Sharon sta creando una situazione simile. E' disposto a seguire la
Road Map americana, con le abituali condizioni e trappole, mentre
continua a manipolare il terrore, la lotta contro il terrore e
l'enorme preoccupazione per la sicurezza di Israele. Se i palestinesi
non minacciano abbastanza la nostra sicurezza potremo sempre ricorrere
alla minaccia persiana. E tutto questo quadra così bene con gli
obiettivi politici del grande crociato George W. Bush! Quando avranno
finito con le cure dentistiche a Saddam Hussein, è possibile che gli
americani scoprano che l'occupazione in Iraq continua a riscuotere un
prezzo alto e i ricavi di Halliburton e del gruppo Carlyle non sono
saliti abbastanza da non pensare all'Iran.
Sharon, uomo di pace secondo Bush, si dichiara fedele alla Road Map e
gli americani moderano la reazione sull'essenza del suo discorso. E
questa essenza solleva dei problemi. In primo luogo, bisogna
sottolineare che si tratta di un piano sostanzialmente unilaterale. I
palestinesi devono accettare i parametri dei dirigenti israeliani e
rispettare i passi che questi hanno delineato per garantire la
sicurezza di Israele. Non ci sono due partners in un negoziato di
pace: emerge di nuovo l'asimmetria tra l'occupante prepotente e gli
occupati, sudditi di seconda categoria, sempre sospettati di volere la
distruzione di Israele, soggetti alle condizioni della coalizione
nazionalista-fondamentalista che regge i destini di israele - o a
subìre le conseguenze di un rifiuto.
In secondo luogo, al centro del programma brilla il muro dell'odio che
Israele sta costruendo in questi giorni. E' un muro che non ha nulla a
che vedere con le frontiere del 1967. Trasforma centinaia di migliaia
di palestinesi in abitanti di enclaves ristrette, prigionieri
dell'arbitrarietà militare israeliana. Decine di migliaia separati dai
loro campi o luoghi di lavoro, isolati dalle famiglie vicine, bambini
che per andare a scuola dovranno rimettersi alla buona volontà dei
soldati israeliani che aprano le poche porte in quel muro per
lasciarli passare.
A Gerusalemme il muro assume caratteristiche kafkiane e oltre
centomila palestinesi saranno ghettizzati in una città che li ha
annessi contro il loro volere, isolati da ogni contatto normale nei
dintorni. Le loro carte d'identità israeliane, imposte
dall'occupazione, non li affrancheranno da una realtà mostruosa, che
stranieri o cittadini sensati di Israele afferrano solo quando sono
portati a vedere gli effetti quotidiani del muro. Per raggiungere
punti della città distanti poche centinaia di metri dalle loro case,
migliaia di palestinesi dovranno viaggiare un'ora o più per aggirare
il muro costruito davanti alle loro porte in nome della sicurezza. Il
muro della sicurezza sarà un elemento nuovo e molto efficace della
fabbrica dell'odio, che porterà senza dubbio a più terrore, ampliando
il conflitto.
Sharon parla di «separazione unilaterale» e aggiunge l'attesa
evacuazione degli insediamenti ebraici. Forse già questa settimana il
teatro dell'evacuazione offrirà una nuova rappresentazione, un nuovo
episodio di «evacuazione virtuale»: migliaia di coloni manifesteranno
contro l'evacuazione, si vedranno drammatici scontri con le «impotenti
forze dell'ordine» e nelle stese ore proseguirà la costruzione in
altri insediamenti non meno illegali. Molti dimenticano che tutti gli
insediamenti nei territori occupati nel 1967 sono illegali.
La separazione unilaterale è promettente: parlare di evacuazione dai
territori occupati fa infuriare la destra israeliana, che già minaccia
di far cadere Sharon. E questo semina l'ottimismo tra i molti - dentro
e fuori Israele - che pensano, o sperano, che l'evacuazione sia pure
unilaterale apra la strada alla formula di due stati per due popoli.
Ben lungi: l'evacuazione unilaterale di Israele porta, nel migliore
dei casi, ad abbandonare alcuni dei territori palestinesi più
popolati; questo lascerà dei bantustan isolati che copriranno meno
della metà dei territori occupati nel 1967. Quei bantustan dovrebbero
essere la base di un impossibile stato palestinese indipendente.
Sharon cavalca lo scontento crescente in Israele, che ha portato molti
ad approvare ad esempio l'immediata evacuazione unilaterale di
Netzarim. Questa è una colonia abitata da quaranta famiglie israeliane
nel cuore di Gaza. E' una realtà demenziale che ha già fatto
abbastanza vittime perché anche i ciechi comincino a vedere il
significato dell'espansionismo israeliano.
Evacuare Netzarim o qualsiasi altro posto, per quanto positivo, non è
un'alternativa all'unica cosa reale e urgente da fare: trattare con i
palestinesi sul ritorno alle frontiere del 1967.
L'iniziativa di Ginevra ha dimostrato alle due parti che c'è con chi
parlare, e che le possibilità di giungere a un accordo sono reali.
Sharon, nel suo atteso discorso, ha dimostrato una volta di più che la
retorica ufficiale non riesce a nascondere le vere intenzioni dei
dirigenti israeliani, che tendono a dettare assetti impossibili, che
nulla hanno a che vedere con una pace vera e perciò creeranno solo
altri scontri, sangue e sofferenze per entrambi i popoli.
ZVI SCHULDINER
Contro chi vuole la pace, solo le menzogne comuniste.
Con un furto di veritą fate passare per aggressori gli aggrediti.
Ciao
Ad'I