Davide Pioggia <
duca_...@yahoo.com> wrote:
> Ora, se � vero che stiamo parlando d'una lingua che sostanzialmente � una
> rielaborazione del fiorentino compiuta dalle corti pontificie, perch� la
> vuoi chiamare "lingua italiana"? I tuoi antenati piemontesi, che ne
> sapevano, all'epoca, di questa "lingua italiana"?
La chiamo lingua italiana per il semplice motivo che � la lingua
d'Italia.
In Italia si sono parlate tantissime lingue.
In primo luogo ovviamente le lingue locali.
Poi alcune lingue straniere: l'occitano e - con maggior diffusione - il
francese.
Si � continuato ad usare il latino, nello scritto (pi� o meno
sgrammaticato) e probabilmente c'era parecchia gente che in un modo o
nell'altro si esprimeva in un latino pi� o meno maccheronico.
Rimane il fatto che tutte queste diverse lingue hanno cominciato a
regredire.
Soprattutto, le lingue locali sono rimaste lingue locali, a parte il
toscano.
I piemontesi hanno continuato a parlare piemontese fino a cinquant'anni
fa, ma non mi risulta che nessuno si sia mai provato a parlare
piemontese fuori dal Piemonte.
E cos� il romanesco, che pure ha avuto un grande prestigio: nessuno ha
mai pensato di usare la lingua de rRoma come sistema di comunicazione
fuori del Lazio.
Alcune lingue locali hanno avuto, per periodi pi� o meno lunghi, anche
una diffusione sovraregionale, ma mai interamente nazionale.
Non me lo vedo un intellettuale siciliano scrivere in bolognese, o un
toscano in veneto, o un lombardo in umbro.
Fin dal XIII secolo, da quando la poesia siciliana � penetrata in tutta
italia attraverso la mediazione toscana - attraverso delle versioni in
cui nessuno riconosce pi� la forma siciliana - il toscano poco per volta
� diventato l'unica lingua comune: nel senso che quando un marchigiano,
un napoletano, un veneto volevano esprimersi in una forma che non fosse
la loro lingua d'origine, ma che permettesse di rivolgersi ad una platea
pi� ampia della propria regione, spontaneamente si rivolgevano a quella
forma che nessuno ancora chiamava "italiano", ma era quello.
L'Italia � la pi� grande smentita del luogo comune "una lingua � un
dialetto con un esercito", poich� in Italia, a differenza che in altre
nazioni, non c'� traccia di una qualche costrizione statale verso
l'adozione di una lingua piuttosto che un'altra: non ce n'� mai stato
bisogno.
Poco per volta, a complicare la dicotomia lingua parlata / lingua
scritta, lingua locale / lingua nazionale, si formano delle varianti
regionali, che non sono pi� la lingua locale "pura", n� l'italiano vero
e proprio, ma tendono in quella direzione. Anche questo dimostra che la
convergenza verso l'italiano era irresistibile.
Tu ti sei affezionato all'idea dell'italiano come lingua dei preti (o
della Curia papale: che gi� sono due cose molto diverse). Ma la realt� �
esattamente l'opposto. � vero che la Chiesa aveva il monopolio
dell'istruzione; e che molti intellettuali continuavano ad esere
chierici - si deve pur campare. Ma tutti i volgari, compreso il volgare
toscano, che poi diventa italiano, non nascono come lingue di chiesa:
sono la lingua della piccola nobilt�, dei borghesi, dei mercanti, dei
notai ecc. Sono la lingua di una poesia, di una narrativa e ad un certo
punto di una saggistica che sfugge al controllo della chiesa.
Tutte le fasi importanti di sviluppo della lingua italiana
caratterizzano fasi evolutive che possiamo indicare come momenti di
laicizzazione della cultura. � vero che un grande momento di normazione
si � avuto nella prima met� del '500, che � stato anche il momeno di
massimo potere della Curia romana; e non per caso si � trattato di una
fase di grande conservazione. Ma l'italiano di Dante, di Cavalcanti, di
Boccaccio, di Poliziano, di Leonardo, di Machiavelli, di Ariosto, di
Guicciardini, di Galilei; l'italiano di Beccaria, di Parini, di Foscolo
ecc. - e mettiamoci anche alcuni autori di chiesa, Jacopone per primo -
tutto pu� essere chiamato fuorch� lingua della curia romana. Tengo fuori
Petrarca perch� nel suo caso si � trattato di un caso assolutamente
unico, una vera lingua personale, che � stato oggetto per secoli di
imitazione, ma nella sua forma autentica � irripetibile.
Questo � un fatto storico, a cui non si pu� opporre una semplice
"opinione", che in questo caso trovandosi in totale contrasto con la
realt� dei fatti si deve chiamare "pregiudizio".