La scelta di dividere (da una parte I e II sec. d.C., dall'altra fine III
sec. e IV sec. d.C.) l'opera di Luttwak, che prende in considerazione un
lunghissimo intervallo dal I° sec. d.C. al IV sec. d.C., per un totale di
circa 400 anni, non è casuale.
Infatti Luttwak sostiene che il periodo preso in considerazione dalla sua
opera può essere diviso in tre sub periodi:
- Sistema Giulio Claudio degli eserciti mobili e degli stati clienti (30
a.C. - 68 d.C.)
- Sistema delle frontiere "scientifiche" e della difesa di "sbarramento" (68
d.C. - 180 d.C.)
- Sistema della difesa in profondità (180 d.C. - 378 d.C. circa)
Mentre, a mio modesto avviso, la differenza tra I e II sec. d.C. non è tale
da richiedere una trattazione separata, mentre una parte del III sec. d.C.
(dalla morte di Settimio Severo - 211 d.C. all'accessione alla porpora di
Diocleziano - 284 d.C.) la richiede, viste le peculiarità del periodo.
Il lasso di tempo che va dal 284 d.C. alla fine del IV sec. è stato invece
trattato nel mio post precedente.
Ma le ragioni di tale periodizzazione saranno evidenti dal prosieguo della
mia analisi, per cui passo senz'altro avanti.
Mi interessa qui prendere in esame i seguenti punti delle tesi di Luttwak,
fondamentali per la sua trattazione del I e II sec. d.C.:
- Le cause della superiorità militare romana.
- La scarsa efficacia dell'esercito romano nei conflitti a bassa intensità.
- L'uso dell'apparato militare come forza di dissuasione.
Le cause della superiorità militare romana.
Nell'introduzione alla sua opera Luttwak pone delle premesse, che poi si
ripercuoteranno nella sua intera opera, sulla macchina bellica romana.
Egli afferma testualmente "Se la forza dell'impero romano fosse derivata da
una superiorità tattica sul campo di battaglia, da comandanti più capaci, o
da una tecnologia bellica più perfezionata, ci sarebbe poco da spiegare e
molto da descrivere. Ma non è così. La tattica dei Romani era quasi sempre
efficace, ma non nettamente superiore e il soldato romano del periodo
imperiale non era famoso per il suo elan."
E ancora "Le armi romane, ben lungi dal'essere universalmente più avanzate,
erano spesso inferiori a quelle usate dai nemici, che pure l'impero
sconfiggeva con impressionante regolarità".
Luttwak passa poi ad esprimere la sua teoria dell' apparato militare come
forza di dissuasione, né fa, nel corso dell'opera, un'analisi approfondita
di quanto affermato.
Ma noi ci possiamo senz'altro soffermare su quali siano i reali fattori che
hanno portato al successo l'apparato militare romano.
Io orienterei la discussione su quattro fattori: organizzazione,
equipaggiamento, morale ed aggressività.
Organizzazione.
L'organizzazione della legione in coorti è strettamente funzionale:
permetteva alla legione di combattere conflitti a "bassa intensità", siano
essi le campagne in Spagna o i conflitti endemici lungo il Reno o il
Danubio, o ingaggiare "conflitti ad alta intensità", in questa flessibilità
è senz'altro superiore al vecchio ordinamento manipolare.
Inoltre l'ordinamento coortale, riducendo il numero dei comandanti in
seconda del legato da trenta comandanti di manipolo a dieci comandanti di
coorte, migliorava la struttura di comando e controllo.
Perciò quando Augusto strutturò il suo esercito imperiale conservò questo
ordinamento coortale, affiancando alle legioni alae e coorti ausiliarie
anch'esse di 500 uomini circa, anche se esistevano,,in numero inferiore,
formazioni "milliarie" da mille uomini, e deposte sul territorio imperiale
non secondo un "grande piano" teorico, ma secondo le reali necessità locali.
A questo punto devo aprire una breve digressione.
Luttwak afferma che la fanteria degli auxiliares fosse essenzialmente una
forza di fanteria leggera, complementare alla fanteria pesante legionaria.
