Fra le grandi religioni del mondo, lo Zoroastrismo presenta i poblemi più
ardui, poichè era una religione fondata da un Profeta che asseriva di aaver
ricevuto "una rivelazione dell' " dell' " UNICO VERO DIO". Egli viveva
in una società politeista, non ancora matura ad accogliere integralmente il
"messagio" monoteistico.
Il culto vero dello Zoroastrismo fu preso in prestito da rituali più
antichi.
Più tardi, quando la religione zoroastriana, modificata la sua forma, venne
adottata dal primo impero persiano, cadde sotto il controllo di una casta
sacerdotale: i MAGI, con la quale in origine non aveva nulla in comune.
Zoroastro, il "Saggio Signore" Il profeta era l'UNICO VERO DIO" poichè
poichè sino ad oggi il più santo fra i templi di Zoroastro viene chiamato
"luogo di MITHRA".
I problemi che si presentano ai teologi dello Zoroastrismo sono gli stessi
che si pongono agli studiosi di ogni religione monoteista. E' per questo
motivo che questo studio riveste molto interesse.
La tematica di questa religione è assai complessa. Fra l'altro è presente il
concetto
di "occhio per occhio, dente per dente" e un paragrafo su "MITHRA e lo
"SPIRITO SANTO".
E, per rendere più complessa la diagnosi va ricordato che ZOROASTRO (in
forma grecizzata ZARATHUSTRA), si racconta che "risulta un essere
preesistente
alla nascita materiale, inviato sulla terra come fuoco celeste (da cui restò
gravida
la donna che lo partorì Vergine (?) da Ahura Mazdà per predicare agli
uomini
la vera religione.
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Nell'Avesta = (testo fondamentale) si parla anche del corrompimento
dell'uomo
ad opera di una donna. Infatti, a proposito della donna, l'Avesta riporta:
*
"Io ti ho creato, o tu la cui avversaria è la specie delle meretrici, e tu
fosti creata
con una bocca simile ad un ano, e il coito ti sembra il sapore del cibo più
dolce al
palato; e tu hai in me un aiuto; poichè da te nasce l'uomo; ma tu addolori
me
che sono Ohrmazd.
Se avessi trovato un altro vaso da cui far nascere l'uomo, io vorrei non
averti
creata..."
********
Credo che sia interessantissimo fare più di un abinamento con i testi
biblico-evangelici e forse anche coranici.
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Chi volesse avvicinarsi in maniera più profonda può leggere il testo :
"ZOROASTRO e la fantasia religiosa" della collana il Saggiatore (Portolano
11)
di R.C. Zaehner, tradotto da Gianroberto Scarcia anno 1962.
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Saluti da Alessandro D'Angelo dname...@libero.it
Salute da Porfirio-
Religione che indubbiamente varrebbe la pena di conoscere piu' in profondo.
Argomento molto interessante, ma forse hai avuto una svista, scrivendo
"il profeta era "L'unico vero Dio". Era solo un profeta , e basta. E il
"saggio Signore", non e' la traduzione di Zarathustra, ( persiano antico
Uomo ricco di Cammelli) ma la traduzione della divinita', appunto. Ahura
Mazda, (in avestico), oppure Ormazd, in medio Persiano, o Mazda.
Aggiungo un particolare che e' molto interessante: Mithra, che sarebbe
diventato Divinita' autonoma nel Mithraismo, era uno "Yazata",
Venerabile) nello Zoroastrismo, ossia un Angelo di rango inferiore.
Il Cristianesimo prendera' molto dallo Zoroastrismo (Prendete, questo e' il
mio corpo......................), concetto di Spirito Santo, Angelo, Anima,
Divinita' antagonista del Male (Angra Maynyu, ex divinita' indu' declassata
al rango si spirito maligno), con la differenza che l'anima dell'uomo e'
preesistente alla nascita nello Zoroastrismo (Fravashi), ed e' eterna.
Ancor piu' monoteista e' lo Zervanismo, che comportava un superamento del
dualismo Bene/Male in una forma di ancor vago monoteismo, ma fu solo propria
del'ambiente di corte Sassanide.
Scusa l'intervento, ma siccome e' una religione che a me sta a cuore, mi
sono permesso di aggiungere qualcosa.
saluti da.........Porfirio.
Vediamo di centrare meglio tali premesse?
Etica ed escatologia
Una delle differenze essenziali tra lo zoroastrismo e la religione dei
lontani cugini indiani è che, mentre gli Indù cercano soprattutto la
comunione contemplativa con gli dèi o con l'Assoluto, i seguaci di
Zarathustra agiscono nel campo che l'induismo chiama il «karma-yoga»,
cercando anzitutto di essere strumenti perfetti della volontà divina,
secondo una visione positiva del mondo e un senso etico della vita. Il
Profeta iranico realizzò l'equilibrio dei valori contemplativi cari
all'India con l'ardore dei nomadi ariani, di cui canalizzò la tradizionale
energia.
Costringendo l'uomo a meditare sul valore universale della vita, egli
modificò profondamente la morale tribale, accorgendosi che soltanto l'etica
purificata da ogni idea religiosa preconcetta poteva utilmente servire la
Provvidenza. Utilizzando a suo favore la naturale pietà indo-iranica,
liberata dalle superstizioni sciamaniche e dalla zoolatria delle steppe e
delle religioni popolari, elevò la contemplazione a mezzo per servire
l'etica, non permettendole più di definirsi come scopo individuale. La pietà
assunse il dinamismo del cavaliere nomade per servire la nobile causa
dell'etica. In effetti il carattere specifico dello zoroastrismo si riassume
nella mobilitazione permanente in onore del Signore Saggezza contro devianze
morali, menzogne, falsità, doppiezze, che ripropongono la cattiva scelta e
l'assalto di Ahriman nel cuore dell'uomo. In anticipo di sette secoli sul
cristianesimo, il discepolo di Zarathustra doveva consacrare ogni pensiero,
parola e azione al servizio del Dio unico, forse il meno oggettivato e il
meno formale di tutti gli dèi, poiché Ahura Mazdá è immune dalle tenebre e
non implicato direttamente nel conflitto cosmico.
Tredici secoli prima dell'Islam, l'autore delle Gáthá invitava gli uomini a
combattere due battaglie decisive: quella per la supremazia dello Spirito in
sé, che rappresenta la «grande guerra santa», e quella pìù esteriore contro
i seguaci di azioni tenebrose, la «piccola guerra santa» (moujáhada e djihád
in Islam).
IA LUCE DEL BENE E LE TENEBRE DEL MALE
Il Bene, virtù suprema della Saggezza divina, corrisponde nel campo fisico
alla luce delle stelle e del sole, la sola a consentire la vita e la
crescita. Le tenebre si identificano invece con il Male, non soltanto in
quanto assenza di luce che sopprime la vìta e genera il freddo eterno, ma ìn
quanto rifiuto della luce. Attraverso tale atto negativo, la tendenza del
Male diventa oscurità tenace che produce il freddo assoluto, al quale
corrisponde la glaciazione spirituale, il gelo dell'anima. Questi paralleli
astrali ricordano antichi culti naturalistici e si riferiscono alle divinità
solari. Se Ahura Mazdá trascende gli elementi della creazione fisica, egli
resta tuttavia il Polo della Luce essenziale, il Padre di Atar, espresso dal
Fuoco primordiale, che è la luce folgorante e completamente metafisica, ma
che precede e genera le illuminazioni celesti dei fuochi solari e stellari
del cosmo.
Anche al di fuori del mazdeismo e dello zoroastrismo, l'analogia della luce
celeste con la luce morale si è sempre imposta con forza, a partire dal
meraviglioso inno al sole di Akhenaton (il faraone Amenophis IV, forse la
più antica formulazione inonoteistìca), fino all'esaltazione di Goethe di
fronte all'astro del giorno, passando attraverso ì culti solari degli
Indiani e deì «selvaggi», i quali, mediante un'osservazione attenta della
natura, avevano non solo compreso l'importanza decisiva del sole nella
natura, ma anche identificato la sua azione benefica con quella della luce
dell'anima.
Con l'uso sottile del parallelo tra luce siderale e pensiero morale e
spirituale (uno dei più eloquenti paragoni,resta quello delle sette Entità
divine, le Amesha Spenta, con i sette colori che compongono la luce solare,
visibìle nell'arcobaleno), anche il concetto di «scelta» deriva da una
penetrante visione filosofica.
