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azione e idea

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_J_K_

unread,
May 30, 2000, 3:00:00 AM5/30/00
to
« Vorrei scrivere qualcosa sul problema dell'azione.
Da principio potrà sembrare piuttosto astruso e difficile, ma spero che
riflettendoci saremo in grado di vedere la questione con chiarezza, poiché
tutta la nostra esistenza, tutta la nostra vita, è un processo d'azione.
La vita della maggior parte di noi consiste in una serie di azioni,
apparentemente sconnesse, le une indipendenti dalle altre, che portano
disgregazione e frustrazione. E' un problema che riguarda ciascuno di noi,
perché viviamo attraverso l'azione e senza azione non c'è vita, né
esperienza, né pensiero. Il pensiero è azione; e se ci si limita a
perseguire l'azione a un particolare livello di coscienza, quello esteriore,
facendosi coinvolgere nell'azione esterna senza comprendere l'intero
processo dell'azione in sé, si va inevitabilmente incontro a frustrazione e
infelicità.
La nostra vita consiste in una serie di azioni o, in altri termini, è un
processo d'azione a diversi livelli di coscienza. La coscienza consiste a
sua volta nell'avere esperienza delle cose, nel dare loro un nome e nel
registrarle. La coscienza è quindi innanzitutto sfida e risposta, ossia
esperienza, attribuzione di un nome, e infine registrazione, cioè memoria.
Ma questo processo non è forse azione? La coscienza è azione; e senza sfida
e risposta, senza esperienza, senza attribuzione di un nome, di un termine,
senza registrazione, cioè memoria, non c'è azione.
E' l'azione che crea l'attore. Ossia, l'attore acquisisce esistenza quando
l'azione ha un risultato, un fine in vista. Se nell'azione non c'è la
prospettiva di un risultato, non c'è neanche l'attore; ma se c'è un fine o
risultato in vista, allora l'azione dà origine all'attore. Di conseguenza,
attore, azione e fine o risultato, costituiscono un processo unitario, un
unico processo che si realizza quando l'azione ha un fine in vista. L'azione
volta a un risultato è volontà; altrimenti non c'è volontà, no? Il desiderio
di raggiungere un fine dà origine alla volontà, che è l'attore - io voglio
raggiungere un risultato, voglio scrivere dei libri, voglio essere ricco,
voglio dipingere un quadro.
Questi tre stati ci sono ben noti: l'attore, l'azione e il fine. Di questo è
fatta la nostra vita quotidiana. Sto semplicemente vedendo ciò che è; ma
cominceremo a comprendere come trasformare ciò che è solo quando lo
esamineremo con lucidità, evitando ogni illusione, pregiudizio o parzialità.
Orbene, questi tre stati che costituiscono l'esperienza - l'attore, l'azione
e il fine - rappresentano indubbiamente un processo di divenire. Altrimenti
non c'è divenire, non è così? Se non c'è alcun attore, e non c'è azione
rivolta a un fine, non c'è divenire; e la vita così come la conosciamo, la
nostra vita quotidiana, è un processo di divenire. Sono povero e agisco con
un fine in vista, quello di diventare ricco. Sono brutto e voglio diventare
bello. Dunque la mia vita è un processo per diventare qualcosa. La volontà
di essere è la volontà di divenire, a diversi livelli di coscienza, in
diverse condizioni, in cui c'è sfida, risposta, attribuzione di un nome e
registrazione. Ma questo divenire è sforzo, è sofferenza, non è così? E' una
lotta costante: sono questo e voglio diventare quello.
Dunque il problema è: può esserci azione senza divenire? Può esserci azione
senza sofferenza, senza questa costante battaglia? Se non c'è un fine, non
c'è alcun attore, perché è l'azione con un fine in vista che crea l'attore.
Ma può esserci azione senza un fine in vista, e quindi senza un attore -
ossia, senza il desiderio di un risultato? Un'azione siffatta non è un
divenire e quindi non è una lotta. C'è uno stato dell'azione, uno stato
dell'esperire, in cui sono assenti sia colui che esperisce, sia
l'esperienza. Tutto ciò suona alquanto filosofico, ma in realtà è piuttosto
semplice.
Nel momento dell'esperire, non si è consapevoli di se stessi In quanto
soggetti che esperiscono distinti dall'esperienza; si è in uno stato
dell'esperire. Si prenda un esempio assai familiare: la rabbia. Nel momento
in cui si è arrabbiati, non esistono né colui che esperisce, né
l'esperienza, ma soltanto l'esperire. Non appena ne siamo fuori un secondo
dopo la sensazione di rabbia, ecco manifestarsi il soggetto che esperisce e
l'esperienza, l'attore e l'azione con un fine in vista, quello di liberarsi
dell'ira o di soffocarla. Siamo ripetutamente in questo stato dell'esperire,
ma ne veniamo sempre fuori, gli attribuiamo un nome e lo registriamo, dando
in tal modo continuità al divenire.
Se riusciamo a comprendere l'azione nel senso fondamentale del termine,
allora quella comprensione fondamentale influenzerà anche le nostre attività
superficiali; ma prima è necessario comprendere la natura fondamentale
dell'azione. L'azione scaturisce forse da un'idea? Si ha prima un'idea e poi
si agisce? Oppure viene prima l'azione e poi, dal momento che l'azione crea
conflitto, intorno ad essa si costruisce un'idea? E l'azione che crea
l'attore? Oppure l'attore viene prima dell'azione?
E' molto importante scoprire cosa viene prima. Se viene prima l'idea, allora
l'azione si conforma semplicemente a un'idea e, dunque, non è più azione ma
imitazione, coazione in risposta a un'idea. E' molto importante rendersi
conto di ciò perché, essendo la nostra società strutturata principalmente
sul piano intellettuale o verbale, per tutti noi viene prima l'idea, seguita
dall'azione. L'azione è dunque al servizio di un'idea, e già il semplice
concepimento di idee va ovviamente a scapito dell'azione. Le idee alimentano
altre idee, e quando ci si limita a coltivare idee, sorge antagonismo; a
causa del processo intellettuale d'ideazione, la società diventa
macrocefala. La nostra struttura sociale è fortemente intellettuale;
coltiviamo l'intelletto a spese di ogni altro aspetto del nostro essere e,
di conseguenza, siamo soffocati dalle idee.
Ma possono le idee produrre azione oppure plasmano semplicemente il
pensiero, limitando così l'azione? Quando l'azione è costretta da un'idea,
non potrà mai liberare l'uomo. E' estremamente importante per noi
comprendere questo punto. Se un'idea forgia l'azione, quest'ultima non potrà
mai offrire una soluzione alle nostre miserie. L'indagine sul processo
ideativo, sulla produzione di idee, che siano quelle dei socialisti, dei
capitalisti, dei comunisti, o quelle delle varie religioni, è di immensa
importanza, soprattutto oggi che la nostra società è sull'orlo del baratro,
sotto la minaccia di un'altra catastrofe, di un'altra tragica amputazione.
Coloro che hanno seriamente intenzione di scoprire la soluzione umana ai
numerosi problemi che ci affliggono innanzitutto comprendere il processo di
ideazione.
Cosa si intende per idea? Come nasce un'idea? E' possibile conciliare idea e
azione? Supponiamo che io abbia un'idea e intenda tradurla in pratica; cerco
un metodo per farlo, e insieme riflettiamo, sprecando tempo ed energie a
litigare su come attuare la mia idea. Dunque, è davvero molto importante
scoprire come nascono le idee; e dopo aver scoperto la verità su questo
punto, possiamo discutere la questione dell'azione. Senza discutere le idee,
non ha senso cercare semplicemente di scoprire come agire.
Allora, in che modo vi vengono le idee - anche idee molto semplici, non
necessariamente idee filosofiche, religiose o economiche? Naturalmente si
tratta di un processo di pensiero, non è così? Senza un processo di
pensiero, non può esserci alcuna idea. Così, devo comprendere il processo di
pensiero prima di poterne comprendere il prodotto, l'idea. Cosa si intende
per pensiero? Quando si pensa? E' ovvio che il pensiero è il risultato di
una reazione, neurologica o psicologica: è la risposta immediata dei sensi a
una sensazione, oppure è di natura psicologica, è la risposta della memoria
immagazzinata. C'è dunque la reazione immediata dei nervi a una sensazione,
e c'è la risposta psicologica della memoria immagazzinata, l'influenza della
razza, del gruppo, del guru, della famiglia, della tradizione e così via -
tutto ciò viene chiamato pensiero. Quindi, il processo del pensiero è la
risposta della memoria. Non avremmo pensieri se non avessimo memoria; e la
risposta della memoria a una certa esperienza attiva il processo del
pensiero. Poniamo, ad esempio, che io abbia il ricordo immagazzinato
dell'identità nazionale e mi autodefinisca indù. Quella riserva di ricordi
relativi a risposte, azioni, implicazioni, tradizioni, usanze appartenenti
al mio passato reagisce alla sfida costituita da un musulmano, un buddhista
o un cristiano, e la risposta della memoria alla sfida mette inevitabilmente
in moto un processo di pensiero.
Osservate il processo del pensiero che opera in voi e potrete verificare
direttamente la verità di questa descrizione. Siete stati insultati da
qualcuno e l'episodio resta nella vostra memoria, forma parte del vostro
retroterra. Quando incontrate quella persona, che rappresenta la sfida, la
risposta è il ricordo dell'insulto subito. Così la risposta della memoria,
che costituisce il processo di pensiero, dà origine a un'idea; dunque l'idea
è sempre condizionata - ed è importante comprenderlo. In altri termini,
l'idea è il risultato del processo di pensiero, il processo di pensiero è la
risposta della memoria, e la memoria è sempre condizionata. La memoria è
sempre ferma al passato, ma viene riportata in vita nel presente da una
sfida. La memoria non ha vita propria; rinasce quando ci si trova dinanzi a
una sfida. E, che sia addormentata o sveglia, la memoria è sempre
condizionata, non è così?
Perciò, bisogna ricorrere a un approccio alquanto differente. Bisogna
scoprire autonomamente, dentro di sé, se si agisce in base a un'idea e se
può esserci azione senza ideazione. Cerchiamo di capire che cosa si intende
per azione che non sia basata su un'idea.
Quand'è che si agisce in assenza di ideazione? Quando si ha un'azione che
non è frutto dell'esperienza?
Un'azione basata sull'esperienza è, limitante e perciò costituisce un
ostacolo.
Un'azione che non sia frutto di un'idea può dirsi spontanea quando non è
soggetta al controllo del processo di pensiero, che si fonda
sull'esperienza; ciò significa che l'azione indipendente dall'esperienza è
possibile quando la mente non controlla l'azione stessa.
E' quello l'unico stato in cui c'è comprensione:
quando la mente, che si fonda sull'esperienza, non guida l'azione; quando il
pensiero, che si fonda sull'esperienza, non forgia l'azione. E che cos'è
l'azione quando non c'è processo di pensiero? Può esserci azione in assenza
di un processo di pensiero? Poniamo che io voglia costruire un ponte o una
casa; conosco la tecnica, che mi insegna come costruirli. E' questo che
chiamiamo azione. Sono azioni lo scrivere una poesia, il dipingere, l'avere
responsabilità di governo, il reagire a fattori sociali e ambientali. Tutte
si fondano su un'idea o su una precedente esperienza, che forgiano l'azione.
Ma esiste azione in assenza di ideazione?
Certamente una tale azione è possibile quando cessa l'idea; e l'idea cessa
soltanto quando c'è amore. L'amore non è ricordo, non è esperienza, l'amore
non è pensare alla persona che si ama perché in tal caso è semplicemente un
pensiero. Non si può pensare all'ardore. Si può pensare alla persona che si
ama o a cui si è devoti - al proprio guru, alla propria immagine, alla
propria moglie o al proprio marito - , ma il pensiero, il simbolo, non è
quella realtà che è l'amore. Perciò l'amore non è un'esperienza.
Quando c'è amore, c'è azione, non è così? E quell'azione, non è forse
liberatoria? Essa non è il risultato di un processo mentale, e non c'è
divario fra amore e azione come c'è invece fra idea e azione. L'idea è
sempre vecchia, la sua ombra si proietta sul presente costringendoci
perennemente a cercare di colmare il divario fra azione e idea. Quando c'è
amore - che non è un processo mentale, non è ideazione, non è ricordo, non è
il risultato di un'esperienza o di una disciplina praticata - ebbene,
quell'amore stesso è azione. E' questa l'unica cosa che porta alla
liberazione. Fin quando esistono processi mentali, fin quando l'azione è
forgiata da un'idea che è esperienza, non può esserci liberazione; e fin
quando quel processo continua, ogni azione è inevitabilmente limitata.