Ma questo suo punto di vista non è fondato su alcuna fonte primaria: sia le
fonti letterarie (vedi ad es. Tacito e la sua descrizione di Mons Graupius
nell'Agricola), sia quelle artistiche (la colonna Traiana, dove gli
auxiliares sono equipaggiate come fanteria pesante) ci descrivono una
fanteria ausiliaria capace di combattere nella linea principale di
battaglia, anche se impiegabile, all'occorrenza, per schermagliare.
Quando l'esercito romano avrà bisogno di truppe con tecniche di
combattimento particolari, verranno creati i "numeri" e le unità etniche o
di specialisti (II sec. d.C.).
Per un discorso più approfondito su questo argomento rimando all'opera di Le
Bohec "L'esercito romano".
Vi è infine da tenere in debito conto la superiorità dell'apparato logistico
romano, che permetteva agli eserciti imperiali di poter tenere il campo
molto più a lungo dei loro nemici, Germani, Celti o Parti che fossero.
Equipaggiamento
L'affermazione di Luttwak sulla tecnologia delle armi romane ("Le armi
romane, ben lungi dal'essere universalmente più avanzate, erano spesso
inferiori a quelle usate dai nemici, che pure l'impero sconfiggeva con
impressionante regolarità") è quanto meno sconcertante, se applicata al I e
II sec. d.C.
Ogni soldato regolare romano poteva contare su un equipaggiamento almeno
pari, se non migliore, a quello del meglio armato e protetto dei suoi
nemici.
Una parziale eccezione poteva essere la cavalleria catafratta dei Parti, ma
quando Roma decise di dotarsi di una cavalleria analoga la parità
qualitativa, se non quantitativa, fu presto raggiunta.
Bisogna inoltre considerare che i recenti ritrovamenti archeologici sul
vallo di Adriano ci fanno supporre che la fanteria legionaria usasse più di
quanto si pensasse equipaggiamento protettivo aggiuntivo per gli arti
superiori ed inferiori, derivato dall'equipaggiamento gladiatorio.
In questo caso la fanteria romana avrebbe avuto un grado di protezione
paragonabile, tenendo conto dello scudo, a quello di un cavaliere Partico
smontato.
Il tutto senza tenere conto che nel periodo in esame nessun nemico
dell'impero aveva le stesse capacità di Roma nella poliorcetica e nella
fabbricazione ed uso di macchine da guerra.
Ma la questione dell'equipaggiamento non è fine a se stessa: dopo tutto la
superiorità tecnologica romana non era decisiva nella stessa misura in cui
lo fu quella degli eserciti europei del XVIII e XIX sec. durante
l'espansione coloniale.
L'importanza dell'equipaggiamento si riflette nell'alto morale di cui
disponevano generalmente le forze imperiali nel periodo preso in
considerazione.
Morale
Il fattore umano, durante l'età antica, è sempre stato fondamentale, non ci
sorprende vedere quindi come fosse cura della macchina bellica romana far sì
che il morale dei propri uomini fosse generalmente alto.
Era questo elan che permetteva alla fanteria romana di schierarsi in
formazioni molto più sottili di quelle della fanteria nemica, specie di
quella germanica o celtica, facendo sì che il numero degli uomini che
effettivamente combattevano fosse più alto di quello tipico di altre
formazioni, barbariche e no (vedi ad es. la falange).
A formare e mantenere alto il morale delle truppe concorrevano
l'addestramento, la disciplina, l'orgoglio, e la consapevolezza di essere
ben equipaggiati, sostenuti e nutriti da un'efficiente macchina logistica,
nonché un certo senso di superiorità nei confronti di un nemico ritenuto,
forse a torto, inferiore; non per nulla i pur prodi Britanni, che
successivamente avrebbero dato ottimi soldati all'impero, erano chiamati
Brittunculi dalla truppa di stanza in Britannia.
Vi erano anche altri fattori a rendere alto il morale dei soldati imperiali;
ad es. era molto raro che vedessero terre romane messe a ferro e fuoco e
cadaveri di civili romani, mentre era ben più frequente che la prima
esperienza del nemico avuta dai soldati fossero combattenti uccisi o pronti
per essere venduti in schiavitù e terre ed insediamenti nemici devastati.
