Sull'argomento dei rapporti USA - Saddam Hussein, posto un articolo di
Roberto di Nunzio, autore di importanti libri e saggi sulla guerra moderna,
sull'evoluzione recente del quadro internazionale etc, che prende le mosse da
una inchiesta del New York Times.
(Non so quanto sia in topic, ma certo rientra nel dibattito sulla guerra qui
più volte affrontato]
[...]
A tratti, l'intero affaire Saddam Hussein, che ha monopolizzato le cronache
politiche e militari degli ultimi mesi, è sembrato connotarsi di rabbia e
risentimento personale da parte del più influente protagonista della vicenda,
il Presidente George W.Bush.
Non è mistero per nessuno che uno dei consiglieri più ascoltati da GeorgeW.
sia suo padre, l'ex Presidente George Bush Senior e che l'attuale vice
Presidente sia quel Dick Cheney già fidato sodale alla Casa Bianca del
vecchio George.
In una recente e sorprendente intervista a Paula Zahn della Cnn, George
Senior non ha esitato a manifestare che tipo di sentimento nutra per Saddam
Hussein "io odio quell'uomo, non sono molte le persone verso le quali nutro
odio, ma nei confronti di Saddam nel mio cuore non c'è altro che odio. Non
c'è nulla in lui che si possa salvare". Tre volte la parola odio in tre
righe, non c'è male per un politico così navigato.
Ma dove nasce l'"odio" per Saddam Hussein, il "Grande Satana", come Bush
Senior apostrofava il Rais durante la prima campagna di guerra nel 1991
contro l'Iraq, seguita all'invasione del Kuwait da parte delle truppe
irachene?
E' necessario fare un salto indietro nella storia fino al 1979, quando con
Jimmy Carter alla Casa Bianca, gli Usa si sentirono umiliati dalla vicenda
degli ostaggi americani nelle mani degli Ayatollah di Teheran. Vicenda questa
che, oltre a costare la vita ad un commando di marines inviati da Carter per
liberarli con un blitz, segnò la sconfitta nella corsa alla Casa Bianca per
il Presidente democratico.
A quel punto la nuova amministrazione del repubblicano Ronald Reagan, con
Bush Senior come Vice, studiò ogni possibile piano strategico e militare per
farla "pagare" a Khomeini e agli odiati (di allora) iraniani.
Più di 60 esperti dei servizi segreti della difesa americana vennero spediti
in gran fretta a Baghdad, come consulenti dell'alleato Saddam Hussein in
guerra contro il regime degli Ayatollah.
Un autentico terrore si viveva in quegli anni alla Casa Bianca: che tutti i
giacimenti petroliferi del Golfo Persico finissero fuori dal controllo di
Washington, in caso di vittoria dell'Iran nella guerra contro l'Iraq, e del
conseguente propagarsi del fondamentalismo islamico nell'intera regione.
Gli esperti Usa ridisegnarono con i generali iracheni strategie e tattiche di
battaglia, fornirono armi sofisticate, misero a disposizione di Baghdad i
propri satelliti spia per meglio comprendere come fossero disposte sul
terreno di battaglia le truppe iraniane.
Nei primi giorni dello scorso settembre, il New York Times, ha pubblicato una
dettagliata inchiesta che ha messo in imbarazzo gli attuali inquilini della
Casa Bianca, svelando quale fosse l'intero piano militare di aiuto di quegli
anni, studiato con Saddam Hussein ed applicato in funzione anti-iraniana.
Lo staff del Presidente Reagan comprendeva il Segretario di Stato George
Shultz, il Segretario alla Difesa Frank Carlucci ed il generale Colin Powell,
attuale Segretario di Stato di George W. Tutti costoro ritenevano di dover ad
ogni costo e con ogni mezzo impedire all'Iran di Khomeini di dilagare nei
Paesi del Golfo Persico.
La fornitura di armi non convenzionali e di aggressivi chimici per la
fabbricazione e l'utilizzo di armi batteriologiche rispondeva a un livello
segretissimo dell'accordo stipulato tra Ronald Reagan e Saddam Hussein. E
mai, ovviamente, confermato pubblicamente.
Rimane il fatto che gli Usa non scoraggiarono mai né si opposero all'uso di
armi chimiche da parte dell'esercito iracheno. Saddam Hussein e i suoi
generali ne fecero grande uso, ma non come tacitamente e segretamente
concordato con i servizi segreti Usa contro le truppe di Teharan, ma ai danni
delle popolazioni curde (da sempre invise al rais) tanto da provocare vibrate
proteste internazionali.
Il caso più clamoroso, come rivela il New York Times, fù quello di Halabja,
una cittadina dell'estremo nord dell'Iraq, dove l'intera popolazione civile
venne sterminata dall'indiscriminato uso di gas, simili e più potenti del
napalm.
La strage di innocenti venne documentata con drammatiche fotografie che
fecero il giro del mondo, e provocarono la condanna unanime dell'Assemble
delle Nazioni Unite.