Quando percepiamo la verità di tutto ciò, allora si realizza la qualità
dell'amore, che non è un processo mentale e non può essere pensato.

Bisogna essere consapevoli di questo processo totale, di come nascono le
idee, di come l'azione scaturisce da esse, e di come le idee controllano
l'azione e perciò la limitano, dipendendo dalla sensazione. Non importa
quali siano le idee, se siano di sinistra o di estrema destra. Fin tanto che
ci aggrappiamo alle idee, siamo in uno stato in cui non può esserci
esperienza alcuna; ci limitiamo a vivere nel regno del tempo - nel passato,
che continua a produrre sensazioni, o nel futuro, che è in sé una diversa
forma di sensazione. Soltanto quando la mente è libera dalle idee, è
possibile esperire.
Le idee non sono la verità; la verità è qualcosa che deve essere
sperimentata direttamente, di momento in momento. Non è un'esperienza che si
desidera - poiché in tal caso è semplicemente sensazione. Solo quando si
riesce ad andare oltre il groviglio delle idee - che costituisce l'"io", la
mente, che è dotato di parziale o totale continuità - , solo quando si
riesce a superarlo, allorché il pensiero è completamente muto, solo allora
si realizza uno stato dell'esperire. E si saprà allora che cos'è la
verità ».

_J_K_

Tibetano

unread,
May 30, 2000, 3:00:00 AM5/30/00
to
> [...] la mente deve
> essere svincolata da qualunque dogma o credenza o modello d'azione. Se si è
> pronti a seguire qualunque evoluzione, l'essere vincolati non può che
> costituire un impedimento. Per conoscere se stessi, è necessaria la
> consapevolezza, la prontezza di una mente libera da ogni credenza, da ogni
> idealizzazione, perché credenze e ideali sono come un'ombra colorata che
> distorce la vera percezione. [...]

sono completamente d'accordo,
ognuno deve trovare in se stesso la capacità di ponderare qualsiasi "condizione"
(leggi: evento, situazione, contingenza, circostanza) escludendo _totalmente_
gli influssi derivanti sia dal condizionamento sociale e culturale, che
dall'immaginario collettivo o da "formulazioni pregresse" di cui si è (troppo
spesso) vittime inconsapevoli.
Dobbiamo avere la capacità di "resettare" in ogni momento il nostro bagaglio di
conoscenza, di detergere la nostra mente, per riuscire a vedere gli eventi senza
le alterazioni legate al "plagio formativo" che evoca ineluttabilmente in noi
risposte spurie, sentimenti artificiosi, che hanno come unico effetto il
potenziamento dell'inganno di cui siamo già eccessivamente dipendenti.
Questo "reset" è attuabile armonizzando completamente il proprio apparato
percettivo con la "fonte primigenia", quella non inquinata.
Quando si raggiunge tale condizione difatti, realizziamo perfettamente che
non esiste nessun "io indipendente", nessuna morte, e che tutti agiamo pilotati
da una sorta di illusoria "trazione" collettiva che obnubila completamente le
nostre percezioni.
Al "reset" consegue inizialmente un inconsueto stato di confusione mentale seguito
però da emozionanti e delucidanti "aperture" che ci conducono gradualmente (man
mano che l'inganno sedimenta abdicando in favore della Consapevolezza) a
progressive "chiarificazioni" purtroppo però impossibili da palesare a terzi.
Quella che ho definito "fonte primigenia" (che può essere riconosciuta anche nei
profondi stati di meditazione), è riconoscibile anche come energia vitale, la
stessa che opera silenziosamente in noi e ci fornisce il continuo soffio vitale.
E' possibile le prime volte "sintonizzarsi" con essa concentrandosi
intensamente sul proprio cuore (sino ad "entrare" letteralmente in esso),
sulla forza invisibile che opera instancabilmente in lui, sulla vita insita
nel suo incessante battito.
Il primo squarcio da cui si intravede "il sentiero" sarà allora creato,
ma molti si perderanno ugualmente...... (^__^)

> Per produrre una
> rivoluzione fondamentale dentro di sé, bisogna comprendere il processo
> complessivo dei propri pensieri e sentimenti all'interno dei rapporti. E'
> questa l'unica soluzione ai nostri problemi - non quella di avere
> ancora altre discipline, altre credenze, altre ideologie, altri maestri. Se
> riusciamo a comprendere noi stessi Così come siamo attimo per attimo, al di
> là del processo di accumulazione, allora vedremo sopraggiungere una
> tranquillità che non è un prodotto della mente, una tranquillità che non è
> né immaginata, né coltivata; e solo in tale stato di tranquillità può
> esserci creatività.

ci@o._
« Tibetano »
http://tibet.3000.it/
http://consapevolezza.3000.it/

Romano Paolo Tenca

unread,
May 30, 2000, 3:00:00 AM5/30/00
to
Tibetano <e-mail:tibe...@lycosmail.com> wrote in message
jiRY4.29582$VM3.2...@news.infostrada.it...

> ognuno deve trovare in se stesso la capacità di ponderare qualsiasi
"condizione"
> (leggi: evento, situazione, contingenza, circostanza) escludendo
_totalmente_
> gli influssi derivanti sia dal condizionamento sociale e culturale, che
> dall'immaginario collettivo o da "formulazioni pregresse" di cui si è
(troppo
> spesso) vittime inconsapevoli.

Questo significa NON poter pensare. Perche' pensare è collegare, paragonare,
confrontare, connettere. Se la tua mente è vuota, il tuo pensiero è vuoto e
non sei in grado di "ponderare" alcunche'. Sei solo preda delle tue
sensazioni.

> Dobbiamo avere la capacità di "resettare" in ogni momento il nostro
bagaglio di
> conoscenza, di detergere la nostra mente, per riuscire a vedere gli eventi
senza
> le alterazioni legate al "plagio formativo" che evoca ineluttabilmente in
noi
> risposte spurie, sentimenti artificiosi, che hanno come unico effetto il
> potenziamento dell'inganno di cui siamo già eccessivamente dipendenti.

Ma quali sono i sentimenti naturali e non artificiali? Chi li definisce? Su
che basi si formano?

> Questo "reset" è attuabile armonizzando completamente il proprio apparato
> percettivo con la "fonte primigenia", quella non inquinata.

Fa il suo ingresso il mito...

> Al "reset" consegue inizialmente un inconsueto stato di confusione mentale
seguito
> però da emozionanti e delucidanti "aperture" che ci conducono gradualmente
(man
> mano che l'inganno sedimenta abdicando in favore della Consapevolezza) a
> progressive "chiarificazioni" purtroppo però impossibili da palesare a
terzi.

Quindi non esistono socialmente ed e' inutile parlarne.

> Quella che ho definito "fonte primigenia" (che può essere riconosciuta
anche nei
> profondi stati di meditazione), è riconoscibile anche come energia vitale,
la
> stessa che opera silenziosamente in noi e ci fornisce il continuo soffio
vitale.