Il Profeta ha compreso benissimo il potere eminentemente «rivoluzionario»
che racchiude la volontà: possibilità di trasformare il Bene in Male (come
fece Ahriman all'origine), ma anche mutamento dinamico e improvviso, del
Male ìn Bene. della menzogna in verità, della sofferenza in beatitudine.
Potenzialità veramente miracolosa, in quanto non determinata, di
trasfigurare le tenebre in luce: non soltanto capovolgimento di azioni
egoistiche in azioni generose e nobili, ma trasmutazione, mediante
l'alchimia spirituale dell'uomo, delle tenebre stesse in virtualità
luminose. Dal punto di vista pratico il Male dell'universo non fa
concorrenza al Creatore, poiché viene da Lui utilizzato come strumento per
permettere alle creature ragionevoli dí condurre fina giusta battaglia,
sviluppando la superiorità della loro volontà pura sugli elementi deleteri
della Druj (Inganno), incarnazione della perfidia di Ahriman.
IL VALORE DELL'AZIONE
Il mondo non può cambiare soltanto con preghiere e buone intenzioni, e
ancora meno con i sacrifici ritualì che offuscano il pensiero umano. La
stessa pratica religiosa comporta un terribile pericolo: quello
dell'illusione del bene e della coscienza trauilla. Più importante di ogni
altra cosa è agìre, sia che l'azione provenga da una decisione interiore,
sìa da un movimento diretto all'esterno, verso il mondo.
Ma per un Dio puro, saggio e maestoso come Ahura Mazdá, non occorrono
sacrifici od offerte materiali, che troppo facilmente assolvono il malvagio.
L'ìmportante è invece amare la verità, accrescere la giustizia con
l'intelligenza, la parola e l'azione, proteggere gli uomini buoni e gli
animali.
Dopo Zarathustra la liturgia avrebbe potuto sparire. Ma il rituale mazdeo
aveva radici profonde nello psichismo, degli antichi Iranici.
Troppo a lungo ci si è lasciati ingannare dal fatto che il Profeta era uno
zaotar, un autore di poesia religiosa, forse un cantore appartenente a una
famiglia sacerdotale. Spesso è proprio all'interno delle strutture
tradizionali che nascono riformatori e rivoluzionari. Se le Gáthá
utilizzarono la forma poetica degli inni mazdei, il loro contenuto si oppose
violentemente alla religione e agli usi allora vigenti. Nulla era al Profeta
più estraneo dell'ìntenzione di fondare una nuova religione, ,se non quella,
liberata da ogni rituale, dei pensieri puri, delle parole pure e delle
azioni pure, per un Dio non riducibile alle limitazioni dogmatiche. Il clima
religioso fu più forte della sua rivoluzione e le Gáthá furono
successivamente inserite nella liturgia tradizionale con un'intenzione
cultuale che all'inìzio non avevano, ma che, fortunatamente, non modificò il
testo originale.
L'UOMO COOPERATORE DI DIO
In compenso nulla è più lontano dall'ateismo dell'insegnamento del Profeta.
Ma agli occhi di certi osservatori la sua insistenza sul valore dell'azione
e delle opere ha fatto passare in secondo piano la fede, mentre essa si
unisce invece senza sosta alla volontà e all'intelligenza. Nella
speculazione sul valore delle opere, l'Autore delle Gáthá si è spinto più
lontano degli Evangelisti. La legge fondamentale di Ahura Mazdá è definita
nelle Gáthá che sono per l'anima «un alimento e un abito» (Y 28. 10, glossa
38. 4). Zarathustra ha sottolineato i punti più importanti: moltiplicare le
buone azioni, opporre quelle che egli definisce «le virtù della saggezza
divina», (rappresentate dai Santi Immortali) a ogni forma di menzogna, arma
preferita di Ahriman e della Druj e della schiera dei drujvant (i daeva
bugiardi) che ingannano gli uomini, traviandoli e privandoli della felicità
autentica e dell'immortalità. Mediante una vigilanza costante l'uomo deve
espellere dal cuore è dalle azioni ogni impronta tenebrosa, formando il suo
carattere sulla ricerca intelligente dei pensieri buoni, delle parole buone
e delle azioni buone (Denkart, IX 38 4).
Zarathustra restituisce alla religione il suo significato autentico di
legame metafisico tra l'uomo e Dio, e l'anima umana è il canale attraverso
il quale il raggio divino passa per illuminare il mondo: Ahura Mazdá si
incarna sulla Terra «nel giusto e attraverso il giusto». Dio regna solo
nella misura in cui gli uomini sviluppano dentro di sé il riflesso di Vohu
Manah, il Buon Pensiero. Ciò significa affermare l'importanza dell'azione
umana che collabora intimamente alla realizzazione, quaggiù nel regno delle
tenebre, di una copia sempre più perfetta del Regno di Dio.
La condotta religiosa dell'uomo non si riferisce qui a pratiche cultuali, ma
alla pietà di un'esistenza, secondo «le parole che dice e le azioni che
compie», riassunte dalla parola daenam.
E' soltanto il capitale di opere nobili a edificare l'anima nei rapporti
con il suo doppio celeste, daéna, ossia la religione esistenziale e
laicizzata. Daéna è anche l'archetipo spirituale e lo specchio divino che
ogni anima purificata dovrebbe riflettere. Ciò spiega perché l'etica
zarathustriana sia molto esigente e seduca soltanto le anime impegnate nel
difficile cammino dell'evoluzione spirituale. Così come i Farisei ipocriti
furono condannati da Gesù per una devozione religiosa tradita dalle azioni
quotidiane, Zarathustra, prima di Paolo di Tarso, verificava la sincerità
della fede attraverso il valore delle opere. L'ascesi pratica delle Gáthá si
attua attraverso un impegno immediato e non gravato da dotte teorie e vane
discussioni teologiche, assolutamente incapaci di far cessare la crudeltà
verso gli animali e di migliorare il destino dell'uomo.
LA CRESCITA SPIRITUALE
Uno dei meriti di questa etica è quindi quello di aspettarsi dall'uomo una
riforma reale, non limitata alle manifestazioni esteriori e rituali. Azioni
apparentemente pacifiche non implicano peraltro la purezza delle intenzioni.
Se il Male non viene tolto alla radice, alla prima occasione esso
ricomparirà come un'epidemia diffusa. Qui si articola la trilogia di
Zarathustra, dove i pensieri puri dominano e determinano il valore degli
atti.
Il pensiero riveste quindi il ruolo prioritario di una «torre di controllo»
delle parole e delle azioni. Il pensiero puro è la riflessione pia, calma e
controllata dei nostri ìmpulsi naturali, censurati dalla ragione che li
supera: «Parla con la lingua secondo il tuo pensiero, e agisci con le mani
secondo la perfezione del pensiero».
La coscìenza riveste così un ruolo di primo piano, poiché è lo strumento che
opera la scelta assiologica dei movimenti e delle intenzioni: «Nessuna
religione» osserva A.M. Badi', «ha insistito altrettanto sull'idea del
merito e della colpevolezza individuale, in modo assoluto e incondizionato
Una volta operata una scelta, la bilancia pende in modo impercettibile ma
inesorabile a favore della luce di Ohrmaz, oppure delle tenebre di Ahriman.
Alla fine della vita la totalità di luce o di tenebre del nostro essere
profondo farà oscillare l'anima verso il mondo luminoso o verso quello
tenebroso, in funzione del grado esatto di simpatia esistenziale, senza che
mai tale classificazione sia definitiva, così come non è eterno l'infefno.
In contrasto con le concezioni bibliche, la condanna eterna è estranea allo
zoroastrismo, che respinge l'idea che un Dio essenzialmente buono possa
condannare senza appello.