Insomma, l'impressione che il singolo soldato riceveva dalla poderosa
macchina da guerra romana era tale, il più delle volte, da sminuire, ai suoi
occhi, il nemico.
Era ben raro, quindi, che il morale di un esercito romano crollasse, ma
quando ciò avveniva era la catastrofe, come per l'esercito di Crasso a
Carre.
Aggressività
L'esercito romano incoraggiava sia l'aggressività a livello di unità che
quella individuale, anche mediante l'uso di decorazioni e premi, in denaro
o bottino, molto apprezzati e ricercati dagli uomini.
I comandanti osservavano attentamente il comportamento delle unità e dei
singoli, e coraggio, aggressività ed iniziativa venivano premiati, codardia
ed indisciplina sanzionati, spesso con estrema durezza.
La tattica, ma anche la strategia romana, erano basati sull'aggressività;
generalmente le forze romane, anche se inferiori, cercavano sistematicamente
di strappare l'iniziativa al nemico, cercando di attaccare battaglia prima
possibile; questo approccio implicava una grande fiducia dei comandanti nel
morale e nell'addestramento delle truppe; essendo l'esercito romano
generalmente vincitore, questa fiducia doveva essere ben riposta.
La scarsa efficacia dell'esercito romano nei conflitti a bassa intensità.
Uno dei punti più stressati da Luttwak è quello che l'esercito romano fosse
strutturalmente sbilanciato verso quello che l'analista USA definisce "high
intensity warfare".
Cito testualmente dal para IV cap. I de "La Grande Strategia dell'Impero
Romano": ". nel complesso, la superiorità relativa dell'esercito romano si
manifestava ancora nella guerra ad alta intensità"; uno strumento militare
decisamente poco flessibile dunque.
Per lo studioso americano le implicazioni strategiche di tale assunto sono
chiare (cito ancora una volta testualmente dal para IV cap. I) : ". esisteva
una ragione tecnica e militare alla base dei limiti geografici
dell'espansionismo imperiale".
Una volta di più, però, Luttwak non effettua nessuna analisi dettagliata del
suo assunto e delle conseguenze di tale assunto.
Ma siamo poi tanto sicuri delle limitate capacità romane nella "guerra a
bassa intensità", e che da questo siano derivati i famosi "limiti geografici
dell'espansionismo imperiale " ?
Per cercare di ottenere un risposta passerò qui ad analizzare due campagne
condotte dai Romani nel periodo in questione, davvero illuminanti.
La ribellione del Numida Tacfarina in Africa (iniziata nel 14 d.C e
definitivamente terminata nel 24 d.C.) è un caso esemplare, in quanto
illustra sia la flessibilità dell'apparato militare romano, che lo spirito
offensivo che lo permeava a tutti i livelli.
Tacfarinas aveva armato ed addestrato un esercito secondo il modello romano;
non appena la ribellione scoppiò M. Furio Camillo marciò contro di esso con
un esercito ben più piccolo, costituito dalla Legio III Augusta, due ali di
cavalleria ausiliaria e qualche coorte di fanteria ausiliaria; nonostante
l'inferiorità numerica, una volta ingaggiato il combattimento, i Numidi
furono messi in fuga (Tacito, Annales, 2.52).
Vista la superiorità romana in una situazione di guerra ad alta intensità,
Tacfarina saggiamente si orientò a compiere una serie di raids, conducendo
quindi una guerra che Luttwak definirebbe a bassa intensità.
Le guarnigioni romane rispondevano a questi raids attaccando
sistematicamente coloro che li effettuavano, piuttosto che difendere
semplicemente le posizioni loro assegnate.
Quando i Numidi stabilirono una base da dove lanciare i loro raids i Romani
l'attaccarono e la distrussero (Tacito, Annales, 3. 20-21).
Infine i Romani stabilirono una serie di piccole guarnigioni nella
provincia, ed organizzarono colonne mobili con cui attaccare e tendere
imboscate agli attaccanti.
