Chi ha ragione, chi dice "compa'" o chi dice "compa`"? :)
TIA
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R+R= Love
> Chi ha ragione, chi dice "compa'" o chi dice "compa`"? :)
Io inquadrerei la domanda in una prospettiva storica.
Certamente "po'", "va'", etc. richiedono l'apostrofo: questa
osservazione sembrerebbe avvalorare la tua tesi.
Altrettanto certamente, parole come "città" e "virtú" richiedono
l'accento, e qualcuno potrebbe dire che altro non sono che una forma tronca
degli antichi termini "cittade" e "virtute". Questa osservazione sembrerebbe
dar ragione al tuo amico.
Cosa ne penso io? Credo che sia opportuno distinguere forme che sono già
entrate nell'uso quotidiano in maniera prepotente e di cui si è perso
l'equivalente "intero". Nessuno, oggigiorno, direbbe mai "cittade", ERGO,
l'unica forma che esiste è "città", ERGO, dal momento che l'ortografia
italiana obbliga ad accentare i termini tronchi finienti per vocale, è
necessario utilizzare l'accento.
Viceversa, per termini come "po'", che ancora oggi dispongono
dell'alternativa "poco", o per termini che vengono usati in forma tronca
solo occasionalmente, o magari solo da quel parlante per ragioni
artistico-espressive, preferirei l'apostrofo, il quale, implicitamente,
suggerisce che si tratti di una forma non integrale. A mio avviso, forme
come:
dotto', compa', ingegne', signo', etc.
dovrebbero essere segnalate mediante l'uso dell'apostrofo. Almeno al
giorno d'oggi (magari un giorno s'avvertirà "dottó" come neutro e "dottore"
come marcato), e almeno nell'italiano standard. Se parliamo di dialetti o di
italiani regionali volutamente espressivi, il discorso può cambiare
drasticamente.
Ciao,
Nicola
--
Multa non quia difficilia sunt non audemus, sed quia non audemus sunt
difficilia (Seneca).
>Credo che sia opportuno distinguere forme che sono già
>entrate nell'uso quotidiano in maniera prepotente e di cui si è perso
>l'equivalente "intero". Nessuno, oggigiorno, direbbe mai "cittade", ERGO,
>l'unica forma che esiste è "città", ERGO, dal momento che l'ortografia
>italiana obbliga ad accentare i termini tronchi finienti per vocale, è
>necessario utilizzare l'accento.
Concordo. E questo è il motivo per cui uso dì (o anche di, ma non di') come
imperativo di dire.
Ciao.
Gian Carlo
Beh, come sa chi mi conosce, io (scrivendo a mano o al computer) taglio
la testa al toro.
Pur conoscendo e difendendo la regola che l'accento va sulle parole
tronche (accentate sulla ultima sillaba, indipendentemente dal fatto che
siano etimologicamente un troncamento) e l'apostrofo su quelle elise,
non faccio differenziazione grafica tra i due (ne' tantomeno tra accenti
gravi e acuti) ma :
- nello scritto a mano uso per entrambi uno sgorbietto con la penna
- nello scritto al computer uso per entrambi il segno ' (ascii hex 27)
Il segno ` (ascii hex 60) per me e' solo la "backquote" la cui UNICA
funzione e' in Unix quella di intercettare in una variabile l'output di
un comando : set var = `ls *.pippo`
Per cui : citta' tribu' perche' qual e' po' l'oca l'asino ecc. ecc.
> Io inquadrerei la domanda in una prospettiva storica.
> Certamente "po'", "va'", etc. richiedono l'apostrofo: questa
> osservazione sembrerebbe avvalorare la tua tesi.
> Altrettanto certamente, parole come "città" e "virtú" richiedono
> l'accento, e qualcuno potrebbe dire che altro non sono che una forma tronca
> degli antichi termini "cittade" e "virtute". Questa osservazione sembrerebbe
> dar ragione al tuo amico.
manca una precisazione, Nicola: "cittade" e "virtute" sono parole che non
esistono più, quindi non ci si pone neppure il problema di una grafia che
sia diversa da virtù o città.
