Un'alba torrida del 10 agosto del 1944. «Era silenzio l'urlo del mattino -
scrisse Alfonso Gatto in una delle più belle poesie della Resistenza -
silenzio del cielo ferito:/ un silenzio di case, di Milano./ Restarono
bruttati anche di sole,/ sporchi di luce e l'uno l'altro odiosi/ gli
assassini venduti alla paura». Cinquantanove anni fa, ma Milano non
dimentica. Quindici i martiri di piazzale Loreto, fucilati al mattino e
lasciati per tutta la giornata sul selciato sotto il sole rovente per ordine
del comando tedesco con lo scopo di terrorizzare la popolazione. Nella
piazza dove furono fucilati parla per primo il sindaco della città, Gabriele
Libertini che ricorda, con parole commosse, il barbaro crimine contro
cittadini innocenti, scelti a caso fra i detenuti antifascisti nel carcere
di San Vittore. Molti i cittadini sia al mattino, sia alla sera a pochi
passi dal posto dove il 29 aprile del '45 vennero portati i cadaveri dei
gerarchi fascisti, Mussolini compreso, fucilati a Dongo su ordine del
Comando di liberazione nazionale.
Parlano alla sera Aldo Aniasi, comandante partigiano, presidente della Fiap,
Nori Pesce Brambilla, vice presidente dell'Anpi e Sergio Fogagnolo, figlio
di Umberto, una delle vittime del massacro. Fogagnolo dichiara che nel
gennaio e nel maggio scorso, la prima e la quarta sezione della Corte
d'appello di Milano «hanno condannato lo stato per avere illegalmente e
fraudolentemente nascosto per oltre 50 anni il fascicolo della strage di
piazzale Loreto, impedendo così l'esercizio dell'azione penale e lo
svolgimento del processo. Oltre al pagamento delle spese processuali il
ministero della Difesa dovrà liquidare complessivamente circa un milione e
250mila euro ai familiari: un conto salato che sanziona un caso vergognoso
di giustizia negata». Parte di questa somma verrà destinata a finanziare
ricerche storiche sulla Resistenza e sulle altre stragi che sono costate la
vita a quindicimila innocenti. L'ufficiale tedesco che ordinò l'eccidio,
Theo Saevecke, è stato condannato all'ergastolo a seguito delle indagini
svolte dalla Procura militare di Torino, ma solo nel 1999, quando vennero
alla luce i fascicoli nascosti in un armadio con la connivenza degli allora
ministri Taviani e Martino. Saevecke morì nel proprio letto nel dicembre del
2000 all'età di 89 anni. Prima, negli anni della guerra fredda, ricoprì
incarichi di rilievo nella Repubblica di Bonn: direttore delle scuole di
polizia, vice capo della polizia di sicurezza di Bonn. Incarico,
quest'ultimo, col quale nel '71 andò in pensione. Un eccidio quello di
piazzale Loreto - ha affermato Aniasi - neppure dovuto ad una rappresaglia.
Nell'attentato che i nazisti presero a pretesto per il massacro non morì
neppure un tedesco. Le autorità italiane furono estromesse da ogni
intervento decisionale. Fornirono soltanto i fascisti della Brigata "Resega"
per fucilare i quindici mariti: Antonio Bravin, Giulio Casiraghi, Renzo Del
Riccio, Andrea Esposito, Domenico Fiorani, Umberto Fogagnolo, Giovanni
Galimberti, Vittorio Gasparini, Emidio Mastrodomenico, Angelo Poletti,
Salvatore Principato, Andrea Ragni, Eraldo Soncini, Libero Temolo, Vitale
Vertemati.
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Inviato via http://usenet.libero.it
29 APRILE 1945 - I corpi di Mussolini, della Petacci e dei gerarchi
catturati e poi fucilati a Dongo, furono trasportati durante la notte a
Piazzale Loreto. Furono scaricati sul selciato, poi per offrire al pubblico
un migliore spettacolo, i corpi furono issati e appesi per i piedi alla
tettoia di un distributore di benzina a testa in giù.