Lo storico W. Durant ha osservato: «L'etica degli Zoroastriani è superiore
persino alla loro teologia, poiché essa conferisce alla vita di tutti i
giorni una dignità e un significato che non può darle una concezione che
consideri l'uomo ( ... ) soltanto un verme ìmpotente o ( ... ) un automa
meccanico. Nel pensiero di Zarathustra gli uomini sono esseri dotati di
libero arbitrio, oiché Ahura Mazdá li vuole autonomi, in grado di scegliere
liberamente tra la Luce a la Menzogna t importante sottoli
neare l'aspetto primordiale, quasi dogmatico,. assunto dall'odio per la
menzogna, poiché tale atteggiamento coraggioso segnerà
profondamente tutto il pensiero iranico. In quanto deviazione dall'Ordine
universale (Asha), di cui Ahura Mazdá è il guardiano supremo, la cattiva
scelta di Ahriman ha trascinato le creature nell'errore e nello smarrimento.
t la menzogna originale che porta in sé la responsabilità dell'illusione di
un mondo dove tutto è inestricabilmente mescolato e, sebbene creato da Dio,
è abitato dalla morte, dalla malattia e dalla disperazione. Il tradimento
più catastrofico verso il Creatore è efficacemente rappresentato dalla prima
menzogna dell'universo, quella che Ahriman cerca di far credere a tutto il
mondo creato, ossia di essere lui l'unico creatore. La rilevanza di questa
impostura è sorprendente, poiché è anche la causa dell'ateismo, una
negazione di Dio che è peccato contro il Santo Spirito, Spenta Mainyu, e
peccato per eccellenza, in quanto gli altri derivano più o meno direttamente
da esso.
DISTINGUERE IL BENE DAL MALE
Come riconoscere il giusto dal malvagio? Ecco un problema che preoccupa il
Profeta il quale, prima di giudicare, si stupisce come in seguito faranno
Euripide e Racine: «II cuore degli uomini perfidi non dovrebbe forse essere
riconoscibile da segni sicuri?». Ciò riporta a due questioni essenziali: che
cosa distingue obiettivamente i buoni dai cattivi? E di conseguenza, che
cosa sono il Bene e il Male, al di là dell'opinione particolare degli
uomini? Il Bene assoluto è incarnato dalla Saggezza di Ahura, che lo
manifesta nelle sue espressioni arcangeliche: Buon Pensiero, Ordine giusto,
Regno nella sua maestà, onore e potenza, Devozione, Salvezza e Immortalità.
Più precisamente, Asha (Ordine giusto) riassume il Bene supremo, morale e
spirituale. Per Zarathustra il Bene è, nei confronti del Cielo, adorare Dio,
incarnandone su questa Terra le eminenti qualità e lottando contro
l'ignoranza e la stupidità di Ahriman; nei confronti del mondo, l'essere
buoni con i giusti e miti con gli animali. Più in generale, il Bene è tutto
quanto accresce la vita nei due mondi (quello materiale e quello
spirituale), il Male, tutto ciò che ostacola tale progresso e aumenta
l'entropia del mondo. Il Bene si sviluppa attraverso le forze centrifughe
nate dai pensieri, parole e azioni nobili e generosi, mentre il Male è
caratterizzato da forze di divisione, di frammentazione e dall'egocentrismo
di ogni frammento individuale che si considera un tutto. Queste forze
unificatrici ovvero separatrici - che noi chiamiamo in termini umani il Bene
e il Male e all'origine divise tra Spenta Mainyu (il Santo Spirito), e
Ahriman - si ritrovano completamente mescolate nella creazione. Il citato
concetto di «mescolanza» merita attenzione, perché tale dualismo provvisorio
(esistente fino a quando le forze luminose si lasciano dominare dalle
potenze tenebrose), non presenta affatto l'umanità divisa tra «buoni» e
«cattivi», in maniera rigida («manichea», si potrebbe dire, secondo
un'espressione familiare e inesatta della dottrina di Mani), come una
scacchiera dalle pedine bianche e nere.
E' la scelta che rende i nostri pensieri, parole o azioni tenebrosi ovvero
luminosi. A meno che non ripeta continuamente la cattiva scelta, è raro che
un uomo sia totalmente malvagio. Ma succede che con l'aiuto del carattere
l'abitudine permetta a un essere incosciente di diventare totalmente
malvagio, facendone una recluta di Ahriman. Gli esseri tenebrosi sono «i
cattivi che non si pentono dell'errore e cercano di distruggere la verità»
(Yt. 44. 14), e poi coloro che «con i cattivi pensieri, parole e azioni,
sprecano la vita animale o la vita umana... coloro che preferiscono il
denaro alla giustizia... coloro che cercano il potere per fare il male»,
tutti questi sono «fiere», «lupi bipedi» che bisogna combattere (Y. 32 e
relative glosse). Rivolgendosi a loro il Profeta usava una parola molto
dura: khrafstra, «bruto privo di intelligenza», termine che nell'Avesta
designa gli animali nocivi.
IL VERO SIGNIFICATO DELLA LOTTA ZOROASTRIANA
Esigendo la lotta spirituale, ma eventualmente anche fisica, contro tutte le
espressioni del Male, non dimentichiamo che il Profeta intende anzitutto la
censura dei nostri impulsi Tenebrosi (grande guerra santa), prima di quella
contro i difetti del nostro prossimo (piccola guerra santa). Ma Zarathustra
completa il suo precetto con una restrizione sconcertante per quella che,
almeno in teoria, viene chiamata la morale cristiana. Infatti egli dice:
«Malvagio è colui che è buono con il malvagio: giusto è colui che mostra
amore al giusto» (46. 6). Affermazione opposta, perlomeno a un primo esame,
al comandamento di Gesù di essere buoni con i nostri nemici e di porgere la
guancia all'avversario, ossia di rendere il Bene per il Male. Ma tale
precetto evangelico, che aveva lo scopo dì superare la legge del taglione,
non viene forse contraddetto da numerosi atteggiamenti decisi, se non
aggressivi, di Gesù? Questo atteggiamento passivo, attribuito al profeta di
Galilea, dominerà tutto il pensiero cristiano, in modo paradossale, dei
resto, se si pensa alle nostre sanguinose guerre di religione.
In compenso, se si chiarisce il precetto zarathustriano con l'altro
consiglio di Gesù, che raccomanda di non gettare le perle ai porci (Mt 7.
6), si capisce meglio che è stupido fare doni al malvagio «che rende la
campagna desolata e insulta il giusto», e che è più conveniente essere
«superbi con i superbi e non con l'umile servitore». Un testo dell'Avesta
commenta così questo ponderato atteggiamento: «Quando si fa un atto di
generosità, bisogna farlo verso chì ne è degno, chiedendosi: quest'uomo, al
quale io faccio un dono, ne è degno? ( ... ) Se qualcuno si comporta
generosamente con l'indegno, fa opera sciocca e inutile. Ogni giorno aumenta
per il donatore il castigo e la tortura, ed è come se avesse distrutto
l'oggetto donato». In conclusione, se Zarathustra concepiva l'esistenza come
una feroce battaglia tra forze luminose e tenebrose, è evidente che il
carattere esoterico della lotta spirituale supera di molto nelle Gáthá e
nell'Avesta ogni lotta essoterica, talvolta necessaria, contro gli avversari
dichiarati del Bello, del Vero e del Bene. Ma per il Profeta - che non può
essere coinvolto nelle azioni politiche della teocrazia sassanide, non più
di quanto possa esserlo Gesù Cristo nei crimini dell'Inquisizione perpetrati
in suo nome - gli avversari del Signore Saggezza non lo sono in quanto
nemici di un dogma e, più universalmente, in quanto seguaci della menzogna
e, delle tenebre morali e spirituali, senza che mai questi nemici della Luce
siano identificati sotto l'etichetta particolare di una razza, di una
nazione o di una religione. Tra gli antichi nemici degli Iranici
sedentarizzati, non ci fu forse il discendente di una tribù turanica, il re
Vishtaspa che, contro ogni aspettativa, divenne il protettore insigne del
Profeta? Nel capitolo che fustiga i nemici della fede, cioè delle virtù
universali del Bene, egli prevede per loro soltanto castighi spirituali,
così come Gesù prometteva «pianto e stridor di denti». Si tratta delle pene
che nell'altro mondo, dopo il passaggio del ponte del Vagliatore, il «ponte
Chinvat», attendono le anime tenebrose, giudicate unicamente per la qualità
delle loro azioni.
