Allegri !
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Io sono razionalista, o per dirla non soltanto in
termini teosofici, ma anche filosofici, realista,
non meno che idealista; ovvero, in termini psicologici,
non meno empirista che metafisico; o in termini estetici,
non meno neturalista che simbolista: sono tutte antitesi
che in fondo significano esattamente la stessa cosa...
Richard Dehmel (1863-1920)
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> Leggendo il libro "Gli strumenti musicali del rinascimento", ho incontrato per
> la prima volta il termine "esacordi" , utilizzato praticamente per definire a
> quale ottava corrisponde una certa nota , e quindi poter scrivere (in maniera
> univoca) l'estensione di uno strumento
> (es: cromorno tenore : C fa ut - d la sol re )
> Peró ho la netta impressione che tale sistema fosse usato per scopi piú utili.
> Chi mi sa dire qualcosa di piú, visto che in rete la ricerca di "esacord" con
> tutte le varianti non mi da risultati ?
Anzitutto direi che occorrerebbe cercare "hexachord", che intanto ti da'
l'indicazione di questo sito, abbastanza buono per cominciare:
<http://gpss.wrdsb.edu.on.ca/academic/music/medieval/modes.htm>.
Comunque provero' ad aggiungere qualcosa anch'io, anche se non adesso (devo uscire
e non ho abbastanza tempo...), a meno che qualcuno non l'abbia gia' fatto prima di
me!
Ciao!
--
=-=-=-=-=-=-=-=-=-=-=-=-=-=-=
Vincenzo Ninci
<vi...@fi.ats.it>
<http://www.rebel.net/~vince>
=-=-=-=-=-=-=-=-=-=-=-=-=-=-=
>Leggendo il libro "Gli strumenti musicali del rinascimento", ho incontrato per
>la prima volta il termine "esacordi" , utilizzato praticamente per definire a
>quale ottava corrisponde una certa nota , e quindi poter scrivere (in maniera
>univoca) l'estensione di uno strumento
>(es: cromorno tenore : C fa ut - d la sol re )
>Peró ho la netta impressione che tale sistema fosse usato per scopi piú utili.
>Chi mi sa dire qualcosa di piú, visto che in rete la ricerca di "esacord" con
>tutte le varianti non mi da risultati ?
>
>Allegri !
Avrei voluto rispondere alla tua domanda già su IAMC, ma, per errore,
ho cancellato il messaggio e non ho potuto fare il follow-up.
Dunque, la questione che poni è molto difficile da spiegare in poche
parole, ma proverò a farlo (ti avverto però che il discorso è lungo).
L'esacordo rappresenta la fase di trapasso che conduce dal tetracordo
della musica greca al nostro sistema musicale fondato sull'eptacordo
(che poi sarebbe l'ottava). In sostanza l'esacordo è una serie di sei
suoni avente questa disposizione di toni e semitoni: T T S T T. Questo
schema, corrispondente alla successione ut (do)- re-mi-fa-sol-la, fu
fissato da Guido d'Arezzo (che su di esso basò il suo sistema della
solmisazione) con l'Inno "Ut queant laxis", i cui emistichi
incominciano in modo da formare appunto questa successione ordinata di
toni e semitoni. Le prime sillabe di ogni emistichio costituiscono lo
schema dell'esacordo di cui sopra e diedero il nome alle note stesse
di questo esacordo. Le note derivate da quest'Inno (ut, re, mi, fa,
sol, la) fissavano in modo preciso la posizione del semitono mi-fa (il
semitono per antonomasia) e ciò era una decisiva risposta a ricerche e
interrogativi assai vivi in quell'epoca.
In base alla collocazione del semitono, si avevano tre tipi di
esacordo (che costituivano termine d'orientamento per il musicista):
NATURALE ut-re-mi-fa-sol-la
DURO sol-la-si-ut-re-mi
MOLLE fa-sol-la-si bemolle-ut-re
Nel passaggio (detto "mutazione") da un esacordo all'altro il semitono
era chiamato sempre mi-fa. Il punto prescelto per tale passaggio (in
certo modo confrontabile con la modulazione tonale dei secoli
seguenti) era infatti determinato dal desiderio di conservare la
designazione mi-fa per il semitono del nuovo esacordo. La "mutazione"
doveva avvertirsi, nella pratica, con la scambievole sostituzione
delle sillabe in coincidenza con l'apparire del semitono
caratterizzante, sempre indicato con mi-fa.