Il luogo non era stato scelto a caso per fare questo sacrificio degno di una
tribù della più profonda, nera ed arcaica Africa; ed era una specie di
compensazione o una rivalsa ad un altrettanto delitto-strage che era stata
fatta alcuni mesi prima (il 10 agosto 1944) quando furono per rappresaglia
da altri pazzi, trucidati 15 partigiani e, come monito, lasciati lì a
terra nella piazza per giorni, come delle carogne di animali in mezzo alla
civilizzata "savana" civile "metropolitana" milanese. Un monito orribile. Ma
perche? Cosa avevano fatto questi malcapitati da essere trucidati e messi in
simile mostra? Forse nulla. Come quelli delle Fosse Ardeatine a Roma. Erano
solo dei malcapitati. Toccò a loro pagare la rappresaglia di un inutile e
folle gesto, molto simile a quello di Via Rasella.
(e anche questi ultimi non erano tedeschi, ma italiani con addosso le
uniformi tedesche, aggregati volenti o renitenti ai reparti germanici. Erano
di Ora -località fra Trento e Bolzano- sono ancora oggi in quel cimitero-
salvo considerare che Ora non è Italia).
La verità sul perché, la mattina del 10 agosto 1944, quindici antifascisti
detenuti a San Vittore...
(Andrea Esposito, maglierista; Domenico Fiorano, industriale; Umberto
Fogagnolo, ingegnere; Giulio Casiraghi, tiratore di gomena; Salvatore
Principato, insegnante; Renzo Del Riccio, operaio; Libero Temolo, operaio;
Vittorio Gasparini, dottore in legge; Giovanni Galimberti, impiegato; Egidio
Mastrodomenico, impiegato; Antonio Bravin, commerciante; Giovanni Colletti,
meccanico; Vitale Vertemarchi, Andrea Ragni e Eraldo Pancini).
... furono condannati a morte assieme ai loro compagni Eugenio Esposito,
Guido Busti, Isidoro Milani, Mario Folini, Paolo Radaelli, Ottavio Rapetti,
Giovanni Re, Francesco Castelli, Rodolfo Del Vecchio, Giovanni Ferrario e
Giuditta Muzzolon...
...la verità è tutt'altra.
Non fu (come si legge in qualche libro - che coraggio!) una scellerata
rappresaglia per un innocuo botto dimostrativo ai danni di un autocarro
tedesco "che non causò nemmeno vittime".
No. Il sangue del 10 agosto 1944 era stato provocato da altro sangue
sparso 48 ore prima precisamente alle 7,30 dell'8 agosto, al margine della
stessa piazza (angolo viale Abruzzi-Loreto) quando una bomba "gappista" era
esplosa tra la folla compiendo una strage che era costata la vita a cinque
soldati tedeschi, a 13 (tredici) civili italiani fra i quali una donna e a 3
(tre) bambini, rispettivamente di tredici, dodici e cinque anni.
Ecco i nomi dei civili italiani che morirono sul colpo nell'attentato
gappista o nei giorni successivi, tutti per "ferite multiple da scoppio di
ordigno esplosivo": Giuseppe Giudici, 59 anni; Enrico Masnata, Gianfranco
Moro, 21 anni; Giuseppe Zanicotti, 27 anni; Amelia Berlese, 49 anni; Ettore
Brambilla, 46 anni; Primo Brioschi, 12 anni; Antonio Beltramini, 55 anni;
Fino Re, 32 anni; Edoardo Zanini, 30 anni; Gianstefano Zatti, 5 anni;
Gianfranco Bargigli, 13 anni; Giovanni Maggioli, di 16 anni.
Rimasero inoltre feriti più o meno gravemente: Giorgio Terrana, Letizia
Busia, Luigi Catoldi, Maria Ferrari, Ferruccio De Ponti, Luigi Signorini,
Alvaro Clerici, Emilio Bodinella, Antonio Moro, Francesco Echinuli, Giuseppe
Formora, Gaetano Sperola e Riccardo Milanesi.
