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Piccoli contaminati, l'incubo di Fukushima

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Jul 27, 2011, 3:30:44 AM7/27/11
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Piccoli contaminati, l'incubo di Fukushima
Il manifesto | 27 Luglio 2011

Le analisi sui bambini mettono in evidenza livelli di cesio superiori
alla norma Gli esperti francesi: non ci sono rischi immediati, ma a
essere contaminata potrebbe essere l'intera città
Inalazioni tossiche e cibo infetto all'origine della paura. E il
governo aumenta il limite d'esposizione Le autorità: far giocare i
bambini all'aperto non è pericoloso ma meglio evitare

KORIYAMA.Per Miwa (il suo nome e quelli degli altri contaminati sono
fittizi, perché non vogliono essere riconosciuti) lo shock è arrivato
con i risultati delle analisi del figlio: «Sapevo potesse essere stato
contaminato ma non immaginavo dei livelli così alti». I valori di
cesio 134 e 137 rinvenuti nelle urine di Keiji, 13 anni, indicavano un
livelli superiori alla media.
Quando un gruppo di volontari si è offerto di esaminare le urine di
alcuni bambini della città di Fukushima, Miwa ha accettato senza
esitazione. Aveva paura che il cibo e l'acqua di pozzo bevuta dopo il
terremoto potesse aver messo a rischio la salute del suo ragazzo.
Soltanto settimane dopo l'incidente, il governo ha annunciato che 770
mila terabecquerels di sostanze radioattive erano state emesse
nell'atmosfera dopo l'esplosione dei reattori della centrale.
Ma i risultati non hanno sconvolto solo Miwa: tutti e dieci i bambini
esaminati sono risultati contaminati. Come hanno tenuto a confermare
le autorità, David Boilley, l'esperto francese a capo
dell'organizzazione Acro che ha raccolto ed esaminato i campioni di
urine, ha chiarito che il livello di contaminazione è lieve e non
presenta rischi immediati per la salute dei bambini. Ma ha anche
aggiunto che «dato che tutti gli esaminati sono risultati positivi,
l'intera città potrebbe essere contaminata».
Ancora oggi Miwa teme per la salute di suo figlio che continua ad
allenarsi a tennis con la squadra della scuola sullo stesso campo da
gioco su cui per settimane si sono depositati i materiali radioattivi.
«Non vuole smettere per non essere l'unico a scappare davanti al
pericolo. Ha paura della reazione del maestro e dei suoi compagni»
racconta Miwa, che sembra impotente davanti alle proteste di un
adolescente.
Ma Keiji non rimarrà ancora per molto a Fukushima. Sua madre ha deciso
di mandarlo a vivere dallo zio ad Okinawa, a più di 1.700 kilometri di
distanza dalla sua città natale e dal pericolo delle radiazioni. Miwa
e il marito, però, non si trasferiranno; hanno un mutuo da pagare e un
lavoro che non possono lasciare. «È stata una decisione molto
difficile e ancora non riesco a darmi pace ma ho paura che un giorno
possa ammalarsi» dice commossa.
La loro è solo una delle tante famiglie che si stanno sfasciando per
la paura degli effetti delle radiazioni.
Anche Konomi Honma, residente a Koriyama - una cittadina a circa 60
chilometri a ovest dalla centrale - sta pensando di trasferirsi
altrove con suo figlio di nove mesi. Il marito Kazuyuki, un impiegato
pubblico, non li seguirà. Dopo il terremoto solo una volta hanno
portato il bambino fuori a passeggio. Hanno paura che venga esposto
alle radiazioni e da quando è nato ha passato metà della sua vita al
chiuso, perché giocare all'aria aperta è sconsigliato. «Se chiedi alle
autorità, ti dicono che far giocare i bambini fuori non è pericoloso
ma è meglio evitare» dice Kazuyuki.
Koriyama non rientra ufficialmente nella zona a rischio e gli abitanti
non sono mai stati invitati ad evacuare.
Negli ultimi mesi, tuttavia, il numero di bambini che manifestano
sintomi di debolezza, sangue dal naso e diarrea, secondo quanto
riportato da un'associazione di volontari che si sta occupando di
sensibilizzare l'opinione pubblica, è in crescita.
Molti genitori temono che i loro figli si stiano ammalando per aver
inalato o ingerito sostanze radioattive ma la maggior parte degli
esperti smentisce, poiché la quantità di radiazioni a cui sono stati -
e sono tuttora - esposti i cittadini è troppo bassa per indurre la
cosiddetta sindrome acuta da radiazioni.