«Invece di insistere, come fa l'Antico Testamento, sulla responsabilità
collettiva delle generazioni e delle tribù» scrive A.M. Badi', «le Gáthá si
rivolgono alla coscienza dell'uomo: esse gli insegnano la rettitudine, la
giustizia e la lealtà; lo mettono di fronte alle sue responsabilità e lo
lasciano vivere e agire a suo modo, liberamente e senza costrizione, come
deve vivere e agire un uomo intelligente e dotato di ragione, che si avvale
del libero arbitrio. Malgrado l'origine strettamente nazionale e iranica, la
religione di Zoroastro cessa di essere la difesa di un solo popolo e
l'avvocato degli ideali di una sola nazione; attraverso l'individuo aspira
all'universalità.» L'autore delle Gáthá.. giudica l'uomo soltanto dai
pensieri, dalle parole e dagli atti; il sangue e gli antenati non lo
interessano affatto. Prima del "buon pastore", Zoroastro adotta le pecore
che non sono del suo ovile, prima dell'autore del Corano dichiara che Tuomo
già gravato non porterà il carico di un altro
Ma come far accettare la protezione dell'agricoltura e del bestiame in una
società dominata dalla superstizione ctoniana dei sacrifici cruenti, se non
con l'aiuto di un potere temporale? L'insistenza con cui il Profeta cerca
l'appoggio di un kavi è proporzionale alla gravità della situazione
ecologica ed economica, e alla dignità di una riforma morale molto avanzata
rispetto al suo tempo. E' probabile che senza la protezione di Vishtaspa e
l'aiuto dei discepoli che avrebbero costituito la prima comunità
zoroastriana, le Gáthá, sia pur incomplete, non ci sarebbero mai pervenute,
e la rivoluzione spirituale sarebbe stata lettera morta. Prima di affrontare
il problema della carità, virtù che proviene da Khshatra, il terzo Santo
Immortale, rileviamo un punto di capitale importanza, in cui la riforma
zarathustriana ha del tutto rovesciato lo spirito della funzione guerriera,
e che, in India, indica la seconda casta, quella dei kshatriya, ossia,
appunto, i guerrieri. Zarathustra non si è accontentato di rovesciare tale
funzione tradizionale indo-iranica per passare, ad esempio, dalla brutalità
bellicosa a una fiacca carità.
Egli ne ha conservato il dinamismo e il carattere militante modificandone
completamente lo scopo e trasferendo quel che restava del contenuto
guerriero al livello della grande battaglia mistica. Analizzando la
metamorfosi così operata, G. Dumézil ha mostrato come la terza virtù divina,
Khshatra, sia stata sostituita al dio guerriero Indra nello sforzo
moralizzatore delle Gáthá. La forza guerriera espressa da questa divinità ha
subìto una trasformazione radicale nel nuovo significato del combattente
dell'Ordine, Asha, e del Buon Pensiero, Vohu Manah.
Con la riforma Khshatra è diventato il Regno divino, il soggiorno eterno di
Ahura Mazdá e, in un certo senso, il Paradiso. Di lì in poi Khshatra sarà
«la forza guerriera al servizio della battaglia mistica... la sola che il
poeta conosceva Ciò che restava di Indra e della funzione guerriera fu
assorbito da Mitra, altra divinità della guerra. Ed è in nome di questo dio
indo-iranico che l'Avesta recente introdurrà nella tradizione
mazdeo-zoroastriana un carattere guerriero che era stato completamente
trasfigurato da Zarathustra a favore del dinamismo delle azioni pure e della
lotta spirituale.
GIUSTIZIA, CARITÀ E TOLLERANZA
La dottrina di Zarathustra conserva l'impronta profonda del pacifismo, della
giustizia, del perdono, della carità e della misericordia espressa persino
attraverso gli animali. Bisogna.dunque cessare di confondere l'appello alla
lotta morale con la guerra santa di altre religioni un tempo militarizzate.
Si troverebbero le stesse apparenti contraddizioni in Cristo, quando, dopo
aver pronunziato parole di pace, stigmatizzava i Farisei, affermava che non
era venuto sulla terra per portare la pace, ma la spada, o cacciava i
mercanti dal tempio. (Mt 4. 49; 10. 34; Lc 12. 51; Mc 21.12).
Per Zarathustra la menzogna è il più grande peccato, la fede la più grande
virtù, ma ovviamente non si tratta di una fede cieca. A differenza del clero
che si intromise tra Dio e gli uomini per assolvere le loro colpe, qui, come
nell'induismo, con il karma, non c'è «nessuna remissione dei peccati,
nessuna assoluzione per i crimini, nessuna redenzione, né riscatto per le
colpe. Il corso inesorabile della legalità universale non può essere deviato
al prezzo di alcun sacrificio... Qui hanno valore tutti i pensieri, tutte le
parole, tutte le azioni dell'uomo. Buone o cattive, sono tutte a carico di
chi le compie, che, dopo la morte del corpo, è ancora responsabile della sua
anima e passibile della legalità universale».
Se questi dettami sembrano severi, tuttavia si impongono per liberare la
coscienza religiosa dai riti propiziatori e dalle indulgenze clericali. Per
contro, un esempio di giustizia divina è la metafora dell'espiazione di un
potente signore che Zarathustra immaginò nell'inferno, in preda ad atroci
torture (si intendono torture morali nella carne spirituale, caro
spiùtualis) tranne al piede destro, perché con quel piede una volta aveva
gettato del fieno a un bue affamato.~'~ Se il pentimento e la confessione
sincera della debolezza ricevono il perdono divino, è perché sono già di per
sé una presa di coscienza purificatrice, una catarsi, e in una invocazione
al Signore Saggezza Zarathustra stesso chiede il perdono degli errori
commessi (Y 33. 11).
Una glossa dell'Avesta spiega: «E penitenza quella che si fa per un peccato
commesso e quando non se ne commettono altri; se se ne commette un altro, il
primo ritorna C'è in questo tutta la logica di una confessione autentica;
come il Padre di Gesù Ahura Mazdá può perdonare settantasette volte, oppure
respingere la mano o il piede che sono occasione di peccato: anche lui fa
sorgere il sole sui buoni e sui cattivi, cadere la pioggia sui giustile sui
loro oppositori.
Dobbiamo convenire infatti che i nostri peccati non potrebbero offendere Dio
nella sua trascendenza come un sovrano suscettibile o una legge capricciosa.
Essi favoriscono soltanto le potenze delle tenebre e ritardano la nostra
trasfigurazione. In definitiva è a noi stessi che facciamo torto. Ma il
pensiero zarathustriano è così elevato che giova all'anima di colui che se
ne nutre: «La religione di Mazdá, o Spitama Zarathustra, monda il fedele da
ogni cattivo pensiero, da ogni cattiva parola, da ogni cattiva azione,
veloce come un vento possente che spazzi la pianura Non manca qui neppure la
carità, chiave dell'insegnamento evangelico. Con-la misericordia essa è
invocata dall'arcangelo Khshatra, la terza espressione divina e, nell'ordine
umano, si chiama asho-dád, «dono al giusto». Avaro è l'uomo che rifiuta di
fare la carità,'"' perché le opere compiute in questo mondo favoriscono
l'avvento del Regno futuro: «Colui che soccorre il povero, fa regnare Dio».
IL VERO SIGNIFICATO DELLA PACE
La pace che Zarathustra vuole è profonda e reale. A che serve, ad esempio,
uccidere un uomo malvagio o pericoloso, la cui anima funesta continuerà ad
avvelenare l'etere psichico dell'umanità? t meglio risvegliare le
intelligenze, illuminare le coscienze, frenare l'ostilità dei prepotenti con
l'esempio nobile e, se è necessario, neutralizzarli con l'azione fisica per,
bloccare la loro opera dannosa nell'immediato presente (Y 53. 8), ma non
bisogna mai utilizzare i mezzi perfidi dell'avversario, se i metodi di
intervento abbelliscono oppure offuscano il fine. Le forze luminose devono
sempre offrire la pace quale felice soluzione di ogni conflitto, così come
nella mitologia mazdeo-zoroastriana lo Spirito Buono l'ha offerta ad Ahriman
che l'ha respinta. L'Artavan zoroastriano accetta il combattimento soltanto
perché, dopo l'aggressione di Ahriman, quella è purtroppo la regola del
mondo. Del resto, il principio stesso della vita, dal microcosmo fino al
regno dell'uomo, non si traduce forse in una lotta generale tra cellule e
virus di tutti i tipi? Soltanto l'incarnazione delle virtù divine può
instaurare una pace definitiva, tale da trasfigurare per sempre l'umanità.
Per questo ogni credente zoróastriano è un artigiano di pace mediante la sua
nobile lotta essoterica ed esoterica.