Dei cinque soldati tedeschi uccisi, i cui nomi non furono annotati nei
registri civili italiani, è rimasta memoria solo di un maresciallo di nome
Karl, che per la sua mole era stato
bonariamente
soprannominato dai milanesi di Porta Venezia "El Carlùn" (il Carlone).
Quel nomignolo Karl, maresciallo di fureria, se l'era guadagnato fermandosi
ogni mattina, all'angolo fra viale Abruzzi e piazzale Loreto, con i suoi
camions per distribuire alla popolazione qualcosa da mangiare, ma
soprattutto latte per i bambini, che la "Staffen - Propaganda" acquistava al
mercato di Porta Vittoria, aggiungeva agli avanzi delle mense militari e
regalava ai milanesi, tutti a quell'epoca, dannatamente a corto di viveri.
Un'operazione di "public relations", si direbbe oggi, intrapresa dalle Forze
Armate tedesche nei confronti dei civili e che, dati i tempi di fame, aveva
riscosso un successo immediato.
"Il latte non si trovava, e questo anziano bonario maresciallo, spinto da
impulsi personali, come e quando poteva faceva il giro delle campagne con un
piccolo camion e si riforniva di un po' di latte, parcheggiava poi
all'angolo fra piazzale Loreto e viale Abruzzi, subito attorniato da padri e
madri che si dividevano quel latte, con quella fratellanza che viene dalla
comune disgrazia"
(Questo tra virgolette è il raccontto dello storico Franco Bandini. Il
Giornale, 1° settembre 1996)
Troppo, per la sensibilità antifascista della "GAP" di Milano, allora
comandata da Giovanni Pesce, detto "Visone", tutt'oggi vivente e quindi in
grado di ricostruire nei dettagli l'azione che venne decisa e attuata per
spezzare il feeling alimentare promosso dalla Wermacht con alcuni milanesi
affamati.
Ma c'è da dire che nessuno rivendicò questo attentato.
UNA ININTERROTTA CACCIA ALL'UOMO
Il risultato fu che la mattina dell'8 agosto 1944, i terroristi si
mescolarono alla piccola folla affamata che si accalcava come di consueto
davanti al camioncino del "Carlùn" e posero sul sedile di guida una la
bomba ad alto potenziale che, poco dopo, avrebbe seminato la strage
indiscriminata: 18 morti e 13 feriti, quasi tutti poveracci milanesi.
(nè poteva fare altro danno, visto il luogo, l'obiettivo e la dinamica)
Diciotto morti e tredici feriti innocenti, tutti assolutamente dimenticati,
abrogati, cancellati dalla memoria storica, politica e giudiziaria italiana.
Come se fossero indegni di ricordo, di pietà, di giustizia. Li ha
dimenticati Giovanni Pesce detto "Visone", "medaglia d'oro al valor
partigiano", il quale nei libri da lui scritti sulla sua militanza gappista
non ha mai raccontato questa azione che pure non è di poco conto (18 morti e
13 feriti in un colpo solo e senza subire perdite rappresentano un risultato
ragguardevole); li ha ignorati, a quel che sembra, il procuratore militare
Pier Paolo Rivello riaprendo il caso Saevecke; li ignorano L'Unità, l'Ulivo
e Rifondazione comunista nelle loro rievocazioni e mozioni; li ignora
persino l'amministrazione comunale di Milano (di centro-destra) che avalla
senza fiatare la mutilazione della verità storica, con gli abituali silenzi,
sul suo periodico d'informazione e nei suoi atti politici.
E se, ancora dopo 53 anni, tutti ignorano (o vogliono ignorare), perfino
nella sua tragica essenzialità la strage gappista indissolubilmente legata
alla fucilazione del 10 agosto 1944, figuriamoci se qualcuno ricorda ciò che
accadde fra il massacro e la rappresaglia.
Eppure, in quelle ore disperate, mentre la gestione dei rapporti fra
militari tedeschi e popolazione passava dalle "public relations" della
Staffen-Propaganda del defunto maresciallo Karl, alla Gestapo del capitano
Saevecke per fare una "pubblica rappresaglia", si diede il via a un braccio
di ferro durissimo fra le autorità fasciste, contrarie alla rappresaglia e i
militari tedeschi inferociti che non volevano sentire ragione.
