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[AL] I Veneti e l'antica lingua Venetica (7)

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Riccardo Venturi

unread,
Oct 19, 2001, 7:52:31 AM10/19/01
to

Le nostre antiche lingue
I VENETI E L'ANTICA LINGUA VENETICA
(7)
_______________________________________________

7. Precoci rapporti fra Veneti e Celti

Proprio dall'onomastica Venetica emergono indizi non solo dei precoci
rapporti fra i due popoli, ma anche dell'inserimento dei Celti
nell'ambito della società veneta. Da segnalare una serie di ciottoloni
iscritti, rinvenuti a Padova, i quali hanno consentito di ricostruire
una sorta di prosopografia che ci illumina sulle modalità
dell'integrazione. Altro caso interessante è quello di Este, dove dai
documenti epigrafici risultano attestati dei sistemi onomastici di donne
venete con gamonimico (nome del marito) celtico, e di donne celte con
gamonimico veneto; si ebbero dunque frequenti matrimoni misti.
L'elemento celtico risulta particolarmente documentato in località quali
Oderzo, Altino e la valle del Piave.

8. Il passaggio dei Veneti alla romanità

8.1 Aspetti storico-archeologici

I Veneti, i cui contatti con i Romani risultano documentati quantomeno a
partire dalla fine del terzo secolo, furono sempre in buoni rapporti con
Roma, e questo risulta in modo esplicito dalle fonti letterarie che li
citano come alleati dell'Urbe nei più importanti eventi bellici del
tempo (ricordiamo che Polibio fa entrare i Veneti nella storia di Roma
in occasione del "tumultus Gallicus" del 390 a. C.: i Galli Senoni,
guidati da Brenno, avrebbero desistito dall'assedio dell'Urbe in quanto
minacciati dai Veneti nelle loro sedi padane). Nel catalogo polibiano
dei "milites" messi a
disposizione dei Romani dagli alleati alla vigilia della guerra gallica
del 225-222 a. C., i Veneti compaiono con un contingente di circa 10.000
uomini. Durante la "Bellum Hannibalicum" (218-201 a. C.), Asconio
Pediano, un veneto dell'aristocrazia di Patavium (Padova), si distinse
nelle operazioni condotte da Marco Claudio Marcello sotto le mura di
Nola, durante l'assedio cartaginese della città. Nella guerra sociale (o
"bellum Sabellicum"), i Veneti rimasero a fianco dei Romani, come
risulta da alcune interessanti testimonianze epigrafiche.

Una doppia serie di ghiande missili, con iscrizione, rispettivamente,
venetica e romana (<Opitergin(orum)>, degli Opitergini) fu scagliata da
un reparto di frombolieri (<funditores>) provenienti da Oderzo
(<Opitergium>, toponimo formato chiaramente con la diffusissima radice
celtica del "mercato", <*terg->, presente anche in <Terges-te>) durante
l'assedio di Asculum (Ascoli Piceno). Un altro genere di proiettile, una
sorta di campana di piombo con due iscrizioni venetiche, fu lanciata da
un <librator>, probabilmente di Ateste (Este), contro qualche reparto di
insorti presso
Montemanicola (L'Aquila), nel territorio degli antichi Vestini.

Quando Roma, dunque, diede il via al processo di espansione nella valle
Padana, nell'ultimo venticinquennio del III secolo a. C., i Veneti,
accomunati dalla comune politica antigallica, non ostacolorano tale
avanzata, e, in seguito alla riconquista della Cisalpina dopo il
passaggio di Annibale, non subirono confische o fondazioni di colonie,
ad eccezione di un settore collocato ai loro confini orientali, che,
dopo aver subito nel 186 a. C. un'occupazione da parte di 12.000 Galli
Transalpini, ed essere divenuto <ager Gallorum>, fu, dopo la loro
espulsione, ridotto ad <ager publicus> e destinato all'impianto della
colonia di diritto latino di Aquileia (181 a. C.).