Questa situazione di guerra a bassa intensità andò avanti per diversi anni,
ed i Romani riportarono diversi successi su piccola scala, fino a quando
Tacfarina fu ucciso ed il suo esercito distrutto in un attacco a sorpresa
montato da una colonna Romana contro il suo campo ad Auzea (Tacito, Annales
, 3. 73-74; 4.23).
Il conflitto è interessante perché i Romani battettero i Numidi al loro
stesso gioco, usando tecniche di raid, attacchi di sorpresa ed imboscata, e
cercarono sempre di mantenere l'iniziativa attaccando comunque il nemico; a
questi attacchi non parteciparono solo forze ausiliarie, ma anche forze di
fanteria legionaria (oltre alla Legio III Augusta fu usata la IX Hispana),
che facevano parte delle colonne mobili di attacco (Tacito, Annales, 3.21;
4.23; 4.24).
Quindi, nonostante queste tattiche d'impiego non fossero quelle normalmente
in uso per la fanteria legionaria, nondimeno Giunio Bleso le applicò con
successo, unendo ad esse la tipica capacità romana, derivante dalla
superiore logistica, di continuare effettive operazioni militari per lungo
tempo, anche durante l'inverno.
In molte occasioni, compreso l'attacco finale, nl quale le truppe romane
avevano il preciso ordine di "rimuovere" Tacfarina, le più mobili forze
numide furo colte di sorpresa da colonne d'attacco romane pesantemente
armate ed equipaggiate.
Altro caso esemplare è la campagna condotta da Germanico in Germania. Dopo
la sanguinosa repressione dell'ammutinamento del 14 d.C. il generale romano
operò una devastante spedizione punitiva contro i Marsi.
L'anno successivo le operazioni, che per Tiberio erano forse solo azioni
punitive tese a restaurare il prestigio Romano in Germania dopo Teutoburgo e
l'ammutinamento del 14 d.C., ma per Germanico potevano preludere
all'invasione vera e propria della Germania Magna, ricominciarono all'inizio
della primavera (Tacito, Annales, 1.55), quando Germanico e Cecina, operando
separatamente ognuno con un esercito basato su 4 legioni, attaccarono i
Chatti. Germanico condusse l'attacco principale, prendendo di sorpresa i
barbari, devastando il loro territorio e la loro capitale tribale, Mattium,
mentre Cecina impediva ai Cherusci di intervenire e sconfiggeva nuovamente i
Marsi, che erano invece intervenuti.
E' chiaro che a questo punto la coalizione messa su da Arminio era
indebolita, e Germanico approfittò di un appello di Segeste, suocero di
Arminio, per condurre un attacco contro i Bructeri; nuovamente Cecina marciò
(via terra) separatamente da Germanico (via fiume).
I Bructeri, sorpresi, furono sconfitti da forze leggere ed il loro
territorio devastato, l'acquila della Legio XIX fu ripresa.
Successivamente mentre Cecina agiva in avanscoperta in direzione dell'Elba,
Germanico marciò su Teutoburgo per dare degna spoltura ai morti romani (un
episodio dal carattere propagandistico e non certo strategico).
Fu effettuato un tentativo di portare Arminio alla battaglia, che non
riuscì, poiché il capo germanico riuscì a ritirarsi ed i Romani subirono
anzi una battuta d'arresto durante l'inseguimento (Tacito, Annales, 1. 63).
La ritirata di Germanico via mare fu funestata dalle tempeste, mentre Cecina
fu attaccato durante la via del ritorno da Arminio (Tacito, Annales, 1. 63),
e riuscì a stento a districarsi durante la battaglia cosiddetta dei "ponti
lunghi".
In effetti le perdite romane, sia pur pesanti, erano da attribuir più
all'attrito che all'azione nemica.
Nell'anno successivo Germanico effettuò nuovamente simili azioni, riuscendo
per due volte a battere Armnio (Idistavisio e campi Angrivarii), ma senza
riuscire a catturarlo o a distruggerne completamente l'esercito.