Si oppose il prefetto Piero Parini, che arrivò a minacciare le dimissioni;
si oppose il federale Vincenzo Costa; si oppose Mussolini, intervenendo
direttamente sul maresciallo Kesselring e telefonando allo stesso Hitler. La
prova è, tra l'altro, negli atti del processo politico subìto nel dopoguerra
da Vincenzo Costa il quale, nel suo diario ("Ultimo federale", Il Mulino,
1997) ricorda: "Alle 14 (del 9 agosto, ndr) mi trovavo nell'ufficio dei capo
della provincia quando arrivò una nuova telefonata del duce; abbassato il
ricevitore, Parini mi permise di ascoltare la voce inconfondibile del capo.
Tra l'altro egli disse: "il maresciallo Kesserling ha le sue valide ragioni;
ogni giorno nel Nord soldati o ufficiali tedeschi vengono proditoriamente
assassinati... Ha deciso di attuare la rappresaglia. Ma sono riuscito a
ridurre a dieci le vittime... Ho interessato il Fhurer e spero ancora"".
E proprio mentre le autorità fasciste e i militari tedeschi si
contendevano le vite degli ostaggi appese a un filo, i gappisti milanesi
colpirono di nuovo.
Anche questo nella Storia è stato dimenticato.
Alle 13 del 9 agosto 1944 un terrorista in bicicletta, armato di pistola,
fulminò con un colpo alla nuca, davanti alla porta di casa, in via Juvara 3,
il capitano della Milizia Ferroviaria, Marcello Mariani, sposato con quattro
figli. Mentre l'uomo agonizzava nel suo sangue, un secondo gappista, di
copertura, ferì a revolverate Luigi Leoni, della brigata nera "Aldo Resega",
che era sopraggiunto e si era gettato all'inseguimento del primo. Erano
italiani e forse ai tedeschi importava poco, ma quando ci fu subito dopo a
distanza di qualche ora l'attentato anche a un autocarro di tedeschi (anche
se non fece nessuna vittima) il grave fatto decise la sorte dei quindici
sventurati rinchiusi a San Vittore.
Portati il giorno dopo a Piazzale Loreto furono fucilati e abbandonati sul
selciato. Nessuno osò toccarli per non essere accusati di connivenza con i
partigiani e nel quartiere non venne più nessun "Carlun". Questa magra
soddisfazione
la si era dunque ottenuta. Anche se a caro prezzo; cioè coinvolgendo due
volte due gruppi di innocenti.
Sangue chiama sangue. Il resto è sulle altre pagine di questa brutta storia.
http://www.cronologia.it/storia/tabello/tabe1544.htm
:D
?
il "Comandante Valerio", ufficiale partigiano che catturò Mussolini e
compagnia bella.
ti riporto quanto e' stato scritto sull'argomento su it.cultura.storia.
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Ti chiedo scusa, ma non mi riesce di trovare maggiori informazioni su quei
famosi Tedeschi che ci hanno lasciato la pelle in Viale Abruzzi. Anzi, in
realtà ho trovato uno stralcio del rapporto della G.N.R. che riassumo di
seguito:
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COMANDO PROVINCIALE DELLA G.N.R. DI MILANO
Comando Presidio di Porta Monforte
N° 76/18 di prot. Div. III Milano, 8 /8/44
OGGETTO: Attentato terroristico - Segnalazioni -
AL COMANDO GENERALE G.N.R. P/D/C 707
ALL'ISPETTORATO REGIONALE DELLA G.N.R. MILANO
AL COMANDO PROVINCIALE DELLA G.N.R. MILANO
ALLA PREFETTURA REPUBBLICANA MILANO
ALLA QUESTURA REPUBBLICANA MILANO
AL COMANDO RAGGRUPPAMENTO G.N.R. MILANO
AL COMANDO GRUPPO PRESIDI IV G.N.R. MILANO
Ore 8,15 di oggi in viale Abruzzi all'altezza dello stabile segnato col N°
77 scoppiavano due ordigni applicati ad opera d'ignoti all'autocarro
germanico con rimorchio targa W.M. 111092 li sostante dalle ore 3 di stamane
e affidato all'autiere caporal Maggiore Kuhn Heinz, che dormiva nella cabina
di guida.