Mi stai chiedendo di sostituire i miei attuali "influssi", "credenze" e
quant'altro, con questi tuoi personalissimi e "incomunicabili" influssi e
credenze? Non ritieni di essere contradditorio?

> E' possibile le prime volte "sintonizzarsi" con essa concentrandosi
> intensamente sul proprio cuore (sino ad "entrare" letteralmente in esso),
> sulla forza invisibile che opera instancabilmente in lui, sulla vita
insita
> nel suo incessante battito.

Passiamo adesso alla retorica, al fine di convincere, influenzare,
costringere l'interlocutore (Gorgia)?

> Il primo squarcio da cui si intravede "il sentiero" sarà allora creato,
> ma molti si perderanno ugualmente......

E infine la minaccia, tanto per sfruttare un po' il timore e l'angoscia del
futuro. Ma non promettevi la completa liberazione?

> (^__^)

in fede
romano tenca


_J_K_

unread,
Jun 1, 2000, 3:00:00 AM6/1/00
to
Può ciò che è incommensurabile essere trovato da te e da me? Può ciò che
non è del tempo essere scovato da quella cosa che è fatta di tempo? Può una
disciplina praticata diligentemente condurci all'ignoto? Vi è un mezzo per
giungere a ciò che non ha né principio né fine? Può quella realtà essere
colta nella rete dei nostri desideri? Ciò che noi possiamo catturare è la
proiezione di ciò che è noto; ma l'ignoto non può essere colto dal noto. Ciò
che ha un nome non è ineffabile e nominando noi ridestiamo soltanto dei
riflessi condizionati. Questi riflessi, per nobili e belli, non sono le
risposte del reale. Noi reagiamo a degli stimoli, ma la realtà non offre
stimoli: essa è.
La mente muove dal cognito al cognito e non può spingersi nell'incognito.
Non possiamo pensare a qualcosa che non conosciamo; è impossibile. Ciò che
pensate viene dal cognito, dal passato, sia questo passato remoto o il
secondo appena trascorso. Questo passato è pensato, foggiato e condizionato
da molte influenze, si modifica secondo le circostanze e le pressioni, ma
rimane sempre un processo temporale. Il pensiero può soltanto negare o
asserire, non può scoprire il nuovo. Il pensiero non può trovare il nuovo;
ma quando il pensiero tace, allora può esserci il nuovo: che è
immediatamente trasformato nel vecchio, nello sperimentato, dal pensiero. Il
pensiero forma sempre, modifica, cobra secondo uno schema di esperienza. La
funzione del pensiero è di comunicare, ma non di essere nello stato di
sperimentazione. Quando la sperimentazione cessa, allora subentra il
pensiero e la definisce entro la categoria del cognito. Il pensiero non può
penetrare nell'incognito, così che non può mai scoprire o sperimentare la
realtà.
Discipline, rinunce, distacchi, riti, esercizio della virtù, tutte queste
cose, per nobili che siano, sono il processo del pensiero; e il pensiero può
soltanto operare verso un fine, una conquista, che sono sempre del cognito.
Il conseguimento è sicurezza, la certezza auto-protettiva del cognito.
Cercare la sicurezza in ciò che è senza nome vuoi dire negarla. La sicurezza
che si può trovare è soltanto nella proiezione del passato, del cognito. Per
questa ragione la mente deve rimanere in profondo e totale silenzio; ma
questo silenzio non può essere acquistato mediante il sacrificio, la
sublimazione o la soppressione. Questo silenzio viene quando la mente non
cerca più, non è più presa nel processo del divenire. Questo silenzio non è
cumulativo, non può essere creato attraverso la pratica. Questo silenzio
deve essere così sconosciuto alla mente come ciò che è senza tempo; perché
se la mente sperimenta il silenzio, allora c'è lo sperimentatore che è la
somma di esperienze passate, che è consapevole di un passato silenzio; e ciò
che è sperimentato dallo sperimentatore è soltanto una ripetizione che si
auto-proietta. La mente non può mai sperimentare il nuovo, così che la mente
deve starsene tranquilla all'estremo.
La mente può tacere solo quando non sperimenta, vale a dire quando non
definisce o nomina, non registra e non accumula nella memoria. Questo dare
un nome e registrare è un processò Continuo dei differenti strati della
coscienza, non soltanto della mente più elevata. Ma quando la mente
superficiale è in quiete, la mente più profonda può far sentire le sue
intimazioni. Quando l'intera coscienza è muta e tranquilla, libera d'ogni
divenire, che è spontaneità, allora soltanto l'incommensurabile viene in
essere. Il desiderio di conservare questa libertà dà continuità alla memoria
del diveniente, la qual cosa è un ostacolo alla realtà. La realtà non ha
continuità; è di momento in momento, sempre nuova, sempre recente. Ciò che
ha continuità non può mai essere creativo.
La mente superiore è soltanto uno strumento di comunicazione, non può
misurare ciò che è incommensurabile. Della realtà non si deve parlare; e
quando se ne parla, non è più realtà.
Questa è meditazione.

_J_K_

Tibetano

unread,
Jun 1, 2000, 3:00:00 AM6/1/00
to
"Romano Paolo Tenca" ha scritto:

> Tibetano wrote


>>>>> ognuno deve trovare in se stesso la capacità di ponderare qualsiasi
"condizione" (leggi: evento, situazione, contingenza, circostanza) escludendo
_totalmente_ gli influssi derivanti sia dal condizionamento sociale e culturale,
che dall'immaginario collettivo o da "formulazioni pregresse" di cui si è (troppo
spesso) vittime inconsapevoli <<<<<.

> Questo significa NON poter pensare.

No! Perdonami, forse hai compreso male.
Questo significa pensare liberamente.
Significa pensare scevri da "evocazioni automatiche".
Significa comprendere che il nostro pensare è saturo di suggestioni.
Significa comprendere che il nostro pensare è infarcito di convinzioni
ispirate dal proprio ambito sociale e culturale.
Significa imparare a pensare affrancandosi di quei dogmi generati dal bagaglio
di informazioni preso in eredità da una società già satura di assurdi miti.
Significa padroneggiare il proprio pensiero per non esserne posseduti.

> Perche' pensare è collegare, paragonare,
> confrontare, connettere. Se la tua mente è vuota, il tuo pensiero è vuoto e
> non sei in grado di "ponderare" alcunche'. Sei solo preda delle tue
> sensazioni.

chi ha parlato di vuoto?
io ho scritto: "ognuno deve trovare in se stesso la capacità di ponderare


qualsiasi "condizione" (leggi: evento, situazione, contingenza, circostanza)
escludendo _totalmente_ gli influssi derivanti sia dal condizionamento sociale e
culturale, che dall'immaginario collettivo o da "formulazioni pregresse" di cui si
è (troppo spesso) vittime inconsapevoli"

da dov'esce fuori il tuo "vuoto"?

> Tibetano wrote:
>>>> Dobbiamo avere la capacità di "resettare" in ogni momento il nostro bagaglio
di conoscenza, di detergere la nostra mente, per riuscire a vedere gli eventi
senza le alterazioni legate al "plagio formativo" che evoca ineluttabilmente in
noi risposte spurie, sentimenti artificiosi, che hanno come unico effetto il
potenziamento dell'inganno di cui siamo già eccessivamente dipendenti <<<<<.

> Ma quali sono i sentimenti naturali e non artificiali? Chi li definisce? Su
> che basi si formano?

guarda che ho scritto fischi, non fiaschi (^___*)
prima il vuoto, ora i sentimenti... ma cosa hai capito di cio' che ho scritto?

> Tibetano wrote:
>>>> Questo "reset" è attuabile armonizzando completamente il proprio apparato

percettivo con la "fonte primigenia", quella non inquinata. Quando si raggiunge


tale condizione difatti, realizziamo perfettamente che non esiste nessun "io
indipendente", nessuna morte, e che tutti agiamo pilotati da una sorta di
illusoria "trazione" collettiva che obnubila completamente le nostre
percezioni<<<<.

> Fa il suo ingresso il mito...

non è mito, è la tua essenza.
il mito è ciò che hai intorno, o meglio: cio' che credi di avere intorno....

> Tibetano wrote:
>>>> Al "reset" consegue inizialmente un inconsueto stato di confusione mentale
seguito però da emozionanti e delucidanti "aperture" che ci conducono gradualmente
(man mano che l'inganno sedimenta abdicando in favore della Consapevolezza) a
progressive "chiarificazioni" purtroppo però impossibili da palesare a terzi
<<<<<.

> Quindi non esistono socialmente ed e' inutile parlarne.

difatti il mio voleva essere un invito a sperimentare se stessi,
non era la dimostrazione di cio' che è socialmente verificabile
perché poi sarebbe inutile parlarne?

> Tibetano wrote:
>>>> Quella che ho definito "fonte primigenia" (che può essere riconosciuta anche
nei profondi stati di meditazione), è riconoscibile anche come energia vitale, la
stessa che opera silenziosamente in noi e ci fornisce il continuo soffio

vitale.<<<<<.

> Mi stai chiedendo di sostituire i miei attuali "influssi", "credenze" e
> quant'altro, con questi tuoi personalissimi e "incomunicabili" influssi e
> credenze?

non sono i miei, bensì i tuoi....
scopri te stesso e comprenderai

>Non ritieni di essere contradditorio?

No, per nulla

> Tibetano wrote:
>>>> E' possibile le prime volte "sintonizzarsi" con essa concentrandosi
intensamente sul proprio cuore (sino ad "entrare" letteralmente in esso), sulla
forza invisibile che opera instancabilmente in lui, sulla vita insita nel suo
incessante battito<<<<.

> Passiamo adesso alla retorica, al fine di convincere, influenzare,
> costringere l'interlocutore

hai scritto «convincere, influenzare, costringere l'interlocutore» ?
con te c'è da uscirne pazzi!