Formalmente anche le autorità americane si unirono al coro di riprovazione
per l'uso delle armi chimiche contro popolazioni civili. Ma alla Casa Bianca
iniziò a serpeggiare il dubbio e il disagio per quell'accordo segreto con
Saddam, e la paura di non riuscire più a controllare gli arsenali di armi
chimiche dislocati sul suolo iracheno.
Un sospiro di sollievo, le autorità americane, lo poterono tirare quando,
alla fine del 1988 ultimo anno della guerra Iran/Iraq, i militari di Baghdad
riuscirono a conquistare la penisola di Fao, considerata strategica per il
futuro accesso ai paesi ed ai pozzi petroliferi del Golfo Persico.
Una vittoria sul campo fortemente voluta dagli uomini della Casa Bianca e
dell'intelligence che non esitarono a inviare sul fronte di guerra un certo
numero di alti ufficiali dell'esercito americano.
Intervistato dal quotidiano newyorkese, uno dei partecipanti a quella
missione segreta, ha confidato che al Pentagono erano perfettamente a
conoscenza che in più di un occasione furono usate armi chimiche da parte dei
militari iracheni anche contro le popolazioni civili curde, e che al di là
dei commenti di condanna ufficiali espressi dalla Casa Bianca, al Pentagono
non erano affatto sorpresi dall'uso dei gas. Si trattava solo di un altro
modo di uccidere: proiettili, bombe o gas, che differenza poteva esserci?
Ancora le armi sono state al centro dei colloqui di Vienna, da poco conclusi,
tra gli Ispettori delle Nazioni Unite dell''Unscom" ed i rappresentanti
iracheni allo scopo di organizzare le ispezioni su tutto il territorio
iracheno alla ricerca degli armamenti custoditi dal "Rais".
E qui salta agli occhi uno dei tanti paradossi dei quali sembra nutrirsi
l'infinito "affaire" Iraq: da una parte se Saddam Hussein non acconsente le
ispezioni "senza condizioni" è questo un buon motivo per scatenare la guerra
e cacciare Saddam. Dall'altra, se Baghdad dichiara di accettare
"incondizionatamente" l'arrivo degli ispettori, è una menzogna poiché Saddam
ed i suoi "califfi" non sono degni del minimo credito, e la loro parola non
conta nulla. Quindi l'unica soluzione è la guerra, per aprire la caccia a
Saddam Hussein.
La determinazione con la quale la Casa Bianca dimostra di essere più che mai
decisa a muovere uomini e mezzi contro l'Iraq, con il solo appoggio
incondizionato di Tony Blair, dopo i sottili distinguo di Germania e Francia,
che hanno fatto infuriare non poco George W,. lascia spazio a più di qualche
sospetto.
Vediamo perché.
Sappiamo dell'accordo segreto che intercorse tra l'amministrazione di Ronald
Reagan ed i dignitari di Baghdad, in funzione anti-Ayatollah di Teheran, che
prevedeva una complessa fornitura di armamenti e di istruttori dei servizi
segreti americani per far vincere ad ogni costo le milizie di Saddam,
terrorizzati come erano alla Casa Bianca che una eventuale disfatta degli
iracheni potesse aprire le porte ad una crisi irreversibile nella regione del
Golfo Persico e soprattutto chiudere gli accessi agli immensi giacimenti
petroliferi dell'area.
Ma, finita la guerra contro l'Iran nel 1989, (con un bilancio approssimativo
di un milione di morti) che fine hanno fatto gli armamenti americani portati
a Baghdad dai servizi segreti Usa?
Dove erano dislocati gli impianti che assemblavano e rettificavano le armi
convenzionali? In quali località segrete, sotto quali coperture e con quali
tecnologie venivano prodotti i gas e le armi chimiche e batteriologiche di
"distruzione di massa" che in gran quantità venivano sparse sui civili curdi
senza che gli americani muovessero un dito? Chi aveva fornito all'Iraq i
mezzi e le strutture? Ed infine, è vero che Saddam Hussein possiede armi
nucleari o è in grado di dotarsene in così poco tempo come sostengono le
fonti anglo-americane?
[...]
Gli Stati Uniti si legarono all'Iraq fin dal 1983, come non smette di
ricordare la televisione irachena continuando a trasmettere come un
tormentone lo "storico" incontro di quel 10 dicembre di diciannove anni fa
tra Donald Rumsfield (attuale capo dei "falchi" della Casa Bianca) e Saddam
Hussein, terminato, come ogni summit ufficiale che si rispetti, con strette
di mano, brindisi, documenti di cooperazione tra i due paesi e una bella posa
per i fotografi.
Quell'incontro fu unanimamente considerato molto importante
dall'amministrazione americana, sempre tormentata dall'incubo Iran ed i suoi
Ayatollah.
Da quella data dell'incontro e per i cinque anni successivi la Casa Bianca
non si limitò a fornire supporto strategico e militare a Baghdad, ma anche
una dettagliata miscela di aggressivi chimici e forniture di interi
laboratori di cultura per sperimentare e produrre armi batteriologiche. Ora
siamo in grado di conoscere con assoluta precisone la lista delle sostanze
chimiche che i servizi di sicurezza Usa inviarono in Iraq.