La fondazione di Aquileia, la presenza di Marco Emilio Lepido a Padova
per dirimere dei conflitti interni, i cippi confinari fra Este-Padova e
tra Este-Vicenza, che documentano un concetto prettamente romano di
controllo del territorio, la costruzione nel 148 a. C. della via
Postumia , la grande arteria padana che metteva in collegamento Genova
ad Aquileia, sancirono via via la fine dell'autonomia e
dell'indipendenza dei Veneti, pur nel nome dell'amicizia con il popolo
romano (come risulta ad esempio attestato dalla stele di Ostiala
Gallenia, moglie veneta di un romano).
La realizzazione di un'importante rete viaria facilitò la creazione di
intensi rapporti fra l'Italia centrale e le regioni a nord del Po, la
cui ricchezza e fertilità, ben decandate da autori antichi quali Catone
e Polibio, attrassero cittadini romani e alleati latini e italici.

Questa immigrazione spontanea favorì in modo lento e graduale
l'acculturazione romana. Tale fenomeno procedette in modo pacifico e
"indolore" tanto che pian piano i Veneti abbandonarono le loro
tradizioni politiche, economiche, artistiche e religiose in favore della
cultura romana. Un notevole impulso al processo di romanizzazione venne
dal provvedimento attribuito a Pompeo Strabone, noto come <lex Pompeia
de Transpadaniis> (legge Pompea sui
Transpadani), con cui gli abitanti dei territori a nord del Po
ricevettero lo <ius Latii>, ossia il diritto latino. Un ulteriore passo
verso la piena romanizzazione fu compiuto fra il 49 e il 42 a. C.,
quando a tutto il territorio fra le Alpi e il Po fu estesa la
cittadinanza romana.

8.2 Aspetti linguistici

Anche dal punto di vista linguistico il passaggio dal venetico al latino
fu lento e graduale. Un elemento che presumibilmente favorì questo
trapasso fu, come abbiamo gia’ visto, la stretta somiglianza della
lingua Venetica con quella latina, che doveva suonare all'orecchio dei
Veneti niente affatto estranea: il Venetico infatti presenta a tutti i
livelli (fonetica, morfologia, lessico) notevolissime affinità con il
latino (ciò ha portato a formulare l'ipotesi che in un'epoca molto
antica, precedente agli stanziamenti nelle rispettive sedi storiche, i
due popoli fossero insediati in aree vicine e parlassero due lingue
molto simili, quasi due dialetti della stessa lingua. Dato che l’area
preistorica dei Protolatini e’ stata con sufficiente certezza
individuata nelle selve della Turingia, e’ presumibile che anche i
Protoveneti fossero stanziati non lontano, dopo la diaspora
indoeuropea).

Sono ancora una volta i documenti epigrafici a consentirci di osservare
questo passaggio dal Venetico al latino: in una prima fase assistiamo
all'abbandono dell'alfabeto Venetico, mentre la lingua può dirsi ancora
Venetica; si ha quindi un Venetico seriore scritto con l’alfabeto
propriamente latino.
Segue l'abbandono della formula onomastica locale per l'adozione del
sistema onomastico romano dei "tria nomina" (prenome, gentilizio,
cognome); infine vengono abbandonati gli idionimi propriamente venetici,
che talvolta, pero’, sopravvivono nella forma di cognome. Ad esempio,
nel santuario di Lagole nel Cadore le dediche alla divinità encoria
vengono gradualmente sostituite con le dediche ad Apollo.

Ancora, il trapasso alla romanizzazione si può seguire da vicino negli
epitafi delle necropoli di Ateste (Este): da una fase di piena
veneticità, caratterizzata da una scrittura, lingua, formulario e
onomastica venetici, si passa, attraverso fasi intermedie in cui
coesistono moduli dell'una e dell'altra cultura (alfabeto latino con
formulario venetico; alfabeto e formulario latini con onomastica
venetica), ad una fase in cui si accetta totalmente il modello portato
dai Romani
negli epitafi che sono ormai latini (solamente il permanere di basi
onomastiche locali tradisce il legame con la tradizione degli antichi
Veneti.

(7 - continua)
___________________________________________________

Giovanni Drogo

unread,
Oct 19, 2001, 8:37:44 AM10/19/01
to
On Fri, 19 Oct 2001, Riccardo Venturi wrote:

> (<Opitergium>, toponimo formato chiaramente con la diffusissima radice
> celtica del "mercato", <*terg->, presente anche in <Terges-te>) durante

Oh bella, allora e' celtico e non ne' slavo (croato trg, piazza, o russo
torg- come in torgovoj, commerciale, e mi dicono torzhestvennoj, solenne
[come le festivita' e i giorni di mercato]) ne' scandinavo (svedese
torg, piazza ... sempre pensato alla piazza come luogo del mercato) !

