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a-ga...
L' OMOSESSUALITA' DI UN SANTO, ALCUNI PAPI E CARDINALI
Di Giovanni dall'Orto
http://www.giovannidallorto.com/
Le storie che seguono se riferite all' omosessualit�, sono esemplificative
solo di ipocrisia. Essere omosessuali non � peccato verso nessun dio e
quindi l'indicare un Papa come omosessuale vuol solo dire che la
predicazione delle gerarchie ecclesiastiche fa finta di non sapere,
condannando in modo vergognoso un fatto naturale.
SISTO IV (Francesco Della Rovere, 1414-1484)
Papa dal 1471 al 1484.
Entrato nell'ordine dei frati minori, si laure� in teologia a Padova nel
1444. Insegn� in varie universit� italiane prima di diventare Ministro
generale dell'ordine dei frati minori conventuali (1464-1469). Nel 1467 fu
creato cardinale da Paolo II, alla cui morte (1471) fu eletto papa.
Sisto IV persegu� una politica di rafforzamento del potere temporale della
Chiesa, per mettere in atto la quale pratic� il nepotismo, collocando i
nipoti in posti chiave ed arrivando ad elevarne al cardinalato due, Giuliano
Della Rovere (poi papa come Giulio II) e Pietro Riario (secondo alcuni in
realt� suo figlio).
In politica estera il suo principale obbiettivo (che ebbe scarsi risultati)
fu l'organizzazione di una crociata contro i turchi.
Sull'omosessualit� di questo pontefice il cronista Stefano Infessura (ca.
1440-ca. 1500) raccolse nel 1484 nel suo Diario in latino una congerie di
fatti documentati e di pettegolezzi infondati:
"Costui, come � tramandato dal popolo, e i fatti dimostrarono, fu amante dei
ragazzi e sodomita, infatti cosa abbia fatto per i ragazzi che lo servivano
in camera lo insegna l'esperienza; a loro non solo don� un reddito di molte
migliaia di ducati, ma os� addirittura elargire il cardinalato e importanti
vescovati.
Infatti fu forse per altro motivo, come dicono certi, che abbia prediletto
il conte Girolamo, e Pietro [Riario], suo fratello e poi cardinale di san
Sisto, se non per via della sodomia?
E che dire del figlio del barbiere? Costui, fanciullo di nemmeno dodici
anni, stava di continuo con lui, e lo dot� di tali e tante ricchezze, buone
rendite e, come dicono, di un importante vescovato; costui, si dice, voleva
elevarlo al cardinalato, contro ogni giustizia, anche se era bambino, ma Dio
vanific� il suo desiderio" [1]
(in realt� Masini e Portigliotti [2] hanno dimostrato che gli onori
toccarono non al ragazzo bens� a suo padre, tale "Andrea da Brescia", che
divenne cubiculario papale). Va notato che da un punto di vista
storiografico � oggi evidente che Sisto IV dimostr� favore verso i nipoti
non per lussuria, ma per disporre di esecutori fidati della sua politica
[3].
Al contrario il favore da lui dimostrato per il giovane camerarius Giovanni
Sclafenato (anch'egli nominato cardinale) assume i contorni sospetti
lamentati da Infessura quando si legga l'epitaffio [4] che alla sua morte,
nel 1497, il papa fece scrivere sulla sua tomba, dichiarando di averlo
elevato al cardinalato "per l'ingegno, la fedelt�, la solerzia e le altri
sue doti dell'animo e del corpo".
� forse un caso unico di un giovane dichiaratamente creato cardinale "per le
doti del corpo"!
Si capisce quindi che il pettegolezzo si scatenasse gi� vivente Sisto IV. In
un falso epitaffio "in morte di Sisto IV" (che era in realt� vivo e vegeto)
Antonio Campano (1429-1477) cos� malignava: Campanus in morte Sixti iiij
[5]. Campano, in morte di Sisto IV [5].
Plorent Salviatus Petrum Tyresia & Agnus
hic leno hic meretrix ille cinedus fuit.
Piangano il papa, Salviato, Tiresia e Agnella
l'uno fu ruffiano l'altra puttana l'altro sodomita.
Come si vede, con il poco materiale oggi disponibile � impossibile
sciogliere il dubbio che si trascina ormai da cinque secoli.
Lo stesso non si pu� per� dire nei confronti della "leggenda urbana" diffusa
nei Paesi protestanti, che purtroppo circola ancora ai giorni nostri,
secondo la quale Sisto IV avrebbe accontentato il cardinale di Santa Lucia
che avrebbe richiesto, a nome di tutti i cardinali, il permesso di praticare
la sodomia (considerata, chiss� mai perch�, meno faticosa) nei tre mesi pi�
caldi dell'anno [6].
Qui nella propaganda protestante non si va tanto per il sottile:
Sixtus the 4th. built a Brothel-house at Rome for both sexes.[7]. Sisto IV
costru� a Roma un bordello per entrambi i sessi.[7].
Una favola del genere sarebbe inverosimile anche se Pierre Bayle [8] non
avesse gi� nel 1702 dimostrato, con argomenti definitivi, che � falsa. Si
trattava infatti di semplice propaganda protestante per screditare i
"papisti" utilizzando l'omosessualit�.
Purtroppo il tema divenne arma della polemica religiosa e fu quindi trattato
come tale. Ad esempio nell'Ottocento lo storico cattolico Ludwig Pastor
trov� scandalosa l'idea dell'omosessualit� di Sisto IV, sostenendo
l'assoluta eterosessualit� di questo papa, protestando che: "delitti orrendi
[sic] di questa natura debbono dimostrarsi ben altrimenti che con un "si
dice" e simili pettegolezzi raccolti da un'autorit� cos� sospetta come
l'Infessura" [9]. Pastor fu per� (giustamente) ripreso da Francesco Nitti,
che afferm� che le voci riportate dall'Infessura potrebbero anche essere
false, "ma qui, per la natura delle accuse, la prova della falsit� �
altrettanto difficile quanto quella della verit�.
Il tentativo fatto dal Pastor in questo senso � mal riuscito.
Il pi� che si pu� affermare �: che l'accusa di libidine contro natura non �
provata" [10].
Note
[1] Stefano Infessura, Diario della citt� di Roma (1303-1494), Ist. St.
italiano, Tip. Forzani, Roma 1890, pp. 155-156.
[2] Mario Masini e Giuseppe Portigliotti, I f�muli di Sisto IV, "Archivio di
antropologia criminale", XXXVII 1916, pp. 462-481.
[3] L'accusa d'essere, oltre che sodomita, anche incestuoso, viene dalla
polemica protestante, che per� afferma di basarsi su non meglio specificate
denunce del moralista poeta Giovan Battista Mantovano (san Giovan Battista
Spagnoli, 1448 - 1516), carmelitano che combatteva per una riforma dei
costumi della Chiesa.
Cos� il protestante John Bale (1495-1563), negli Acta romanorum pontificum,
s.e., s.l. 1560 affermava che (VI 158, pp. 440-449): "Papa Sisto IV volle
presso di s� per
educarli (cosa arcana!) i nipoti Pietro e Girolamo Riario, che poi fece
cardinali (p. 440). (...) Battista Mantovano accus� Pietro Riario di essere
stato "come femmina nel coito" e di avere praticato l'"amore sozzo" (pp.
441-442). Ma poco oltre � costretto ad ammettere che Girolamo Riario fu s�
dedito come il fratello a "tutti i piaceri", ma con
l'eccezione della sodomia (p. 442).
La voce � stata ripresa da Mario Masini e Giuseppe Portigliotti, Attraverso
il Rinascimento. Pier Luigi
Farnese, "Archivio di antropologia criminale", vol. XXXVIII 1917, p. 184:
"Come gi� il cardinale Pietro Riario, <Pier Luigi Farnese> amava circondarsi
di exoleti adolescentes, pi� che di donne".
Non avendo trovato nulla di pi� concludente su tale voce, sono orientato a
ritenerla infondata, fino a prova contraria.
[4] Edito in: Mario Masini e Giuseppe Portigliotti, Op. cit., p. 473.
[5] Dal manoscritto latino classe XII n. 210 = 4689, del sec. XVI,
Biblioteca Nazionale marciana di Venezia, carte 80v.
Per quanto mi � dato sapere, � inedito.
Cinedus � propriamente l'effeminato che subisce la sodomia.
Tiresia, nome dell'indovino della mitologia greca che mut� sesso due volte,
� ovviamente nome fittizio.
[6] La voce � antica: "Che avrebbe mai detto la santa donna [la monaca
Michtilde] se avesse udito dell'empiet� di Sisto IV, che permise la sodomia
al cardinale di Santa Lucia nei tre mesi pi� caldi?".
(Giovanni Lydus, Analecta in librum Nicolai de Clemangiis, De corrupto
Ecclesiae statu. In calce a: Nicolas de Clemanges, Opera omnia, Elzevirius &
Laurentius, Lugduni Batavorum 1593, p. 9).
[7] Anonimo, A True history of the lives of the Popes of Rome..., H.M. and
R.T., London 1679, p. 12.
[8]-Pierre Bayle, Dictionnaire historique et critique, Leers, Rotterdam
1702, sub voce: "Sixte IV", nota "c".
La voce "Sixte IV", dal vol. IV dell'edizione Amsterdam, 1704, � disponibile
online: fare clic sul numero della pagina per visualizzarla: 220, 221, 222,
223, 224, 225, 226.
Sul tema si veda anche: Pierre Bayle, Lettres [1704] in: Lettres, Oeuvres
diverses, Compagnie des libraires, L'Aja 1737, vol. 4, lettera n. 303.
[9] Ludwig Pastor, Storia dei papi [1889], vol. II, Descl�e, Roma 1911, pp.
