Valerio Vanni ha scritto:
> Oppure se arrivo giù a Cesena torno a essere "Valèrio", con una "è" un
> po' più aperta della mia.
Sì, è una particolarità dell'italiano cesenate. Nel cesenate la "e aperta" è
molto aperta (ovviamente ci sono delle precise ragioni, legate alla fonetica
di quel dialetto), e quando aprono lo fanno sul serio :-)
Ho nel cassetto un paio di libricini sull'italiano che si parla nelle varie
zone della Romagna. Esito a pubblicarli non solo perché in genere i libri
non li finisco (ne ho una decina all'80%), ma anche perché sono indeciso
sulla posizione da prendere circa il cosiddetto "italiano regionale".
Io appartengo a un gruppetto di studiosi "estremisti" per i quali la lingua
che ho parlato la sera che sono venuto a Marradi non è un italiano
regionale, ma è proprio una lingua diversa dall'italiano. Per me è una
sorta di pidgin: ha la fonetica che e è una semplificazione della fonetica
del riminese (da 13 a 7 vocali), e la morfologia e la sintassi del toscano.
Capisco che la morfologia e la sintassi contano, ma come si fa a chiamare
"italiano" una lingua che non ha la fonetica dell'italiano?
Da questo punto di vista io mi attengo al vecchio criterio, secondo il quale
l'italiano è il fiorentino della classe colta. Può sembrare una posizione
datata, ma se ci convinciamo che l'"italiano milanese", l'"italiano
riminese" eccetera non sono la stessa lingua che si parla a Firenze (poi il
fatto che ci si capisca non dimostra nulla: capiamo anche il napoletano),
allora per dire che quello di Milano è "italiano" bisogna dire che quello di
Firenze non lo è!
Detto questo, sono anche convinto che l'italiano, quello "vero", abbia ormai
i giorni contati. Ogni volta che vado in Toscana ascolto attentamente i
giovani e ogni volta sento che è stato assestato un altro colpo. Ad esempio
sono sempre di più quelli che sonorizzano sistematicamente la 's'
intervocalica, e lo fanno perché i loro presentatori preferiti delle
trasmissioni che vanno in onda da Milano parlano in quel modo, mentre il
modo di parlare del nonno gli sembrerà un po' troppo "meriodionale".
Ovviamente non ne sono consapevoli, ma questo è ancora più grave, perché
significa che il condizionamento sta lavorando molto in profondità. Quando
si arriva a una tale situazione sociolinguistica secondo me per una lingua è
l'inizio della fine. Credo, insomma, che l'"italiano settentrionale"
finirà per prevalere.
O forse prevarrà un italiano privo di tutte le caratteristiche che
distinguono maggiormente le parlate locali. Già ora molti doppiatori fanno
sentire appena il raddoppiamento fonosintattico, oppure usano vocali di
apertura intermedia, che sono accettabili sia per chi dice «cassétto» sia
per chi dice «cassètto». Eliminando del tutto il raddoppiamento
fonosintattico e riducendo le vocali da sette a cinque, si otterrà una
lingua che, una volta diffusasi anche nell'Italia centrale, sarà il nuovo
italiano, ma sarà una lingua diversa dal vecchio italiano.
Tenuto conto di ciò, il mio assunto che l'"italiano settentrionale" non sia
propriamente italiano scricchiola un po'.
A proposito di pressioni sociolinguistiche, mi sembra che tu non fossi
ancora arrivato quando mi sono fermato a parlare con quella signora
originaria di Fucecchio. La signora parla un toscano splendido, quasi
incontaminato (sono rimasto incantato ad ascoltare quella per me è una
lingua straniera, in tutta la sua magnificenza), ma poi parlando del più e
del meno, e dei contrasti che si trovano dalle vostre parti, ho scoperto che
la signora si è lasciata convincere che non ve bene dire «sède», ma bisogna
dire «séde»! L'ho scongiurata di non dare retta a nessuno che parli
diversamente da lei :-)
Fenomeni analoghi accadono anche dalle nostre parti, ma sono molto più
incisivi. Ad esempio nei dialetti che si parlano nelle Marche settentrionali
e nella parte più meridionale della Romagna «vento» si dice "vènt", ma
parlando "italiano" dicono «vénto», perché imitano i Romagnoli, essendo la
Romagna dotata di maggior prestigio socio-economico per chi vive da quelle
parti. Basti dire che molti giovani non vedono l'ora di finire di lavorare
il venerdì sera per passare il fine settimana in Riviera, e stanno attenti a
non essere subito riconoscibili come "montanari". Una volta parlavo con un
autore dialettale di quelle zone, che dice "vènt" in dialetto e «vénto» in
"italiano", e gli ho chiesto perché non dicesse «vènto». La sua risposta è
stata che «vènto è dialettale»! La stessa cosa capita con «cento, gente»
eccetera.
La cosa che mi spaventa è che è iniziata la retroazione sul dialetto. Tempo
fa ho intervistato una signora: mi aspettavo che dicesse "bèn" per «bene»,
mentre mi è saltata fuori con "bén". Non ho detto niente per non
condizionarla, e mi ci sono volute due o tre settimane, con altre
interviste, per scoprire che era una sorta di ipercorrettismo condizionato
dall'"italiano" «béne». Dico che questa cosa mi spaventa perché questi
ipercorrettismi mi scombinano tutti gli schemi della derivazione fonetica.
Se mi sono convinto che in una certa area la E breve latina non s'è chiusa,
e uno mi dice "bén", mi tocca rivedere tutta la mia analisi storica. Poi
magari salta fuori che dice così perché "bèn" gli sembra «troppo
dialettale»!
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Saluti.
D.