Es.: se l'esacordo naturale mutava in quello molle, il suono prima
chiamato 'la' (come nell'attuale successione ut, re, mi, fa, sol, la)
prendeva il nome di 'mi' in quanto formava semitono col 'fa'
(rispondente all'attuale si bemolle della successione fa, sol. la, si
bemolle, ut, re).
All'epoca di Guido d'Arezzo, infine, la scala dei suoni conosciuti si
indicava con una sequenza di lettere che andava dalle maiuscole (G, A,
B, ecc.) per i suoni gravi, e, via via salendo di altezza, con le
minuscole (a, b, c, ecc.) e poi con le lettere come a', b', c' ecc.
La scala-tipo era di circa tre ottave e andava dal sol sul primo rigo
in chiave di basso al mi sull'ultimo spazio in chiave di violino.
La solmisazione si diffuse tanto che, nel XIII secolo, ognuna delle
sette sequenze che riproduceva lo schema T T S T T e fosse compresa
entro i limiti della scala-tipo, fu considerata quale esacordo. A
causa della parziale sovrapposizione di queste sequenze accadeva
inevitabilmente che, ad esempio, il medesimo suono 'd' fosse 'la' in
un esacordo, 'sol' in un altro e 're' in un altro ancora; perciò il
nome completo di 'd' sarà 'd la sol re'. Ecco come si spiega
l'indicazione dell'estensione del cromorno tenore che hai riportato
(per inciso, si tratta del bellissimo libro di Andrea Bornstein,
vero?).
Spero di non averti fatto venire il mal di testa.
Ciao
Annarita
Cara Annarita, forse tu potrai rispondere a una domanda che mi logora la mente da anni e
anni. L'esacordo guidoniano era UT RE MI FA SOL LA e non esisteva il SI, il quale (si
legge da varie parti) fu aggiunto in seguito,
dalle iniziali dell'inno a Sancte Jhoannes ( S J .... SI).
Ora però tu stessa hai detto:
|NATURALE ut-re-mi-fa-sol-la
|DURO sol-la-si-ut-re-mi
|MOLLE fa-sol-la-si bemolle-ut-re
... ma allora il SI esisteva già ai tempi di Guido D'Arezzo?
Oppure no? Forse ho capito male?
Insomma, sapresti dirmi di preciso quanto tempo dopo le note UT RE MI FA SOL LA fu
"inventata" la nota SI ? E prima di allora come veniva chiamata? forse B (oppure H, alla
tedesca)?
Angelo Dinelli (che ti ringrazia anticipatamente).
Il 3 May 1999 06:42:58 +0200, "Angelo Dinelli"
<Angelo...@mail.crown-net.com> ha scritto:
>... ma allora il SI esisteva già ai tempi di Guido D'Arezzo?
Se ho capito bene, i nomi delle note usate nell'esempio sono quelli moderni , e
Annarita li ha usati per far capire a quali note riferirsi.
In realtá, come diceva nel suo post, ogni esacordo cominciava sempre con UT e
finiva sempre con LA, per cui diventava oltremodo difficile capire
l'associazione nome-altezza, in quanto dipendeva dal contesto.
I tre esacordi dell'esempio sarebbero (sempre se ho capito bene):
>|NATURALE ut-re-mi-fa-sol-la partendo dal DO
>|DURO ut-re-mi-fa-sol-la partendo dal SOL
>|MOLLE ut-re-mi-fa-sol-la partendo dal FA
e come puoi notare, il semitono sta sempre tra MI e FA.
Comunque rimane il dubbio di come potessero nominare la nota mancante, anche
perché in realtá sono due: SI e SI-bemolle.
Certamente Annarita saprá risolvere l'arcano.
Allegri !
Claudio Chiani
sito web: http://space.tin.it/musica/cchian
clchian AT tin DOT it
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>Se ho capito bene, i nomi delle note usate nell'esempio sono quelli moderni , e
>Annarita li ha usati per far capire a quali note riferirsi.