ESCATOLOGIA
L'escatologia esposta dal Profeta non separava l'aspetto pratico dal destino
teleologico della creazione. Il microcosmo umano, replica del macrocosmo,
non fu mai una concezione puramente teologica, così come la visione generale
del divenire spirituale dell'umanità non era separata dal destino di ogni
uomo e dal significato della vita pratica di ogni giorno.
Essendo l'uomo per natura più incline all'ozio spirituale che allo sforzo
per raggiungere la perfezione, le religioni che negano il valore della vita
sedussero un numero maggiore di fedeli. Al di fuori dell'interesse
pragmatico che motiva quasi tutte le azioni umane, è necessaria un'etica
molto incisiva per penetrare nella coscienza profonda dell'uomo e
convincerlo ad agire senza profitto o per compensi spirituali. Spesso, solo
la paura della morte provoca l'imperiosa necessità di uno sviluppo
spirituale.
All'idea enunciata da Malebranche, secondo la quale bisogna credere per
comprendere, Zarathustra aggiungeva l'imperativo del dovere, perché qui più
che altrove Dio ha bisogno di uomini giusti come collaboratori. Fin dalle
origini avestiche e grazie a una vigilanza costante, lo Zoroastriano
convinto libera dunque i suoi pensieri da ogni impurità, dalla più piccola
divergenza con la verità centrifuga e da ogni desiderio personale nella
determinazione delle sue azioni. Nella vita quotidiana tale catarsi morale
si accompagna a una costante preoccupazione di igiene e di purezza che tende
ad allontanare ogni sozzura e ogni forma di inquinamento, condotta che
nell'epoca sassanide diventerà ossessiva. Ma l'avvicinarsi al divino
splendore non è che una tappa confortante ma abbagliante, essendo la
proprietà dell'estasi autentica quella di minimizzare fino a renderlo
insignificante ciò che, normalmente, racchiude un significato esistenziale.
L'immersione nell'Assoluto fa dimenticare il grottesco della riduzione
ahrimaniana. Ora, la trasfigurazione dal basso può realizzarsi solo al suo
stesso livello, attraverso l'azione alchemica dei giusti, i quali preparano
' l'avvento lontano, ma sicuro, del Saoshyant, il Salvatore della fine dei
tempi che verrà a completare la metamorfosi del mondo.
Questa parola che è diventata il nome proprio del Salvatore escatologico,
designa il Giusto, i cui atti partecipano al rinnovamento della creazione.")
Tale visione, che feconderà tutto il pensiero religioso del Vicino Oriente e
del buddismo del Grande Veicolo (Mahayana), e che preannuncia l'èra del
Messia spirituale e del suo Millennio in Israele, non comporta assolutamente
una data cronologicamente prefissata.
Certamente la mitologia pahlavi immaginava la soluzione escatologica tremila
anni dopo la venuta di Zarathustra, poiché annunciava che il Saoshyant
doveva nascere dalla sua stessa razza, e l'idea genetica era rappresentata
dallo sperma del Profeta, che presso un lago sacro attendeva di fecondare
una vergine che vi si sarebbe immersa. Ora, colui che, per usare
un'espressione evangelica, adottava le pecore che non erano del suo gregge,
non avrebbe evidentemente introdotto nessuna idea «razzisúca», e si deve
intendere il significato di un linguaggio spirituale, e non quello di una
filiazione etnica e familiare. Prima di Gesù che aveva riconosciuto i suoi
fedeli discepoli come veri parenti (Mt 12. 46-50), Zarathustra aveva
considerato parente stretto ogni uomo che si opponesse al Male, poiché i
suoi veri parenti, gli Spitama, a parte il cugino primo, non l'avevano
aiutato quando si era trovato nella disperazione (Y 46. 1-5). Confermando la
parentela morale e spirituale, un altro testo considera discendenti di
Gayomart, Uomo puro primordiale, tutti coloro che compiono delle buone
azioni. Così, il termine di «saoshyant», che come nome proprio si riferisce
al futuro Salvatore, comprende anche tutti coloro che sono impegnati nel
rinnovamento del mondo (Y 30. 9; Y. 70. 4).
SOTERIOLOGIA
Per Zarathustra, la gioia e il dolore sono la conseguenza ineluttabile di un
equilibrio assoluto di cause ed effetti, come insegna la dottrina indù del
karma. Laddove imperversano la confusione e la mescolanza, nessun uomo,
anche se giusto, sfugge alla tentazione del peccato né ai colpi di Ahriman,
deciso fin dall'origine a nuocere a chiunque tenti di sfuggire alla sua
opera.
In ogni uomo convivono le influenze opposte dei due Spiriti, e il mondo
cresce impercettibilmente per la sua scelta felice. La mescolanza di Bene e
di Male, così inestricabile da confondere lo spirito umano, cesserà soltanto
il giorno del Giudizio finale in cui, finalmente, una maggioranza
determinante di esseri evoluti avrà individuato le conseguenze del Male, che
il salvatore Saoshyant terrà per sempre lontane dalle anime di luce, ormai
trasfigurate dalla purificazione spirituale. È quindi assolutamente vano
cercare in questo mondo di tenebre segni infallibili di una giustizia
superiore. In compenso, il tema centrale delle Gáthá si basa sull'equilibrio
perfetto di ricompense e di castighi meritati con le opere. Quasi ogni inno
dice o sottintende che cause malvage provocano sul loro autore effetti di
natura identica, mentre il Bene viene restituito a chiunque lo faccia.
Tuttavia questa visione di una giustizia infallibile viene completata dal
concetto dello «spazio qualitaúvo» dove si realizza l'equilibrio tra il Bene
e il Male: il «paradiso» (garodman) per l'escatologia individuale, e il
Regno divino, «futuro», per la ricompensa universale alla fine dei tempi.
L'idea del Regno di Dio introdotta nelle Gáthá, qui «personificata» nella
designazione astratta di Khshatra, comprende sia l'idea dell'Impero assoluto
di Ahura Mazdá, sia quella di sovranità in quanto potenza, sia infine quella
di luogo sacro in cui essa si estrinseca senza mescolanza e dove le anime
giuste troveranno la felicità eterna.
L'ANIMA E GLI AIUTI SPIRITUALI
La tradizione zoroastriana ha completato l'intervento degli irradiamenti
dinamici di Dio nel mondo (gli Amesha Spenta, «personalizzaú» in
arcangeli), mediante una gerarchia di esseri divini che in qualche modo
agiscono come prolungamenti dei primi: gli yasata e le fravashi (fravarti).
Tra le facoltà spirituali dell'uomo si distinguono: ahu, il principio vitale
che scompare con la morte fisica; baodha, l'intelligenza e la facoltà di
percezione che seguono l'anima dopo la morte; urvan, l'anima, la coscienza
che distingue il Bene dal Male e resta responsabile delle azioni commesse
durante la vita e ne sopporterà le conseguenze post mortem; daéna, che
abbiamo già incontrato, e la fravarti, le ultime due sono le virtualità o
potenzialità esterne all'uomo.
Mentre gli yazata (lett. «adorabilì») sono identificabili con gli «angeli»,
e con il loro nome generico designano la totalità delle entità divine, le
fravarti sono anime individuali e immortali, la cui definizione è molto più
complessa. Esse hanno forse origine nell'antica credenza indoeuropea negli
spiriti degli antenati, ma il loro ruolo è molto più importante e diverso, e
non va confuso con l'anima, né con daéna. Secondo la tradizione, le fravarti
occuperebbero nella «gerarchia» celeste un rango inferiore agli yazata.
Originariamente esse furono identificate con i geni protettori, ma ben
presto assunsero il ruolo benefico di «cavalieri armati che proteggono il
Cielo», quasi ad anticipare le milizie celesti dell'arcangelo Michele. Esse
assistono i Santi Immortali e proteggono la buona creazione. Nate dalla
prima creazione di Ahura Mazdá, sono entità divine ed attive, mentre daéna
rappresenta il riflesso divino passivo, al di sopra delle coscienze. Tra le
fravarti schierate sugli «avamposù» del Regno di luce, moltissime hanno
scelto eroicamente di scendere sulla Terra per proteggere le anime giuste.
