Gemmea l'aria, il sole cosi' chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l'odorino amaro
senti nel cuore
Ed ecco il problema: dove cade l'accento su "gemmea", sulla prima "e",
come mi parrebbe logico, o sulla seconda, come mi viene spontaneo?
Ciao,
Alex (5630)
"Gemmèa" nel senso di "si lamentava"? :-))
Forse bisognerebbe chiederlo a uno psicologo...
Certo, caro Alex, di prima mattina, prima di andare a lavorare, qualche
giustificazione ce l'hai (e che Pascoli si lamenti quanto vuole)!
In fondo, di aggettivi in "-mmeo", pare che nella lingua italiana ce ne
siano soltanto due, e poco usati: fiàmmeo e gèmmeo.
Ciao,
Epimeteo
>> Gemmea l'aria, il sole cosi' chiaro
>> dove cade l'accento su "gemmea",
>
>"Gemmča" nel senso di "si lamentava"? :-))
>Forse bisognerebbe chiederlo a uno psicologo...
Ma a me lavorare piace, o meglio non dispiace, meglio ancora: mi
spiace molto ma molto di piu' quando non ho lavoro.
E' per motivi metrici: mi suona meglio un accento sulla seconda. Ed e'
anche piu' facile da pronunciare (IMO).
Ciao,
Alex (5630)
> Gemmea l'aria, il sole cosi' chiaro
> che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
> e del prunalbo l'odorino amaro
> senti nel cuore
>
> Ed ecco il problema: dove cade l'accento su "gemmea", sulla prima "e",
> come mi parrebbe logico, o sulla seconda, come mi viene spontaneo?
L'accento tonico cade sulla prima sillaba, per ragioni squisitamente
metriche, nonché etimologiche.
In questa poesia Pascoli si serve tre strofe saffiche oraziane che, secondo
la metrica barbara elaborata dal Carducci, lette alla maniera italiana,
corrispondono a tre versi endecasillabi ed a uno quinario.
Se Gemmea avesse avuto l'accento sulla seconda sillaba, avremmo avuto un
verso inaccettabile per i canoni della poesia italiana: sarebbe stato di
dodici e non di undici sillabe (e si sa che nella nostra prosodia non
esistono versi *dodecasillabi).
Quanto alle ragioni etimologiche, il vocabolo deriva dal latino GEMMEU(M),
con accento, quindi, sulla prima sillaba ( e non poteva essere altrimenti):
con il passaggio all'italiano, in questo caso l'accento non ha subito
spostamenti.
Ps Pur avendone tre, "Gemmea" da Pascoli è considerata parola bisillaba. In
poesia è un fenomeno diffusissimo quello della sineresi, cioè l'unione di
due vocali, normalmente separate, in una sola sillaba.
> Ciao,
> Alex (5630)
Ciao!
--
"Vivite lucrones, comedones,
vivite ventres". Insanity.
"Alex 5630" <alex56...@yahoo.it> ha scritto nel messaggio
news:41a5818d...@news.individual.net...
Gèm / me / a / l'à /ria_il || sò/ le /co /si/ chià /ro
--
lu.
Ultima Badessa Scalza Di Passaggio
_Porti sempre un libro con te, come una Sibilla..._
Gabriele d'Annunzio, Notturno
>L'accento tonico cade sulla prima sillaba, per ragioni squisitamente
>metriche, nonché etimologiche.
Grazie per l'ottima spiegazione.
Temo di non aver ancora fatto l'orecchio all'italiano. E niente come
la poesia mette in evidenza questo tipo di problemi.
Ciao,
Alex (5630)
> Gèm / me / a / l'à /ria_il || sò/ le /co /si/ chià /ro
Ma nel precedente post non s'era detto che gemmea viene usato come
bisillabo? Il conto delle sillabe non torna...
Io sono d'accordo con la scansione che fai tu, comunque
"Father McKenzie" <indirizz...@tin.it> ha scritto nel messaggio
news:1khvsuhvvp252$.wstm1sr70m53$.dlg@40tude.net...
Il Pascoli, come molti poeti del Novecento, usa l'endecassillabo non
seguendo i canoni classici.
ES:
"Splènde al plenilùnio l'òrto, il mèlo", qui si vede addirittura un accento
sulla quinta e sulla ottava, oltre che sulla prima, la terza e, ovviamente,
la decima; la quinta è proibitiva.