> preistorica dei Protolatini e’ stata con sufficiente certezza
> individuata nelle selve della Turingia, e’ presumibile che anche i

Ecco mi incuriosisce questa cosa, come si fa a ricostruire con certezza
questi movimenti in epoca anteriore alla scrittura (e presumibilmente
anche alle varie leggende locali ... tutti hanno sentito parlare dei
Longobardi dalla Scandinavia o dei Lucani o magari gli Etruschi
dall'Oriente, per non parlare appunto di Antenore ed Enea, o magari
dell'invasione dorica [ma da dove venivano poi questi Dori] ... ma
questa non la avevo mai sentita.

Ovviamente per molte cose esisteranno resti archeologici (le varie
mostre su Sciti e Avari hanno chiaramente spiegato le migrazioni dei
popoli "delle steppe") ma in assenza di documentazione scritta che
garanzia c'e' che popoli che usassero gli stessi vasi parlassero la
stessa lingua ?

Riccardo Venturi

unread,
Oct 19, 2001, 9:41:17 AM10/19/01
to
On Fri, 19 Oct 2001 14:37:44 +0200, Giovanni Drogo
<dr...@rn.bastiani.it> wrote:

>Oh bella, allora e' celtico e non ne' slavo (croato trg, piazza, o
>russo torg- come in torgovoj, commerciale, e mi dicono torzhestvennoj,
>solenne
>[come le festivita' e i giorni di mercato]) ne' scandinavo (svedese
>torg, piazza ... sempre pensato alla piazza come luogo del mercato) !

Gia'; e, se non erro, di questa tipica "Wanderwort" si era gia' parlato
a lungo in questo Ng. Vado a vedere se ribecco qualcosa e lo riposto.

>Ecco mi incuriosisce questa cosa, (cut) ... ma


>questa non la avevo mai sentita.

Ti riporto quanto scritto da Giacomo Devoto in una delle sue opere
maggiori, "Storia della lingua di Roma" (ristampa anastatica: Cappelli,
Bologna, 1983), pp. 2-5. Questa e' la teoria generalmente accettata
sulla sede originaria dei Protolatini. Ti auguro una buona lettura di
uno dei brani piu' celebri, ed a mio parere anche piu' belli, della
linguistica storica italiana.

"La sede storica del latino e', agli albori della storia, un piccolo
territorio intorno a Roma. Le sue origini indoeuropee si ricollegano
pero' a regioni assai lontane: e fra il periodo della «non distinzione»
dalle lingue sorelle e quello della sua apparizione sia pure rudimentale
alla luce della storia in Italia, sta un vuoto che si definisce non solo
fra larghi limiti di tempo, ma anche nel senso dello spazio. Dunque, un
differenziarsi, un assumere tratti linguistici propri; e insieme un
grandioso migrare dalle regioni d'origine fino alle sedi storiche.
All'inizio delle migrazioni di Celti e "Protolatini" verso occidente e
mezzogiorno, di Indoirani e Tocari verso oriente, la nazione indoeuropea
si trovava raccolta in un territorio piu' ristretto; ma le «cellule»
delle future nazioni indoeuropee si possono immaginare disposte press'a
poco nel modo con cui appaiono alla luce della storia:

OCCIDENTE ORIENTE
Germani Balti Slavi Tocari
Celti Oscoumbri Illiri
Latini Greci Armeni Indoirani
Ittiti

Alcune si presentano quindi in posizioni piu' centrali, altre piuttosto
ai margini. Il latino e' un aggregato linguistico piuttosto marginale.
[...]" (pagina 2)

"La determinazione relativa della sede originaria degli Indoeuropei e'
assai lata. I limiti negativi accettati da tutti si riassumono nella
frase: gli Indoeuropei non risiedevano a occidente del Reno ne' a sud
delle Alpi, del Danubio, del Mar Nero o del Caucaso. Il limite
settentrionale e' dato dai limiti di abitabilita' delle regioni
dell'Europa settentrionale quali si possono immaginare nel II millennio
o anche nel III avanti Cristo. Il confine orientale e' in Asia. [...]
Una definizione prudente della sede originaria degli Indoeuropei non va
al di la' della formula: « zona centrale del continente eurasiatico
provvista di notevoli caratteri di settentrionalita' ». [...]"
(pagina 3)