> (Gorgia)?

io non voglio "sedurre" nessuno e non possiedo l'arte oratoria di Gorgia
tu piuttosto sembri non voler comprendere cio' che realmente si cerca di dire,
forse sei troppo preso dal conseguimento di cio' che hai stabilito che debba
essere

> Tibetano wrote:
> > Il primo squarcio da cui si intravede "il sentiero" sarà allora creato,
> > ma molti si perderanno ugualmente......

> E infine la minaccia,

minaccia? tu vedi una minaccia in quella mia frase?
Complimenti! Sei davvero un "acuto trasfiguratore"

>tanto per sfruttare un po' il timore e l'angoscia del futuro.

"sfruttare" hai scritto? Sfruttare, ho letto bene?
Mi chiedo quale curioso meccanismo abbia operato in te
per arrivare a scrivere ciò...
Sai, credo che nella vita sia importante imparare a guardare ogni cosa
da due differenti punti di vista: il proprio e quello altrui.
Una dote fondamentale. Sarebbe auspicabile che tutti la possedessero.

> Ma non promettevi la completa liberazione?

ma dai, su, sai solo provocare!?
Liberazione? chi? dove? quando l'ho promessa?
trolleggiare è bello, ma quando dura poco!

> in fede

fede? e in cosa?

> romano tenca

¨ ~ t...@shi.delek ~ ¨
¸,ø¤º°`´°º¤ø,¸ " Tibetano " ¸,ø¤º°`´°º¤ø,¸
http://tibet.3000.it/
http://consapevolezza.3000.it/
´°º¤ø,¸¸,ø¤º°` °º¤ø,¸¸,ø¤º°`


peterh

unread,
Jun 2, 2000, 3:00:00 AM6/2/00
to
Tibetano <e-mail:tibe...@lycosmail.com> wrote in message
8h6i95$853$1...@nslave2.tin.it...

> >>>>> ognuno deve trovare in se stesso la capacità di ponderare qualsiasi
> "condizione" (leggi: evento, situazione, contingenza, circostanza)
escludendo
> _totalmente_ gli influssi derivanti sia dal condizionamento sociale e
culturale,
> che dall'immaginario collettivo o da "formulazioni pregresse" di cui si è
(troppo
> spesso) vittime inconsapevoli <<<<<.
>
> > Questo significa NON poter pensare.
>
> No! Perdonami, forse hai compreso male.
> Questo significa pensare liberamente.
> Significa pensare scevri da "evocazioni automatiche".
> Significa comprendere che il nostro pensare è saturo di suggestioni.
> Significa comprendere che il nostro pensare è infarcito di convinzioni
> ispirate dal proprio ambito sociale e culturale.
> Significa imparare a pensare affrancandosi di quei dogmi generati dal
bagaglio
> di informazioni preso in eredità da una società già satura di assurdi
miti.
> Significa padroneggiare il proprio pensiero per non esserne posseduti.

Ribadisco: senza dogmi, convinzioni, miti, evocazioni pregresse non si può
pensare. Il problema non è fare tabula rasa come sosteneva già Bacone, ma
saper riconoscere i propri condizionamenti e i propri miti ed essere
disposti a modificarli se risulta necessario. Possiamo ristrutturare la rete
delle nostre conoscenze, non eliminarla. Per fare questo occorre sicuramente
una leggerezza dell'animo. Se è questo che intendi, allora siamo d'accordo.

> chi ha parlato di vuoto?
> io ho scritto: "ognuno deve trovare in se stesso la capacità di ponderare
> qualsiasi "condizione" (leggi: evento, situazione, contingenza,
circostanza)
> escludendo _totalmente_ gli influssi derivanti sia dal condizionamento
sociale e
> culturale, che dall'immaginario collettivo o da "formulazioni pregresse"
di cui si
> è (troppo spesso) vittime inconsapevoli"
> da dov'esce fuori il tuo "vuoto"?

Se escludi tutto quello che escludi, io non vedo cosa possa rimanere. Il tuo
auspicio è sicuramente invitante, io credo pero' che sia irreale. Tu parli
di ponderare: per "pesare" qualcosa occorre uno strumento, dei criteri di
misurazione, una forza di gravitrà: da qualche parte dovro' pur prenderli.

> > Tibetano wrote:
> >>>> Dobbiamo avere la capacità di "resettare" in ogni momento il nostro
bagaglio
> di conoscenza, di detergere la nostra mente, per riuscire a vedere gli
eventi
> senza le alterazioni legate al "plagio formativo" che evoca
ineluttabilmente in
> noi risposte spurie, sentimenti artificiosi, che hanno come unico effetto
il
> potenziamento dell'inganno di cui siamo già eccessivamente dipendenti
<<<<<.
>
> > Ma quali sono i sentimenti naturali e non artificiali? Chi li definisce?
Su
> > che basi si formano?
>
> guarda che ho scritto fischi, non fiaschi (^___*)
> prima il vuoto, ora i sentimenti... ma cosa hai capito di cio' che ho
scritto?

Avevo letto "sentimenti artificiosi", non hai scritto cosi'?

> > Fa il suo ingresso il mito...
>
> non è mito, è la tua essenza.
> il mito è ciò che hai intorno, o meglio: cio' che credi di avere
intorno....

La mia autentica essenza è costituita dalle mie relazioni. L'io isolato è
una promessa di divinità che affascina l'Oriente come l'Occidente, ma viene
continuamente smentita dalla Necessità quotidiana.

> difatti il mio voleva essere un invito a sperimentare se stessi,
> non era la dimostrazione di cio' che è socialmente verificabile
> perché poi sarebbe inutile parlarne?

L'invito è ok, ma non la descrizione.

> > Mi stai chiedendo di sostituire i miei attuali "influssi", "credenze" e
> > quant'altro, con questi tuoi personalissimi e "incomunicabili" influssi
e
> > credenze?
>
> non sono i miei, bensì i tuoi....

Per ora no, non credi?

> scopri te stesso e comprenderai

Fino a quel momento non potro' comprenderti. E come posso scoprire me stesso
se prima non comprendo la strada per farlo? Sai questo era anche, mutatis
mutandis, uno dei problemi sollevati nelle confessioni di S.Agostino.

> >Non ritieni di essere contradditorio?
>
> No, per nulla

Eppure lo sei. Tu mi rendi destinatario di una comunicazione che non
comunica, tu mi dici di liberarmi da ogni convinzione per assumere le tue
convinzioni attorno a una "fonte primigenia" e a una conoscenza di se' priva
di presupposti sociali e correggimi se sbagli tu sei una parte del mio mondo
sociale. Guarda che io posso anche rispettare la tua convinzione, ma non
condivido l'impianto retorico in cui la esibisci.

> > Passiamo adesso alla retorica, al fine di convincere, influenzare,
> > costringere l'interlocutore
>
> hai scritto «convincere, influenzare, costringere l'interlocutore» ?
> con te c'è da uscirne pazzi!

Le parole hanno un peso. Non è una colpa, è una constatazione di fatto che
vale per tutti i rapporti sociali, te compreso. Quello che non riesco a
spiegarmi è perche' quello che mi ha insegnato il signor X, siccome non
viene da me stesso, mi "plagia" (un termine usato da te) e quello che mi
insegni tu non solo non mi plagia, ma addirittura mi rende me stesso.

> io non voglio "sedurre" nessuno e non possiedo l'arte oratoria di Gorgia
> tu piuttosto sembri non voler comprendere cio' che realmente si cerca di
dire,
> forse sei troppo preso dal conseguimento di cio' che hai stabilito che
debba
> essere

forse ho forzato un poco l'interpretazione delle tue parole, non mi sembra
pero' di averle travisate

> > Tibetano wrote:
> > > Il primo squarcio da cui si intravede "il sentiero" sarà allora
creato,
> > > ma molti si perderanno ugualmente......
>
> > E infine la minaccia,
>
> minaccia? tu vedi una minaccia in quella mia frase?
> Complimenti! Sei davvero un "acuto trasfiguratore"

La minaccia di perdersi... velata, lo ammetto.

> >tanto per sfruttare un po' il timore e l'angoscia del futuro.
>
> "sfruttare" hai scritto? Sfruttare, ho letto bene?

Poi non mi dire che sei completamente digiuno di retorica :-)

> Sai, credo che nella vita sia importante imparare a guardare ogni cosa
> da due differenti punti di vista: il proprio e quello altrui.
> Una dote fondamentale. Sarebbe auspicabile che tutti la possedessero.

Sono perfettamente d'accordo. Sinceramente.

> > Ma non promettevi la completa liberazione?
>
> ma dai, su, sai solo provocare!?

Lo ammetto, ma spero non sia la sola cosa che so fare. Comunque non ne sono
perfettamente certo.

> Liberazione? chi? dove? quando l'ho promessa?
> trolleggiare è bello, ma quando dura poco!

Dai condizionamenti sociali, dalla schiavitù sociale, dal plagio. Questo
non puoi negarlo.

> > in fede
>
> fede? e in cosa?

In tante, tantissime cose: sono addirittura prostrato dall'enorme quantità
di cose in cui sono costretto a credere. Come tutti del resto.


> ¨ ~ t...@shi.delek ~ ¨
> ¸,ø¤º°`´°º¤ø,¸ " Tibetano " ¸,ø¤º°`´°º¤ø,¸
> http://tibet.3000.it/
> http://consapevolezza.3000.it/
> ´°º¤ø,¸¸,ø¤º°` °º¤ø,¸¸,ø¤º°`
>

Hai veramente una bella firma. Almeno credo :-)

in fede
romano tenca


Tibetano

unread,
Jun 4, 2000, 3:00:00 AM6/4/00
to
"peterh" <rot...@libero.it> ha scritto:

> Tibetano wrote:
> > No! Perdonami, forse hai compreso male.
> > Questo significa pensare liberamente.
> > Significa pensare scevri da "evocazioni automatiche".
> > Significa comprendere che il nostro pensare è saturo di suggestioni.
> > Significa comprendere che il nostro pensare è infarcito di convinzioni
> > ispirate dal proprio ambito sociale e culturale.
> > Significa imparare a pensare affrancandosi di quei dogmi generati dal
> > bagaglio di informazioni preso in eredità da una società già satura
> > di assurdi miti.
> > Significa padroneggiare il proprio pensiero per non esserne posseduti.

