LUGANO. Il primo signore è un medico, cattolico di ferro impegnato in
politica. Gli stanno particolarmente a cuore i temi dell'educazione dei
giovani e della lotta alla droga. Il secondo signore è anche lui impegnato
in politica, però ha avuto una condanna per detenzione di cocaina ed è stato
padrone di casa di un bordello che si chiamava "Il gabbiano" ed è stato
chiuso solo dopo che una giovane prostituta è stata sgozzata a coltellate da
un cliente. L'educazione non è il suo forte, visto che ha accumulato anche
una sfilza di condanne per diffamazione, perché sul suo giornale gli
avversari li tratta così:"Torna nella stalla, somaro"; "è un ciful (cazzo,
in dialetto ticinese, ndr)"; "personaggio loffio e rognoso"; "faccia da
culo" (o "hai il culo in faccia"); "faccia da killer in libera uscita";
"bastardone, bastardaccio, bastardello". E così via.
Uno immagina: i due signori saranno nemici giurati. Sbagliato. Stanno
insieme nello stesso partito, la Lega dei ticinesi, movimento populista che
ce l'ha soprattutto con le tasse e gli immigrati. Il primo si chiama Giorgio
Salvadè ed è Gran consigliere cantonale (siede quindi nel parlamento
ticinese). Il secondo è Giuliano Bignasca detto "Nano", che della Lega è il
leader e fondatore. Al suo confronto, il nostro Bossi è un gentleman inglese
vecchio stampo.
Bignasca e Salvadè sono due uomini simbolo dell'alleanza luganese, il
cartello di centrodestra che governa il Cantone, formato dalla Lega, dai
cattolici del Partito popolare democratico e dall'ala destra del partito
liberale radicale ticinese. L'alleanza conta anche su un'anima trasversale
che in Italia conosciamo bene: Comunione e liberazione, il movimento
religioso di cui lo stesso Salvadè è esponente di punta. Nel Canton Ticino
Cl è sempre più forte. (...)
LIBERI DI SCEGLIERE, COSTRETTI A PAGARE. In Ticino, chi vuole laurearsi in
Scienze della comunicazione o in Scienze economiche non ha scelta: deve
iscriversi all'Università della Svizzera italiana (Usi), che ha aperto i
battenti nel 1996 al termine di una durissima battaglia politica. (...)
L'Università della Svizzera italiana ha uno status unico in tutto il Paese:
funziona come un soggetto di diritto privato, ed è quindi autonoma nella
didattica e nell'attribuzione delle cattedre, ma riceve sostanziosi
contributi pubblici. (..).
La "scuola libera", cavallo di battaglia di Comunione e liberazione al di là
e al di qua delle Alpi, si è dunque realizzata: per studiare Comunicazione
(o Economia) in Ticino si può scegliere una sola facoltà, gestita
direttamente dal potere politico. Una facoltà che innanzitutto costa alla
collettività: nel 2001 ha incassato 14 milioni di franchi, circa 17 miliardi
e mezzo di lire, fra contributi cantonali e federali, più un contributo
variabile a seconda del numero di studenti iscritti. Ma costa anche - e non
poco - al singolo studente: 4 mila franchi di retta all'anno (5 milioni di
lire) per gli svizzeri, 8 mila franchi (10 milioni) per tutti gli altri.
Sono le tariffe più elevate di tutta la Confederazione, dove un anno di
frequenza universitaria costa in media 1.200 franchi (quasi 2 milioni e
mezzo di lire). Del resto, la libera scuola in salsa ciellina non incontra
alcun favore fra i ticinesi. Lo dimostrano i risultati del referendum sul
finanziamento pubblico alle scuole private, che si è svolto nello scorso
febbraio: nel cantone che confina con la Lombardia di Roberto Formigoni,
pasdaran dei buoni-scuola, i no hanno superato il 75 per cento. La proposta
riguardava la scuola dell'obbligo e prevedeva contributi a tutte le famiglie
che volessero iscrivere i figli a istituti privati, senza distinzioni di
reddito. A sostenerla c'era l'alleanza luganese al gran completo, con Cl in
prima linea, anche perché in Cantone il movimento di don Giussani gestisce
quattro scuole private. (...)
IL NANO E SUO FRATELLO. Intanto sul giovane ateneo piove il primo scandalo.
Il Consiglio di fondazione dell'Università della Svizzera italiana ha
affidato un appalto edilizio da 1 milione 390 mila franchi (oltre un
miliardo e 700 milioni di lire) alla ditta Bilsa Sa, il cui amministratore
unico, al momento della firma, era Giuliano Bignasca in persona. Bignasca,
infatti, è un imprenditore vulcanico, anche se non propriamente di successo.
Secondo una recente inchiesta del quotidiano La Regione, il gruppo A+G
Bignasca, che il capo della Lega possiede insieme al fratello Attilio, è
gravato da debiti per 67 milioni di franchi (quasi 84 miliardi di lire).
Oltre a diversi milioni di imposte non pagate, la cifra comprende un milione
di franchi che la Cassa cantonale reclama per contributi previdenziali non
pagati. Una posizione piuttosto scomoda per il leader leghista, che a Lugano
è consigliere municipale e, allo stesso tempo, debitore di imposte mai
versate. L'opposizione preme per le sue dimissioni, per gli alleati è
diventato indifendibile: "Sta a Bignasca capire il problema e risolverlo",
ha detto il sindaco Giudici in un'intervista al periodico Il Caffè. "Per
conto mio, quando si assume una carica pubblica, come la conduzione di un
Comune, è importante che chi è chiamato ad applicare certe regole sia in
regola lui per primo. È una questione di coscienza che deve tenere conto
anche dell'immagine degli altri colleghi di municipio". Ineccepibile, ma
intanto nessuno osa mettere in discussione il fruttuoso legame elettorale
con l'imbarazzante leader della Lega. Nel frattempo, il
politico-imprenditore, da dieci anni a questa parte riscuote dal Cantone 105
mila franchi all'anno (oltre 130 milioni) per l'affitto dell'edificio in cui
è ospitato un complesso scolastico, il Csia. (...)
