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Jean Valjean.. Gaston Grandjean chi e' il vero eroe??

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Pietro Buttiglione

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May 4, 2004, 7:55:40 AM5/4/04
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IL CASO dal quotidiano La Croix a 1/2 Avv.
Gaston Grandjean è il suo nome (poi cambiato in Dayanand), viene da
Ginevra, ha coltivato la vocazione tra i «piccoli fratelli» di De
Foucauld

Città della gioia, ecco il vero eroe
Di Bernard Jouanno
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In Europa chi conosce Gaston Dayanand?
In India chi conosce Gaston Grandjean?

E tuttavia milioni di lettori e di spettatori sono stati commossi,
sconvolti dalla personalità, l'impegno e la dedizione di padre
Lambert, l'eroe della Città della gioia.
«Padre Lambert è Gaston», conferma l'autore di quest'epopea moderna,
lo scrittore Dominique Lapierre, divenuto con la moglie uno dei suoi
amici più fedeli.
In Mille soli il grande reporter racconta il loro primo incontro in
«fondo a un cortile» di uno slum di Calcutta.
«Là - scrive - in uno stanzino di due metri per un metro e mezzo,
senza acqua né elettricità, senza finestre né mobili,
neppure una brandina, viveva uno svizzero di 44 anni.
L'estremo pallore e la lunga camicia indiana lo facevano assomigliare
a un giramondo in viaggio per Katmandù. Si chiamava Gaston Grandjean».

Da ormai più di trent'anni Gaston Grandjean, divenuto Gaston Dayanand
nel 1992 («Felice della misericordia di Dio», in hindi e in bengali)
quando ha potuto ottenere la cittadinanza indiana,
si dedica ai poveri del Bengala.
Nelle bidonville insalubri e nei villaggi ancora più miserevoli.
Sotto la costante minaccia di inondazioni assassine
o di siccità catastrofiche.
In nome di Gesù Cristo!

Questa vocazione missionaria al servizio dei poveri il giovane Gaston
l'ha sentita molto presto nella sua famiglia di operai ginevrini.
«Fin dall'età di 6 anni - precisa -. Disegnavo spesso una macchia
gialla sormontata da una croce».
Alla madre che gli chiede il significato del disegno,
rispose senza esitazione:
«Sono io nel deserto mangiato da una tigre».

Charles de Foucauld, il "piccolo fratello universale",
è il suo modello, sogna dromedari, deserti, romitaggi.
Vuole essere missionario.
A 13 anni, appena entrato nel seminario dei Padri Bianchi di
Saint-Maurice, gli capita di vedere un reportage su Madre Teresa.
«Fu un colpo di fulmine - confida -. Nel quaderno in cui,
per tredici anni, ho annotato tutti i principali luoghi dell a miseria
del mondo, Calcutta era già al terzo posto».

Nell'ottobre 1972 l'immersione nella realtà sofferente della
bidonville di Pilkhana, una delle innumerevoli "slum" di Calcutta.
Lo choc è terribile.
Ma si lancia nell'avventura fino in fondo, apre centri di cura,
consiglia, assiste, forma collaboratori, suscita associazioni e
servizi di mutuo soccorso. Con pazienza e passione, "Dada" (fratello
maggiore) Gaston impara a conoscere meglio gli uomini e le donne che
incontra ogni giorno, vuole sapere come pregano indù e musulmani,
quale Dio invocano.
Impara l'urdu (la lingua dei musulmani della regione), il sanscrito,
l'hindi e il bengali. Familiarizza con i loro testi sacri, il Corano,
il Bhagavad Gita..., si sforza di andare oltre lo spettacolare e il
meraviglioso delle devozioni popolari per cogliere il cuore della
spiritualità locale.
Legge, ascolta, lavora, studia, fa silenzio, medita, prega, aiuta la
gente a organizzarsi e a difendersi, a prendersi per mano, agevola gli
incontri, suscita le associazioni, incoraggia le iniziative.
«Sono venuto in India per servire, non per essere il capo».

Ma la sua presenza e il suo lavoro disturbano.
I partiti politici e i poteri costituiti non si fidano.
Lo accusano addirittura di non rispettare le leggi del paese.

I suoi fratelli cristiani hanno difficoltà
a comprendere il senso
della sua missione.

Non battezza,
non costruisce chiese,
non fonda opere.

«Non si lascia dietro nulla»,
lamenta un vescovo.

Sceglie persino di vivere preferibilmente dove non ci siano cristiani.
Dunque, che cosa fa?

«La mia vita - risponde con accenti paolini - è Gesù Cristo,
la mia vita è il Vangelo. Se non sono un testimone del Vangelo,
se il mio orologio non segna l'ora del Vangelo,
qui non ho nulla da fare. Quando Gesù è venuto, si è incarnato:
passava dicendo e facendo il bene, dice il Vangelo.
Per me, si tratta di tradurre e trasmettere le Beatitudini attraverso
il mio mestiere di infermiere e di lavoratore sociale.
Gesù Cristo mi ha afferr ato, mi ha attirato per essere al servizio
dei poveri. Più leggo il Vangelo, più sento che, anche se si deve
amare imperativamente tutti, esiste un amore prioritario per i
poveri».

Da più di trent'anni ormai, a rischio di perdervi una salute già
precaria, Gaston Dayanand si dà da fare.
Per aprire dispensari, accogliere gli orfani e le donne abbandonate,
difendere quanti sono in pericolo, mobilitare e suscitare energie.
Sul posto.
Poiché, assicura, «lo sviluppo degli indiani non si fa a Londra,
Parigi o Ginevra. Lo sviluppo dei poveri degli slum di Howrah non si
fa negli uffici climatizzati di Calcutta città. Lo sviluppo degli
intoccabili non lo fanno le caste alte. Con qualche rara eccezione.
Lo sviluppo non lo fanno gli stranieri; questi ultimi possono solo
cooperarvi da umili servitori, come catalizzatori o innovatori.
Lo sviluppo
lo fa
solo
il povero stesso».

Dayanand ha appena fondato, con i suoi amici, l'Icod,
il Centro interreligioso dello sviluppo.
«Il centro comprenderà tre unità complementari - precisa -:
un luogo di formazione, un alloggio per i diseredati e
un ashram socioculturale. I lavoratori sociali devono infatti
rendersi conto che il loro lavoro riguarda la cultura e che,
all'origine di quella cultura, c'è la spiritualità,
la relazione con Dio.
Là, continuando a formarsi in mezzo ai poveri,
avranno tutto l'agio di meditare in un luogo tranquillo e bello,
e di vedere come pregano quelli di un'altra religione».

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