> [.....]


> Il problema non è fare tabula rasa come sosteneva già Bacone, ma
> saper riconoscere i propri condizionamenti e i propri miti ed essere
> disposti a modificarli se risulta necessario. Possiamo ristrutturare la rete
> delle nostre conoscenze, non eliminarla. Per fare questo occorre sicuramente
> una leggerezza dell'animo. Se è questo che intendi, allora siamo d'accordo.

Si, a quanto pare siamo d'accordo (^___^)
del resto negli ultimi anni ho espresso più e più volte la mia opinione
in merito a questo.
Purtuttavia desidero ricordare l'importanza che secondo me ha il raggiungimento di
posizioni di pensiero e di azione diciamo così "estreme", con il fine di produrne
l'opposto in maniera più o meno propizia (concetto ripreso da Jung e denominato
"enantiodromia"; e da Bhagwan, che invece lo esprimeva prendendo come esempio due
figure apparentemente contrapposte: lo "Zorba kazantzakisiano", visto come
imprescindibile "embrione" per la futura consapevolezza del sé, ed il Buddha,
"potenzialmente presente" in ogni essere umano ma assai raramente raggiunto dallo
stesso).

> > difatti il mio voleva essere un invito a sperimentare se stessi,
> > non era la dimostrazione di cio' che è socialmente verificabile

> L'invito è ok, ma non la descrizione.

ne deduco che non sono una buona penna ( ^ o ^ )
. ¯¯¯


> Fino a quel momento non potro' comprenderti. E come posso scoprire me stesso
> se prima non comprendo la strada per farlo? Sai questo era anche, mutatis
> mutandis, uno dei problemi sollevati nelle confessioni di S.Agostino.

devi però ammettere che ci stiamo pian piano avvicinando alla "meta"....
dalla "padronanza di sé" di Platone, intesa come *auto-controllo*, siamo passati
all' *auto-osservazione* che secondo Agostino poteva rivelare la "Potenza di Dio"
per giungere finalmente all' *auto-esplorazione* a cui ci esortano soprattutto le
filosofie orientali, dopo però essere passati dal *controllo strumentale*,
suggerito da Descartes, che ognuno può esercitare sul proprio pensiero e sulle
proprie sensazioni (chi ha interesse per questi concetti può dare un'occhiata a:
«Radici dell'io» di Charles Taylor)

> > > [....]


> > io non voglio "sedurre" nessuno e non possiedo l'arte oratoria di Gorgia
> > tu piuttosto sembri non voler comprendere cio' che realmente si cerca di
> > dire, forse sei troppo preso dal conseguimento di cio' che hai stabilito che
> > debba essere

> forse ho forzato un poco l'interpretazione delle tue parole, non mi sembra
> pero' di averle travisate

non sempre si può pretendere di estrapolare una chiara logica nella filosofia....
del resto già (prima di te) Wittgenstein sottolineò questo discutibile aspetto,
che posso farci? Sono proprio un irriducibile impenitente?

> > Sai, credo che nella vita sia importante imparare a guardare ogni cosa
> > da due differenti punti di vista: il proprio e quello altrui.
> > Una dote fondamentale. Sarebbe auspicabile che tutti la possedessero.

> Sono perfettamente d'accordo. Sinceramente.

ne ero certo.... in fondo {imho} la pensiamo allo stesso modo

> > ¨ ~ t...@shi.delek ~ ¨
> > ¸,ø¤º°`´°º¤ø,¸ " Tibetano " ¸,ø¤º°`´°º¤ø,¸
> > http://tibet.3000.it/
> > http://consapevolezza.3000.it/
> > ´°º¤ø,¸¸,ø¤º°` °º¤ø,¸¸,ø¤º°`

> Hai veramente una bella firma. Almeno credo :-)

^ ^
O
\___/
> in fede
> romano tenca

allora esagero con quest'altra (^__*)

_ ¸ , . - ø ¤ º ' ° ` ¯ ´ ° ' º ¤ ø - . , ¸ _
¸,ø¤º°`´°º¤ø,¸ ¸,ø¤º°`´°º¤ø,¸
¸,ø¤º°`´°º¤ø,¸ ¸,ø¤º°`´°º¤ø,¸ ¸,ø¤º°`´°º¤ø,¸
/ ¨ ~ t...@shi.delek ~ ¨ \
| ´°º¤ø,¸ °º¤ø,¸¸,ø¤º°` " Tibetano " ¸,ø¤º°`´°º¤ø,¸´°º¤ø,¸ |
\ http://users.iol.it/aetos/ /
´°º¤ø,¸¸,ø¤º°` ´°º¤ø,¸¸,ø¤º°` ´°º¤ø,¸¸,ø¤º°`
´°º¤ø,¸¸,ø¤º°` ´°º¤ø,¸¸,ø¤º°`
¯ ´ ° ' º ¤ ø - . , ¸ _ ¸ , . - ø ¤ º ' ° ` ¯

Tibetano

unread,
Jun 4, 2000, 3:00:00 AM6/4/00
to
"_J_K_" ha scritto:
> [ ... cut ... ]

d'accordo in tutto

_J_K_

unread,
Jun 21, 2000, 3:00:00 AM6/21/00
to
"Credenza e conoscenza sono legate molto intimamente al desiderio
e forse, se riusciamo a comprendere questi due fattori, possiamo percepire
il funzionamento del desiderio e capirne le complessità.
Una delle cose - mi sembra - che la maggior parte di noi è pronta ad
accettare senza discutere è la questione delle credenze. Non intendo
attaccare le credenze. Ciò che stiamo cercando di fare è di scoprire perché
accettiamo questa o quella credenza; e se riusciamo a comprendere le
motivazioni, le cause di tale accettazione, allora forse potremo essere
capaci non solo di capire il perché, ma anche di liberarcene. E' facile
vedere come le credenze politiche, religiose, nazionalistiche o di altro
tipo dividano la gente, creando conflitto, confusione e antagonismo - è un
fatto palese, eppure siamo riluttanti ad abbandonarle. C'è la fede indù, la
fede cristiana, quella buddhista, ci sono le innumerevoli credenze settarie
e nazionali, le varie ideologie politiche, tutte in competizione reciproca,
ognuna che cerca di prevalere sulle altre.

Balza agli occhi il fatto che le credenze dividono la gente, creando
intolleranza; ma è possibile vivere senza credere in qualcosa?

Lo si può scoprire soltanto riuscendo a studiare se stessi in rapporto a una
credenza.
E' davvero possibile vivere in questo mondo senza credere in qualcosa - non
mutare convinzioni, non sostituire una
credenza all'altra, ma essere, davvero, interamente liberi da qualunque
credenza, in modo da andare incontro alla vita come se fosse sempre, in ogni
momento, nuova?

Dopo tutto, questa è la verità: avere la capacità di accostarsi a ogni cosa
come se fosse la prima volta, attimo per attimo, senza i condizionamenti del
passato, di modo che non ci sia quell'effetto cumulativo che agisce come
barriera fra se stessi e ciò che è.
Se si riflette, ci si accorge che una delle cause del desiderio di accettare
una credenza è la paura. Cosa ci accadrebbe se non credessimo in nulla? Non
dovremmo temere quel che potrebbe succederci? Se non avessimo alcun modello
d'azione fondato su una credenza - in Dio, o nel comunismo, o nel
socialismo, o nell'imperialismo, o in qualche tipo di formula religiosa, di
dogma che ci condiziona - , non potremmo fare a meno di sentirci
completamente smarriti, non è così? E l'accettazione di una credenza non è,
in definitiva, proprio questo: un modo di mettere a tacere quella paura, la
paura di non esser nulla, di essere vuoti? Dopo tutto, però, una tazza è
utile soltanto quando è vuota; e una mente piena di credenze, di dogmi, di
asserzioni, di citazioni, non è certo una mente creativa, è semplicemente
ripetitiva. Sfuggire a quella paura - la paura del vuoto, la paura della
solitudine, la paura del ristagno, la paura di non arrivare, di non
riuscire, di non ottenere qualcosa, di non essere qualcosa, di non diventare
qualcosa - è certamente una delle ragioni per cui aderiamo alle varie
credenze con tanto entusiasmo, con avidità. E attraverso l'accettazione di
una credenza, comprendiamo forse meglio noi stessi? Al contrario. Una
credenza, religiosa o politica, ostacola ovviamente la comprensione di noi
stessi. Agisce come uno schermo attraverso cui ci guardiamo. Ma è possibile
guardarsi senza tale schermo? Se si rimuovono quelle credenze, le tante
credenze che ognuno di noi ha, rimane qualcosa da guardare? Se non c'è più
alcuna credenza con cui la mente si identifichi, allora la mente, priva di
identificazione, è capace di guardare a se stessa così com'è: e a quel
punto, sicuramente, si ha un primo barlume di comprensione di sé.

Questa questione della credenza e della conoscenza costituisce un problema
molto interessante. Che ruolo fondamentale essa svolge nella nostra vita!
Quante credenze abbiamo! Non c'è dubbio che quanto più intellettuale è una
persona, quanto più colta, quanto più spirituale, se posso usare questo
termine, tanto minore è la sua capacità di comprendere. I selvaggi hanno
innumerevoli superstizioni, anche nel mondo moderno. I più riflessivi, i più
accorti, i più vigili sono forse quelli che credono meno.