Germanico avrebbe voluto proseguire la campagna, ma il più prudente Tiberio
ritenne sufficienti i risultati raggiunti e, forse anche per gelosia,
richiamò Germanico.
Le campagne di Germanico mostrano come l'esercito Romano sapesse affrontare
situazioni in cui il nemico, in questo caso i Germani, avevano una struttura
politica ed un'economia difficili da colpire.
Non essendoci città da saccheggiare e capitali nemiche da conquistare o
altri "beni fissi" da distruggere o di cui impadronirsi, i Romani cercavano
di spezzare la volontà nemica di resistenza, devastando il territorio ostile
e cercando di uccidere o fare prigionieri (da avviare alla schiavitù) il
maggior numero di barbari.
Attacchi sui villaggi, sui raccolti e sul bestiame si susseguivano con
l'obiettivo di portare il nemico alla battaglia campale, o comunque di
rendere una vita normale impossibile.
In questa maniera un esercito romano poteva portare la distruzione in
un'area più grande di quella che poteva poi effettivamente controllare.
Si cercava inoltre di indebolire eventuali coalizioni nemiche colpendo
singolarmente una tribù dopo l'altra, e cercando di metterle una contro
l'altra.
I Romani, inoltre, davano grande importanza alla cattura o alla
neutralizzazione dei capi nemici (vedi l'esempio di Arminio).
Queste operazioni potevano impegnare molte truppe, anche per minimizzare le
possibilità di vittorie occasionali da parte dei nemici, che sarebbero state
dannose sul piano psicologico, come lo fu la vittoria di Arminio su Varo, e
richiedere diverso tempo, poiché il territorio nemico doveva essere
minuziosamente passato al setaccio, ed ogni singolo insediamento o gruppo di
armati attaccato e distrutto.
Ciò implicava una serie di operazioni su larga ma anche su piccola scala,
nella quale l'esercito romano, in particolare le formazioni ausiliarie,
mostrò di eccellere.
Le lunghe e dispendiose campagne di Germanico sono un buon esempio di questo
concetto.
Ma la cosa più importante è che l'obiettivo di tali operazioni non era tanto
materiale (ad es. la conquista di una roccaforte), ma psicologico: ottenere
il crollo della volontà di resistenza del nemico attraverso il lento ma
progressivo logoramento della sua volontà di combattere.
La natura stessa degli attacchi romani, massicci ed improvvisi, doveva avere
seri effetti sul morale della popolazione avversaria.
E' pericoloso razionalizzare la condotta della guerra in questo periodo,
pretendendo che essa fosse decisa da fattori puramente economici; in realtà
il conflitto era deciso dalla rispettiva volontà dei contendenti di
continuare a combattere.
Nel caso della Germania Magna fu la volontà romana a cedere: la sconfitta di
Varo persuase Augusto, tutto teso a dare di sé all'opinione pubblica romana
un'immagine "pacifica", a rinunziare ai suoi piani di conquista;
analogamente la prospettiva di un conflitto lungo e sanguinoso, come fatto
intravedere dalle azioni di Germanico, fu sufficiente a far desistere un già
titubante (per motivi di politica interna) Tiberio, quando le risorse
dell'impero, se maggiormente sfruttate, avrebbero permesso, alla lunga,
quella vittoria di cui Germanico appariva sicuro.
Per i Parti basterà osservare che, già sulla difensiva all'inizio
dell'Impero, ricevettero tre maggiori invasioni coronate da successo ad
opera di Traiano, Lucio Vero e Settimio Severo, perdendo il controllo di
molto territorio, tanto che, ove non fosse subentrata la dinastia Sassanide,
l'occupazione romana di tutta la Mesopotamia ed il collasso del regno
partico apparivano probabili.
Anche in queste operazioni militari l'esercito romano mostrò una grande
flessibilità, opponendosi con grande successo ad eserciti composti
integralmente di cavlleria, per la maggior parte leggera.
Mi pare di poter concludere quindi che la tesi di Luttwak sulla scarsa
flessibilità dell'apparato militare romano sia infondata, e con essa le
motivazioni addotte per i limiti geografici dell'espansionismo imperiale.