La prima fu lo spirito di Gayomart, il primo uomo spirituale, e l'ultima
sarà quella di Saoshyant, che verrà a combattere la battaglia finale. Dopo
aver individuato le anime'pie, le fravarti diventano le «sante fravarti dei
giusti» e in quanto tali sono in qualche modo i loro angeli protettori, o
spiriti tutelari. Se l'anima giusta si unisce alla sua fravarti dopo la
morte, questa, in quanto creatura divina, non può essere coinvolta nella
scelta dell'uomo durante la vita. Ogni uomo che, mediante scelte sempre
migliori, oppone un totale di scelte buone superiore a quello di scelte
cattive, trova una fravarti che lo guiderà e si prenderà carico di lui come
angelo custode. Il proverbio Aiutati, che U Cielo ti aiuta», assume qui un
valore inatteso. Se un'anima giusta retrocede mediante una serie di scelte
sbagliate, la fravarti può finire per abbandonare quest'uomo che perde così
anche il suo Xvarnah, l'aureola di gloria celeste e di potenzialità.
Lo Xvarnah, rappresentato da un alone o da un'aureola (il futuro nembo
cristiano), è il raggio che nasce dal Fuoco di vittoria del Dio di Luce, che
protegge e accompagna gli esseri.di luce, secondo l'intensità per così dire
di «voltaggio» spirituale da loro emanato. . Se la fravarti ha un ruolo
essenzialmente attivo nel collaborare alla trasfigurazione del mondo, daéna
svolge il ruolo non meno importante, ma passivo, di riflesso divino al di
sotto della coscienza. Quale archetipo che dimora in Cielo, essa è il sole
dell'anima, e riflette tutte le azioni dell'uomo e l'intensità della sua
pietà. Per questo, al di là di ogni mediazione ecclesiale daéna costituisce
la religione individuale di ciascuno, la sua relazione intima con Dio, che
risponde del suo divenire post mortem in funzione della bellezza o della
bruttezza della sua esistenza.
LA PROVA E LA SALVEZZA
Mura Mazdá non assume quindi mai il ruolo di «giudice» che le altre
religioni hanno antropomorficamente attribuito a Dio. L'uomo è giudicato
unicamente dal valore assiologico della sua condotta terrestre, mediante un
processo esatto e intangibile quanto l'equilibrio delle leggi fisiche. La
salvezza personale dipende non dall'arbitrio divino, ma da un ordine
superiore, poco capriccioso come quello che presiede l'euritmia cosmica.
Essendo Dio assoluta bontà, «Padre, Fratello giurato e Amico» del credente,
spetta soltanto all'uomo con la sua' condotta aprirsi ai raggi santificanti
della grazia divina. La bontà di Dio non può evitare di irradiarsi più di
quanto non lo possa il sole. Ciò che noi definiamo «giustizia» consiste in
un avvicinamento o in una privazione dell'irradiamento divino. Ma ben lungi
dall'esistere solo in quanto assenza di luce, l'impero delle tenebre
racchiude abissi insondabili che per la loro cecità spirituale la luce non
raggiungerà mai; in questo spirito zoroastriano, l'evangelista Giovanni
dirà: «La luce brilla nelle tenebre e le tenebre non la ricevono». Il raggio
di luce celeste che vi giungesse si perderebbe in un pozzo senza fondo.
L'aspetto primordiale che caratterizza il Giudizio finale (il Grande Giorno)
è la grande ordalia, in cui il Fuoco celeste metterà alla prova le aninie
trasfigurando i giusti che acquisiranno un corpo Ai bronzo», simbolo di un c
orpo spirituale incorruttibile e immortale; e brucerà gli irriducibili
seguaci delle tenebre, obbligandoli a rifugiarsi nel nulla dell'Abisso, con
il quale hanno sempre simpatizzato. L'ordalia, o prova del fuoco nel mondo
indoeuropeo, si è trasmessa come «giudizio di Dio» presso i popoli
germanici, prima di essere sostituita in Europa dal duello in cui si
riteneva che Dio concedesse la vittoria all'innocente. Pratica frequente nel
contesto ariano, fu utilizzata da Zarathustra, come farà Gesù con l'Inferno,
in quanto minaccia fisica per gli uni e metafora spirituale per gli altri,
atta a ricordare la posta in gioco e la gravità delle scelte dell'esistenza.
LA MEMORIA E LA RESURREZIONE
Alla fine del mondo l'ingresso trionfale nel Regno divino delle anime che
hanno vinto la grande ordalia del Fuoco celeste, costituisce la ricompensa.
dei giusti che, liberi dal Male, da allora partecipano agli splendori della
creazione ideale. La Resurrezione ripete infatti la creazione primordiale di
Ahura Mazdá, realizzando un ritorno al Regno immacolato dí una moltitudine
di anime purificate, generate originariamente da Aliriman, in quanto spirito
demiurgico, allorché esplose in una miriade di focalizzazioni particolari
immerse nella corrente della vita cosmica. Dell'escatologia e
dell'apocalisse avestiche bisogna sottolineare l'importanza fondamentale che
due intuizioni zoroastriane ritroveranno nelle religioni extra-iraniche: il
Regno di Dio e la resurrezione dei corpi. Se è inutile, per il momento,
insistere sulla nozione di Regno di Dio, di cui ciascuno conosce
l'importanza nel cristianesimo, bisogna invece sottolineare il carattere
essenzialmente spirituale della resurrezione nello zoroastrismo, mentre nel
giudeo-cristianesimo prevarrà l'idea di una resurrezione fisica dei corpi.
Se Zarathustra non ha definito la resurrezione dei morti in quanto tale,
l'ha tuttavia ampiamente preparata, giacché essa viene elaborata
precocemente, fin dalla prima comunità zoroastriana (Y. 30. 9). Le idee di
rinnovamento del mondo e della vita (la distinzione tra spirito e corpo, tra
mondo spirituale e mondo fisico, tra la creazione di Ahura Mazdá e la
creazione materiale), prepararono l'idea di resurrezione che egli sembra
aver identificato con la trasfigurazione generale del mondo alla fine dei
tempi.
In ogni caso, per Zarathustra il divenire spirituale dell'anima e l'idea
della sua ascensione sono evidentemente incompatibili con una resurrezione
fisica della carne, «quando egli (il vittorioso Saoshyant e gli altri suoi
amici) farà un mondo nuovo, sottratto alla vecchiaia e alla morte, alla
decomposizione e alla putrefazione, eternamente vivo, eternamente in
crescita, sovrano della propria volontà, quando i morti si leveranno, quando
l'immortalità sarà data ai vivi e il mondo si rinnoverà a piacimento» (Yt. 1
g. 11 e 89). Essendo il corpo fisico il frutto della riproduzione naturale,
in cui lo spirituale e il materiale si trovano mescolati fin dall'origine
della creazione, la resurrezione si può compiere soltanto al di fuori della
mescolanza responsabile dei limiti materiali e della morte, così come alla
Resurrezione l'inferno deve scomparire.'
DESTINO, KARMA E AZIONE ZARATIIUSTRIANA
Si è sempre considerato lo zoroastrismo come un pezzo d'archeologia isolato
dalle altre religioni orientali, ed è quindi importante ricostruire alcune
sue idee fondamentali rispetto ad altre che si svilupparono altrove, anche e
soprattutto se questi concetti sono in contrasto tra loro. Si rende così
necessario uno studio comparato tra l'etica dell'azione e l'idea del
«rimbalzo» degli atti nell'induismo, legata al concetto di karma che ha
penetrato quasi universalmente le religioni dell'India.
Come si è visto, lo zoroastrismo completa l'idea di un karma individuale
con la visione grandiosa che unisce il destino di ciascuno a quello di
tutti. Ciò che si oppone all'etica zoroastriana dell'azione è la nozione
buddista radicale, secondo la quale anche un'azione buona si rivela nefasta
perché coinvolge l'autore nel mondo dell'illusione, dal quale bisogna
assolutamente staccarsi. Anche quando l'ideologia è animata dal concetto
buddista della compassione, raramente viene riconosciuto alla volontà il
potere di modificare il corso del destino e di favorire l'intervento della
Provvidenza. L'incertezza permanente, tra la volontà etica e la paura di
generare il karma (atteggiamento dell'asino di Buridano), non permette lo
schiudersi di un misticismo attivo come quello, articolato su una cosmologia
etica, che si sviluppa nella filosofia di Zarathustra.