Le credenze vincolano, le credenze isolano; lo constatiamo ovunque, nel
mondo dell'economia e della politica, e anche nel cosiddetto mondo dello
spirito.

Voi credete che esista un Dio, mentre forse io credo che non esista alcun
Dio; oppure credete nel controllo completo dello Stato su ogni cosa e ogni
individuo, mentre io credo nella libera impresa; voi credete che esista un
unico Salvatore attraverso il quale potrete raggiungere il vostro obiettivo,
mentre io credo che non sia così.

In tal modo, voi con le vostre credenze e io con le mie cerchiamo
l'autoaffermazione.

E tuttavia, sia voi che io parliamo d'amore, di pace, dell'unità del genere
umano, di un'unica esistenza - il che non vuol dire assolutamente niente,
perché di fatto una vera credenza implica esclusione dell'altro. Tu sei un
brahmano, io un non-brahmano; tu sei cristiano, io musulmano, e così via.
Voi parlate di
fratellanza e anch'io parlo della stessa fratellanza, d'amore e di pace; ma
di fatto siamo divisi, ci contrapponiamo gli uni agli altri.

Un uomo che desidera la pace e vuole creare un mondo nuovo, un mondo felice,
certamente non può isolarsi attraverso una qualunque forma di credenza.

E' chiaro tutto ciò?

Può darsi che lo sia solo a livello verbale, ma se ne cogliete il
significato e la validità e la verità intrinseca, i suoi effetti
cominceranno a esplicarsi.

Possiamo constatare che laddove c'è un processo di desiderio all'opera, deve
essere attivo anche il processo di isolamento attraverso una credenza,
poiché è evidente che crediamo al fine di garantirci la sicurezza economica,
spirituale e interiore. Non sto parlando di coloro che credono per ragioni
di opportunità economica, perché sono stati educati a dipendere dal lavoro e
perciò saranno cattolici o indù o quello che sia fin tanto che ciò gli
assicurerà un posto. Né mi riferisco a coloro che abbracciano un'opinione
per convenienza. Forse è Così per la maggior parte di noi. Per convenienza
crediamo in certe cose. Ma dobbiamo mettere da parte le ragioni economiche e
scavare più in profondità. Prendiamo la gente che crede fortemente in
qualcosa, in campo economico, sociale o spirituale; il processo sottostante
è il desiderio psicologico di sicurezza, non è così? E poi c'è il desiderio
di continuità. Non stiamo discutendo qui se esista o meno la continuità;
stiamo solo discutendo il bisogno, l'impulso costante a credere. Un uomo di
pace, un uomo che voglia realmente comprendere l'intero processo
dell'esistenza umana, non può certo essere vincolato da una credenza. Egli
percepisce il proprio desiderio all'opera come uno strumento per garantirsi
sicurezza. Per favore, non balzate alle conclusioni opposte, non sto
predicando la non-religione. Non è affatto questo che sto cercando di
dimostrare.

Quello che voglio mettere in chiaro è che, fin quando non comprendiamo il
processo del desiderio sotto forma di credenza, inevitabilmente ci saranno
antagonismo, conflitto, sofferenza, e l'uomo alzerà la mano contro il suo
simile - come possiamo vedere ogni giorno. Se dunque sono consapevole che
questo processo assume la forma di una credenza, la quale è espressione del
bisogno di sicurezza interiore, allora il mio problema non è di credere in
questo o in quello, ma di liberarmi di quel desiderio di sicurezza. Può la
mente liberarsi dal desiderio di sicurezza? E' questo il problema, anziché
in cosa credere e quanto credere. Queste sono soltanto espressioni del
bisogno interiore di sicurezza psicologica, di punti fermi di fronte alla
precarietà del mondo.

Può dunque una mente, una mente consapevole, una personalità, essere libera
da questo desiderio di sicurezza? Desideriamo la sicurezza e per questo
motivo abbiamo bisogno dell'aiuto dei nostri possedimenti, dei nostri beni,
della nostra famiglia. Cerchiamo la sicurezza interiore e spirituale
erigendo intorno a noi muri di credenze, che sono un sintomo di questo
bisogno di certezze. Possiamo, in quanto individui, essere liberi da questa
esigenza, da questo bisogno di sicurezza che si esprime nel desiderio di
credere in qualcosa? Se non siamo liberi da tutto ciò, siamo fonte di
conflitto; non costruiamo la pace; non abbiamo amore nei nostri cuori. Le
credenze distruggono, come si può osservare nella vita di tutti i giorni.

Posso riuscire a vedere me stesso con chiarezza quando sono coinvolto nel
processo del desiderio, che si esprime nell'attaccamento a una credenza? Può
davvero la mente liberarsi dalle credenze - non trovare nuove credenze in
sostituzione di quelle vecchie, ma liberarsene interamente?
Non è possibile dare una risposta verbale, "si" o "no", a questo
interrogativo; ma si può senz'altro dare una risposta se si ha davvero
l'intenzione di liberarsi dalle credenze. Allora, inevitabilmente, si arriva
al punto in cui si cercano i mezzi per liberarsi dal bisogno di sicurezza.

Naturalmente non esiste alcuna sicurezza interiore che, come ci piace
credere, sia perenne. Ci piace credere che esista un Dio il quale si prende
cura dei nostri meschini interessi, dicendoci chi vedere, cosa fare, Come
farlo. E' un modo di ragionare infantile e immaturo. Pensiamo che il Grande
Padre vegli su ciascuno di noi. Ma Questa è una semplice proiezione delle
nostre personali inclinazioni. E' evidente che non è vero. La verità non può
che essere qualcosa di completamente differente.
Il problema successivo da affrontare è quello della conoscenza. La
conoscenza è necessaria alla comprensione della verità? Quando dico "io",
implicitamente affermo che c'è conoscenza. Può una mente che si esprime in
questi termini essere capace di indagare ed esplorare cos'è la realtà? E
comunque, cos'è che conosciamo e di cui andiamo tanto fieri? In effetti, che
conosciamo? Conosciamo dei dati; siamo pieni di dati e di esperienze basate
sui nostri condizionamenti, la nostra memoria e le nostre capacità. Quando
dite "io so". cosa intendete? Affermare di sapere può essere o il
riconoscimento di un dato di fatto, di certe informazioni, oppure
un'esperienza che avete avuto. La costante accumulazione di informazioni,
l'acquisizione di varie forme di conoscenza, tutto contribuisce a costituire
l'asserzione "io so";e cominciate a tradurre ciò che avete letto nei termini
del vostro ambiente, dei vostri desideri, delle vostre esperienze. Nella
conoscenza è all'opera un processo simile a quello del desiderio, ma alla
credenza si sostituisce la conoscenza. "Io so, ho avuto un'esperienza, che
non può essere confutata; la mia esperienza è questa e io ci faccio
completamente affidamento": queste frasi sono espressione di quella
conoscenza. Se, però, si va oltre, la si analizza, la si considera con
maggiore attenzione e intelligenza, si scoprirà che la stessa asserzione "io
so" rappresenta un altro muro che ci separa gli uni dagli altri. Dietro quel
muro ci rifugiamo, cerchiamo conforto e sicurezza.

Perciò, quanto maggiore è la conoscenza da cui una mente è gravata, tanto
minore sarà la sua capacità di comprensione.

Non so se avete mai pensato al problema dell'acquisizione della conoscenza;
se vi siete mai chiesti se la conoscenza ci aiuta in ultima istanza ad
amare, a essere liberi da quelle qualità che producono conflitto in noi
stessi e fra noi e il nostro prossimo, se essa contribuisce mai a liberare
la mente dall'ambizione. Dopo tutto, l'ambizione è una delle qualità che
distruggono i rapporti, che mettono un uomo contro l'altro. Per poter vivere
insieme pacificamente, non c'è dubbio che l'ambizione debba scomparire del
tutto - non solo l'ambizione politica, economica, sociale, ma anche
l'ambizione più sottile e perniciosa, l'ambizione spirituale: essere
qualcosa. E' mai possibile per la mente essere libera dal processo di
accumulazione della conoscenza, da questo desiderio di conoscere?
E' molto interessante osservare come nella nostra vita questi due fattori,
la conoscenza e la credenza, svolgano un ruolo straordinariamente potente.
Basti considerare l'adorazione che abbiamo verso coloro che hanno un'immensa
cultura ed erudizione. Riuscite a comprenderne il significato? Per scoprire
qualcosa di nuovo, per esperire qualcosa che non sia solo una proiezione
dell'immaginazione, la mente deve essere libera - capace, cioè, di vedere
il nuovo. Purtroppo, ogni volta che vediamo qualcosa di nuovo, associamo ad
esso tutte le informazioni a noi già note, tutta la nostra conoscenza, tutti
i nostri ricordi; e, ovviamente, diventiamo incapaci di guardare, incapaci
di recepire qualunque cosa che sia nuova, che non sia parte del vecchio. Per
favore, non prendete queste considerazioni alla lettera. Se non so la strada
per tornare a casa, mi perdo; se non so come far funzionare una macchina,
non posso essere di alcuna utilità. Ma questa è un'altra questione, non è di
questo che stiamo discutendo qui. Stiamo parlando invece di quella
conoscenza che è uno strumento per garantirsi sicurezza, il desiderio
psicologico e interiore di essere qualcosa. Cosa si ottiene attraverso la
conoscenza: l'autorità della conoscenza, il peso della conoscenza, il senso
di importanza, di dignità, di vitalità, e cos'altro? Un uomo che dice, "io
so", "C'è" oppure "Non c'è", ha sicuramente smesso di pensare, ha smesso di
perseguire l'intero processo del desiderio.
A mio avviso, dunque, il nostro problema è che siamo vincolati, appesantiti,
dalle credenze, dalla conoscenza; ed è possibile per una mente essere libera
dal passato e dalle credenze che sono state acquisite attraverso il processo
del passato?
Capite la domanda?
E' possibile per me come individuo e per voi come individui vivere in questa
società e, tuttavia, essere liberi dalle credenze dell'ambiente in cui siamo
stati allevati? E' possibile per la mente essere libera da tutta la
conoscenza, da tutta l'autorità?

