Il verbo volare al passato prossimo: ho volato /sono volato
Chi sa darmi qualche esempio convincente che spieghi quando usare un ausiliare
piuttosto che l'altro?
Grazie ^__^
Nadia
mah, direi ho volato quando ho compiuto l'azione del volare, cioe'
quando mi sono materialmente staccato da terra, o ancora quando uso
una metafora che al sollevarsi dal suolo si richiama (ho volato con la
fantasia), sono volato quando uso il verbo volare al posto di sono
corso, ad esempio. in questo caso l'ausiliare e' quello che avrei
usato se avessi usato il verbo "normale".
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e' vero,
c'e' un po' di casualita' in tutto
ma e' anche vero
che esiste una tua forma di gusto
(Soerba)
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rimuovere NOSPAM. per mandare email
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il sito comune di it.comp.database.access:
http://members.xoom.it/it_db_access
> Il verbo volare al passato prossimo: ho volato /sono volato
> Chi sa darmi qualche esempio convincente che spieghi quando
> usare un ausiliare piuttosto che l'altro?
Nadia, leggo nel Devoto-Oli:
! verbo intransitivo (vólo, eccetera; ausiliare per lo più avere;
! talvolta anche essere se il verbo è accompagnato da un
! complemento o negli usi estens. e fig.).
Gian Carlo
Sent via Deja.com http://www.deja.com/
Before you buy.
Non vorrei dire bestialità, ma mi sembra che ci sia una
regola per questi verbi di moto che possono prendere
tutti e due gli ausiliari (tipo correre, camminare
ecc.) e cioè che prendono l'ausiliare essere quando
nella frase compare la destinazione (sono corso a casa)
e altrimenti avere (ho corso tanto che ho il fiatone).
Aspetto conferme... o smentite.
Luisa
--
Luisa Fabbrucci-Koehl
Meditrans
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Sono camminato? ho andato?
Ciao
Gianni
Paolo
gergalmente viene usato anche nel gioco del tressette per indicare che
non si hanno o non si hanno piu' carte di un certo palo: "volo a
bastoni".
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Per favore, accodate due zeri al mio stipendio. E' per renderlo Y2K-compliant.
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togliete NOSPAM per rispondermi.
Vediamo un esempio concreto:
Il pilota di una aereo: "...ieri ho volato ..."
I passeggeri: "...due settimane fa siamo volati in Florida ..."
Che ne dite? E' corretto?
Nadia
>gergalmente viene usato anche nel gioco del tressette per indicare che
>non si hanno o non si hanno piu' carte di un certo palo: "volo a
>bastoni".
Luca, ma a tressette si dice "sono volato" o "ho volato" a bastoni?
Gian Carlo
Giovanni Belloni wrote:
> Sono camminato? ho andato?
Eh sĚ, ho perso una buona occasione di starmi zitta
:-((
Comunque non credo di essermi inventata la regola che
ho detto (in questo momento non ho energie mentali per
inventarmi nemmeno la ricetta del latte caldo) perciň
chiedo ancora: non si ricorda nessuno una regola
simile? Magari in un'altra lingua??
Perplessa
Sì Nadia, è corretto e la spiegazione sta proprio in ... Florida :-))
Scherzi a parte, diciamo che:
A- "Ieri *ho volato* per tot ore": l'azione del volare è
considerata in sé.
E- "Due settimane fa *siamo volati* in Florida": è indicato il
punto di arrivo; ovviamente, anche con l'indicazione del
punto di partenza (o di entrambi) l'ausiliare sarà il verbo
'essere'.
La stessa regola si applica per il verbo 'correre'.
Ciao
Mariuccia
si dice volai.
(ho volato...)
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e' vero,
c'e' un po' di casualita' in tutto
ma e' anche vero
che esiste una tua forma di gusto
(Soerba)
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rimuovere NOSPAM. per mandare email
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>Ehm, prima che lui stesso medesimo sia costretto per l'ennesima volta a
>ricordarlo, ricordo io che l'eccellente Maurizio Pistone ha composto una
>breve ma decisiva monografia sull'argomento che ritengo ponga la parola
>fine ad ogni ulteriore disamina del busillis.