>In realtá, come diceva nel suo post, ogni esacordo cominciava sempre con UT e
>finiva sempre con LA, per cui diventava oltremodo difficile capire
>l'associazione nome-altezza, in quanto dipendeva dal contesto.
>I tre esacordi dell'esempio sarebbero (sempre se ho capito bene):
>
>>|NATURALE ut-re-mi-fa-sol-la partendo dal DO
>>|DURO ut-re-mi-fa-sol-la partendo dal SOL
>>|MOLLE ut-re-mi-fa-sol-la partendo dal FA
>
>e come puoi notare, il semitono sta sempre tra MI e FA.
Non hai capito male. Effettivamente la sequenza di un esacordo era
sempre ut-re-mi-fa-sol-la, cambiava solo la nota di partenza. Quando
un cantore leggeva la sua parte (ovviamente senza apporre il testo)
individuava prima l'estensione del pezzo (se la melodia si estendeva
nell'ambito di non più di sei o sette note, si utilizzava un solo
esacordo, quindi la solmisazione non era necessaria), poi i punti in
cui avveniva la mutazione dell'esacordo. Ad esempio, poniamo il caso
che si dovesse cantare una semplice melodia come
do-fa-re-mi-sol-la-sol-fa-la-si bemolle-la-do, e immaginiamo che
l'esacordo di partenza fosse quello naturale. E' chiaro che la
mutazione, in questo semplice esempio, si trova nel passaggio la-si
bemolle: il cantore allora in corrispondenza di questo punto cantava
chiamando il la 'mi' e il si bemolle 'fa'.
>
>Comunque rimane il dubbio di come potessero nominare la nota mancante, anche
>perché in realtá sono due: SI e SI-bemolle.
>Certamente Annarita saprá risolvere l'arcano.
<Angelo...@mail.crown-net.com> wrote:
>.. ma allora il SI esisteva già ai tempi di Guido D'Arezzo?
>Oppure no? Forse ho capito male?
>Insomma, sapresti dirmi di preciso quanto tempo dopo le note UT RE MI FA SOL LA fu
>"inventata" la nota SI ? E prima di allora come veniva chiamata? forse B (oppure H, alla
>tedesca)?
Ai tempi di Guido d'Arezzo 'esistevano' tutti i suoni della scala
naturale (non siamo mica nella preistoria della preistoria :-))), in
più si utilizzava nelle composizioni 'colte' anche un suono alterato e
precisamente il si bemolle. Prima dell'Inno di Guido d'Arezzo, i suoni
erano indicati dalle lettere, che però non era possibile usare per il
canto. Probabilmente i suoni utilizzati nelle composizioni 'popolari'
erano di più, ma non ne sappiamo molto, dato che nessun teorico ha
ritenuto degna di trattazione tale musica.
Il suono corrispondente al nostro 'si' dunque c'era ed era largamente
utilizzato, solo era chiamato diversamente. Esso era indicato con la
lettera 'b' che, quando veniva scritta con la pancia arrotondata
indicava il nostro si bemolle e si chiamava 'be-molle' (dato che era
l'unica alterazione usata, è passato poi nella nostra terminologia a
indicare genericamente l'abbassamento di un semitono di un suono).
Quando invece il 'b' era scritto con la pancia dagli angoli squadrati
(simile al nostro segno di bequadro, solo privo della gambetta destra
che prosegue all'ingiù) corrispondeva al nostro si naturale e si
chiamava 'be-quadro' (passato nella nostra terminologia ad indicare
genericamente il ripristino della nota naturale). Poiché con l'Inno di
Guido d'Arezzo si trovò il modo di assegnare ad ogni nota una sillaba
(in modo da poterla cantare anche senza testo) che diventò il suo
nome, si rese necessario dare un nome anche al 'b', che come sappiamo,
fu chiamato 'si' perché il suono naturale ad esso corrispondente
nell'Inno si trovava sulle parole Sancte Iohannes. Non si usò nessuna
sillaba invece per indicare il be-molle (così come facciamo anche noi,
che non diamo una sillaba diversa per indicare ogni nota della scala
dodecafonica).
Ciao a tutti
Annarita
-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.
Annarita Indino
ar.i...@iol.it
http://members.it.tripod.de/cat33/index.html
-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-