Noi leggiamo le scritture delle varie religioni, i testi sacri. In essi è
stato accuratamente descritto cosa fare e cosa non fare, come raggiungere il
fine ultimo, qual è questo fine ultimo e cos'è Dio. Voi tutti sapete questo
a memoria e ne avete fatto l'oggetto delle vostre ricerche.

Ovviamente, quello che cercate, quello troverete.

Ma corrisponde alla realtà?

Non è forse la proiezione della vostra conoscenza?

E' possibile raggiungere tale consapevolezza adesso - non domani, ma
adesso - e dire, "Vedo la verità di questo", e poi lasciare che la
conoscenza si dilegui, di modo che la mente non sia menomata da questo
processo di immaginazione, di proiezione?

E' capace la mente di liberarsi dalle credenze? E' possibile liberarsene
quando si capisce l'intima natura delle cause che ci spingono ad aggrapparci
ad esse, le motivazioni non solo consce, ma anche inconsce, che inducono a
credere in qualcosa. Dopo tutto, non siamo semplici entità superficiali che
funzionano interamente a livello conscio. Possiamo scoprire le più profonde
attività consce e inconsce se diamo alla mente inconscia l'opportunità di
manifestarsi, dal momento che reagisce molto più rapidamente della mente
conscia. Mentre quest'ultima pensa, ascolta e osserva in silenzio, la mente
inconscia è molto più attiva, molto più vigile e ricettiva, e può dunque
avere una risposta pronta.
Può la mente che è stata soggiogata, intimidita, piegata, costretta a
credere, può tale mente essere libera di pensare? Può guardare alle cose con
occhio nuovo e annullare il processo di isolamento fra noi e gli altri? Vi
prego, non dite che le credenze accomunano le persone. Non è vero, e questo
è palese. Nessuna religione organizzata lo ha mai fatto. Guardate voi
stessi, nel vostro paese. Siete tutti credenti, ma siete forse accomunati,
uniti? Sapete bene che non è così. Siete divisi in tanti piccoli, meschini
partiti e caste; conoscete bene le innumerevoli divisioni. Il che è
esattamente lo stesso in tutto il mondo, a est come a ovest: cristiani
contro cristiani, che si uccidono a vicenda per i propri piccoli, meschini
interessi, che imprigionano i propri simili nei campi di concentramento e
così via - insomma, tutto l'orrore della guerra. Dunque, le credenze non
uniscono le persone, è evidente. Ma se è evidente, ed è vero, e voi ne siete
consapevoli, allora bisogna comportarsi di conseguenza. La difficoltà è che
la maggior parte di noi non riesce ad accorgersene, perché non siamo capaci
di affrontare l'insicurezza interiore, il senso interiore di solitudine.
Vogliamo qualcosa a cui appoggiarci, che sia lo Stato o la casta, che sia il
nazionalismo o un Maestro o un Salvatore o qualunque altra cosa. E quando ci
rendiamo conto della falsità di tutto ciò, allora la mente diventa capace -
anche solo temporaneamente, per un secondo - di scorgere la verità; benché
poi la mente si ritragga, se la verità è troppo difficile da accettare.
Anche una visione temporanea, però, è sufficiente; se per un fugace momento
riuscite a vedere, questo basta: vedrete allora accadere una cosa
straordinaria. L'inconscio è all'opera, sebbene il conscio possa opporsi.
Quel momento non è seguito da altri momenti simili, resta unico, ma produrrà
i suoi effetti, malgrado la mente conscia lotti contro di esso.

Il nostro interrogativo è dunque questo: "E' possibile per la mente essere
libera dalle conoscenze e dalle credenze?". Non è forse fatta la mente
proprio di conoscenze e di credenze? Non è la sua stessa struttura
costituita di conoscenze e di credenze? Queste costituiscono il processo del
riconoscimento, il centro della mente. E' un processo sia conscio che
inconscio, che racchiude e isola. Può la mente liberarsi della propria
struttura? Può la mente cessare di essere? E' questo il problema. La mente,
così come la conosciamo, poggia sulle credenze, sul desiderio, sul bisogno
di sicurezza, sulla conoscenza e sull'accumulazione di forza. Se malgrado
tutta la potenza e la superiorità della mente non riusciamo a pensare
autonomamente, allora nel mondo non può esserci pace. Possiamo parlare di
pace, fondare partiti politici, salire sul tetto di casa e urlare le nostre
convinzioni, ma non riusciremo ad avere la pace, poiché proprio nella mente
è insita quella essenza che crea contraddizione, che isola e divide. Un uomo
di pace, un uomo che abbia a cuore le sorti del mondo, non può isolarsi e,
nonostante questo, continuare a parlare di fratellanza e di pace. Sarebbe
solo un gioco, politico o religioso, una sensazione di affermazione
personale e di ambizione. Un uomo che voglia davvero affrontare seriamente
questo problema, che voglia scoprire la verità, non può trascurare il
problema della conoscenza e della credenza; deve andare oltre, deve svelare
l'intero processo del desiderio all'opera, il desiderio di sicurezza, il
bisogno di certezze.
Una mente che raggiunga lo stato in cui il nuovo può realizzarsi - che sia
la verità, oppure Dio, o quel che vi pare - deve certamente cessare di
acquisire, di accumulare conoscenze; anzi, deve mettere da parte ogni
conoscenza. Una mente gravata dalla conoscenza non può comprendere il reale,
che è incommensurabile".

_J_K_

Avalon

unread,
Jun 21, 2000, 3:00:00 AM6/21/00
to
Benchè condivida pienamente le tue affermazioni sono convinto che nel tuo
discorso ci sia una piccola pecca logica.
Tu affermi che solo affrontando il problema della conoscenza e della
credenza, e svelando l'intero processo del desiderio all'opera si possa
raggiungere la pace e la fratellanza tra gli uomini.
Ma la pace non è in fondo un qualcos'altro a cui aggrapparsi?
Non fraintendermi comunque, credo di aver compreso ciò che volevi dire, solo
non credo che una ricerca così intima e personale come quella che tu proponi
possa avere per fine una causa sociale.

by
Avalon

_J_K_ <_J...@nessuna.email> wrote in message
8iqr3n$u81$1...@pegasus.tiscalinet.it...

Avalon

unread,
Jun 22, 2000, 3:00:00 AM6/22/00
to
Benchè condivida pienamente le tue affermazioni sono convinto che nel tuo
discorso ci sia una piccola pecca logica.
Tu affermi che solo affrontando il problema della conoscenza e della
credenza, e svelando l'intero processo del desiderio all'opera si possa
raggiungere la pace e la fratellanza tra gli uomini.
Ma la pace non è in fondo un qualcos'altro a cui aggrapparsi?
Non fraintendermi comunque, credo di aver compreso ciò che volevi dire, solo
non credo che una ricerca così intima e personale come quella che tu proponi
possa avere per fine una causa sociale.

by
Avalon

_J_K_ <_J...@nessuna.email> wrote in message
8iqr3n$u81$1...@pegasus.tiscalinet.it...

_J_K_

unread,
Jul 21, 2000, 3:00:00 AM7/21/00
to

Per la maggior parte di noi, tutta la vita si basa su uno sforzo, su una
forma o l'altra di volizione. Non riusciamo a concepire un'azione senza
volizione, senza sforzo. La nostra vita sociale, economica, e quella
cosiddetta spirituale consistono in una serie di azioni finalizzate, che
culminano sempre in certi risultati. E noi pensiamo dunque che uno sforzo
sia essenziale, indispensabile.
Ma cosa ci spinge a fare sforzi? Non è forse, in parole povere, il desiderio
di conseguire un risultato, di diventare qualcosa, di raggiungere un
obiettivo? Se non ci impegniamo in qualcosa, temiamo di ristagnare. Abbiamo
un'idea del fine che ci sforziamo costantemente di raggiungere; e quello
sforzo è divenuto parte della nostra vita. Se vogliamo trasformare noi
stessi, se desideriamo produrre in noi un cambiamento radicale, facciamo uno
sforzo tremendo per eliminare le vecchie abitudini, per resistere alle
influenze solite dell'ambiente circostante e così via. Dunque, siamo
abituati a questa serie di sforzi allo scopo di trovare o raggiungere
qualcosa, anzi, più in generale, allo scopo di vivere.

Ma un simile sforzo non è forse tutto frutto dell'attività del sé?
Non è forse lo sforzo un'attività egocentrica?

Se lo sforzo nasce dal centro del sé, finisce inevitabilmente per produrre
ulteriore conflitto, confusione, infelicità. E tuttavia, continuiamo a fare
uno sforzo dopo l'altro.
Pochissimi tra noi si rendono conto del fatto che l'attività egocentrica
propria dello sforzo non serve a risolvere alcun problema; al contrario,
acuisce la nostra confusione, infelicità, sofferenza. Sappiamo che è così,
eppure continuiamo a sperare di riuscire in qualche modo a superare
l'attività egocentrica insita nello sforzo, l'azione della volontà.

Credo che comprenderemo il significato della vita se comprendiamo cosa
significa fare uno sforzo.