Conclusione: l'apparato militare come forza di dissuasione
Nelle prime due parti del post ho affrontato questioni forse anche minori,
ma propedeutiche alla questione più importante: l'apparato militare romano
fu davvero impiegato, nel periodo in esame, come forza di dissuasione ?
Per rispondere a questa domanda Luttwak prende in considerazione vari
fattori, a partire dal ruolo dei cosidetti stati clienti, alla descrizione
del Limes, alla distribuzione delle truppe lungo il Limes stesso.
Ma questi fattori possono essere interpretati in altra maniera da quella
proposta da Luttwak.
Per quanto riguarda gli stati clienti essi esistevano solo in Oriente,
giacchè i Germani non avevano strutture statali tali da poter essere
stabilmente attratte nell'orbita romana.
Gli stati clienti orientali non servivano a proteggere i territori romani
contro le minacce "ad alta intensità", che certamente quella dei Parti non
era tale, e neanche proteggevano dalle non meglio definite minacce "a bassa
intensità", che, tra l'altro, non erano di tale importanza da costringere
Roma a mantenere un sistema di stati clienti.
Piuttosto si può vedere negli stati clienti dell'Oriente una tappa del
progressivo assorbimento di queste piccole entità statali nel mondo romano.
Infatti Augusto aveva trovato in Oriente una situazione che era quella
voluta da Marco Antonio, che delegava ampiamente i poteri a principi
indipendenti.
Egli avviò quindi una lenta politica di assorbimento mediante annessione di
tali stati, ricordiamo tra gli altri l'annessione della Galazia e quella di
una parte del Ponto; questa politica fu portata a termine sotto i Flavi.
Comunque le monarchie che ancora sussisteranno, dopo Augusto, in Oriente,
non avevano praticamente altra differenza dalle province vere e proprie, che
quella di conservarsi l'apparenza (e solo quella) di ordinamenti autonomi di
tipo ellenistiche; il fatto stesso che accettassero presidi romani
ridimensiona il cosiddetto "spiegamento in economia di forze" descritto da
Luttwak
Il concetto stesso di Limes come illustrato da Luttwak è discutibile: il
Limes era più inteso come una zona di transito perpendicolare al confine
stesso (è questa è l'origine del termine) che una zona di confine come noi
l'intendiamo; quindi, con tutta probabilità, specie nel periodo in esame, il
termine si riferisce più alla permeabilità, non solo ad azioni ostili, ma
anche a traffici commerciali, a spostamenti di greggi, di popolazioni e
quindi di influenze culturali, che alla impermeabilità del confine romano.
Alcune infrastrutture del Limes, invece di vere e proprie fortificazioni,
possono essere state delle strutture di controllo dei frequenti traffici
commerciali tra l'impero e l'esterno.
Ciò è ben esemplificato dalle caratteristiche del Limes nelle zone in cui
esso appare di tipo "aperto", come in Africa o in Oriente; in realtà Luttwak
da un'importanza spropositata alle zone di Limes "chiuso" (ad es. vallo di
Adriano) che erano in realtà minoritarie.
Infatti anche il Limes fluviale sul Danubio e sul Reno si può considerare di
tipo aperto, essendo sempre stati considerati i fiumi eccellenti vie di
comunicazione.
Il fraintendimento del concetto di Limes di Luttwak è ancora più evidente se
si considera il significato "simbolico" di alcuni elementi morfologici
naturali o artificiali quali appunto i fiumi o gli steccati, per la cultura
classica.
Una semplice palizzata non era tanto una difesa, ma un modo di "delimitare"
un determinato spazio o mondo, nel caso quello romano da quello barbarico.
Infine Luttwak non prende, ancora una volta, in considerazione gli elementi
offensivi al di là del confine, che invece illuminano il caratteristico
spirito offensivo romano.
Per quanto riguarda infine la disposizione delle truppe, è facile leggerla
in chiave offensiva, anziché difensiva, ed in chiave di soppressione delle
minacce interne al mondo romano stesso.
