"La gatta Mira, nata in Croazia ma di madre bosniaca e di padre serbo,
correva allontanandosi da Zagabria. Si fermava la notte a dormire in un
cespuglio, la mattina dopo catturava qualche topo campagnolo e qualche
lucertola, correva ancora senza allontanarsi troppo dalla riva sinistra
della Sava. Dormiva a volte in un fienile, a volte su un albero, con un
occhio aperto; acchiappava qualche uccelletto poco prudente, correva ancora
e ancora. Intanto passavano i giorni.
Vi chiederete: <<Perché correva? Dove andava?>>. Ebbene, la gatta
croata (per modo di dire: i gatti se ne infischiano, giustamente, dei
confini e delle patrie!) era diretta a Praga, dove l'attendeva un posto di
lavoro: la caccia ai topi, nella cantina dell'ipermercato La Grande Pera.
Prima, la gatta aveva lavorato a lungo a Zagabria, alle dipendenze del
centro commerciale Maraska, ma alla fine non ne aveva potuto più. L'odore
dello sljivovica, il liquore di amarene tipicamente croato, diffuso
specialmente di notte nella cantina del supermercato dagli ubriaconi
addormentati, le provocava frequenti emicranie. Ora poi che era incinta,
doveva assolutamente cambiare ambiente. Per fortuna, un cugino emigrato due
anni prima nella bella Praga le aveva trovato un dignitoso lavoro lassù.
Il viaggio era lungo e faticoso. La gatta arrivò in Slovenia, pernottò
in un canile vuoto nei pressi di Lubiana, dormì vicino alle mucche in un
allevamento, attraversò le montagne, entrò in Austria. e dopo varie
avventure arrivò vicino a Klagenfurt. Attraversò poi la catena dei Bassi
Tauri, e continuò a correre.
Vi parlo velocemente di questo viaggio, nomino appena alcune tappe del
terribile percorso della gatta: lo faccio in fretta, saltando molti giorni e
molte notti ed episodi particolari, per non stancarvi. Ma lei, la povera
bestiola, si stancava eccome! Si sarà sentita sola e sperduta. Proviamo a
metterci nel suo pelo!
Nei pressi di Linz attraversò il Danubio, corse verso il confine con la
Repubblica Ceca, percorse le Alture Morave. Certo, avrebbe viaggiato meglio
in macchina, sul sedile posteriore, distesa su un maglione. Ma così almeno
era libera, non dipendeva da nessuno.
E bisogna anche dire che era incinta, la bestiola. Qualcuno si
chiederà: e il compagno, il padre dei gattini che dovevano nascere, non si
preoccupava di nulla? Guardate che i gatti maschi s'infischiano totalmente
del loro dovere di compagni e di padri. E' possibile che covino le uova,
allevino le gabbianelle e le facciano allenare per il volo, e che invece non
riconoscano i figli naturali e non si prendano in nessun modo cura di loro.
La gatta correva e correva, aveva la pancia più grossa ogni giorno, le
riusciva sempre più difficile procurarsi cibo: le lucertole s'inerpicavano
su per i muretti, gli uccelli cantavano e ridevano sui rami più alti degli
alberi, i topi campagnoli si nascondevano nelle loro tane, i pesci erano al
sicuro nei fiumi e nei torrenti. E ogni giorno la velocità della gatta Mira
era più scarsa.
Per fortuna, in una fattoria presso la dolce cittadina di Modrany, a
due passi dalla Moldava e quasi alla periferia di Praga, una famiglia
contadina diede alla gatta una ciotola di quel latte magro e leggero che
resta quando si fa il burro sbattendo la panna nel fiasco, quel latte che
una volta noi contadini veneti chiamavamo "latìn". Mira ne bevve quasi mezzo
litro. Non era come i nostri gatti rincitrulliti, che mangiano solo
scatolette e crostini. E forse sapeva che quel latte magrissimo conteneva
molto calcio, prezioso per le sue ossa e per quelle dei suoi gattini.
Fu proprio lì in quella fattoria che i contadini, inteneriti vedendo la
gatta incinta ma anche desiderosi di essere difesi dai topi, la invitarono
a restare con loro. I bambini l'accarezzavano, la signora contadina diceva:
<<Povera, povera anima, dove vuoi andare in queste condizioni? Resta qui. Ti
prometto che i tuoi gattini, una volta cresciuti, potranno anche loro
mangiare e lavorare nella fattoria.>> E siccome anche il contadino era
chiaramente d'accordo con la famiglia, la gatta decise di restare.
Intanto il tempo era trascorso, per Mira era ormai il momento di
partorire. In più, la corsa attraverso vari stati aveva accelerato lo. stato
interessante. Le vennero le doglie. Partorì in una cassetta da frutta,
foderata con una felpa nemmeno tanto vecchia. I contadini erano felici, e
perfino il cane venne ad annusare i tre neonati e li leccò.
Che avventura! La gatta croata, ma di madre bosniaca e di padre serbo,
pressata dalla necessità, aveva corso per settimane, e aveva partorito con
due giorni di anticipo. E qual era la nazionalità dei gattini? Ah, mai come
in quella circostanza si poté affermare che
LA GATTA CHE AVEVA FRETTA FECE I GATTINI CECHI."
R.P.B.
PS: guai a chi me la copia, lo graffio a morte.