L'organizzazione mondiale per la sanità ha reso noto che, in caso di
incidente nucleare, «è improbabile che la popolazione venga esposta a
dosi così alte da causare effetti acuti». Ha però aggiunto che «può
essere esposta a basse dosi che potrebbero aggravare il rischio di
effetti a lungo termine come il cancro».
La mancanza di consenso sugli effetti delle basse dosi di radiazioni è
ciò che divide la comunità scientifica ma anche i genitori dei bambini
di Fukushima.
Secondo la Commissione internazionale per la protezione radiologica,
il rischio di tumore aumenta dello 0,5% quando l'esposizione alle
radiazioni supera i 100 millisievert l'anno. Al di sotto di questo
valore gli effetti nocivi sulla salute non sono provati.
«Lo standard dei 100 millisievert dipende dal risultato degli studi
fatti su Hiroshima e Nagasaki - spiega il professor Tomoya Yamauchi,
esperto in metrologia delle radiazioni presso l'università di Kobe -.
Il problema è che non abbiamo dati sufficienti per i primi cinque anni
dopo lo scoppio della bomba atomica per cui possiamo dire con certezza
che sotto questa soglia non c'è pericolo».
Dopo l'incidente di Fukushima le autorità giapponesi hanno deciso di
elevare da 1 a 20 millisievert il limite massimo di esposizione
annuale per bambini e adulti, sollevando una serie di proteste da
parte di genitori e alcuni scienziati. Anche gli esperti dell'istituto
di radioprotezione e sicurezza nucleare francese considerano la soglia
troppo alta e hanno suggerito di ridurre il limite a 10 millisievert,
secondo le misure straordinarie applicate in caso di incidente
nucleare.
"Se fosse così anche in Giappone, almeno altre 70.000 persone della
prefettura di Fukushima dovrebbero essere evacuate," ha commentato
Boilley di Acro, l'associazione francese impegnata nella misurazione
della radioattività.
Le autorità giapponesi al momento non hanno intenzione di modificare
lo standard ma, secondo fonti ufficiali, agli inizi di luglio la
prefettura di Fukushima ha dato il via ad un'indagine per determinare
il livello di esposizione interna degli abitanti della regione.
Nei mesi precedenti, infatti, solo 1080 bambini di tre delle cittadine
più colpite dalla nube radioattiva erano stati presi in
considerazione. Il sondaggio ha mostrato come la tiroide del 45% degli
esaminati è stata esposta alle radiazioni ma il livello di esposizione
media - di 0,2 microsievert l'ora - è considerato nettamente inferiore
alla soglia dei 100 millisievert l'anno considerata cancerogena.
Per le mamme nelle campagne, tuttavia, l'apprensione cresce, perché
temono gli effetti - mai accertati né smentiti - dell'esposizione
continua a basse dosi di radiazioni causata dall'ingerimento di cibi
contaminati.
«Nessuno ci dice di non coltivare perché può essere pericoloso»
sostiene Miho Hattori, fioraia e madre di tre bambini. «Perciò le
persone continuano a coltivare come sempre e a mangiare i propri
prodotti come se niente fosse».
La famiglia Hattori vive a Koriyama da generazioni e ha un terreno in
campagna a pochi kilometri dalla città.
A differenza dei suoi vicini di campo, però, quest'anno Miho non
mangerà nessuna delle verdure che ha piantato, perché non vuole
rischiare di dare ai suoi figli del cibo contaminato.
Il suo è l'unico orto non curato in mezzo a risaie verdeggianti e
ordinate. Le patate e le cipolle che raccoglierà saranno portate ad
esaminare, insieme all'erba che non è mai stata tagliata da marzo.
Con l'aiuto dei volontari, controlla regolarmente i livelli di cesio
in vari punti del terreno di famiglia e non si stupisce più quando,
appena appoggiato al suolo, il contatore geiger comincia a suonare
segnalando 0,565 microsievert l'ora in alcuni punti, 1,191 in altri.
Confessa di avere l'impressione che le foglie degli spinaci siano più
grandi del solito e di essere preoccupata per la salute dei suoi figli
ma, se le si chiede se ha intenzione di andarsene, dice di no, con un
po' di imbarazzo.
«Molti di noi aspettano istruzioni dal governo» denuncia. «Se fossimo
tutti costretti ad andarcene e avessi la certezza che tutti i miei
parenti possono venir via con me, prenderei i miei figli e me ne
andrei volentieri. Altrimenti, non me la sentirei mai di abbandonare
la mia comunità».
di Scilla Alecci

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