Per compare, invece, non credo che ci sia dubbio: similmente a quanto accade
per "poco", finché esisterà il lemma "compare", ogni elisione deve essere
segnalata. Quindi "compa'"
P.
> manca una precisazione, Nicola: "cittade" e "virtute" sono parole che non
> esistono più, quindi non ci si pone neppure il problema di una grafia che
> sia diversa da virtù o città.
Ma non è esattamente quello che ho scritto io? Forse sto invecchiando...
Io uso notte ;)
--
"Di Sion <sic> le torri... abbattute <sic>, mi pare, non so , il
_Nabucco_ non l'ho mai cantato" Katia Ricciarelli, TG5
it.cultura.classica: http://digilander.iol.it/mmanca
Ehm... finIenti? ;)
Un'affettazione? Una 'citazione'?
L'argomento, comunque, non è banale. Mi pare lo si sia affrontato
parecchio tempo fa. In sintesi: a volte si ha la doppia forma
(morente/moriente; venente/veniente...), e quella 'i' si deve alla
vecchia, cara, quarta coniugazione latina. Le forme senza 'i', però,
sono prettamente verbali, quelle colla 'i' sono aggettivali (magari
anche sostantivate).
Insomma: anche se /finienti oggi esistesse, nel succitato contesto si
dovrebbe usar /finènti.
BTW: sì, sì, /finiente lo usa il Bembo, e non è mica un signor
Nessuno, si sa...
Io intendevo solo riferirmi all'italiano d'oggi, beninteso. :)
--
Bye.
Lem
'CLOCK is what you make of it: non sprecare i cicli idle della tua CPU'
Per trovare una cura per il cancro: http://members.ud.com/vypc/cancer/
> Insomma: anche se /finienti oggi esistesse, nel succitato contesto si
> dovrebbe usar /finènti.
Ricordo chiaramente che il mio libro di geometria del liceo (non troppi
anni fa) nella definizione di non so che cosa (la mediana? la bisettrice?
boh! ricordo il latino e la grammatica, non la matematica) riportava proprio
il termine "finiente". E non era un libro affettato, anzi, era un manuale di
matematica di taglio prettamente pratico.
Secondo me le forme senza "i" sono "brutte". Giudizio privo di
scentificità (!), intendiamoci. Non le userei mai, e noto che moltissimi
fanno come me.
> magica wrote:
> > Concordo. E questo è il motivo per cui uso dì (o anche di, ma non di') come
> > imperativo di dire.
>
> Io uso notte ;)
Di' pure notte e dí :)
--
Ciao,
Mariuccia®
>>> Concordo. E questo č il motivo per cui uso dě (o anche di, ma non di') come
>>> imperativo di dire.
>> Io uso notte ;)
>Di' pure notte e dí :)
Omnia munda mundis, č vero. Perň che loro lo siano sempre, notte e dě, beh, come
si fa a di'? E qui sě che ci "vuole" di sicuro l'apostrofo. (-:
Ciao.
Gian Carlo
> Mariuccia Ruta ha scritto...
> >Di' pure notte e dí :)
>
> Omnia munda mundis, è vero. Però che loro lo siano sempre, notte e dì, beh, come
> si fa a di'? E qui sì che ci "vuole" di sicuro l'apostrofo. (-:
Sí, ma però... :) trattasi di diverso modo. Inteso sia come voce
verbale che come forma lessicale :))
E qui, prudenza mi suggerisce di chiudere, che co' giochi di parole
so' 'na frana ;)))
> Ciao.
> Gian Carlo
--
Ciao,
Mariuccia®
Ma non mi pare che l'italiano standard conosca siffatti vocativi tronchi,
ché altrimenti dovremmo ribaltare tutto quanto s'è sempre detto
sull'italiano "lingua priva della categoria delò caso"!
Se parliamo di dialetti .... il discorso può cambiare
>drasticamente.
Dipenderà dalle convenzioni ortografiche del dialetto in questione.
Personalmente non ometterei l'accento, per maggior chiarezza.
Saluti
G.Pontoglio
>con 15 giorni di ritardo