Il buddismo rifiuta il desiderio perché determina l'atto che, a sua volta,
provoca il karma e la catena infernale delle reincarnazioni. Ma il rifiuto
di ogni attività e di ogni volontà è ancora desiderio: quello
dell'affrancamento e della rinuncia al mondo. Tuttavia il buddismo rifiuta
soprattutto il desiderio, in quanto movente di molte azioni egoistiche.
Eppure esso appare una necessità dell'anima. Probabilmente bisogna
distinguere più forme di desiderio e non confondere desiderio e volontà,
come invece fecero Condillac e Schopenhauer. Tutto quanto è voluto è
desiderato, ma si desiderano molte cose che non si sanno volere. Pensiamo
alla lotta interiore di Paolo: «Non faccio il bene che voglio e commetto il
male che non voglio» (Ring -Veda 7. 16). Quando viene esaminato dalla
riflessione, il desiderio si trasforma in volontà che comporta decisione,
determinazione ed esecuzione. Esso può quindi essere altruistico ed è
nefasto solo quello che domina incontrollatamente la vita affettiva; mentre
diventa nobile soltanto dopo essere filtrato dalla coscienza, che lo rifiuta
o lo esprime. Secondo Platone Fedro le due espressioni del desiderio
diventano due princìpi: il desiderio istintivo del piacere e il gusto
ponderato del bene. Il pericolo consiste quindi nel rifiuto sistematico di
ogni desiderio, perché senza di esso l'uomo non potrebbe vivere, né sperare,
e neppure pregare. Il mondo delle idee pure di Platone potrebbe possedere la
bellezza serena, contenere i modelli eterni delle cose, ma se non fosse reso
vitale dal desiderio, resterebbe completamente astratto e utopistico.
Vi sono dunque desideri lodevoli opposti a desideri egoistici, volontà
centrifughe estranee alle passioni centripete. Una meditazione unicamente
tesa all'affrancamento dal mondo si rivela quindi molto diversa, nel suo
vettore, dalla preghiera virile piena di compassione, ma anche piena di
speranza nella possibile vittoria sui mali dovuti alla stupidità e
all'ignoranza. Questo ottimismo, che lega la salvezza di ognuno non più a un
nirvana dissociato dall'uomo e dalla vita pratica, ma allo sforzo totale di
trasfigurazione dell'umanità, giustifica la fede zoroastriana. La ricerca
dell'estasi assume anch'essa due aspetti opposti secondo la disposizione
filosofica che l'accompagna: quello del nirvana e del samadhi, i cui mistici
inseguono il completo distacco dal mondo spazio-temporale e privano dì ogni
valore anche l'azione più nobile; e quella che si incontra come coronamento
di una vita santificata nell'azione generosa, e il cui soggetto diventa più
forte e disponibile agli altri.
LA CONTRADDIZIONE KARMICA E L'AZIONE
Secondo la legge del karma, o di causalità assoluta, se A fa del male a B, è
solo perché B, per le sue azioni precedenti, l'ha meritato. A è quindi lo
strumento della legge karmica legge cieca che conosce soltanto l'equilibrio
dei mali e la legge di «vendetta» simile a quella del taglione, che ignora
ogni etica di pietà e di perdono. Il karma si basa quindi su una legge di
equilibrio di causa ed effetto, che esclude ogni intervento provvidenziale.
Non può essere una legge divina, tutt'al più è una legge demiurgica. In
questo mondo dei tre livelli inferiori della creazione (secondo l'induismo:
bhurloka, bhuvarloka e svarloka), ogni offesa è quindi «meritata» e ogni
sofferenza risponde alla propria eco. Oppure si ammette che se A ha agito
«giustamente» facendo del male a B, a sua volta non ne sarà vittima; che la
reversibilità del karma si ferma laddove l'azione è buona. Ma la legge
karmica afferma che persino gli dèi non liberati dal campo delle azioni sono
sottomessi a questa legge suprema, più irreversibile di quella di Zeus che
incatenò Prometeo alla roccia, visto che Eracle poté liberarlo con un'azione
eroica. Legge spietata, in verità, in cui malgrado ogni volontà altruistica,
l'uomo resta impotente e incapace di compassione attiva, essendo ogni
sofferenza assolutamente «meritata» secondo un karma precedente. Nel momento
in cui A rifiutasse di fare il male che ricade su B come un boomerang, pur
essendo cosciente della «giustizia» di questo male, sottraendovisi
riconoscerebbe la superiorità della volontà sul decorso ineluttabile del
karma. Se, per di più, A rendesse a B il bene per il male, farebbe
intervenire una legge estranea al mondo causale e di natura completamente
diversa, che infangherebbe la fatalità del karma: legge d'amore e di, carità
proveniente necessariamente da una fonte essenzialmente diversa, da un mondo
ideale, la cui giustizia superiore non dipende dalle leggi della creazione
materiale. Si sa che, per Zarathustra, spetta agli uomini giusti instaurare
la «giustizia» ideale su questa terra, come riflesso terrestre del Regno
sublime.
La volontà etica interviene allora in questo mondo come l'eco lontana di una
giustizia imprevista, insperata e provvidenziale, in una creazione che fino
allora conosceva soltanto l'impietoso destino dello scontro di forze cieche.
Senza negare la relazione di causa-effetto, che lo zoroastrismo non ignora
poiché intende eliminare gli effetti nefasti introducendo cause buone,
sembra assurdo credere a un equilibrio assoluto di causalità in questa sto
mondo, laddove la mescolanza e l'interferenza dei fatti e degli atti sembra
essere inestricabile come un volo di boomerang che si scontrino nell'aria.
Infatti, se Dio fosse l'autore del karma, si potrebbe dire che se A
rifiutasse di fare il male, «giustamente» meritato da B, si opporrebbe alla
sua volontà. Zarathustra assume quindi verso il karma la stessa posizione di
Gesù verso la legge del taglione. In realtà il karma è molto simile al
destino che governa bene solo il mondo fenomenico.
Totalmente indifferente al destino dell'individuo, la natura sì occupa
soltanto di quello della specie che lo contiene. Essa non riconosce l'azione
umana e si preoccupa soltanto di ristabilire l'equilibrio di fronte al suo
intervento. Per la natura tu tti gli esseri sono uguali e l'esistenza dei
microbo più dannoso è circondata dalle stesse cure di quella del suo genio
più grande. Le leggi impietose del mondo fisico (leggi atomiche,
astronomiche, elettromagnetiche, chimiche, biologiche e fisiche), ci reggono
diìprezzando ogni coscienza di ordine diverso dal loro, indifferenti alle
nostre azioni, criminali o sante che siano.
POTENZA DEL LIBERO ARBITRIO
Il filosofo ebreo Abraham Ibn Ezra, che visse nella Spagna musulmana dell'XI
secolo, osservò felicemente che l'uomo è sottomesso alle grandi leggi di una
natura che non fa distinzioni particolari. Ibn Ezra nota infatti che tutti
gli esseri sublunari sono legati ai corpi celesti, che esercitano su di loro
un'azione irrefragabile e che per l'uomo l'unico modo di sfuggire al
determinismo degli astri consiste nel fare appello a una forza supenore alle
potenze astrali. Commentando la Bibbia il filosofo illustra il suo pensiero
con due esempi. Il primo dice: «In seguito alla congiunzione astrale un
fiume deve straripare e sommergere gli' abitanti di una città; un profeta li
esorta a ritornare a Dio, ispira loro l'idea di uscire dalla città; la città
è inondata, ma gli abitanti sono salvi»; il secondo dice invece: «Gli'astri
assomigliano a cavalli che galoppano di gran carriera, non per fare del bene
o del male, ma perché quella è la loro natura. Un cieco si trova sulla loro
strada... si appoggia a un vedente che lo guida seguendo il ,percorso dei
cavalli. Il galoppo dei cavalli non cambia, ma il cieco si salva. Quindi non
si può mai spezzare il determinismo astrale, ma soltanto deviarlo con
l'intelligenza
Ogni essere coinvolto nella creazione mista subisce le leggi implacabili di
una natura imperfetta, dovuta all'errore originale di Ahriman. Ma nell'uomo
il dolore incosciente dell'animale è raddoppiato dall'interrogativo
angoscioso sulla causa. Soltanto l'appello interiore di un ordine perduto
gli permette di misurare la tragedia della sua condizione e di quella delle
creature coinvolte in un conflitto di forze titaniche. Il karma universale
delle creature le tocca come,altrettante focalizzazioni di una coscienza
demiurgica esplosa e straziata, le quali, dimentiche della loro origine ed
unità comuni, si oppongono le une alle altre.