608-611. Citazione da p. 609.
[10] Francesco Nitti, Recensione a: Pastor L., Geschichte der P�pste seit
dem Ausgang des Mittelalters, Zweiter Band, Freiburg im Breisgau 1889,
"Archivio della R. Societ� romana di storia patria", XV 1892, pp. 522-537,
alle pp. 534-536. Citazione da p. 536.
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SCIPIONE Caffarelli BORGHESE (1576-1633)
di: Giovanni Dall'Orto
Cardinale e mecenate [1].
Figlio di Ortensia Caffarelli, sorella di Camillo Borghese (papa col nome di
Paolo V dal 1605 al 1621) all'ascesa al pontificato dello zio fu da lui
adottato (assumendone il cognome) e creato cardinale, a 29 anni.
Il favore nepotistico dello zio gli permise di accumulare un'immensa
fortuna, che utilizz� per acquistare e unificare i vasti appezzamenti con
cui costitu� il parco e la villa Borghese
Nella vita privata Scipione � descritto, da alcune testimonianze dell'epoca,
come inclinato verso il proprio sesso al punto da creare veri e propri
scandali.
Su uno siamo particolarmente ben informati per le ripercussioni che ebbe.
La vicenda risale al 1605 quando Stefano, appena creato cardinale, volle
chiamare con s� a Roma Stefano Pignat(t)elli (1578-1623), suo intimo
"amico".
Lo scandalo che ne risult� fu tale che persino uno scrittore ufficiale
cattolico, Gaetano Moroni, riusc� solo a sfumare le tinte nel raccontare
l'avvenimento, ma non ad occultarlo.
Secondo le parole di Moroni, Scipione,
"ricordevole dell'affetto di Stefano, l'invit� a Roma e l'ammise nella
propria corte, dove si acquist� tale ascendente sul cardinale, che questi in
tutto si regol� co' suoi consigli.
Tanto bast� perch� l'invidia e gelosia de' cortigiani lanciasse contro di
lui maligne e velenose calunnie, e provocarono cardinali e ambasciatori per
rappresentare al Papa essere Stefano pieno di detestabili vizi, e per
l'onore del nipote doversi onninamente [completamente, NdR] allontanare.
Paolo V cadde nell'inganno e lo fece sloggiare dalla casa del cardinal
Scipione.
Questi per� conoscendone l'innocenza, raddoppi� il suo amore per l'oppresso,
anzi soggiacque a grave malinconia per la sua disgrazia, e si produsse lunga
e pericolosa malattia" [2].
Solo quando Pignattelli accorse a Roma per "curare" l'amico Scipione, il
cardinale riusc� a guarire.
Il papa-zio cap� allora saggiamente che per controllare Pignattelli gli
conveniva, anzich� combatterlo, cooptarlo: gli fece perci� indossare l'abito
sacerdotale, dando cos� inizio a una carriera che nel 1621 giunse
addirittura al cardinalato.
Proprio in occasione di tale nomina fu scritta una feroce pasquinata, che
svela di che tipo e genere fossero le dicerie a cui allude Moroni.
Nella pasquinata si afferma che il regno di Spagna vuole cardinali i propri
uomini, e lo stesso desidera il regno di Francia, e insomma ognuno vuole che
cardinali i propri partigiani. Quindi cosa c'� di strano se anche il "cazzo
del cardinal Borghese" abbia voluto cardinale il "suo" uomo?
Virt� cardinali
Mira, Piegaio, il tuo gran Pignatello,
di pivial Cardinalitio ornato,
quanto ogni benemerito prelato,
che portasse giamai mitra, � cappello <cardinalizio, NdR>.
E se ben [bench�] molti son, che n'han martello, [dispiacere]
non � da tutti il suo valor notato,
e quanto dottamente s'� portato, [comportato]
ogni volta ch'and� nuntio [ambasciatore del papa] in bordello.
M� che Spagna per un, Francia procura
per l'altro, e in somma ogni Signor cortese,
di qualche suo partial [protetto] si prende cura.
Dunque perch� a stupore il Mondo prese,
se nel collegio volse [volle] una Creatura,
il cazzo ancor del Cardinal Borghese? [3]
Come si vede, l'accusa secondo cui fra i due esisteva una relazione
omosessuale era all'epoca esplicita.
Note
[1] Sulla vicenda biografica si veda: V. Castronovo, voce: "Borghese
Caffarelli, Scipione", Dizionario biografico degli italiani, vol. 12,
Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 1970, pp. 620-624.
[2] Gaetano Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, vol.
LIII, Tipografia emiliana, Venezia 1851, voce: "Pignattelli Stefano,
cardinale", pp. 50-51.
[3] La pasquinata � stata edita in: Giovanni Dall'Orto, Il trionfo di
Sodoma. Poesie erotiche inedite dei secoli XVI-XVII, "La fenice di
Babilonia", n. 2, 1997, pp. 37-69, alle pp. 61-62.
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IL SANTO DEI FANCIULLI
Ritratto di don Bosco (1815-1888) come gay
di: Giovanni Dall'Orto
Giovanni Bosco nacque in provincia di Asti da una poverissima famiglia
contadina, e solo grazie alla "protezione" di alcuni sacerdoti riusc� ad
entrare in seminario e ad essere ordinato sacerdote (nel 1841).
Fin dagli inizi l'attivit� religiosa di don Bosco si rivolse agli
adolescenti e ai ragazzi di estrazione contadina, privi di formazione
lavorativa e di casa (maschi), attirati a centinaia a Torino dalla
Rivoluzione industriale.
Quello dell'omosessualit� di san Giovanni Bosco � uno dei segreti che
volgarmente vengono detti "di Pulcinella". Se ne parla ormai da anni, tanto
che gi� nel 1983, al congresso internazionale di studi omosessuali Among
men, among women, erano ben due gli studi dedicati a don Bosco e al suo
ideale di "amore pedagogico" per l'educazione dei fanciulli [1].
Eppure la Chiesa cattolica, nella sua bigotteria, s'illude di riuscire a
impedire che se ne parli. Cos� quando di recente don Sergio Quinzio ne ha
accennato, con serenit�, in un libro dedicato ai "santi sociali" piemontesi
[2], �priti cielo.
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Si ego non scandalizor, quia vos scandalizamini?
Eppure anni prima Guido Ceronetti aveva gi� discusso Urbi et Orbi
dell'omosessualit� di Bosco, sul quotidiano torinese "La Stampa" [3].
Il bello � che nessuno di coloro che ne hanno scritto s'� mai sognato di
mettere in dubbio l'effettiva stretta osservanza del voto di castit�, da
parte del santo [4]: la discussione si � sempre svolta attorno alle sue
tendenze, non alle sue pratiche sessuali.
Ma tant'�: la Chiesa cattolica va sbandierando ai quattro venti di non
essere nemica degli omosessuali, bens� "solo" degli atti contronatura, ma se
poi si punta il dito sul caso di un omosessuale che effettivamente riusc� ad
osservare l'arduo (e casto) modello che essa va proponendo ai gay, si d� a
vere scene isteriche.
Di fronte alla Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla cura
pastorale delle persone omosessuali (10 ottobre 1986) del cardinale
Ratzinger, qualcuno ha commentato che la gerarchia cattolica vuole che i gay
siano solo o santi, o dannati. A giudicare dalla "questione don Bosco"
sembrerebbe piuttosto che gli omosessuali non li voglia proprio, n� santi,
n� dannati.
Non stupisce insomma il malcelato imbarazzo di fronte a chi butta all'aria
gli altarini tenuti finora accuratamente (e ipocritamente) nascosti.
Perch� all'interno delle gerarchie cattoliche questi altarini sono ben
conosciuti, figuriamoci: l'istituzione ecclesiastica ha avuto due millenni
di tempo per imparare a mettere a nudo le altrui, diciamo cos�, "difficolt�
dell'anima"... Pensiamo solo ai gesuiti, pensiamo a quali fini (e
pericolosi) conoscitori dell'animo umano siano questi nostri ammirevoli
nemici.
Manipolando a proprio vantaggio il precetto evangelico di "non esser pietra
di scandalo" (1Pietro, 2:8), la Chiesa ha sempre coperto con un fitto velo
di omert� le magagne esistenti al proprio interno. Per secoli � riuscita
persino a sottrarre alla giurisdizione dei comuni mortali i sacerdoti
delinquenti, giudicandoli per conto suo (molto pi� mitemente, va da s�)
grazie al cosiddetto "Foro ecclesiastico".
E in barba a tutte le condanne all'omosessualit�, le inchieste sulla
sessualit� dei sacerdoti continuano a rivelare percentuali "scandalosamente"
alte di gay nelle fila della pi� antiomosessuale organizzazione del mondo.
La Chiesa naturalmente sa di avere una cos� grossa pattuglia di "diversi"
nei suoi ranghi, e considera la cosa un po' come un tallone d'Achille.
L'esplosione dell'Aids fra i sacerdoti cattolici statunitensi sta del resto
rendendo sempre meno "gestibile" e sempre pi� imbarazzante la questione:
ormai i giornali ne discutono apertamente.
La paura che questa curiosit� riveli troppi "panni sporchi" � probabilmente
la ragione per cui i gay costituiscono per la gerarchia cattolica
un'ossessione cos� fanatica.
Quale torturatore dei regimi fascisti sudamericani, per esempio, si � mai
visto condannare con parole dure e inequivocabiliquanto quelle riservate
agli omosessuali?
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Et tu ex illis es, nam et loquela tua manifestum te facit
Sicuramente per noi sarebbe importante capire cosa nell'istituzione
ecclesiastica attiri in modo cos� potente gli omosessuali.