>L'indirizzo è
> http://www.mclink.it/personal/MG5960
Ho volato? Sono volato? Sono svanito? Ma dove sono finito?
Sarò smemorato, ma non ricordo di aver mai scritto nulla
sull'argomento.
Maurizio Pistone - Torino
http://www.mclink.it/personal/MG5960
mailto:pis...@mclink.it
strenua nos exercet inertia Hor.
> [...]
> Ho volato? Sono volato? Sono svanito? Ma dove sono finito?
>
> Sarò smemorato, ma non ricordo di aver mai scritto nulla
> sull'argomento.
Sei sempre in tempo. Noi aspettiamo e speriamo.
Ciao
Mariuccia®
> Dovendo inserire questa espressione in una poesia (nella quale la resa
> vocale delle parole č importante) devo mantenere la scrittura riferita al
> modo di esprimere il verbo andare, da solo, all'indicativo presente o č
> meglio che scriva "mě ndu měnga" riferendo la scrittura al modo di
> pronunciare il verbo andare in quel particolare contesto?
Mi sembra una questione abbastanza irrilevante (ma la uu e' veramente un - per
me misterioso - suono "lungo" o e' una DOPPIA u ?). Chi conosce quel dialetto
probabilmente lo leggera' correttamente in ogni caso (o magari facendo un po'
di fatica, si veda il thread sulla "casa da mort del diaol"). Chi non lo
conosce e' improbabile faccia caso alla lunghezza delle vocali.
Spesso la scrittura del dialetto (o anche delle lingue, si pensi all'inglese e
al francese, ma anche in russo c'e' qualche stranezza residuale come le
desinenze in -ogo pronunciato -ovo) mantiene certe forme per motivi
etimologico-storici.
P.es. il milanese "mangia'" (mangiare, infinito) vs "mangiaa" (mangiato,
participio). Per me si pronunciano (e si potrebbero scrivere) allo stesso
modo. C'e' anche chi scrive il sangue "sangu" (ma pronuncia "sang") per motivi
etimologici.
--
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>> Dovendo inserire questa espressione in una poesia (nella quale la resa
>> vocale delle parole č importante) devo mantenere la scrittura riferita al
> >modo di esprimere il verbo andare, da solo, all'indicativo presente o č
> >meglio che scriva "mě ndu měnga" riferendo la scrittura al modo di
> >pronunciare il verbo andare in quel particolare contesto?
>Mi sembra una questione abbastanza irrilevante (ma la uu e' veramente un -
per
>me misterioso - suono "lungo" o e' una DOPPIA u ?). Chi conosce quel
dialetto
>probabilmente lo leggera' correttamente in ogni caso (o magari facendo un
po'
>di fatica, si veda il thread sulla "casa da mort del diaol"). Chi non lo
>conosce e' improbabile faccia caso alla lunghezza delle vocali.
>Spesso la scrittura del dialetto (o anche delle lingue, si pensi
all'inglese e
>al francese, ma anche in russo c'e' qualche stranezza residuale come le
>desinenze in -ogo pronunciato -ovo) mantiene certe forme per motivi
>etimologico-storici.
>P.es. il milanese "mangia'" (mangiare, infinito) vs "mangiaa" (mangiato,
>participio). Per me si pronunciano (e si potrebbero scrivere) allo stesso
>modo. C'e' anche chi scrive il sangue "sangu" (ma pronuncia "sang") per
motivi
>etimologici.
Apri (riapri) una discussione che ebbe il suo momento "in" negli anni
sessanta (oralmente - non mi sa che si sia pubblicato tanto), sulla
normalizzazione dell'ortografe lombarda. Come se uno che scrive secondo il
Porta fosse incapace di capire un poema del Bernasconi con le "ü e ö" - ma
dai, come lo dici, chi capisce il dialetto leggera' correttamente. L'unica
questione e quella della lettura da parte di gente da altre regioni - e li'
l'unica soluzione e' la notazione fonetica, non c'e' verso di rendere i
suoni esattamente adoperando l'alfabeto latino. Come per l'italiano, poi, se
prendi un inglese o un turco che non e' stato informato delle convenzioni
fonetiche italiane, non puo' rendere frasi intelligibili.