> "Splènde al plenilùnio l'òrto, il mèlo", qui si vede addirittura un accento
> sulla quinta e sulla ottava, oltre che sulla prima, la terza e, ovviamente,
> la decima; la quinta è proibitiva.
Infatti è un pessimo esempio: se non sapessi che è un endecasillabo mi
verrebbe da leggere
splèn-de_al-ple-ni-lù-nio-l'or-to_il-mè-lo
e sarebbe un ottimo decasillabo :) senza lo iato, che si trova non tra il
secondo e il terso tempo, ma tra nono e decimo, dove è giustificato (si fa
per dire...) da una virgola!
Non è molto lodato nenache qui:
http://www.giornaledeipoeti.it/modules.php?name=News&file=article&sid=37
"Fuori dalle forme canoniche incontriamo l’endecasillabo specie nel XX
secolo (“Quando un gìorno da un malchiùso portòne”, Montale: il primo
accento è su tre, poi su sette e dieci; peggio ancora, si fa per dire,
Pascoli; “Splènde al plenilùnio l’òrto, il mèlo”, qui si vede addirittura
un accemto sulla quinta e sulla ottava, oltre che sulla prima, la terza e,
ovviamente, la decima"
Pienamente legittimo che Pascoli si prenda delle licenze, ma rimane uno dei
più brutti endecasillabi che io abbia mai incontrato.
> iato, che si trova non tra il
> secondo e il terso tempo
non ho perso tempo a segnalare questo erore di terso typo...
Qui, nell'estremo nord-ovest, il cielo è plumbeo, sembra che stia per
nevicare. Ieri era una bella giornata come quella che tu descrivi.
k
>Gemmea l'aria, il sole cosi' chiaro
>che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
>e del prunalbo l'odorino amaro
>senti nel cuore
>
>Ed ecco il problema: dove cade l'accento su "gemmea", sulla prima "e",
>come mi parrebbe logico, o sulla seconda, come mi viene spontaneo?
gèm-me-a | là-rial | só-le | co-si | chià-ro
endecasillabo con accenti sulla 1ª, 4ª, 6ª, 10ª sillaba
(essendo piemontese, la è e la ó le ho controllate sul
vocabolario)
La cosa significativa di questo primo verso non è tanto la
posizione dell'accento, quando la separazione dei suoni e-a in due
sillabe diverse, al contrario di quanto avviene solitamente in
poesia:
fran-gean | la | bia-da | con | ru-mor | di | cro | ste
[La cavalla storna]
Se consideriamo che il primo suono è una consonante sonora, poi
segue una doppia m (una consonante sonora continua), infine una
vocale isolata, che deve riempire un'intera sillaba, mi sembra
evidente che qui Giovannino abbia voluto creare un suono
prolungato, una specie di eco
gemmmmmeeaaaaa......
che dà la sensazione di uno spazio infinito
OOOOOOOOMMMMMMMMMM.......
A questo fanno contrasto i rumori secchi e striduli che seguono,
da
le stecchite piante
a
di foglie un cader fragile
--
Maurizio Pistone - Torino
strenua nos exercet inertia Hor.
http://www.mauriziopistone.it
http://www.lacabalesta.it
>Se Gemmea avesse avuto l'accento sulla seconda sillaba, avremmo avuto un
>verso inaccettabile per i canoni della poesia italiana: sarebbe stato di
>dodici e non di undici sillabe (e si sa che nella nostra prosodia non
>esistono versi *dodecasillabi).
gem-mé-a-la-rial-so-le-co-si-chia-ro
fanno undici
In ogni caso gemmea è da considerarsi di tre sillabe.
>"Splènde al plenilùnio l'òrto, il mèlo", qui si vede addirittura un accento
>sulla quinta e sulla ottava, oltre che sulla prima, la terza e, ovviamente,
>la decima; la quinta è proibitiva.
scusa l'ignoranza, che poesia è?
splen-dal-ple-ni-lu-nio-lor-til-me-lo
fan dieci; a meno di non fare una pausona
splen-de || al-ple-ni-lu-nio-l'or-til-me-lo
con accento sulla 1ª, 6ª, 10ª.
> fan dieci; a meno di non fare una pausona
>
> splen-de || al-ple-ni-lu-nio-l'or-til-me-lo
nono', è tra l'ottava e la nona (non la nona e la decima come avevo scritto
erroneament):
splen-deal-ple-ni-lu-nio-lor-to,-il-me-lo
giustificata dalla virgola (mi pare debole come giustificazione)
Almeno secondo il giornale dei poeti (link postato)
> "Splènde al plenilùnio l'òrto, il mèlo", qui si vede addirittura un accento
> sulla quinta e sulla ottava, oltre che sulla prima, la terza e, ovviamente,
> la decima; la quinta è proibitiva.