Da un lato esiste indubbiamente un aspetto di "convenienza": per secoli il
religioso � stato una delle poche persone a cui l'opinione pubblica
concedeva il diritto di vivere celibe.
Per secoli tutti gli omosessuali meno disposti al matrimonio e ai dolori
della "doppia vita" eterosessuale, hanno trovato nella Chiesa un rifugio,
uno schermo contro il pettegolezzo e l'ostilit� che colpivano senza piet�
chi fosse celibe "senza giustificazione".
In un certo senso la Chiesa fu anzi "vittima" della sua stessa propaganda
antiomosessuale, finendo con l'incoraggiare coloro che perseguitava a
rifugiarsi nel suo seno per avere un po' di requie.
Ad esempio san Bernardino da Siena dichiar� senza peli sulla lingua in una
predica del 28 aprile 1424:
"Guai a chi non toglie [prende] moglie avendo el tempo e cagione legittima!
Ch� non pigliandola doventano soddomiti.
E abbi questa regola generale. Come tu vedi uno in et� compiuta e sano della
persona, che non pigli moglie, abbi di lui cattiva istificanza, se gi� non
fusse da stare per ispirito in castit�" [5].
Vale a dire: sospetta di lui come sodomita, salvo che nel caso in cui abbia
scelto di vivere celibe per motivi religiosi...
Esiste per� anche una seconda motivazione, altrettanto forte del desiderio
di sfuggire al pregiudizio sociale, e che forse oggi, coll'estendersi
dell'accettabilit� del single, � prevalente.
Si tratta della capacit�, propria dell'istituzione ecclesiastica, di offrire
un surrogato di famiglia a chi non ha diritto ad averne una "sua", in quanto
"diverso".
� la proposta di quella convivialit� fra persone dello stesso sesso, la
costruzione di quella "fraternit�" (o "sorellanza") fra uomini o fra donne,
che solo di recente, dopo secoli di vani sforzi, le comunit� omosessuali
sono riuscite a creare "in proprio".
La segregazione sessuale all'interno della Chiesa offre insomma ai gay
l'occasione irripetibile di vivere il loro affetto per persone dello stesso
sesso, in un contesto che non solo non disapprova tale sentimento, ma anzi
lo incoraggia e loda. Basta solo che questo amore non "trascenda" mai al
livello sessuale, e si mantenga nei limiti dell'"amore cristiano": tutto
qui.
"Guai ai soli", dice la Bibbia, "perch� se inciamperanno chi li aiuter� a
rialzarsi?" [6]. Per molti omosessuali la risposta alla domanda � sempre
stata: "la Chiesa cattolica".
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Domine, non sum dignus
Don Bosco � indubbiamente uno di questi casi di omosessuali che nella Chiesa
hanno trovato una famiglia e una "missione". Anzi, di pi�: � un (probabile)
pedofilo che riusc� a sublimare la sua attrazione per i bambini in modo non
solo non riprovato, ma addirittura socialmente utile.
Lo intuiamo da uno dei pareri pi� sorprendenti mai espressi su di lui:
quello di padre Girolamo Moretti, il frate iniziatore della grafologia in
Italia, che analizz� la scrittura del santo, presentatagli in modo anonimo.
Questo fu il suo soprendente responso:
"Il carattere del soggetto tende ad essere dominato da una insincerit� cos�
bene architettata da rovinare un'intera generazione ed essere cos� uno di
quegli individui che sarebbe meglio non avessero mai aperto gli occhi alla
luce.
Si deve aggiungere che il soggetto ha molta facilit� all'intenerimento
sessuale, una spinta all'affettivit� di languore per cui, col complesso
delle qualit� descritte, metterebbe in azione ogni sforzo per colpire la
vulnerabilit� delle anime a piegarle ai suoi intendimenti morbosi" [7].
Il parere di Moretti mozza il fiato, eppure riceve la sorprendente conferma
da san Giuseppe Cafasso, un altro dei "santi sociali" piemontesi, che di don
Bosco fu il confessore:
"Se non fosse che lavora per la gloria di Dio", lasci� scritto Cafasso,
"direi che � un uomo pericoloso, pi� per quel che non lascia trasparire, che
per quel che ci d� a conoscere di s�. Don Bosco, insomma, � un enigma" [8].
Enigma, cultore della "doppia vita", facile preda dell'"intenerimento
sessuale"... Ce n'� abbastanza per far drizzare le orecchie anche ai pi�
ingenui.
Il fatto � che tutto lascia pensare don Bosco non fosse solo omosessuale. Se
fosse stato solo quello, la vita per lui sarebbe stata pi� facile. Una certa
indulgenza verso le "tentazioni", figlie del demonio e non responsabilit�
dell'individuo che le subisce (senza cedervi, ovviamente) era normale da
parte della Chiesa e della societ� laica del tempo, che non aveva ancora il
concetto di "tendenza omosessuale".
No: don Bosco non fu solo un omosessuale. tutto lascia pensare che fosse
anche un pedofilo. E su questo punto ottenere l'indulgenza da parte della
societ�, ieri come oggi, � sempre stato un altro paio di maniche.
Per mettere a fuoco la questione mi servir� delle parole di Ceronetti,
ammirevoli per la loro sapienza nel "dire" in modo esplicito ma discreto.
"C'� un documento iconografico notevole di questa 'affettivit� di languore':
la confessione davanti al Fotografo, in bella posa, del chierichetto Paolo
Albera, tra altri preti e ragazzi. Don Bosco aveva voluto che gli poggiasse
la fronte sull'orecchio.
Questo intenerimento non andava che ai "giovanetti"; aveva un vero orrore
del contatto femminile. Vedendosi una volta insaponare la faccia dalla
moglie del barbiere, scapp� via insaponato dalla bottega (Noli me tangere in
versione torinese).
Nessun santo ha lasciato, come ultime parole scritte di suo pugno, un
pensiero cos� strano come don Bosco: "I giovanetti sono la delizia di Ges� e
Maria". Soltanto loro"
[9].
E poco oltre:
"E se il suo pi� profondo segreto fosse la consapevolezza di essere quel che
dice il padre Moretti, 'uno di quegli individui che sarebbe meglio non
avessero mai aperto gli occhi alla luce'?" [10].
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Spiritus carnis me colaphissat
Se questo � il quadro "segreto" dei desideri "inconfessabili" di don Bosco,
� facile capire come per lui l'ingresso nell'istituzione ecclesiastica abbia
voluto dire una possibilit� di dar sfogo, e in modo onesto, al suo desiderio
di star vicino ai "fanciulli", e al tempo stesso una garanzia di ferrea
disciplina per evitare di cedere ai propri impulsi.
Ceronetti nel suo saggio suggerisce esplicitamente una dinamica di questo
genere:
"In tutte le sue firme � costante il Sac. che le precede.
Era l'uso, ma (...) in realt� significa anche: sono Io ma all'interno di un
sacro Ordine, agisco in nome di, vengo in nome di. � passaporto, corazza e
alibi.
(...)
Il Sac. � la copertura di una forza misteriosa presentita, per mezzo di un
potere rassicurante e legittimante: questo Bosco "che avrebbe fatto meglio a
non nascere", � sacerdos, fulmine di Chiesa, e la Chiesa lo conforta: i
diavoli non praevalebunt" ["non prevarranno", N.d.R.] [11].
E, conclude Ceronetti, se non fosse stato prete
"come sarebbe ricordato oggi (...) Giovanni Bosco? (...)
Qualcuno avrebbe finito per farlo fuori con una pietra o una roncola.
Sarebbe stato un santo senza statua in San Pietro. Certo mi apparirebbe pi�
amabile" [12].
L'abito religioso � insomma per Bosco al tempo stesso "chiave" meravigliosa
che gli apre la porta all'intimit� coi "fanciulli" senza destare sospetti, e
corazza che lo difende da se stesso e dai propri desideri.
Repressa e compressa la sessualit� diviene cos� per Bosco un'ossessione, un
sogno segreto, un fantasma spaventoso, un'idea fissa che tende a travasarsi
sulle preoccupazioni che egli instilla nei suoi collaboratori e discepoli.
L'intero ideale educativo di don Bosco � impregnato del suo amore per i
bambini, del suo bisogno di stare con loro, di amarli.
L'educatore deve amare il ragazzino, fargli sentire che � amato ("in
Cristo", ovviamente), e attraverso questo "amore pedagogico" farsi strada
verso la sua anima, che deve essere guidata, sorvegliata e indirizzata ai
valori cristiani.
L'educatore deve essere capace di scendere al livello dei bambini, farsi
bambino coi bambini, parlare loro con il linguaggio che essi capiscono.
(Le fin troppo note agiografie di Bosco lo descrivono agli inizi della sua
carriera come funambolo e saltimbanco, mentre per strada cerca di attirare
l'attenzione dei ragazzi per poi proporre loro il messaggio cristiano).
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Sinite parvulos venire ad me
Queste furono teorie a modo loro "rivoluzionarie" per l'epoca, e suscitarono
scandalo negli ambienti pi� retrivi della Chiesa cattolica, che mal vedevano
tanta familiarit� tra sacerdoti e laici, fra adulti e ragazzacci, fra
borghesi e figli di povera gente o figli di nessuno.
Furono teorie che "diedero un tono" peculiare a un ideale educativo tutto
sommato tradizionale come quello di Bosco (il quale non cap� mai veramente,
ed anzi ne diffid� profondamente, i nuovi tempi che venivano, a cominciare
dall'Unit� d'Italia che lo vide, lui piemontese, tiepido, se non decisamente
ostile).
Furono anche teorie che diedero modo al suo �ros paidik�s di esprimersi, di
farsi strada verso la luce del sole, di farsi evidente, esplicito, sicuro di
s�.