E' veramente necessario notare le particolarita' fonetiche di un dialetto
locale (cosi' che un milanese possa leggere il ticinese o bergamasco colla
fonetica corretta)? Non son sicuro che lo sforzo ne valga la pena, in fin
di conti il lettore cerca piu' che altro di capire (tranne se e' un attore
ecc, in qual caso meglio la notazione fonetica)
Quanto alla domanda precisa sulla lunghezza del "mi 'nduu (ndoo per
portisti) / minga", penso che non bisogna cambiare la grafia del 'ndoo,
perche' la quantita' della u dipende dall'apposizione (o no) del minga
enclitico, non perche' e' una parola diversa.
> Apri (riapri) una discussione che ebbe il suo momento "in" negli anni
> sessanta (oralmente - non mi sa che si sia pubblicato tanto), sulla
mah io ho a casa una grammatica milanese che vi dedica alcune pagine.
E riporta diverse varianti.
> normalizzazione dell'ortografe lombarda. Come se uno che scrive secondo il
> Porta fosse incapace di capire un poema del Bernasconi con le "ü e ö" - ma
> dai, come lo dici, chi capisce il dialetto leggera' correttamente. L'unica
No, su questo non credo. Ricito l'esempio gia' fatto. Mia madre bergamasca
della pianura, di 75 anni quindi "nativa" in dialetto, sa benissimo che la
casa (in it. /kaza/ ) si dice ca' ( /ka/ ) e la cassa si dice /casa/ con una s
sola e non sbagliera' a pronunciarlo parlando in dialetto. Ma se si trova
davanti un testo scritto (come quest'estate, una leggenda della val Seriana)
con la "casa da mort del diaol" (cassa da morto del diavolo), poiche' non e'
abituata a vedere il bergamasco SCRITTO ma l'italiano si', incespichera' su
quel "casa", lo pronuncera' come la "casa" italiana col tetto, si rendera'
conto che non va, e ripetera' la lettura.
E direi che tanti milanesi "nativi" nel dialetto popolare hanno difficolta' a
leggere il Porta (non a capirlo se gli viene letto).
> E' veramente necessario notare le particolarita' fonetiche di un dialetto
> locale (cosi' che un milanese possa leggere il ticinese o bergamasco colla
> fonetica corretta)? Non son sicuro che lo sforzo ne valga la pena, in fin
Era proprio la stessa cosa che dicevo io !
>No, su questo non credo. Ricito l'esempio gia' fatto. Mia madre bergamasca
>della pianura, di 75 anni quindi "nativa" in dialetto, sa benissimo che la
>casa (in it. /kaza/ ) si dice ca' ( /ka/ ) e la cassa si dice /casa/ con
una s
>sola e non sbagliera' a pronunciarlo parlando in dialetto. Ma se si trova
>davanti un testo scritto (come quest'estate, una leggenda della val
Seriana)
>con la "casa da mort del diaol" (cassa da morto del diavolo), poiche' non
e'
>abituata a vedere il bergamasco SCRITTO ma l'italiano si', incespichera' su
>quel "casa", lo pronuncera' come la "casa" italiana col tetto, si rendera'
>conto che non va, e ripetera' la lettura.
>E direi che tanti milanesi "nativi" nel dialetto popolare hanno difficolta'
a
>leggere il Porta (non a capirlo se gli viene letto).
Ae'. Hai ragione. Difatti ne ho visti tantissimi anch'io, che si bloccano a
leggere. Pero' -come ben lo dici- il problema non e' nell'ortografe
adottata, ma nel fatto di avere quel sostratto di ortografe italiana
inculcata a scuola elementare (e piu'), che i piu' adoperano come referenza
anche leggendo il dialetto. Difficile trovare una soluzione ideale (e finire
col separatismo scolastico, ecc.). Comunque le difficolta' spariscono dopo
un po' di lettura, nel corso della quale uno ha tempo di stabilire le
corrispondenze suono / segno. Se mi ricordo bene le tante esperienze di
tempo fa, al terzo poema del Porta, uno di madrelingua lombarda e' gia'
completamente "in casa sua".