Attraverso lo sforzo si realizza forse la felicità?
Avete mai provato a essere felici?
E' impossibile, non è così?
Ci si sforza di essere felici, ma la felicità non arriva mai.
La gioia non si ottiene sopprimendo, controllando o soddisfacendo i
desideri.
Potete dare libero sfogo ai vostri desideri' ma alla fine resta l'amarezza.
Potete sopprimerli o tenerli sotto controllo, ma il conflitto è sempre in
agguato.
Dunque la felicità non scaturisce da uno sforzo, né si può ottenere
attraverso il controllo e la soppressione dei desideri. Ciò nonostante,
tutta la nostra vita consiste in una serie di rinunce forzate, di controlli,
di cedimenti che poi si rimpiangono. E inoltre siamo costantemente
sopraffatti e in lotta con le nostre passioni, con la nostra avidità e
stupidità. Si può forse negare che ci affanniamo, lottiamo, ci sforziamo
nella speranza di trovare la felicità, di trovare qualcosa che ci dia un
senso di pace e di amore?
Ma possono l'amore e la comprensione nascere dal conflitto?
Credo sia molto importante chiarire cosa intendiamo per lotta, conflitto o
sforzo.
Lo sforzo non costituisce forse una lotta per cambiare ciò che è in ciò che
non è, oppure in ciò che dovrebbe essere o dovrebbe diventare? In altri
termini, lottiamo costantemente per evitare di affrontare ciò che è, o
cerchiamo di allontanarcene, oppure ci sforziamo di trasformarlo o
modificarlo. Un individuo veramente contento è colui che comprende ciò che è
e attribuisce ad esso il giusto significato. Quella è la vera letizia; non
dipende dal possesso di un numero maggiore o minore di oggetti, ma dalla
comprensione totale del significato di ciò che è; e ciò si può verificare
soltanto quando si riconosce ciò che è, quando se ne è consapevoli, non
quando si cerca di modificarlo o cambiarlo.
Lo sforzo consiste quindi in una lotta per trasformare ciò che è in quel che
desideriamo che sia. Mi riferisco qui a una lotta di natura psicologica, non
allo sforzo per risolvere un problema concreto, come ad esempio nel campo
dell'ingegneria, in cui scoperte e trasformazioni sono puramente tecniche.
Sto parlando soltanto di quella lotta che è psicologica e che finisce sempre
per prevalere sulle questioni tecniche. Si può edificare con la massima cura
una splendida società, utilizzando le infinite conoscenze che la scienza ci
ha fornito. Ma fin tanto che il conflitto e la lotta psicologici non vengono
compresi, e le implicazioni e le dinamiche psicologiche non vengono
superate, la struttura della società è destinata a crollare, come è accaduto
più volte nel corso della storia.
Lo sforzo è una distrazione da ciò che è. Nel momento in cui accetto ciò che
è, la lotta cessa. Qualunque forma di lotta o di conflitto è sintomo di
distrazione; e la distrazione, che si identifica con lo sforzo, sussiste
inevitabilmente fin tanto che psicologicamente coltivo il desiderio di
trasformare ciò che è in qualcosa di diverso.
Innanzitutto dobbiamo essere liberi di percepire il fatto che la gioia e la
felicità non si realizzano mediante uno sforzo. La creazione nasce dallo
sforzo o piuttosto dalla cessazione dello sforzo? Quand'è che si scrive, si
dipinge o si canta? Quand'è che si crea? Non c'è dubbio: quando non ci si
sforza di farlo, quando si è completamente aperti, quando a tutti i livelli
si è in comunicazione totale, completamente integrati. Solo allora c'è gioia
e si può dunque cantare o comporre una poesia o dipingere o dare forma a
qualcosa. Il momento della creazione non nasce dalla lotta.
Forse, se afferriamo la questione della creatività, saremo in grado di
comprendere cosa intendiamo per sforzo. La creatività è il risultato di uno
sforzo? Siamo consapevoli nei momenti in cui siamo creativi? Oppure la
creatività è una sensazione di totale dimenticanza di sé, quella che si
prova quando non c'è tumulto, quando si è del tutto inconsapevoli del
movimento del pensiero, quando c'è solo completezza, pienezza, ricchezza
dell'essere? E' tale stato il frutto di un travaglio, una lotta, un
conflitto, uno sforzo? Non so se avete mai notato che, quando si fa qualcosa
con facilità, rapidamente, non c'è sforzo, ogni traccia di lotta è assente;
ma poiché le nostre vite sono per lo più una sequenza di battaglie,
conflitti e lotte, non riusciamo a immaginare una vita, uno stato
dell'essere, in cui ogni contrasto sia pienamente acquietato.
Per comprendere questo stato dell'essere privo di contrasti, questo stato di
esistenza creativa, è certo che bisogna esaminare l'intero problema dello
sforzo. Per sforzo intendiamo la lotta per autorealizzarsi, per diventare
qualcosa, non è così? Sono questo e voglio diventare quello; non sono
quello, e voglio diventarlo. Nel diventare "quello" è implicito il
contrasto, la battaglia, il conflitto, la lotta. In questa lotta la nostra
preoccupazione principale è, inevitabilmente, l'autorealizzazione attraverso
il conseguimento di un fine; noi la cerchiamo in un oggetto, in una persona,
in un'idea, e ciò richiede una costante battaglia, lo sforzo di diventare,
di realizzare. Dunque, lo sforzo ci appare inevitabile; ma mi chiedo se lo
sia davvero: è proprio inevitabile lottare per diventare qualcosa? Da cosa
ha origine tale lotta? Dovunque ci sia desiderio di autorealizzazione, in
qualunque misura e a qualunque livello, c'è, per forza di cose, lotta.
L'autorealizzazione è il motivo, la spinta dietro lo sforzo; che si tratti
del grande dirigente, della casalinga o del povero, in tutti c'è la stessa
battaglia per diventare, realizzare, andare avanti.
Ma da dove scaturisce questo desiderio di autorealizzazione? Ovviamente il
desiderio di realizzarsi, di diventare qualcosa, sorge quando si ha la
consapevolezza di non essere nulla. Poiché non sono nulla, poiché sono
inadeguato, vuoto, intimamente povero, lotto per diventare qualcosa;
esternamente o internamente lotto per realizzarmi in una persona, in una
cosa, in un'idea. L'intero processo della nostra esistenza consiste nel
riempire quel vuoto. Essendo consapevoli del nostro essere vuoti e
intimamente poveri, lottiamo o per accumulare oggetti esterni o per
coltivare ricchezze interiori. C'è sforzo soltanto quando si cerca di
sfuggire a quel vuoto interiore attraverso l'azione, la contemplazione,
l'acquisizione, il successo, il potere, e così via. E' questa la nostra
esistenza quotidiana. Sono consapevole della mia inadeguatezza, della mia
povertà interiore, e lotto per sfuggirla o per colmarla. Ma la fuga,
l'eviramento, il tentativo di occultare il vuoto, comportano lotta,
conflitto, sforzo.
Ma cosa succede se non si fa alcuno sforzo per fuggire? Si vive con quella
solitudine, quel vuoto; e nell'accettare il vuoto si scopre che ciò fa
emergere uno stato creativo che non ha nulla a che fare con la lotta, con lo
sforzo. Lo sforzo sussiste solo fin tanto che cerchiamo di evitare la
solitudine, il vuoto interiore, ma quando ci soffermiamo a osservare tale
solitudine, quando accettiamo ciò che è senza evitarlo, scopriamo che a quel
punto si realizza uno stato dell'essere in cui ogni contrasto è pienamente
acquietato, uno stato che è creatività, e non il risultato di una lotta.
Quando si ha comprensione di ciò che è - il vuoto, l'inadeguatezza
interiore - , quando si vive con quella inadeguatezza e la si comprende
appieno, ecco realizzarsi la realtà creativa, l'intelligenza creativa che
sola porta felicità.

Perciò l'azione, così come la conosciamo, è in realtà reazione, un divenire
incessante che è negazione, evitamento di ciò che è.

Ma quando si ha consapevolezza del vuoto senza alternative, senza condannare
o giustificare, allora nella comprensione di ciò che è ecco realizzarsi
l'azione, e tale azione è l'essere creativo.
Comprenderete questo se avrete consapevolezza di voi stessi in azione.
Osservatevi mentre agite, non solo esternamente seguite il movimento dei
vostri pensieri e sentimenti Quando avrete raggiunto la consapevolezza di
tale movimento, vi accorgerete che il processo di pensiero, che comprende
anche sentimento e azione, si basa su un'idea di divenire. Questa sorge
soltanto quando c'è un senso di insicurezza, che a sua volta emerge quando
si è consapevoli del vuoto interiore. Se siete consapevoli dei processi del
pensiero e del sentimento, vi accorgerete che c'è una costante battaglia in
corso, uno sforzo per cambiare, per trasformare, per alterare ciò che è. E'
questo lo sforzo per diventare qualcosa, e diventare qualcosa è un tentativo
diretto di evitare ciò che è. Attraverso l'autoconoscenza, attraverso la
costante consapevolezza, scoprirete che la lotta, la battaglia, il conflitto
del diventare, conducono al dolore, alla sofferenza e all'ignoranza. Solo se
siete consapevoli della vostra inadeguatezza interiore e convivete con essa
senza infingimenti, accettandola pienamente, scoprirete una straordinaria
tranquillità, una tranquillità che non è costruita, artificiale, ma che
accompagna la comprensione di ciò che è. Solo in quello stato di
tranquillità c'è l'essere creativo.
_J_K_

mariella

unread,
Jul 21, 2000, 3:00:00 AM7/21/00
to

_J_K_ <_J...@nessuna.email> wrote in message
8l8vnh$l2q$1...@lacerta.tiscalinet.it...

>
> Per la maggior parte di noi, tutta la vita si basa su uno sforzo, su una
> forma o l'altra di volizione. Non riusciamo a concepire un'azione senza
> volizione, senza sforzo...
>cut<

Tratto da 'La ricerca della felicità ' (cap. IV Lo sforzo)
di J. Krishnamurti (ed. Fabbri, pag.49)
Anche il tuo sforzo di riportare, in piu' occasioni, pagine e pagine delle
opere del grande maestro e' lodevole.
Non pensi pero' che il non citare le fonti generi l'equivoco che tu ne sia
l'autore?
Bye

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