E pi� cresceva l'espressione del suo amore per i ragazzi, tanto pi� dovevano
crescere le difese mentali approntate contro una sua "degenerazione", cio�
una sua manifestazione fisica, sessuale.
Sotto questo aspetto don Bosco sembra uscito pari pari da un manuale
freudiano. La sua esistenza assomiglia a un'esemplificazione quasi
ped�ssequa (e di una evidenza che negli attuali e maliziosi tempi
post-freudiani sarebbe del tutto impensabile) del concetto di "sublimazione
dell'impulso sessuale" in un'attivit� creativa.
L'intera esistenza di Bosco � dedicato all'assistenza ai "fanciulli", specie
quelli abbandonati, i "ragazzi di strada", i "ragazzi di vita" del secolo
scorso.
Ma il prezzo pagato per questa impresa monumentale fu la costruzione, nella
vita propria e (quel che � peggio) altrui, di immensi argini di contenimento
e repressione delle pulsioni sessuali.
Non solo: fu anche la sistematica svalutazione del corpo e della corporeit�,
in dispregio alla disponibilit� cos� nuova di Bosco ad essere "corporeo" coi
ragazzi, nel mischiarsi ai loro giochi "da cortile".
Osserva ancora Quinzio nel suo libro:
"Pi� e prima del desiderio di condividere le giornate dei ragazzi pi� poveri
c'era l'esigenza teologico-morale di seguirli momento per momento, di
controllarli per evitare che cadessero, fuori di metafora, nella
masturbazione o in rapporti omosessuali. (...)
L'idea di don Bosco, come gi� di Alfonso [de' Liguori], � che tutti, o forse
quasi tutti, i dannati si dannino a causa, pi� o meno direttamente, della
"disonest�", cio� della colpa contro la purezza. (...)
Una valutazione in positivo della sessualit�, per quanto ci risulta, manca
completamente in don Bosco" [13].
La virt� ideale di Bosco � la castit�, al punto che gli sarebbe piaciuto che
caratterizzasse specificamente i suoi salesiani, cos� come la povert�
"caratterizzava" i francescani e l'obbedienza i gesuiti.
La sua, secondo Quinzio, � una
"castit� che sembra tendere decisamente all'asessualit�, e a una sessualit�
che, paradossalmente, finisce col coincidere con un'esasperata attenzione,
per sfuggirlo, a tutto ci� che appartiene al sesso. (...)
Mi turba l'idea che, perseguendo in modo tanto esclusivo la salvezza celeste
dell'anima, propria o altrui, la vita sulla terra viene svalutata: finisce
per essere solo un periodo di prova, finisce per essere solo un pezzo di
prova al tornio, da buttare via come inutile una volta che la prova � stata
eseguita" [14].
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Lilium convallium
Si pu� basare un programma di "rinascita cristiana" basandosi sulla rinuncia
alla sessualit�? Per la societ� dell'epoca, come per quella di oggi, la
risposta era ed � evidentemente no.
Eppure l'ossessione di Bosco per la "purezza" mostra che egli in parte ci
credette, come suggeriscono anche i suoi famosi "sogni", allucinazioni
oniriche in cui le pi� sadiche catastrofi colpiscono i "giovinetti" che si
lasciano traviare (sempre su questioni di "purezza", ovviamente) da "cattive
compagnie".
Lo stesso modo in cui "costru�" la santit� di Domenico Savio dopo la morte
(a quindici anni) del ragazzo, mostra fino a che punto lo slogan "la morte,
ma non peccati" (di tipo sessuale, ovviamente) fosse importante per lui.
Domenico si � meritato un posto nel calendario cattolico lottando contro i
suoi primi istinti sessuali. Nessuno in quell'epoca si � meritato la
canonizzazione lottando contro gli industriali che per pochi centesimi
facevano lavorare quattordici ore al giorno bambini di molti anni pi�
giovani di Domenico Savio.
Evidentemente per Santa Madre Chiesa 14 secondi di orgasmo sono pi� nocivi
di 14 ore di lavoro pesante. Strani parametri di giudizio...
In ogni caso se don Bosco credette tanto a questo "itinerario verso la
santit�", una ragione a mio parere c'�. Ed � che quello fu l'itinerario che
guadagn� a lui la santit�. Se egli non avesse represso e sublimato cos� bene
i suoi desideri, sarebbe forse stato solo uno di quei "froci di paese" di
cui � piena la cronaca nera dei giornali di provincia. Chiss�.
Ci� che aveva funzionato per lui (sembra di sentire il suo ragionamento)
perch� non avrebbe dovuto funzionare per gli altri?
La risposta �: semplicemente perch� gli altri non erano lui. Come ha
compreso la stessa Chiesa cattolica, che oggi guarda con un certo sospetto
agli ideali educativi di don Bosco. Puzzano di pederastia anche per lei,
ormai.
Specie in un'epoca in cui sul prete che "tocca i ragazzini" in Oratorio non
si ride pi� dandosi di g�mito: oggi si denuncia, perch� la pedofilia, a
differenza di qualche anno fa, � presa molto sul serio, ormai.
Forse anche troppo, al livello di caccia alle streghe (come mostra la
moltiplicazione di casi di clamorosi errori giudiziari in materia), grazie
anche alle campagne mediatiche ossessive condotte da cattolici alla don Di
Noto.
Sia come sia, resta il fatto che, lasciato da parte diavolo e diavoletti,
anche la Chiesa cattolica comincia a capirne qualcosa di "tendenze sessuali"
"pulsioni" e simili "diavolerie" laiche.
E anche chi non le capisce o non le vuole capire, capisce comunque che non
si pu� pi� continuare a perdere processi per avere dato copertura e omert� a
pedofili violentatori di bambini. Se non altro perch� per pagare i danni
alle vittime sono gi� fallite delle diocesi.
E anche quando la Chiesa fa ancora finta di non volersi insozzare con certe
idee laiche, ormai di psicologia ne ha capito abbastanza per diffidare delle
implicazioni erotiche di questo rapporto amoroso (seppur "amore in
Cristo"...) fra insegnante e ragazzo.
Oggi i pedagogisti cattolici non vedono di buon occhio il "farsi fanciullo
tra i fanciulli" di don Bosco, e la sua "amicizia amorosa" per loro.
Ci� non significa - sia chiaro - che i cattolici siano disposti ad ammettere
che Bosco era omosessuale, foss'anche casto. Per esempio Giacomo Dacquino,
psicoanalista cattolico (docente alla Universit� Pontificia Salesiana di
Torino) ha cos� osservato:
"In questo rapporto affettivo tra don Bosco e i giovani, non � mancato chi
ha voluto intravedere una devianza (sic) omosessuale. Ma per lo studioso
della psiche umana, conscia e inconscia, � scontato che in ogni individuo
sono presenti valenze omosessuali. (...)
A parte queste considerazioni di ordine tecnico, possiamo senz'altro
affermare che don Bosco non ebbe verso i ragazzi quella simpatia erotica che
degenera in pedofilia o in altre perversioni istintive. Chi ha studiato la
problematica omosessuale pedofila non pu� cadere nella grossolana confusione
di identificare tale perversione con l'affetto sublimato e oblativo che don
Bosco ebbe verso i ragazzi.
Sono quindi semplicemente antiscientifiche (sic) la tesi o l'insinuazione di
un don Bosco omosessuale o pedofilo represso, anche perch� nel suo
comportamento e nei suoi sogni non traspare mai, in maniera diretta o
indiretta, che egli abbia avuto pulsioni pedofile a livello istintuale (sic)
[15].
Don Bosco, insiste Dacquino, condann� pi� volte l'omosessualit�; il che
secondo lui dimostra che omosessuale non fu! (ma basta davvero cos� poco per
"dimostrare" cos� tanto?).
Dunque secondo Dacquino chi fa certe insinuazioni si mette sul livello di
coloro che tali insinuazioni fecero mentre lui era vivo, come Bosco stesso
confess� a un testimone (parlando di s� in terza persona) poco prima di
morire:
"Ti manifesto adesso un timore (...), temo che qualcuno dei nostri abbia ad
interpretar male l'affezione che don Bosco ha avuto per i giovani, e che dal
mio modo di confessarli vicino vicino, si lasci trasportare da troppa
sensualit� verso di loro, e pretenda poi giustificarsi col dire che don
Bosco faceva lo stesso, sia quando loro parlava in segreto, sia quando li
confessava.
So che qualcuno si lascia guadagnare dal cuore, e ne temo pericoli e danni
spirituali" [16].
No, conclude Dacquino dopo questa sconcertante confessione (che a mio
giudizio costituisce da parte di Bosco l'ammissione di essere andato un po'
troppo in l�): don Bosco non "lo" era perch� se fosse stato omosessuale non
avrebbe avuto tanti collaboratori e amici che gli furono fedeli per tutta la
vita.
Trasecolo. Con argomenti a "difesa" dell'eterosessualit� di don Bosco come
questi, non c'� nemmeno bisogno di "accusa"...
Con buona pace di Dacquino, la verit� � che oggi la stessa educazione
segregata per sessi, un tempo considerata unica salvezza contro lascive
frequentazioni tra giovani, � vista come un pericoloso incentivo allo
sbocciare di tentazioni omoerotiche fino a quel punto assopite. Ben vengano
le scuole miste, dunque, in barba al terrore che delle donne aveva don
Bosco!
Insomma: magari nella Chiesa l'idea di un don Bosco gay non la manderanno
mai gi�, per� intanto il buon prete contadino si ritrova s� santo, ma
sconfessato proprio in quell'aspetto della sua vita che ha fatto di lui un
santo.
Ironie della storia...