Soltanto la cerebralizzazione delle forme evolute dà all'evoluzione,
mediante il libero arbitrio ritrovato, uno strumento atto a rispondere
all'appello incessante che il Santo Spirito lancia agli uomini. Ma alla
causa prima che ha comportato lo svolgersi del destino karmico si aggiungono
nuove cause generate dagli errori di percorso dell'umanità, che rendono
collettivamente più penose l'esistenza e l'ascensione. La liberazione
progressiva dalla prigionia della materia e dalle passioni nate
dall'ignoranza richiede sforzi proporzionati al peso dei legami che uniscono
ancora l'uomo non rinnovato all'Errore. La responsabilità umana è allora
direttamente proporzionale al risveglio della sua coscienza. L'esercizio
cosciente del libero arbitrio si effettua in proporzioni minime, ma
determinanti. Dall'alleanza originaria affermata dalla mitologia
mazdeo-zoroastriana, o dall'origine comune individuata dalla paleontologia,
l'animale ha il diritto di aspettarsi la protezione dovuta da una forma
superiore di vita a quelle che ignorano il grande dramma del quale sono
passive partecipi.
TRANS-INCARNAZIONE E REDENZIONE
La reincarnazione necessaria all'induismo non apparve tale all'altra
corrente di pensiero indo-iraniano. Ciò deriva dal fatto che l'idea della
migrazione delle anime rappresenta nella sua prima fase una certezza di
rinnovamento in un mondo conosciuto. Per molti è più rassicurante sperare in
un ritorno su questa terra, piuttosto che attendere una sopravvivenza in un
Aldilà, la cui natura ci sfugge. Ma quest'ultimo atteggiamento esige molta
più fede del primo, di fatto alquanto materialistico.
Per questo è soltanto nella sua seconda fase filosofica che la
reincarnazione apparve agli yogi e a Budda come una sventura. Ma se c'è
reincarnazione dell'anima individuale, com'è possibile che ogni generazione
debba imparare nuovamente tutto il sapere precedente, senza che le
esperienze passate servano in alcun modo alle successive, facendo apparire
la Storia come un eterno ritorno? L'evoluzione dell'umanità progredisce con
una lentezza cosmica, come se solo una coscienza superiore ne tirasse le
somme; e comunque si tratta di una reincarnazione, nel quadro di una teoria
che considera necessaria la compensazione di una vita con l'altra, e di una
dottrina basata sull'equilibrio; che pretende di essere giusta senza esserlo
affatto, e che fa pagare il debito karmico senza conoscere le cause, in
quanto ogni nuovo cervello non possiede alcun ricordo atto a trarre
insegnamento dalle esperienze precedenti.
Né d'altra parte si può «pagare» un debito di cui non si è responsabili (è
per questo che la sofferenza animale inficia l'idea di karma personale),
altrimenti non c'è né giustizia né equilibrio. In compenso ci può essere
incarnazione perpetua dell'umanità e delle specie, che soffrono
collettivamente e sconsideratamente dell'Errore originale e del karma cieco
del mondo. A questo livello della potenza demiurgica che agisce sulle vite
si deve parlare di «trans-íncarnazione»,
piuttosto che di reincarnazione. Per lo zoroastrisino solo le Fravarti
scelgono di incarnarsi con uno scopo preciso; ma poiché dipendono unicamente
dall'ordine divino e non sono colpite nella loro natura dalle colpe
dell'anima, esse non potrebbero essere coinvolte nel decorso karmico.
Secondo lo schema zoroastriano, la reincarnazione sarebbe possibile -
intendiamo quella di un'anima che la sceglie pienamente cosciente
dell'incarnazione precedente - soltanto per esseri estremamente evoluti, che
hanno acquisito una visione superiore alle generazioni umane, la quale porta
la loro coscienza a partecipare al panorama sovrumano del Santo Spirito.
Poiché in India la migrazione delle anime (samsára) è causata dall'ignoranza
delle stesse circa la loro natura superiore, non esiste la reincariíazione
di individualità coscientí, ma unicamente quella dell'Uomo collettivo
attraverso corpi dell'umanità fisica. L’'induismo classico si avvicina
talmente a un ateismo puro e semplice che prima del buddismo è stato
costretto a cedere alla deificazione di intermediari tra Cielo e Terra.
Certamente, per i mistici indiani, come per l'estatico musulmano Al-Halláj,
nell'intimità dell'estasi esiste solo Dio, ma l'atteggiamento contemplativo
resta comunque incapace di risolvere, da solo, il problema di una
metamorfosi del mondo. Così, davanti alla misera piccolezza dell'uomo, di
fronte all'Assoluto e alla sua ridicola presenza all'interno dell'universo
siderale, l'atteggiamento zoroastriano introduce una nota rassicurante e
ottimista.
Prima dell'Apostolo dei Gentili, l'Autore delle Gáthá mobilitava gli uomini
per farne dei collaboratori di Dio, dei santi, dei salvatori dei mondo, cioè
dei saoshyant. L'esigenza zoroastriana prevederebbe dunque di edificare dei
santi in una sola vita? Abbiamo visto che, una volta divenuta giusta,
l'anima trova spontaneamente un'anima divina, fravarti, che si prende carico
di lei e l'aiuta, secondo un'arcaica credenza indoeuropea che intuisce la
protezione di anime di parenti e di antenati disincarnati. Ora, soltanto
l'anima continua a operare la scelta etica, mentre la fravarti di essenza
divina ha scelto soltanto di scendere sulla terra per proteggerla, quindi
soltanto l'anima, responsabile delle proprie azioni raccoglie logicamente la
messe delle esperienze terrestri, poiché questo beneficio è inutile alla
fravarti di sostanza divina. Ma, essendo ogni esperienza valida soltanto per
la memoria che ne conserva il suo autore, solo un'anima reincarnata che
possedesse un ricordo ricco di doni naturali di discernimento potrebbe
approfittare di questa esperienza personale. Senza di lei, l'appello di
daéna e l'aiuto della fravarti non troverebbero nell'uomo riscontro maggiore
di quello prodotto in un animale da una lezione di morale. Riassumendo,
anche se Dio ha bisogno degli uomini pe i agire nel campo della mescolanza
terrestre, senza la felice congiunzione di un'anima divina e di un'anima
terrestre, c'è da chiedersi in che modo la volontà divina potrebbe
intervenire sul mondo e trasformarlo a immagine della sua perfezione ideale.
Con lo stesso vigore impiegato dal buddismo per uscire dalla catena karmica
delle reincarnazioni, lo zoroastrisino, del resto muto sulla reincarnazione
in quanto tale, si eleva al di sopra del dibattito; non per sfuggirvi, ma
per superare ogni considerazione particolare a favore dell'unica speranza
nella vittoria definitiva. E poco importante, in ultima analisi,
«individuare» un'identità reincarnata. t poco importante sapere se Platone
fosse o meno una reincarnazione di Zarathustra, come credettero i Greci. Ciò
che dà valore all'incarnazione di Platone è avere riconosciuto il
significato del Vero, del Bello o del Bene, definiti in altro modo, ma così
cari all'antico Profeta. Le virtù divine, che si manifestano nel mondo
spirituale (ménòk) -siano essi «arcangeli», yazata o fravarti - e, nel mondo
materiale (gété) «in un rivestimento materiale composto di anima e di
corpo», costituiscono esattamente una trans-incarnazione costante del Santo
Spirito, in queste forme diversificate e attraverso di esse.
La trans-incarnazione si realizza infatti sotto i due aspetti avestici:
quello ahrimaniano (mediante la via terrestre della generazione permanente),
e quello ohrmazdiano mediante l'ncarnazione dei pensieri, parole e azioni
dei giusti. La differenza che separa così le due concezioni di origine
ariana si basa sul fatto che lo zoroastrisino, in Iran, ha moralizzato la
sua idea di incarnazione, mentre l'India vi ha inserito il fatalismo
karmico. Là l'incarnazione è vissuta come una catastrofe, che si rinnova a
ogni nascita; qui essa si impone per migliorare il mondo mediante
l'introduzione sempre maggiore dì scelte pure nella creazione mista.