On Fri, 23 Oct 2015 06:28:56 +0200, Dragonòt <
drag...@libero.it>
wrote:
>> Vuol dire che /v/ non si raddoppia per regola fonologica
>
>Ma allora "ovvero" e "evvai" ?
Queste doppie sono i residui delle consonanti finali latine (nello
specifico, "aut" e "et").
Nelle regioni centrali l'italiano si è evoluto per trasmissione orale,
e ancora oggi nella pronuncia sono presenti queste doppie. Senza che
siano mai state scritte, hanno viaggiato nei secoli dai genitori ai
figli.
In alcuni casi le doppie sono state incorporate nella forma scritta
(accasarsi, avvenire, eppure, oppure etc) e quindi sono state imparate
anche nelle altre regioni che hanno imparato l'italiano per via
scritta.
Però non è una regola fonologica. Esistono sia /v/ che /vv/, con
distribuzione non prevedibile. "Cavallo", "Ravenna", "vivere", "piove"
etc, e chissà quante altre, hanno la singola.
Si ha una regola fonologica quando la distribuzione è prevedibile,
cioè quando possiamo sapere già il risultato dalle condizioni al
contorno.
Se non possiamo farlo, in sincronia (ovvero nel presente, senza
scomodare la storia), la regola non c'è. Insomma, se nel presente qui
c'è /v/ e qui /vv/ "perché sì", non c'è una regola.
Un esempio di regola fonologia semplice e abbastanza evidente è
l'autogeminazione di /b/ e /dZ/ nell'italiano regionale mediano.
In posizione post vocalica non possiamo trovare /b/ o /dZ/, solo /bb/
e /dZdZ/. Gli arcinoti "sabbato", "raggione", "la bbanca" romaneschi.
O, nell'italiano standard, l'autogeminazione di /ts/ e /dz/.
Dopo una vocale, troviamo sempre /tsts/ e /dzdz/.
Anche se l'etimologia avrebbe potuto dare esiti diversi: "stazione"
viene da "stationem", "azione" da "actionem", ma entrambe hanno
/tsts/.