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Una lettera che contesta in ottica cattolica questa pagina del mio sito
(http://digilander.libero.it/giovannidallorto/biografieindex.html) , con mia
risposta, � online qui.
Questo saggio, riedito sul sito di gay.tv, ha suscitato una polemica
furibonda, corredata da insulti gratuiti delle chierichecche offese e
speziata da pesantissime considerazioni omofobe e intolleranti.
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Post scriptum.
Qualche anno fa il responsabile di un sito di cattolici gay mi chiese la
prima stesura di questo scritto, che inviai; il pezzo fu cos� messo in Rete.
Non l'avesse mai fatto. Gli attacchi e le proteste che sub� da parte degli
stessi omosessuali cattolici furono tali che (senza dirmelo, perch� per
fortuna un po' si vergognava della censura che stava esercitando), fu
costretto a togliere di mezzo lo scritto. (Per leggere un divertente
strascico delle polemiche, fare clic qui e qui).
Ora, se gli omosessuali cattolici sono i primi a pensare che sia
disonorevole "insinuare" che un omosessuale possa diventare santo, quanto
sar� credibile la pretesa della Chiesa cattolica di "odiare il peccato
omosessuale, ma amare e rispettare i peccatori"?
Davvero, se si nasce omosessuali, la via della santit� � preclusa?
Se la risposta fosse s�, perch� allora i cattolici gay perdono tempo a
inseguire un cammino ideale che a loro, per volere divino, � stato precluso?
E se la risposta - come io spero (per loro) - fosse no, allora perch� fare
tanto chiasso se io discuto del caso in cui uno di noi ha trionfato in
questo cammino?
Come si vede, la contraddizione � insanabile, e alla fin fine il proclama
cattolico di odiare "solo il peccato" dimostra tutta la sua ipocrisia: ci�
che tutti i cattolici odiano, a quanto pare ivi inclusi quelli omosessuali,
sono gli omosessuali in quanto tali, siano o non siano "peccatori".
Come dimostra appunto la loro indisponibilit� a discutere del fatto che uno
di loro possa essere stato omosessuale, anche se casto.
A titolo di documentazione, ricopio qui due obiezioni mosse alla prima
stesura del presente saggio
Obiezione n. 1:
Penso che sia scorretto tirare in ballo persone, in modo cos� poco
piacevole, a
sostegno delle proprie tesi. Personalmente non avevo bisogno di un articolo
come quello per avere conferma che la via della santit� non � preclusa a
nessuno.
Penso anche che tu non abbia valutato adeguatamente che in una Chiesa
cattolica attaccata da tutti ed insultata da molti, un accostamento di
grandi santi associata ad una loro qualit� personale ottiene il deprecabile
effetto di far perdere di carisma quel santo agli occhi di molti [sic!!],
non quella di "santificare" la presunta qualit� personale.
(...) La questione � don Bosco: santo o no? Non, "gay o no"?
Obiezione 2:
Perch� forzare e affermare ci� che non si legge e che non � mai stato? [sic:
il "profondo" ragionamento che sta dietro a questa affermazione �: "non mi
piace l'idea che sia cos�, quindi non pu� esserlo". NdR]
Perch� attribuire tendenze omosessuali a don Bosco? Forse non ti accorgi che
tutto questo vorrebbe dire che don Bosco tutta la sua opera l'avrebbe fatta
per costruire un harem? [sic!]
Capisci?
Attento allora a ci� che acconsenti [sic] venga detto, credendo non sia
importante.
Note
[1] Paul Pennings, "Don Bosco breathes his last. The scenario of Catholic
social clubs in the Fifties and Sixties". In: Among mern, among women,
Amsterdam 1983, pp. 166-175 e 598-599.
Stephan Sanders,"A phenomenon's bankrupcy; Don Bosco and the question of
coeducation". Ibidem, pp. 159-165 e 602-603.
[2] Don Sergio Quinzio, Domande sulla santit�, Edizioni Gruppo Abele, Torino
1986, pp. 31-39.
[3] Le considerazioni di Guido Ceronetti si possono oggi leggere nel suo
Albergo Italia (Einaudi, Torino 1985), col titolo di "Elementi per una
anti-agiografia", pp. 122-133.
[4] Molti anni dopo aver scritto questo articolo, che si fonda sull'assunto
che Bosco non diede mai sfogo fisico ai suoi impulsi, conobbi un torinese
che motivava l'anticlericalismo suo e della sua famiglia con li fatto che un
suo nonno era stato allievo di don Bosco ed era stato sessualmente molestato
da lui. Da qui l'odio - sosteneva - per l'istituzione che di un pedofilo
violentatore aveva osato fare addirittura un santo.
Che dir� di questa originale "oral history"? Che nessun tribunale, n� quello
dell'Inquisizione e nemmeno quello della Storia, accetta testimonianze di
terza mano, come questa. Ma che lo storico ha il dovere di registrare anche
l'esistenza di voci (magari per confutarle), perch� costuiscono documenti
storici di una mentalit� e di un periodo.
Da qui questa nota.
[5]-San Bernardino da Siena, Le prediche volgari (a cura di Ciro
Cannarozzi), Pacinotti, Pistoia 1934, vol. 1, p. 416.
[6]-Qohelet, 4:10
[7] Citato in: Guido Ceronetti, Op. cit., pp. 126-127 e Sergio Quinzio, Op.
cit., p. 59.
[8] Citato in: Guido Ceronetti, Op. cit., p. 125, e Sergio Quinzio, Op.
cit., p. 59.
[9] Guido Ceronetti, Op. cit., p. 126.
[10]-Ibidem, p. 126.
[11]-Ibidem, p. 127.
[12]-Ivi.
[13] Sergio Quinzio, Op. cit., pp. 35 e 38.
[14]-Ibidem, p. 39
[15] Giacomo Dacquino, Psicologia di don Bosco, Sei, Torino 1988, pp.
124-129, citazione alle pp. 124-125.
D'Acquino � autore di un terrificante romanzo psicoanalitico, Diario di un
omosessuale, (Feltrinelli, Milano 1972), spacciato per il diario di un
paziente frocio che grazie alla guida di Dacquino "diventa" eterosessuale.
L'omosessualit� che emerge dal libro � di uno squallore infinito.
Non contento, in Educazione psicoaffettiva (Borla, Torino 1972) Dacquino
osserva:
"L'omosessuale � un immaturo affettivo, che vive i suoi rapporti ad un
livello infantile ed � incapace di comunicare con il mondo degli adulti,
soprattutto con quello femminile" (p. 102).
"L'omosessualit� � una psicopatia e, come le malattie, necessita di cure,
non di giudizi morali. (...) L'omosessualit� sarebbe quindi l'espressione
sintomatica di una famiglia e di una societ� malate" (p. 112).
Viste le premesse, non si fatica a capire perch� Dacquino trovi tanto
difficile concepire la coesistenza di santit� ed omosessualit� nella
medesima persona: se gli omosesuali fanno schifo e i santi sono un modello
di ci� che � buono, le due cose non possono coesistere.
Ma il problema sta nella sua visione dell'omosesualit�, non in quella della
santit�.
[16]-Ibidem, p. 128.
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CARLO CARAFA (1517/1519-1566)
di: Giovanni Dall'Orto
Cardinale.
Nacque a Napoli, figlio cadetto d'una potente famiglia nobiliare, e per
diciassette anni segu� la carriera delle armi nelle guerre che
insanguinavano l'Italia: fu prima con le truppe imperiali, poi con quelle
francesi.
Quando suo zio Gian Piero Carafa (1476-1559) fu eletto papa col nome di
Paolo IV [1555-1559], Carlo Carafa [1] ricevette da lui il cappello
cardinalizio. Lo zio gli affid� importanti incarichi, lasciandogli de facto
la guida dello Stato per lunghi periodi.
Carlo ne approfitt� per costruire una rete di intrighi, orientando la
politica del papato in senso filofrancese ed anti-spagnolo, in una serie di
voltafaccia che miravano ad ottenere in cambio una signoria in Toscana per
la casata Carafa.
La guerra contro l'Impero e la Spagna ebbe per� per lo Stato Pontificio (la
cui parte meridionale fu occupata dagli spagnoli) esiti disastrosi. La pace
di Cave (1557) riport� la situazione allo statu quo, ma stronc� le ambizioni
(non gli intrighi) di Carlo Carafa, che si orient� via via in senso
filo-imperiale.
Tutto ci� diede fiato agli oppositori (filofrancesi) dei nipoti del rigido e
moralista Paolo IV: la loro condotta scandalosa fu volentieri denunciata
allo zio.
Ad esempio il 17 gennaio 1558 Charles de Guise, Cardinale di Lorena
(1525-1574) incaricava l'ambasciatore di Francia a Roma di comunicare al
papa lo scandalo suscitato presso la Corte francese dal comportamento dei
suoi nipoti.
Nella lettera affermava tra l'altro che quanti tornavano da Roma erano
scandalizzati da ci� che avevano visto, sodomia dei parenti del Papa
inclusa:
"la cosa peggiore che vedevo era una mormorazione e una fama pubblica tanto
divulgata che l'aria e tutti gli elementi ne erano infettati per ci� che si
diceva che si fa a Roma durante questo pontificato; ed avendo su questo
voluto esaminare ed ascoltare privatamente i personaggi autorevoli che sono
tornati dall'Italia (...) oltre alla voce pubblica da quelli che sono stati
a Roma (...) ho notato che si sentivano scandalizzati d'avere visto e saputo
manifestamente ci� che si era presentato ai loro occhi. (...)
Ed oltre ai principali erano nominati pubblicamente con mio assai gran
dispiacere coloro che erano pi� vicini per consanguineit� al nostro Santo
Padre il papa, non risparmiando (...) quel peccato cos� abominevole nel
quale non esiste pi� distinzione fra sesso maschile e femminile" [2].
