Che se me la dice un dottore con l'aria poco convinta comincio a
preoccuparmi.
> Personalmente nel parlato non mi sconvolge, ma sentirla alla
> televisione, o leggerla su un giornale, non mi piace. Preferisco: "Non
> c'è di che preoccuparsi."
Personalmente, preferisco "esserci da <infinito>" a "esserci di che
<infinito>".
> A parte i gusti, che dite, è giusta o
> sbagliata?
Ma perché mai dovrebbe essere sbagliata, scusa?
Se si può dire "c'è poco DA mangiare", "non c'è niente DA fare", "c'è DA
impazzire", ecc., non si vede perché non si dovrebbe poter dire la frase
in oggetto.
--
Cingar
--
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> Se si puň dire "c'č poco DA mangiare", "non c'č niente DA fare", "c'č DA
> impazzire", ecc., non si vede perché non si dovrebbe poter dire la frase
> in oggetto.
>
> --
> Cingar
Compare Turiddu tornň DA fare il soldato.
Bruno
>Cosa mi dite dell'espressione: "Non c'è da preoccuparsi"?
>Personalmente nel parlato non mi sconvolge, ma sentirla alla
>televisione, o leggerla su un giornale, non mi piace.
perché?
> Preferisco: "Non
>c'è di che preoccuparsi." A parte i gusti, che dite, è giusta o
>sbagliata?
gusti
--
Maurizio Pistone - Torino
strenua nos exercet inertia Hor.
http://www.mauriziopistone.it
http://www.lacabalesta.it
>
> Ma perché mai dovrebbe essere sbagliata, scusa?
>
Mi dispiace, ma non mi convincete. A parte il fatto che a volte - spero
mi perdonerete la polemica - calate le vostre sentenze, come dire, un
po' dall'alto (Pistone: due parole), avrei qualcosa da obiettare a
cingar.
Io mangio una mela.
C'è poco da mangiare.
Io faccio qualcosa.
C'è poco da fare.
Ma
Io mi preoccupo DI qualcosa (o PER qualcosa)
Non c'è di che preoccuparsi.
(Sull'impazzire sono perplesso, effettivamente.)
Voglio dire: preoccuparsi vuole una particella, mentre mangiare e fare
no. E questa differenza mi salta all'occhio.
E' un ragionamento fatto ad orecchio, naturalmente, e per questo
chiedevo lumi. Cercavo una spiegazione (e ringrazio comunque cingar per
la sua risposta), e chissà, forse un giorno la troverò.
>Io mi preoccupo DI qualcosa (o PER qualcosa)
>Non c'è di che preoccuparsi.
>
>(Sull'impazzire sono perplesso, effettivamente.)
>
>Voglio dire: preoccuparsi vuole una particella, mentre mangiare e fare
>no. E questa differenza mi salta all'occhio.
analogamente:
ti dico questo > ti dico che hai torto
mi ricordo *di* questo > mi ricordo che avevi torto
> Voglio dire: preoccuparsi vuole una particella, mentre mangiare e fare
> no. E questa differenza mi salta all'occhio.
> E' un ragionamento fatto ad orecchio, naturalmente, e per questo
> chiedevo lumi. Cercavo una spiegazione (e ringrazio comunque cingar
> per la sua risposta), e chissà, forse un giorno la troverò.
Ci provo io...
"Esserci da" ("non esserci da"), seguito dal verbo all'infinito, è
un'espressione idiomatica che indica la possibilità, la necessità, il
rischio, l'opportunità, la convenienza che avvenga (o non avvenga)
l'azione espressa dal verbo all'infinito. Dicendo "non c'è da
preoccuparsi", si vuole esprimere l'impossibilità (generica) o
l'inopportunità che il soggetto si preoccupi, qualunque sia l'oggetto
della preoccupazione. Se invece si vuole specificare anche
quest'oggetto, si dirà "non c'è da preoccuparsi di/per questo".
Il verbo potrà essere riflessivo-pronominale ("c'è da preoccuparsi"),
intransitivo ("c'è da impazzire", "c'è da andare senza indugio") o
transitivo ("c'è da spostare una macchina").
A volte si dice anche "c'è da essere "qualcosa", dove quel "qualcosa" di
solito è un aggettivo o un participio.
C'è da essere soddisfatti per questa spiegazione o c'è da pensare che
essa sia insufficiente?
Mah... lo sapremo presto! :-))
Ciao,
Epimeteo
>"Esserci da" ("non esserci da"), seguito dal verbo all'infinito, è
>un'espressione idiomatica che indica la possibilità, la necessità, il
>rischio, l'opportunità, la convenienza che avvenga (o non avvenga)
>l'azione espressa dal verbo all'infinito.
Due soli esempi nei Promessi:
Che c'è da dubitarne ancora, dopo tutto quello che si sa, dopo
quello che anche lei ha veduto?
C'è da perdersi nelle miserie.
A parte i gusti, è giusta: "da" entra a formare frasi implicite con
l'infinito, in dipendenza da nomi, pronomi ecc., e, per ellissi, da verbi.
k
> Due soli esempi nei Promessi:
>
> Che c'è da dubitarne ancora, dopo tutto quello che si sa, dopo
> quello che anche lei ha veduto?
>
> C'è da perdersi nelle miserie.
Ecco: ho trovato, ne "La lingua italiana" edito da Zanichelli:
Seguita da un verbo all'infinito la preposizione "da" introduce le
seguenti proposizioni:
proposizione consecutiva: ho una fame da morire; c'è da diventare
matti; fa un caldo da impazzire.
(Š)
Nessun dubbio dunque: "C'è da preoccuparsi" è giusto.
A proposito: scusate il piccolo sfogo di un paio di giorni fa. Nella
foga dello sfogo (!) ho anche sbagliato il mittente. Ho messo "Dexter
Ward" invece di "Allievo". Ma ero sempre io.
A presto!
Allievo
> Nessun dubbio dunque: "C'è da preoccuparsi" è giusto.
> A proposito: scusate il piccolo sfogo di un paio di giorni fa. Nella
> foga dello sfogo (!) ho anche sbagliato il mittente. Ho messo "Dexter
> Ward" invece di "Allievo". Ma ero sempre io.
> A presto!
E pensare che a momenti mi congratulavo con Dexter Ward per
la tirata...
Quanto al "C'è da preoccuparsi" penso ci sia in giro molta voglia
di conversare - e questo è bene - ma poca sensibilità alla nostra
lingua se affiorano tali dubbi.
Bruno