Ad esempio lo spostamento di legioni da Occidente ad Oriente dopo
l'assorbimento dei regni clienti può essere stato deteterminato dal bisogno
di mantenere la sicurezza interna, di fronte alle minacce di rivolte, specie
da parte degli Ebrei, o anche da una rinnovata spinta offensiva verso i
Parti, che si comincerà a manifestare sotto Nerone e avrà un culmine sotto
Traiano.
Da notare che, nello stesso periodo, la minaccia dei Parti era praticamente
non esistente: dopo la battaglia del Gindaro, e constatata l'impossibilità
di avere ragione delle città fortificate romane, l'aggressività dei Parti
svanirà, tranne qualche sussulto verso la fine del II sec. - inizio III sec.
verso l'Armenia.
Non vi era quindi alcun bisogno di dispositivi difensivi, ma tant'è,
Luttwak, pur di portare avanti il suo discorso imperniato su una grande
strategia romana fondamentalmente difensiva, imperniata sulla dissuasione,
trascura tutti gli elementi di segno opposto.
Per ottenere quindi una risposta alla nostra domanda è senz'altro meglio
analizzare la storia della politica estera romana, cominciando dai tempi
degli scontri con le grandi monarchie ellenistiche.
I Romani fecero allora effettivamente uso della forza militare come forza
di dissuasione: avevano una macchina bellica soverchiante e la
determinazione ad usarla, se necessario, come dimostrato a Pidna, a Magnesia
o a Cinocefale.
La deterrenza, all'occorrenza la diplomazia coercitiva, avendo anche a che
fare con interlocutori che condividevano, tutto sommato, lo stesso sistema
di valori dei Romani, funzionavano.
Esempio famoso è quello di Popilio Lenate che nel 168 a.C. costrinse il
sovrano Siriaco Antioco IV Epifane a ritirarsi senza cogliere i frutti della
sua vittoria sull'Egitto.
Ma a partire dalla seconda metà del II sec. a.C. le cose cambiano, e la
politica estera romana si fa sempre più aggressiva ed annessionistica, anche
mediante l'uso di strumenti quali il tradimento, la sovversione, il terrore
usato su larga scala come arma militare (pratica questa in cui i Romani sono
stati secondi ai soli Mongoli); la riduzione in schiavitù di intere
popolazioni, la distruzione di città quali Corinto, Cartagine o Numanzia
vengono giustificate dalla necessità di conservare ed ampliare lo stato.
Roma ha ora bisogno di rendere accettabile sul piano etico la genesi del
proprio Impero, e viene quindi creato e fatto sempre più ricorso al concetto
di pax.
In nome di questa pax viene giustificato (cfr. Cicerone, De Re Publica III,
23, 35) l'intervento a difesa degli alleati, ma non solo quello;
progressivamente, alla luce di questo valore vengono giustificati atti quali
il mantenimento di presidi militari, dentro e fuori le province ed i tributi
necessari a mantenerle.
La pax deve venir difesa non solo contro le aggressioni agli alleati, ma
anche nei territori a vario tipo assoggettati, da pericoli quali il
brigantaggio, le lotte intestine o le invasioni esterne.
A questo punto l'unica pax possibile diventa quella Romana: i nemici della
Repubblica vengono piegati, come afferma G. Brizzi "da una forza che
precisamente nella pace imposta per suo mezzo trova la propria
giustificazione".
Passando dalla Repubblica all'Impero questo concetto viene definitivamente
incorporato nell'apparato ideologico imperiale, fino al punto che ogni
realtà è considerata "res Romana o res nullius" (Alfoldi, The moral barrier
on Rhine and Danube, in "The congress of Roman frontier studies 1949", a
cura di E. Birley, Durham 1952).
L'unica pace giusta è la Pax Romana, la Pax cruenta, come la chiama Tacito
(Annales, I.10.4), ottenuta tramite la vittoria e la conquista contro i
"superbi", come li chiama Virgilio, che semplicemente rifiutano di essere
dei "subiecti" dell'Impero.
Oramai tutti i popoli non assoggettati a Roma sono considerati dei
potenziali aggressori a cui imporre la Pax Romana.