Secondo un testimone dell'epoca i complici di Carlo in tali forme di
lussuria erano:
il vescovo d'Osimo [Vitellozzo Vitelli (1531-1568), NdR] e quello di Calvi,
persone abhorrite dal papa, riputate da lui instromenti di tutte le
dissolutezze e fragilit� della carne, delle quali era il cardinale
incolpato" [3].
Queste voci non possono essere liquidate come semplice calunnia politica.
Gi� nel 1555 (circa) il poeta Joachim du Bellay (1522?-1560), che era allora
a Roma, scrisse un sonetto che menzionava un certo Ascanio (a quanto appare
appena morto) come amato dal Carafa.
In questo sonetto invita Amore a piangere,
"perch� qui non devi pi� commemorare
il padre al bell'Ascanio, ora devi piangere
il bell'Ascanio stesso, oh quale perdita!
Ascanio, che Carafa amava pi� che gli occhi:
Ascanio, che superava in bellezza del volto
il bel coppiere troiano [= Ganimede], che versa da bere agli d�i" [4].
Lo "scandalo" arriv� a sfiorare lo stesso papa (un ex Inquisitore, che alla
rigidit� dei costumi teneva moltissimo), come mostra una pasquinata scritta
durante il suo pontificato e che allude al suo preteso gusto per l'"arrosto"
(parola che in gergo burchiellesco indica la sodomia) spiegando
calunniosamente con tale gusto la sua passione per i roghi
dell'Inquisizione:
"Figli, meno giudizio
e pi� fede comanda il Sant'Uffizio.
E ragionate poco:
ch� contro la ragion esiste il foco.
E la lingua a posto,
ch� a Paolo quarto piace assai l'arrosto" [5].
Di fronte al moltiplicarsi delle accuse di malgoverno il papa all'inizio
rifiut� di credere, ma alla fine cambi� idea e, furibondo coi nipoti Carlo e
Giovanni, li priv� delle cariche ed esili�, nel gennaio 1559, non molto
prima della sua morte.
La caduta di Carlo Carafa sciolse la lingua alle pasquinate, che
l'accusarono d'essere un sodomita, come fa la seguente, apparsa alla morte
del papa (1559):
"Guarda, rio [reo, NdR] scellerato,
che con gli incesti suoi e sodomia
stassi [se ne sta] co' cardinali in compagnia"... [6].
Tornato a Roma dopo la morte dello zio, Carlo si vide ben presto rinfacciare
le disastrose scelte politiche imposte allo Stato della Chiesa; il nuovo
papa Pio IV lo incrimin� allora per una serie impressionante di crimini
(dall'omicidio al peculato all'eresia), fra i quali era compresa la sodomia.
Dopo un processo-farsa in Castel Sant'Angelo Carlo fu condannato (assieme al
fratello Giovanni), e giustiziato [7].
Va comunque notato che le accuse di sodomia ebbero scarsa o nulla rilevanza
nel processo: la vera motivazione della condanna fu infatti politica.
Condannandone i nipoti si condannava la politica anti-spagnola di papa Paolo
IV, addossando l'intera colpa a loro, utili "capri espiatorii".
Tant'� che una volta ottenuto il desiderato riavvicinamento alla Spagna, nel
1567 papa Pio V riapr� il processo ed assolse e riabilit� Carlo Carafa.
Note
[1] Sulla vicenda biografica si veda: A. Prosperi, voce: "Carafa, Carlo",
Dizionario biografico degli italiani, vol. 19, Istituto Treccani, Roma 1976,
pp. 497-507.
Su questi personaggi cos� imbarazzanti, zio e nipote, in Rete si trova,
"chiss� perch�", assai poco.
[2] George Duruy, Le cardinal Carlo Carafa (1519-1561), Hachette, Paris
1882, pp. 296-297.
[3] Pietro Nores, citato in George Duruy, Op. cit., p. 296.
[4] Joachim du Bellay, Les regrets [1558], in: Les antiquit�s de Rome. Les
regrets, Garnier-Flammarion, Paris 1971, sonnet 103.
Non sono riuscito a indentificare Ascanio.
[5]Silenzi, Renato e Ferdinando, Pasquino, Bompiani, Milano 1932, pp.
227-228.
[6] Valerio Marucci et all. (curr.), Pasquinate romane del Cinquecento,
Salerno, Roma 1983, p. 914.
[7] Donata Chiomenti-Vassalli, Paolo IV e il processo Carafa, Mursia, Milano
1993.
[8] Su tutta la vicenda si vedr� anche, con profitto: Edmond Cazal, Histoire
anecdotique de l'Inquisition en Italie et en France, Biblioth�que des
curieux, Paris 1924, pp. 85-100. (Vi si parla anche di una beffa da
parte di Annibal Caro contro un Ba�za, giovane attore amante del Carafa. Non
avendo per� rintracciato nessuna fonte antica che confermasse tale vicenda,
ho trascurato di parlarne qui).
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GIULIO II (Giuliano della Rovere, 1443-1513)
di: Giovanni Dall'Orto
Papa dal 1503 al 1513.
Nato da umile famiglia, studi� presso il convento dei francescani di
Perugia.
La sua carriera ebbe un impulso decisivo con l'ascesa al papato di suo zio
Sisto IV (Francesco della Rovere, 1414-1484), che nel 1471 lo nomin�
cardinale e gli affid� incarichi diplomatici.
le testimonianze sono concordi nel tramandare che presso i contemporanei
Giulio II ebbe fama di sodomita, come attest� nel 1509 il diarista veneziano
Girolamo Priuli (sec. XV-XVI):
"Conduzeva cum [con] lui li sui ganimedi, id est [cio�] alchuni bellissimi
giovani, cum li quali se diceva publice [pubblicamente] che l'havea acto
carnale cum loro, ymmo che lui hera patiente [passivo] et se dilectava molto
di questo vitio sogomoreo, cossa veramente abhorenda in chadauno" [1].
Giulio II ritratto da Raffaello
Da parte sua storico veneziano Marino Sanudo (1466-1536) ci ha tramandato un
sonetto, scritto nel 1506 contro il papa che stava per strappare con le armi
Bologna ai Bentivoglio.
Il sonetto schernendo avvisa il papa che non riuscir� a vincere con "lance
di carne" e bottiglie di vino, che per arrivare non gli servir� farsi
"spingere da dietro" e che quindi � meno biasimevole per lui starsene in
Vaticano trincando Malvasia o Trebbiano e praticando la sodomia coi suoi
compari:
"Ritorna o padre santo al tuo San Pietro,
e stringi el freno al tuo caldo dexire [desiderio],
che, [muoversi] per dar in segno [far centro] e poi fallire,
recha altrui pi� disonor che starsi adietro [rimanere fermo].
Per strali e lanze di carne e di vetro,
el Bentivojo non vor� partire,
possa che intenda, che non poi fornire [finire, arrivare],
benche sia [ci sia] chi te spinge ognhor da rietro [dietro].
(...)
Bastiti [ti basti] esser provisto
de Corsso, de Tribiam, de Malvasia,
e de' bei modi assai de sodomia;
et meno biasmo te fia
col Squarzia e Curzio nel sacro palazo
tenir a bocha il fiasco, e in <culo il cazo>" [2].
Dopo la morte di Giulio la sua fama di sodomita gli sopravvisse (fu ad
esempio ricordata nelle pasquinate ancora nel 1534):
"Sixtum lenones, Iulium rexere cinaedi;
imperium vani, scurra, Leonis habes". "I ruffiani guidarono Sisto, i
sodomiti passivi Giulio;
e tu, buffone, reggi <ora> l'impero del fatuo Leone".[3],
e venne infine sfruttata senza ritegno dai protestanti nelle opere polemiche
contro il "papismo".
Cos� ad esempio il protestante francese Philippe de Mornay (1549-1623),
accusando gli italiani di essere tutti sodomiti (bont� sua), aggiungeva:
I'obmettrois volontiers ces autres du mesme Autheur, n'estoit qu'ils n'en
font que ieu: Ometterei volentieri quegli altri [epigrammi] dello stesso
autore [anonimi!, NdR], se non fosse che cadono a proposito:
Venit in Italiam spectatus Indole rara
Germanus, rediit de puero mulier? "Venne in Italia stimato di indole rara
un tedesco; ne ritorn�, da ragazzo, donna fatta".
Cest horreur attribu� � ce bon Iules; Questo orrore � attribuito a questo
buon Giulio.
Et de mesme se lit en un Escrit de nos Theologiens de Paris, de deux ieunes
Gentilshommes par lui forc�s, que la roine Anne femme du Roy Louys 12. avoit
recommandez au Cardinal de Nantes, pour les mener en Italie.[4]. E del pari
si leggi in un libro dei nostri teologi di Parigi, di due giovani
gentiluomini da lui stuprati, che la regina Anna, moglie di re Luigi XII,
aveva raccomandato al cardinale di Nantes, per accompagnarli in Italia.[4].
Questa libellistica protestante � sicuramente priva di attendibilit�, almeno
quanto la libellistica cattolica che discuteva la condanna per sodomia che
si diceva fosse stata inflitta a Calvino.
Note
[1] Girolamo Priuli, Diarii. In: Rerum italicarum scriptores, tomo XXIV,
parte III, Zanichelli, Bologna 1938, p. 312.
[2] Marino Sanudo "il giovane", I diarii, Visentini, Venezia 1879-1902
(ristampa anastatica: Forni, Bologna 1969-1979), vol. 6, col. 463.