Le armi batteriologiche. Christopher Dickey e Evan Thomas sono due
giornalisti americani di Newsweek, due reporter di talento, che sono riusciti
nell'impresa, tutt'altro che facile, di scovare i documenti segreti che
provano quali sostanze chimiche, e persino i loro antagonisti, sono state
trasportate in Iraq.
Batteri, funghi e protozoi "coltivati" nei laboratori militari Usa furono
destinati all'IAEC (Iraq Atomic Energy Commission). Le culture di questi
"prodotti" servivano per realizzare armi batteriologiche compreso l'Antrace.
Il Dipartimento di Stato Usa, con funzione di fornitore, aggiunge al carico
anche un milione e mezzo di "iniettori di atropina", con effetto
antagonista, per un eventuale contagio.
Per usare le armi chimiche servivano degli elicotteri appositamente
configurati: arrivarono in buon numero anche loro per far contento l'amico e
alleato Saddam, impegnato nella guerra contro gli odiati (dagli americani)
iraniani.
Ma ben presto i generali di Baghdad decisero di far cambiare rotta agli
elicotteri e li spedirono nel nord dell'Iraq, a "gasare" le popolazioni curde
provocando autentiche stragi di civili che inorridirono il mondo. Correva
l'anno 1988 e le piogge di "Iprite", "Sarin", "Tabun" e "Vx" non potevano più
passare inosservate con migliaia di civili innocenti che morivano tra atroci
sofferenze.
Il Presidente Ronald Reagan e l'intero staff della Casa Bianca, davanti al
Congresso incolparono l'Iran, poi sotto la pressione dell'opinione pubblica
interna, dei dubbi che iniziavano ad affiorare sulla stampa, dell'insistenza
con la quale i democratici chiedevano chiarimenti e spiegazioni, furono
costretti ad ammettere che la responsabilità era tutta di Saddam Hussein.
Nel frattempo l'Iraq vinceva la guerra contro Teheran (al prezzo di un
milione di morti complessivi tra le due parti) e se ne attribuiva
pubblicamente tutti i meriti.
Pur storcendo il naso davanti ai metodi di Saddam, la Casa Bianca gli
riconobbe (altrettanto pubblicamente) il ruolo di "gendarme" della turbolenta
regione, accreditando il Rais come Capo di Stato fidato e fedele.
Erano anni nei quali i manager delle multinazionali facevano la fila davanti
alla porta di Saddam Hussein con la speranza di aggiudicarsi commesse nelle
grandi opere civili nell'Iraq del dopo guerra.
Un uomo politico di prestigio e di esperienza come il senatore Usa Bob Dole
venne ricevuto in qualità di capo di una delegazione ufficiale del Congresso
americano che aveva come obiettivo quello di accaparrarsi i migliori affari
per le aziende e le industrie Usa.
Ma il massimo della considerazione degli americani per Saddam Hussein
coincide con la svolta cruciale che il Rais decide di imprimere nei rapporti
con i suoi alleati e protettori americani.
La svolta di Saddam
Armato fino ai denti dai servizi di sicurezza americani, consapevole che le
culture nei laboratori per le armi batteriologiche e chimiche proseguivano
come in una catena di montaggio, alla ricerca di uranio arricchitto per il
programma nucleare in fase avanzata di sviluppo, Saddam Hussein decide di non
rispettare gli accordi segreti stipulati con la Casa Bianca dopo la vittoria
sull'Iran di Khomeini.
Realizza stabilimenti e nuovi siti dove stoccare le armi in gran segreto e
soprattutto all'insaputa degli americani, inizia a guardarsi intorno nella
regione del Golfo Persico certo come è che nessuno può (militarmente)
resistergli. Sicuro che gli Usa lo sosterranno comunque, dopo che il
Presidente Ronald Reagan (scampato il pericolo iraniano) lo ha promosso sul
campo come alleato numero uno.
In breve il Dipartimento di Stato perde completamente il controllo di Saddam
Hussein e non riesce più a venire a capo di quella montagna di armamenti
convenzionali e di distruzione di massa che ormai Baghdad ha fatto propri.
Mentre le riunioni al Pentagono e alla Casa Bianca si susseguono frenetiche,
i soldati iracheni giungono a Kuwait City. E' il 2 agosto 1990, Saddam
Hussein non risponde più agli ordini dei suoi "creatori".
Tutti gli istituti di studi politici e militari americani concordano in un
punto: Saddam Hussein è stato troppo avido.
Se si fosse "limitato", nell'invasaione del Kuwait, ad arrivare a ridosso
della capitale senza entrarvi, se per esempio le truppe irachene si fossero
attestate nell'area di Mutla Ridge, senza infliggere l'umiliazione al piccolo
emirato della caduta di Kuwait City, Saddam Hussein sarebbe ancora lì.