Caso Bignasca a parte, i lavori fervono. L'università luganese si trova in
un bel palazzo bianco, un ex ospedale completamente riammodernato, ma
piuttosto piccolo. Tutto intorno è una trama di ponteggi. L'ampliamento è fi
nanziato fra l'altro da una cospicua donazione di 17 milioni di franchi
(oltre 21 miliardi di lire) che ha una storia curiosa. Inizialmente si parlò
di donazione anonima perché il benefattore non voleva uscire allo scoperto.
Ci furono proteste: qualcuno fece notare che per una università non stava
bene accettare soldi la cui provenienza fosse ignota all'opinione pubblica.
Neppure nel Paese del segreto bancario blindato.
Alla fine, il benefattore si rivelò essere una benefattrice: un'anziana
signora di origine italiana, Celestina Daccò, che insieme al marito Luigi
aveva fatto molta fortuna in Argentina. La donazione era subordinata a una
clausola: che l'Usi si dotasse di una facoltà di Teologia. Ma saltò fuori un
problema: la ritrosìa a esporsi non era dovuta soltanto a modestia. Le
ragguardevoli ricchezze della signora, infatti, erano totalmente sconosciute
al fisco ticinese. Prima di procedere, dunque, Celestina Daccò dovette
sedersi al tavolocon un gruppo di occhiuti funzionari delle imposte. La sua
difesa fu assunta dall'avvocato Renzo Respini, il presidente del Consiglio
di fondazione dell'università luganese.
Quando il contenzioso fu risolto, le polemiche invece di placarsi
aumentarono: il fisco ticinese aveva rinunciato a qualcosa, a danno della
collettività, in cambio della donazione milionaria all'ateneo
liberal-ciellino? A suo tempo le autorità cantonali smentirono questa
possibilità, ma il dubbio resta. Per legge, infatti, dati troppo "intimi"
sulle faccende fiscali di privati cittadini non possono essere divulgati.
Conclusione, l'Università della Svizzera italiana avrà la sua facoltà di
Teologia. Che non partirà da zero: l'embrione c'è già, ed è la scuola di
teologia di via Nassa, fondata a suo tempo dallo stesso don Corecco, il
vescovo ispiratore di Cl in Ticino.
(...)
Va detto che di politica, in Università, si parla poco. A parte qualche
peccatuccio veniale dello stesso Rigotti, che per spiegare il concetto di
paratassi in una dispensa ufficiale del suo corso di Linguistica generale ha
scelto il seguente esempio: "È un comunista, ma onesto". (...) Nell'autunno
scorso la Televisione della Svizzera italiana (Tsi) ha trasmesso in diretta
il dies academicus, cioè l'inaugurazione dell'anno accademico dell'Usi.
Forse al di là delle Alpi le leggi dell'audience non sono così asfissianti
come da noi. Buon per loro. Però la scelta ha suscitato non poche
perplessità: che senso aveva sottoporre i ticinesi a ore e ore di cerimonie
e discorsi? L'emittente pubblica è il secondo baluardo di Comunione e
liberazione. Ci lavora innanzitutto Claudio Mésoniat, il responsabile del
movimento in Ticino. Mésoniat ha un ruolo di peso all'interno della Tsi,
quasi un Bruno Vespa elvetico: è infatti il produttore (cioè il
responsabile) di Aprite le porte, talk-show itinerante trasmesso in prima
serata. Di lui si ricorda per esempio un'intervista a Giulio Andreotti,
subito dopo l'assoluzione al processo di Palermo. La domanda conclusiva fu
questa: "Pensa che la perseguitino perché lei è cattolico?".
Ma il potere dell'organizzazione religiosa non si ferma qui. A Cl appartiene
anche Michele Fazioli, direttore del dipartimento informazione della Tsi.
Fazioli, ex deputato liberale, è praticamente il responsabile di tutta
l'informazione che "esce" dall'emittente pubblica della Svizzera italiana.
Si racconta di riunioni a sfondo religioso che vengono ospitate nel suo
ufficio, ma non è su questo che si basano le rimostranze dei suoi molti
critici. Che si domandano, per esempio, perché la Tsi abbia largamente
sottovalutato un caso che, nell'agosto scorso, ha creato non poco imbarazzo
in Ticino: l'arresto del presidente del Tribunale penale cantonale Franco
Verda, accusato di aver favorito il boss del contrabbando di sigarette
Gerardo Cuomo. Nonostante molti elementi dell'inchiesta fossero trapelati
prima dell'arresto dell'alto magistrato, la televisione pubblica ha ignorato
la vicenda. Perché tanta cautela? Forse non è stato del tutto indifferente
il fatto che il giudice Verda sia un cattolico legato al Partito popolare
democratico, e il suo avvocato Fulvio Pezzati sia vicino a Cl. Quando poi il
bubbone scoppiò sul serio, Mésoniat organizzò una trasmissione in cui fu
invitato un solo giornalista italiano (l'inchiesta era partita da Bari): era
Vittorio Feltri. (...)
Le voci di opposizione restano quindi confinate a pochi battaglieri
giornali indipendenti. Bignasca e i suoi amici, di conseguenza, proseguono
quasi indisturbati sulla loro strada. In nome della "libertà", naturalmente.
Non ricorda qualcosa?