[3]Da: Valerio Marucci (a cura di), Pasquinate del Cinque e Seicento,
Salerno, Roma 1988, p. 118.
Traduzione mia.
[4] Philippe de Mornay, seigneur du Plessis-Marly, Le myst�re d'iniquit�,
c'est � dire, l'histoire de la papaut�, Albert, Gen�ve 1612, pp. 1296-1297,
sub anno 1505. La traduzione � mia.
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GIULIO III (Giovanni Maria Ciocchi Del Monte, 1487-1555)
di: Giovanni Dall'Orto
Papa Giulio III Del Monte in una terracotta policroma conservata al museo di
Villa Giulia, Roma. (Foto G. Dall'Orto).
Papa dal 1550 al 1555 [1].
Studi� giurisprudenza a Perugia e a Bologna e, dedicatosi alla carriera
ecclesiastica, divenne arcivescovo di Siponto e, dopo aver ricoperto varie
cariche politiche nello Stato della Chiesa, fu creato cardinale nel 1536.
Fu eletto papa nel 1550 perch� le sue posizioni politiche sembravano
garantire equidistanza fra l'Impero e la Francia, ma di fatto la sua
politica fu condizionata dalle esigenze, e minacce, imperiali.
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Giulio III caus� il peggior scandalo omosessuale della storia del Papato.
Gi� da cardinale le pasquinate [2] lo additavano insistentemente come
sodomita, ma lo scandalo esplose quando, nemmeno quattro mesi dopo la sua
elezione al papato, nomin� cardinale il suo amante diciassettenne Innocenzo
Del Monte (1532-1577), che aveva gi� fatto adottare dal fratello Baldovino.
(Per questo oggi gli storici eterosessuali occultano lo scandalo dicendo
genericamente che fece cardinale "un figlio").
Dal Monte aveva conosciuto tredicenne Innocenzo (che prima dell'adozione si
chiamava Santino) quale figlio d'un suo servitore. Il cardinale se ne
innamor� perdutamente e baratt� la connivenza del padre con consistenti
favori.
A premio di tale prostituzione anche il ragazzo ottenne a quattordici anni
redditizi benefici ecclesiastici e infine l'adozione da parte di Baldovino
Del Monte.
La nomina cardinalizia fu il premio supremo della sua compiacenza.
Tale nomina, contro cui protestarono invano i cardinali pi� sensibili alla
necessit� di riformare i costumi della Chiesa per contrastare la Riforma
protestante, suscit� ampio rumore nelle Corti europee:
"L'ambasciatore veneto Matteo Dandolo scriveva che il Dal Monte "era un
piccolo furfantello", e che il cardinal Del Monte "se lo prese in camera e
nel proprio letto, come se gli fosse stato figliuolo o nipote. (...)
Onofrio Panvinio, riferendosi alla vicenda del Del Monte, scriveva di Giulio
III che era "eccessivamente dedito con intemperanza alla vita di lussuria e
alle libidini" (...) e, ancora pi� esplicitamente, lo defin� "puerorum
amoribus implicitus" [invischiato in amori per ragazzi, NdR] [3].
La lista dei commenti scandalizzati dell'epoca � lunghissima.
E nonostante una voce "benevola" che circolava per Roma spiegasse
beffardamente la nomina come premio del fatto che il ragazzo era... custode
della scimmia del papa (e fu quindi soprannominato "Bertuccino"), per i
protestanti non ci furono dubbi sul fatto che il cappello cardinalizio fosse
ricompensa delle prestazioni sessuali del ragazzo, o al pi� per entrambe le
cose, come propone il poeta francese Joachim du Bellay (1522?-1560):
"(...) ma vedere uno staffiere, un bambino, una bestia,
un furfante, un poltrone diventare cardinale,
e per aver saputo accudire bene a una scimmia,
un Ganimede avere il [cappello] rosso sulla testa
(...)
questi miracoli, Morel, accadono solo a Roma" [4].
Come se ci� non bastasse, Innocenzo si rivel� uno dei peggiori cardinali che
la Chiesa abbia mai avuto: rimasto libero di s� a 23 anni (Giulio III mor�
nel 1555) fu coinvolto in una catena di stupri (eterosessuali), violenze e
perfino omicidii [5].
Ebbe per� sempre punizioni molto blande, a riprova del fatto che il Potere �
sempre molto indulgente verso i propri esponenti, anche quelli palesemente
indegni.
Note
[1] Girolamo Priuli, Diarii. In: Rerum italicarum scriptores, tomo XXIV,
parte III, Zanichelli, Bologna 1938, p. 312.
[2] Marino Sanudo "il giovane", I diarii, Visentini, Venezia 1879-1902
(ristampa anastatica: Forni, Bologna 1969-1979), vol. 6, col. 463.
[3]Da: Valerio Marucci (a cura di), Pasquinate del Cinque e Seicento,
Salerno, Roma 1988, p. 118.
Traduzione mia.
[4] Philippe de Mornay, seigneur du Plessis-Marly, Le myst�re d'iniquit�,
c'est � dire, l'histoire de la papaut�, Albert, Gen�ve 1612, pp. 1296-1297,
sub anno 1505. La traduzione � mia.
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LEONE X (Giovanni de' Medici, 1475-1521)
di: Giovanni Dall'Orto
Leone X (Giovanni de' Medici, 1475-1521)
ritratto da Sebastiano Del Piombo nel 1521.
Papa dal 1513 al 1521.
Figlio di Lorenzo il Magnifico, fu destinato dal padre alla carriera
ecclesiastica e divenne in segreto cardinale a soli tredici anni.
Ricevette una raffinata istruzione umanistica (ebbe per insegnanti anche
Marsilio Ficino ed Angelo Poliziano) e nel 1489-1491 studi� teologia e
diritto canonico a Pisa.
Nel 1492 vest� finalmente le insegne cardinalizie e inizi� a partecipare
alle vicende ecclesiastiche. Era per� a Firenze quando nel 1494 ebbe luogo
la caduta dei Medici e fu proclamata la Repubblica; Giovanni riusc� comunque
a fuggire, e dopo un periodo all'estero si trasfer� nel suo palazzo (oggi
Palazzo Madama) a Roma (1500).
Palazzo Madama (gi� palazzo dei Medici a Roma),
in un'incisione settecentesca.
Qui prese parte alle vicende politiche dello Stato della Chiesa riuscendo
infine, alla testa di truppe alleate al papa, ad entrare in Firenze nel
1512, ristabilendo la signoria della sua famiglia.
Alla morte di Giulio II (1513) fu poi eletto papa senza contrasti.
Nel corso del suo papato, assorbito in buona parte da eventi politici e
dalle guerre che squassarono l'Italia in quel secolo, ebbe inizio la
ribellione di Martin Lutero (da lui condannato nel 1520), la cui portata
Leone X non seppe anticipare.
Mor� nel 1521 in modo cos� improvviso che si parl� d'avvelenamento, ma
un'autopsia escluse l'ipotesi.
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Sull'omosessualit� di Leone X sopravvivono diversi indizi.
Il documento principale � la testimonianza dello storico Francesco
Guicciardini (1483-1540), che pochi anni dopo la sua morte [1525] scrisse:
"credettesi per molti, nel primo tempo del pontificato, che e' fusse
castissimo; ma si scoperse poi dedito eccessivamente, e ogni d� pi� senza
vergogna, in quegli piaceri che con onest� non si possono nominare" [1].
Discutendo questa affermazione un biografo nostro contemporaneo ha
osservato:
"A proposito della laconicit� della denuncia, � ovvio che il Guicciardini
sapeva di non rivelare qualcosa di generalmente sconosciuto." [2].
In effetti l'accusa di sodomia contro Leone X ritorna sovente (oltre che
nella polemica protestante) nelle pasquinate, che testimoniano di una fama
non proprio eterosessualissima.
Una pasquinata del 1522 lo definisce: fiorentin, baro, cieco e paticone
(cio�, sodomita passivo) [3].
Un'altra del 1521 non ha dubbi sulla "causa" della sua morte:
Mor� el meschino, e non te dir bugia,
per fotter troppo in cul un suo ragazzo [4].
E la memoria della sua fama sodomitica dovette essere ampia se ancora nel
1533 una pasquinata ricorda, parlando della Chiesa, che:
quando papa Leon v'ebbe per sposa (...)
sol bardass'e buffon [sodomiti passivi e buffoni] eran in stima [5].
Infine, un epitaffio satirico latino scritto per la sua morte ci tramanda
addirittura un paio di nomi di coloro che il pettegolezzo additava come suoi
amanti: il defunto � infatti compianto fra l'altro da:
Giovan Battista Aquileo lenone, Ludovico conte de' Rangoni e Galeotto
Malatesta sodomiti passivi [cinedi] [6].
Passando poi a un piano storicamente pi� serio (le pasquinate non sono una
fonte molto attendibile), Falconi trova particolarmente significativa la
vicenda di Marc'Antonio Flaminio (1498-1550),
"inviato a Roma nel 1514 da suo padre Gian Antonio, noto letterato
veneziano, quando era appena sedicenne. Scopo del viaggio era stato quello
di presentare al nuovo papa l'omaggio di un poema esortatorio a muover
guerra ai turchi. Il giovane (...) attir� subito le simpatie di papa Medici
il quale, avendone prontamente apprezzato anche l'estro e l'abilit� di
verseggiatore, si disse desideroso di prenderlo sotto la sua protezione, di
procurargli i migliori maestri, ecc. L'offerta, comunicata al padre, non fu
per� accolta.
Marc'Antonio allora rientr� in patria (a Serravalle, oggi Vittorio Veneto)
per perorare personalmente la sua causa e riusc� a convincere il genitore.
