetta.
Valete
> "Ladro d'Anime" <stbacc...@NOSPAM.tin.it> ha scritto nel messaggio
> news:48c590d9$0$18159$4faf...@reader3.news.tin.it...
> > Ma, a me sembra che la conquista di Sardegna e Corsica fosse il frutto di
> > uno sviluppo fortunoso post bellico. Parlare di queste isole come fulcro
> di
> > un sistema difensivo navale mi sembra eccessivo: in età augustea troviamo
> > sia in Sardegna che in Corsica delle figure prefettizie che avevano
> autorità
> > su entità tribali all'apparenza, tutt'altro che domate.
> Sottoscrivo in pieno.
La Sardegna e la Corsica vengono sostanzialmente ignorate dai Romani fino
al 260. Questo non perché non fossero consapevoli della loro importanza
dal punto di vista militare, ma perché erano controllate da una potenza
finora tradizionalmente alleata, appunto Cartagine.
L'improvvisa identificazione di Cartagine come pericolo maggiore porta
inevitabilmente ad una assunzione di interesse nei confronti delle isole
tirreniche da parte romana.
L'importanza macrostrategica di esse dunque è sempre stata compresa da
Roma, che però non le considerava in senso attivo, dato che rientravano in
una sorta di condominio romano-cartaginese dello spazio
mediterraneo-occidentale, in cui la sfera navale competeva ed era
riservata a Cartagine.
Nel momento in cui scoppia il conflitto, non occuparsi militarmente di
esse sarebbe stato un suicidio strategico, essendo le isole di fronte alle
coste etrusco-laziali (Aleria in Corsica era a meno di 150 km da Cosa in
Etruria).
Dalle parti sardo-corsiche succedono infatti parecchie cose, sia nella I
che nella II guerra punica (e nel mezzo di esse), a partire dal 259 quando
Scipione occupa la Corsica conquistando Aleria ed altre località, e da lì
tenta di investire anche la Sardegna, sottovalutando la difesa navale
cartaginese che impedisce lo sbarco romano.
L'evacuazione cartaginese della Sardegna era del resto una delle richieste
avanzate da Regolo già nelle condizioni di pace proposte nel 256
(ovviamente rifiutate), il che presuppone una cosciente consapevolezza da
parte romana dell'importanza dell'isola, i cui reiterati tentativi di
conquista erano stati frustrati dalla reazione nemica.
> Va bene, il problema Cartaginese non viene risolto, la seconda guerra punica
> è ancora più cruenta, ma questo salto di qualità in negativo è dato
> dall'invasione di Annibale dell'italia, dall'allargamento del conflitto in
> Spagna e, se vogliamo, dal limitato impegno romano in Oriente. Non vedo
> nessun nesso di causa effetto con la prima guerra punica
Il nesso è che Roma alla vigilia della IGP crea il pericolo punico
immaginando un pericolo, un'invasione cartaginese della penisola con base
di partenza da Messina, che non esiste.
L'incorporazione (anche se dal punto di vista giuridico la questione non è
chiara) di Messina nella Federazione romana, assieme alle azioni dei
consoli romani inviati nell'isola (i men on-the-spot come li chiama
Loreto), che si muovono come pachidermi in una cristalleria, creano i
presupposti per un conflitto con lo stato cartaginese che in quel periodo
non era assolutamente scontato, direi tutt'altro.
La IIGP è il grandioso e sanguinoso strascico di quel conflitto irrisolto
che è stato la IGP.
> Indubbiamente, ma l'ancor più pesante investimento di risorse umane ed
> economiche nella seconda guerra punica dimostra che Roma poteva permettersi
> questo dispendio di risorse.
Come già risposto in un altro post, il man-power romano sembra entrare
effettivamente in crisi nella parte finale della IGP, tenendo conto
ovviamente che il man-power non è solo questione di numero di cittadini
disponibili.
> Ma, a me sembra che la conquista di Sardegna e Corsica fosse il frutto di
> uno sviluppo fortunoso post bellico. Parlare di queste isole come fulcro di
> un sistema difensivo navale mi sembra eccessivo:
Anche su questo sono intervenuto in un altro post (lo stesso di prima), e
la mia opinione sull'importanza geostrategica delle isole tirreniche è
differente.
> Inoltre, come dice lo stesso ClaudioNerone <<Con le isole viene
> infatti assicurata una linea di difesa avanzata nel settore del
> mediterraneo occidentale, una sorta di limes insulare.>>.
> Non è certo un risultato da poco e la sua importanza si vede proprio
> nella 2a Guerra Punica, allorché Annibale decide di rischiare
> l'impresa di penetrare in Italia, passando da nord-ovest, perdendo -
> pare- una quantità notevole di truppe ed equipaggiamento a causa dei
> ripetuti scontri con le popolazioni dei territori attraversati (Galli
> e Liguri) e delle difficoltà di attraversamento delle Alpi. E' vero
> che Annibale si trovava in Spagna al momento in cui decise di lanciare
> la sua campagna contro i Romani, ma, se non fosse stato per quel
> "limes insulare", forse avrebbe deciso di sbarcare direttamente in
> Italia con le truppe quasi intatte, invece di marciare migliaia di km
> attraverso terre selvagge, perdendo forse fino alla metà delle sue
> forze originarie
Questo non impedirà a Magone più tardi di trasferirsi con 30 navi in Liguria
e farvi base, sbarcando in più punti dopo aver fatto di Genova un rogo.E di
riprendere la via del mare a guerra quasi conclusa, morendo durante il
tragitto. Quali condizioni sono cambiate ?
Ciao
OndaMax
> Questo non impedirà a Magone più tardi di trasferirsi con 30 navi in Liguria
> e farvi base, sbarcando in più punti dopo aver fatto di Genova un rogo.E di
> riprendere la via del mare a guerra quasi conclusa, morendo durante il
> tragitto. Quali condizioni sono cambiate ?
Azzardo una risposta: TUTTO.
1. Quando A. ha iniziato l'attacco all'Italia,
dopo la presa di Sagunto, Roma era all'erta (anche se in verità
non troppo prontae veloce).
C'era quindi un'alta probabilità, o quantomeno una
probabilità non trascurabile, che l'ipotetica flotta di A. sarebbe stata
intercettata e distrutta in mare; risultato: 40.000 veterani o giù di lì
neutralizzati senza neanche combattere dove sapevano combattere.
2. Viceversa Magone si muoveva con forze inferiori, su
coste piuttosto impervie, e in una situazione in cui il pericolo
maggiore per Roma era A. in Italia.
3. Inoltre A. avrebbe, per ovvi motivi, dovuto cercare di sbarcare dalla
Toscana in giù, col risultato di rendere difficile il previsto reclutamento
in Gallia Cisalpina.