"E' dunque necessario avere un'opinione sulla sede degli Indoeuropei e
ricercarla con l'aiuto dell'archeologia preistorica. Non perche'
l'archeologia trovi nelle cose la conferma delle nostre etimologie e
delle nostre ricostruzioni, ma perche' essa isola correnti commerciali,
fatti di espansione che devono almeno essere confrontati con le correnti
e le migrazioni postulate dai concetti linguistici.
Nessuna corrente, in nessuna eta', e' testimoniata da trovamenti
archeologici in una entita' quale si richiederebbe per uno spostamento
in massa dall'Asia di tutti i futuri Indoeuropei d'Europa. Nello stato
attuale delle nostre conoscenze [...] la sede asiatica originaria degli
Indoeuropei dovrebbe essere provata con argomenti esclusivamente
linguistici: e questi, nonostante tutto, non bastano.
==> Nei limiti dell'Europa tre civilta' possono essere sicuramente messe
in rapporto con la nazione Indoeuropea:
a) quella delle steppe;
b) quella nordico-megalitica;
c) quella della "ceramica a cordicelle" o <Schnurkeramik>.
==> La prima urta in gran parte contro le difficolta' delle teorie
asiatiche, in parte contro l'insufficienza di dati cronologici che
giustifichino un movimento dall'est verso l'ovest. Delle altre due,
l'ultima mostra un quadro ideale di diffusione verso ovest, verso sud e
soprattutto verso est, a partire da una regione della Germania centrale:
la Turingia e le sue adiacenze.
Ma se la ceramica a cordicelle mostra sicuramente la diffusione di
Indoeuropei, non e' detto che corrisponda alla diffusione di tutti gli
Indoeuropei [...] La diffusione di questa ceramica cosi' coerente in
tante direzioni, corrisponde alla forza rivoluzionaria, per opera della
quale nuclei di Indoeuropei conservatori, respinti da prima verso i
margini estremi, sono stati poi costretti a migrare; meno bene alla
diffusione forzata e incoerente di questi ultimi. [...] (pagina 4)

==> "La civilta' Indoeuropea comune risale dunque, se non alla civilta'
nordico-megalitica, ad una fase anteriore a quella della ceramica a
cordicelle, cioe' a quella fase particolare detta della "ceramica a
nastro" o < Bandkeramik >. Gli Indoeuropei marginali sarebbero stati
allontanati e costretti a disperdersi da un movimento che si impersonava
archeologicamente nella civilta' della ceramica a cordicelle.
==> Partiti dalla regione originaria della Turingia, i nuclei
indoeuropei destinati a costituire il Latino, sospinti verso il sud,
hanno percorso un cammino che non sappiamo precisare. Le palafitte
dell'Italia settentrionale e quindi quelle svizzere potrebbero
rappresentare gli anelli intermedi: tracce di una terminologia
"palafitticola" nella lingua latina sono state recentemente messe in
luce : < pagus > "villaggio", propriamente "cio che e' conficcato"
[confronta il greco < pég-nymi > "conficcare, fissare", ndr];
< pons > "ponte", originariamente "strada" [ confronta lo slavo
< putï >, russo < put' > "strada", ndr], < portus > "porto marittimo",
originariamente pero' "porta di casa" [usato in questo significato
ancora nelle leggi delle XII tavole, ndr].
Ma non si puo' escludere che, anziche' per le Alpi, siano passati in
Italia attraverso il valico di Nauporto (Postumia) e la Venezia Giulia.
E nemmeno che si siano stabiliti sulla sponda orientale dell'Adriatico,
passando poi in Italia per mare.
==> Sta di fatto che tracce evidenti degli antenati dei Latini, a
settentrione del Lazio e dell'Etruria Laziale, mancano del tutto. I due
punti estremi, la Turingia e Roma, sono stati congiunti da una linea,
quanto e come tortuosa non sappiamo dire."
(Pagina 5)

__________________________________________________

Saluti,

*Riccardo Venturi*
*Er muoz gelîchesame die leiter abewerfen
*So er an îr ûfgestigen ist (Vogelweide)
*_____________________________________
*Via Garibaldi 41, 57122 Livorno
*05 86 88 58 75 / 34 02 46 18 74
*ven...@spl.at
*http://utenti.tripod.it/Guctrad/alamanno.html
*http://utenti.tripod.it/Balladven/index.html

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