Decedute 6 persone e precisamente:
1- Zanini Edoardo di Pietro anni 31 - domiciliato a Milano- via Rusco N° 8
2- Giudici Giuseppe fu Carlo anni 60 - domic. a Milano v. Nicola De Puglie
3- Zanicotti Giuseppe fu Angelo anni 28 - dom. Milano via Gran Sasso 2
4- Brioschi Primo - domiciliato a Mezzago, v. del Pozzo 7
5- Moro Gianfranco fu Leonida anni 19 dom. Como, v. Chiesa d'Abbate 4
6- La sesta è una donna età apparente anni 35 priva di documenti
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Feriti [sic] 11 persone e precisamente:
1- Milanesi Riccardo di Amedeo anni 17 via Baldarino 30 - Ric. Osped. di
Niguarda
2- Castoldi Luigi di Carlo anni 29 - Monza, via Lecco 69
3- Brambilla Ettore di Riccardo anni 48, v. Gran Sasso 5 idem
4- Terrana Giorgio fu Sante anni 26, corso Buenos Aires 92 idem
5- De Ponti Ferruccio fu Luigi anni 28, v. Accademia 53 idem
Feriti medicati e ritornati ai loro domicili
6- Passera Umberto fu Giuseppe, anni 51 - v. Friuli 65 - Milano
7- Passera Guido fu Giuseppe, anni 46 - v. Friuli 65 - Milano
8- Abbia Arnaldo fu Francesco, anni 29, corso Buenos Aires 25 - Milano
9- Cattaneo Luigi fu Giovanni, anni 14, viale Monza 9 - Milano
10- Robbiati Achille fu Carlo, anni 48 - viale Abruzzi 84 - Milano
11- Capol. [sic] Magg. Kuhn Heinz, ferito leggermente alla guancia destra.
Il Capitano Comandante
(Concetto Formosa)
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Mi sono chiesto quindi che fine avesse fatto il Carlùn e, presso la stessa
fonte (Hitler a MIlano - Luigi Borgomaneri dellIstituto Storico della
Resistenza e consulente nel processo contro il boia nazista condannato per
la strage di P.zza Loreto) ho trovato questo:
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Pisanò ha scritto che il camion sarebbe stato adibito al trasporto di
verdura, frutta, pane, frattaglie, residui delle mense germaniche
distribuiti ogni giorno gratuitamente agli abitanti della zona, inventandosi
anche un bonario vivandiere impersonato da Karl, un tedescone corpulento
amicalmente soprannominato dalla gente della zona Carlùn. Giuseppina
Ferrazza Politi, che allora sedicenne abitava con la madre al numero 92 di
corso Buenos Aires - esattamente allangolo con viale Abruzzi e a duecento
metri dallattentato -, non ha invece mai saputo né sentito parlare della
benefica distribuzione. Se ci fosse stata una cosa del genere - dirà -,
figuriamoci, con la fame che avevamo in quei tempi, se la voce non sarebbe
circolata. Mia madre e io eravamo sole, non potevamo neanche ricorrere alla
borsa nera. Ci saremmo precipitate per avere qualcosa .
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Questo è ciò che al momento ho recuperato (almeno in parte; in realtà si
avanzano persino dubbi sulla paternità gappista dell'attentato, ma è
altrettanto vero che Pesce non ha mai negato; quantomeno, non ho trovato
informazioni in proposito). Ovviamente ciò non rende i Tedeschi più
colpevoli di prima nell'esercizio della loro abituale repressione. E nemmeno
risolve il problema importante delle vittime italiane che ci sono state, ma
sposta il fulcro del discorso sulla eventuale volontà stragista dei GAP e
sulla legittimità della lotta armata (o della spesso conseguente
repressione). Ma ho paura che ci avviteremmo in disquisizioni che non ci
sposterebbero di un millimetro dai nostri sentimenti di partenza ... ;-)
O no ?
Ciao
OndaMax
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