Infatti è un pessimo esempio: se non sapessi che è un endecasillabo mi
verrebbe da leggere
splèn-de_al-ple-ni-lù-nio-l'or-to_il-mè-lo
e sarebbe un ottimo decasillabo :) senza lo iato, che si trova non tra il
secondo e il terso tempo, ma tra nono e decimo, dove è giustificato (si fa
per dire...) da una virgola!
Non è molto lodato nenache qui:
http://www.giornaledeipoeti.it/modules.php?name=News&file=article&sid=37
"Fuori dalle forme canoniche incontriamo l’endecasillabo specie nel XX
secolo (“Quando un gìorno da un malchiùso portòne”, Montale: il primo
accento è su tre, poi su sette e dieci; peggio ancora, si fa per dire,
Pascoli; “Splènde al plenilùnio l’òrto, il mèlo”, qui si vede addirittura
un accemto sulla quinta e sulla ottava, oltre che sulla prima, la terza e,
ovviamente, la decima"
>>> Gèm / me / a / l'à /ria_il || sò/ le /co /si/ chià /ro
>>
>> Ma nel precedente post non s'era detto che gemmea viene usato come
>> bisillabo? Il conto delle sillabe non torna...
>
> Io sono d'accordo con la scansione che fai tu, comunque
Gèm / mea / l'à/ ria / il || sò / le / co / sì / chià / ro
IMHO direi che entrambe le scansioni proposte sono accettabili dal punto di
vista del computo sillabico: basti che la cesura sia collocata dopo la
quinta sillaba atona. Giustifico la sineresi in Gèmmea per dare più unità
ritmica al primo emistichio (tra la "e" e la "a" ci sarebbe una pausa
marcata che all'atto di pronuncia il me suonerebbe accentato); pere che
spesso in finale di parola nessi di vocale atona + atona, anche in
Petrarca, diano indifferentemente monosillabismo e dieresi.
Cmq Gemmeo è trisillabo.
> Il Pascoli, come molti poeti del Novecento, usa l'endecassillabo non
> seguendo i canoni classici.
>
> ES:
> "Splènde al plenilùnio l'òrto, il mèlo", qui si vede addirittura un accento
> sulla quinta e sulla ottava, oltre che sulla prima, la terza e, ovviamente,
> la decima; la quinta è proibitiva.
Ciao luciana,
Pascoli, in un saggio in forma espistolare indirizzato a Giuseppe Chiarini,
espose i caratteri del suo sperimentalismo metrico analizzando da più punti
di vista differenze tra accento ritmico e grammaticale nel verso latino e
presumibili estensioni di questo alla metrica italiana. Stando alla
trattazione pascoliana, la metrica barbara teorizzata da Carducci, suo
maestro, per poter effettivamente imitare quella classica, avrebbe dovuto
giocare sull'alternanza di tempi deboli e tempi forti. Analizando le
modalità in cui ciò potesse realizzarsi nella poesia italiana, Pascoli
suggerì di considerare "forti" (cioè accentante) anche sillabe che
normalmente non sono toniche. La sua scansione del verso doveva obbedire a
premeditate regole e sequenze ritmiche, anche in contrasto con la
tradizionale disposizione accentuale del verso italiano.
L'idea che l'endecasillabo potesse in qualche modo avvicinarsi al saffico
minore è abbastanza antica nella storia della poesia italiana. Credo che se
Pascoli avesse voluto comporre semplici endecasillabi canonici lo avrebbe
fatto senza problemi; il suo sforzo è più che altro teso ad esasperare gli
aspetti "rivoluzionari" inaugurati dal Carducci.
> gem-mé-a-la-rial-so-le-co-si-chia-ro
>
> fanno undici
Avevo escluso la sinalefe.
> In ogni caso gemmea è da considerarsi di tre sillabe.
Certo.
>nono', è tra l'ottava e la nona (non la nona e la decima come avevo scritto
>erroneament):
>splen-deal-ple-ni-lu-nio-lor-to,-il-me-lo
>giustificata dalla virgola (mi pare debole come giustificazione)
trovato: è un pezzo del Solon
[...]
Splende al plenilunio l'orto; il melo
trema appena d'un tremolio d'argento...
Nei lontani monti color di cielo
sibila il vento.