Ma per poco tempo, perch� suo padre gli comunic� ben presto (fine del 1515)
l'ordine tassativo di spostarsi a Bologna ad attendervi agli studi
filosofici.
E allora Beroaldo, segretario del papa, tent� d'interporsi offrendogli, a
nome del Sadoleto, di associarlo nell'ufficio di segretario pontificio. Per
un giovane appena diciassettenne, ci� significava di essere quasi ad un
passo dal fastigio della Curia: ma egli rifiut� e part�.
Un rifiuto, come ha cautamente osservato il Roscoe, che "pu� indurre in
qualche sospetto: che o il padre o il figlio non approvassero la morale, e
le pratiche della romana corte, o non fossero pienamente soddisfatti della
condotta del pontefice" [7].
La vicenda ha insomma indotto Falconi [8], e non senza ragione, a immaginare
che Gian Antonio sospettasse (o addirittura sapesse di) doppi fini da parte
del pontefice. In effetti, non � normale che un genitore rifiuti una
carriera cos� brillante per il figlio, salvo nel caso in cui sospetti che
nasconda qualcosa di losco....
L'esistenza di ulteriori documenti tutt'ora inediti [9] spinge a non
escludere che in futuro la questione dell'omosessualit� di Leone X possa
essere discussa su basi pi� sicure.
Note
[1] Francesco Guicciardini, Storia d'Italia, libro XVI, cap. 12. Il testo �
online sul "Progetto Manuzio".
[2] Carlo Falconi, Leone X, Rusconi, Milano 1987, p. 156. Sull'omosessualit�
di Leone X vedi, in quest'opera, soprattutto le pp. 455-461.
[3] In: Valerio Marucci (a cura di), Pasquinate del Cinque e Seicento,
Salerno, Roma 1988, p. 170.
[4] Ibidem, p. 283.
[5] Ibidem, p. 391.
[6] Giovanni Alfredo Cesareo, Pasquino e pasquinate nella Roma di Leone X,
Deputazione alla Biblioteca Vallicelliana, Roma 1938, p. 75. Sulle accuse di
sodomia a Leone X nelle pasquinate si veda alle pp. 74-75 e 88.
[7] Carlo Falconi, Op. cit., p. 456-7.
[8]-Ibidem, p. 467.
[9] Vi accenna Cesareo, Op. cit., p. 75: "altri componimenti su lo stesso
tema italiani e latini occorrono [esistono] ne' manoscritti contemporanei".
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HENRY STUART cardinale di York (1725-1807)
di: Giovanni Dall'Orto
Henry Stuart adolescente, ritratto da Benedict.
Cardinale cattolico e ultimo pretendente al trono d'Inghilterra per la casa
degli Stuart (detronizzata perch� cattolica).
Nacque a Roma (dove visse e mor�) nel palazzo Muti Papazzurri, da Giacomo
III Stuart (James Edward Stuart "the old pretender", 1688-1766) e fu avviato
alla carriera ecclesiastica: solo alla morte senza eredi del fratello
Charles Edward "the young pretender" (1720-1788) gli successe nelle sue
pretese al trono.
La sua vita � priva di aspetti di rilievo, se si tolgono il fatto di
discendere da una casata di sovrani spodestati e la mancanza di discrezione
nelle sue relazioni omosessuali.
Il suo attaccamento per giovani favoriti era infatti palese, come annot� nel
suo diario un'inglese, Hester Lynch Thrale in Piozzi (1741-1821):
"Il vecchio cardinale di York teneva pubblicamente un ganzo a Roma mentre io
ero l�, nonostante fosse un uomo del miglior carattere possibile, per piet�
e carit�: cosa con cui, come mi ha detto una persona, quel vizio non ha
nulla a che vedere. Costoro [gli italiani] lo considerano una questione di
gusti" [1].
Questa testimonianze � confermata dal diplomatico e scrittore (omosessuale)
Giuseppe Gorani (1740-1819, anch'egli omosessuale) che nel 1793 incontr� il
cardinale nel suo palazzo di Frascati (e che lo trov�, al contrario della
Thrale, arrogante e odiato dal popolo, vessato con punizioni severe per il
minimo strappo alla morale):
"I giudizi temerari sono da temere pi� di ogni altra cosa; io amo
smascherare gli ipocriti, ma voglio avere prove decisive. Mi preoccuper�
dunque di dire semplicemente quello che ho visto senza pretendere di trarne
delle conclusioni.
Il suo palazzo mi parve pieno di giovani adolescenti d'aspetto assai
piacente, vestiti da abati. Ci� mi fece sospettare che questa eminenza
regale potrebbe avere il gusto di cui � accusato qualcuno dei suoi
confratelli.
Tuttavia, non avendo potuto interrogare questi giovani, non ho raccolto
alcun indizio che possa confermare questo sospetto" [2].
In realt� il "sospetto" di Gorani era una certezza, al punto che persino una
fonte cattolicissima come Gaetano Moroni non pu� tacere un "increscioso
incidente" avvenuto nel 1752 fra Giacomo III Stuart, padre del ventisettenne
cardinale di York, e il vivace figlioletto:
"Dispiaceva al re Giacomo III il gran favore che il cardinale accordava a
monsignor Lercari suo maestro di camera [maggiordomo], onde gli fece
intendere, che lo voleva licenziato dal suo servizio. Il cardinale che
l'amava fuor di misura, continuava segretamente la sua amicizia, vedendosi
spesso con lui ne' luoghi appuntati [dandogli appuntamento].
Irritossene maggiormente il re, e preg� con istanza il Papa, perch� lungi da
Roma facesse andare il Lercari.
Voleva il papa contentarlo, ma con un mezzo soave e prudente. Fu questo
l'insinuare [suggerire] al cardinal [Nicola Maria] Lercari, che da s�
medesimo consigliasse suo nipote a portarsi per qualche tempo in Genova loro
patria. Ma non abbracciando il cardinal zio il suggerimento di Benedetto
XIV, questi gl'invi� per la segreteria di stato [era ed � il "ministero
dell'Interno" vaticano, NdR] un biglietto, con ordine di far partire subito
il nipote, come in fatti segu� la notte de' 19 luglio.
Il cardinal duca [di York] se ne stim� vivamente offeso, e nella seguente
notte part� ancor esso per Nocera, protestando di non metter pi� piede in
Roma, se prima non gli era restituito monsignor Lercari. Quindi pass� in
Bologna, ove il Papa gli scrisse pi� lettere, nelle quali l'esortava a
riflettere sul trionfo che farebbero gli eretici nel vedere la discordia di
un cardinale di santa Chiesa, e di un principe s� rispettabile per le sue
virt� (...).
Vinto il cardinale dalle ragioni e premure pontificie, accett� le
condizioni, per riconciliarsi con l'augusto padre, che gli propose monsignor
[Giovanni Giacomo] Millo datario (...), e partendo a' 12 dicembre, torn� in
Roma" [3].
Di fronte alle pressioni del papa stesso il giovane cardinale non ebbe altra
scelta che cedere e tornare a Roma per riconciliarsi col padre.
Fu solo dopo la morte del padre che il povero cardinale pot� darsi ai suoi
amori in tutta quiete, dato che, ed � ancora Moroni ad ammetterlo,
"egli amava avere nella sua corte gente bella e di vantaggiosa statura,
siccome conviene a' grandi pr�ncipi" [4].
Particolarmente "vicino" gli fu dal 1769
"monsignor Angelo Cesarini nobile perugino (...) che aveva fatto canonico
della cattedrale [di Frascati], e ottenutogli dal Papa la qualifica di suo
cameriere d'onore: quindi a sua istanza Pio VII, nel concistoro de' 28
settembre 1801 (...) lo dichiar� vescovo di Milevi in partibus..." [5].
Quando lo Stuart mor�, Cesarini era ancora al suo fianco, come lo era stato
per ben trentadue anni.
Ci� fa pensare che o siamo di fronte ad una delle pi� lunghe (e quindi, si
suppone, felici) relazioni fra uomini che la storia ci tramandi, oppure che
finita la relazione erotica Cesarini fosse rimasto come amico e confidente
del cardinale (io propendo per questa ipotesi, visto il pullulare di
giovanotti nel palazzo).
Note
[1]-Hester Lynch Thrale, Thraliana. The diary of Mrs Hester Lynch Thrale
(later Mrs. Piozzi), Clarendon Press, Oxford 1951, vol. II, pp. 874-875.-
[2]-Giuseppe Gorani, M�moires secrets et critiques des cours, des
gouvernements et des moeurs des principaux �tats de l'Italie, Buisson, Paris
1793, tomo 2, pp. 100-103; citazione da p. 101.
[3]-Gaetano Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, vol.
CIII, Tipografia emiliana, Venezia 1861, pp. 323-336. Citazione dalle pp.
324-325.
[4]-Ibidem, p. 327.
[5]-Ibidem, p. 330.
[6]-Sul cardinale di York si veda anche: Diego Anelli, Storia romana di
trent'anni. 1770-1800, Treves, Milano 1931, pp. 98-108, che per� non parla
d'omosessualit�, come neppure l'agiografico: Pietro Bindelli, Enrico Stuart,
cardinale duca di York, Associazione Tuscolana "Amici di Frascati", Frascati
1982.
Espliciti invece due libri inglesi (che non ho consultato): Brian
Fothergill, The Cardinal King, Faber & Faber, London 1958, che parla degli
amanti di Stuart, e James Lees-Milne, The last Stuarts, Chatto & Windus,
London 1983, che dedica 35 pagine a Henry.
Varie immagini del cardinale sono infine sul sito della National Portrait
Gallery.
(Un "grazie" a Stephen Wilson per i suggerimenti bibliografici).
http://oknotizie.virgilio.it/go.php?us=a518093f97c9ef