E quali siano le conseguenze storiche di questa ideologia è facile vedere;
per tutto il periodo da noi considerato l'impero è estremamente aggressivo.
All'aggressività mostrata dall'esercito in campo tattico e grande tattico
corrisponde una parallela aggressività a livello strategico.
Luttwak minimizza le campagne di conquista avvenute dalla fondazione
dell'Impero, ma basta paragonare una cartina dell'impero all'ascesa al
potere di Augusto (30 a.C.) con una cartina della situazione dell'Impero
alla morte di Settimio Severo (211 d.C. - e la cosa sarebbe ancora più
evidente se si prendesse una cartina della situazione all'apice delle
conquiste di Traiano) per rendersi conto che quasi ogni imperatore ha
condotto o fatto condurre campagne offensive, e moltissimi hanno conquistato
territori di varia grandezza all'Impero.
Tralasciando l'espansionistico regno di Augusto, abbiamo le campagne
germaniche patrocinate da Tiberio, Caligola e la Mauretania, Claudio e la
Britannia, la campagna in Armenia patrocinata da Nerone, l'annessione degli
Agri Decumati e di altre parti della Germania sotto i Flavi, le offensive di
Traiano in Dacia e Parthia, l'annessione di parte della Scozia sotto
Antonino Pio e le campagne mesopotamiche di Settimio Severo che condussero
alla creazione della Mesopotamia romana.
Senza tralasciare il pacifico Marco Aurelio, che per sbandierate esigenze di
difesa, riprese l'idea della conquista della Germania Magna, e non tralasciò
di invadere la Mesopotamia con Lucio Vero ed Avidio Cassio.
Ancora sull'orlo della crisi del III secolo Massimino il Trace riprese
l'idea di un'invasione della Germania.
Sembra salvarsi da questa tendenza offensiva il solo Adriano, forse troppo
impegnato ad affogare nel sangue rivolte giudaiche.
Spesso si sono presentate le campagne romane, in specie quelle di Marco
Aurelio, come "difensive", ancche se condotte per la maggior parte oltre
confine; in realtà in quel periodo non vi era nessuna potenza, neanche a
livello regionale, che potesse rappresentare una minaccia per Roma:
nell'ottica dell'ideologia universalistica romana, però, anche la sola
parvenza di aggressività (come quella della Parthia verso l'Armenia) o
scorrerie barbare dovevano essere sanzionate con una guerra di conquista.
Non ci fu un marcato spostamento verso la difensiva, come affermato da
Luttwak, e quindi la formidabile macchina bellica romana, di cui abbiamo
visto i punti di forza e la fondamentale flessibilità fu usata non come uno
strumento di dissuasione, ma in maniera offensiva a tutti i livelli, da
quello tattico a quello strategico.
L'Impero, nel periodo preso in considerazione, circostanze permettendo,
cercò sempre di espandersi, più spesso con mezzi diretti che indiretti, e
questo non era dovuto ad una "grande strategia", ma ad un imperativo
ideologico universalistico ancora vivo ai tempi di Giustiniano.
Infine, alla luce di quanto detto risulta anche chiaro perché ho preferito
trattare unitariamente tutto il periodo che invece Luttwak divide in due
sottoperiodi; infatti le differenze tra il I sec. d.C. ed il II sec. d.C non
sono così fondamentali come afferma lo studioso americano.
Bibliografia
Per la prime due parti del mio post fondamentali sono state le idee espresse
nel libro "The Roman Army at War 100 B.C - 200 A.D." di Adrian K.
Goldsworthy, Oxford Classical Monographs, Clarendon Press, 1996.
Per la terza ed ultima parte fondamentale ed illuminante è stata la lettura
di "Il guerriero, l'oplita , il legionario" del Prof. G. Brizzi, il Mulino,
Bologna 2002, nonché le idee di B. Isaac, autore di The Limits of Empire:
"The Roman army in the East" Clarendon Press, Oxford, 1992.
Come manuale di consultazione sull'esercito romano ho utilizzato "L'esercito
romano" di Y. Le Bohec, ed. NIS, Roma, 1992.