Mugghia il vento, strepita tra le forre,
su le quercie gettasi... Il mio non sembra
che un tremore, ma è l'amore, e corre,
spossa le membra!
M'è lontano dalle ricciute chiome,
quanto il sole; sì, ma mi giunge al cuore,
come il sole: bello, ma bello come
sole che muore.
Dileguare! e altro non voglio: voglio
farmi chiarità che da lui si effonda.
Scoglio estremo della gran luce, scoglio
su la grande onda,
dolce è da te scendere dove è pace:
scende il sole nell'infinito mare;
trema e scende la chiarità seguace
crepuscolare.
[...]
Si tratta di strofe saffiche, e quasi tutti gli endecasillabi
hanno l'accento o sulla 3ª, o sulla 5ª, o su tutt'e due.
Non si tratta quindi di una isolata licenza, ma di una scelta
deliberata e sistematica, che ha come modello la strofe saffica
greca e latina, costituita da tre endecasillabi saffici
zùm-pa zùm-pa zùm | pa-pa zùm-pa zùm-pa
più un adonio:
zùm-pa-pa zùm-pa
Tìntinànt aurès mihi nùntiàntes
nòn ita_àbsentì bona vèrba dìci,
mèns nec ìpsa iàm meliòra de me
sèntit et àdfert.
Qui Giovannino ha portato alle estreme conseguenze la metrica
barbara di Giosuone, che invece si era fermato all'uso di versi
*italiani* in componimenti apparentemente strutturati secondo
forme classiche:
Corron tra 'l Celio fosche e l'Aventino
le nubi: il vento dal pian tristo move
umido: in fondo stanno i monti albani
bianchi di nevi.
E mi dispiace per il Giornale dei Poeti, che stavolta ha toppato
alla grande.
> > Ed ecco il problema: dove cade l'accento su "gemmea", sulla prima "e",
> > come mi parrebbe logico, o sulla seconda, come mi viene spontaneo?
>
> Gèm / me / a / l'à /ria_il || sò/ le /co /si/ chià /ro
al di la' della scansione sillabica, un accento (comunque errato) in
seconda sillaba farebbe perdere tutta la magia dell'incipit, che si
staglia metricamente proprio per l'accento tonico, come poi 'sole'
dopo la cesura.
ciao,
Marco
--
Posted via Mailgate.ORG Server - http://www.Mailgate.ORG
Padre, mi scusi il confronto blasfemo, ma in fondo, mutatis mutandis, è
lo stesso criterio di libertà ritmica e musicale di una Carmen Consoli
quando canta:
"Soffro nel
vederti infrangere
i principi sui quali era
salda un’esemplare dignità.
Condizione
inammissibile,
la discutibile urgenza
per cui è indispensabile
uniformarsi alla media."
Oppure quando snocciola questa parvenza di endecasillabi:
"Ricordo il giorno del mio matrimonio,
l’abito bianco di seta ed organza,
fiori d’arancio intorno all’altare,
aspettavo il mio sposo con devozione.
La chiesa gremita di gente annoiata
per l’interminabile attesa.
Alle mie spalle sbadigli e commenti
e di lui neanche l’ombra lontana."
[Ehm®... Nelle prossime ore non ci sono per nessuno...]
Epimeteo
> Qui Giovannino ha portato alle estreme conseguenze la metrica
> barbara di Giosuone, che invece si era fermato all'uso di versi
> *italiani* in componimenti apparentemente strutturati secondo
> forme classiche:
Quindi, se è un saffico, si deve compitare:
Splèn-de_al plè-ni lù-ni-o l'òr-to_il mèlo
con plenilunio che diventa di cinque sillabe (lùnio sarebbe il dattilo)
>Quindi, se è un saffico, si deve compitare:
>
>Splèn-de_al plè-ni lù-ni-o l'òr-to_il mèlo
>con plenilunio che diventa di cinque sillabe (lùnio sarebbe il dattilo)
È possibile che sia così. Di solito la dieresi è etimologica, cioè
si contano due sillabe là dove era così in latino: qui-e-te,
o-zi-o-so ecc. Quindi sarà anche plenilunio di cinque sillabe da
ple-ni-lu-ni-um.
Sì, nella linguistica darikiana... :-Þ
In kwella italiana invece c'è solo il femminile "mammea", ke è una
pianta, la "mammea americana":
http://www.albion.edu/plants/mammampg.htm
[Volendo, a Roma, c'è un Pons Mammeus, che ora è chiamato Ponte
Mammolo.]
Ciao,
Epimeteo