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traduzioni italiane di fine '800 più o meno comprensibili oggi

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multi...@gmail.com

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Nov 28, 2016, 6:43:01 AM11/28/16
to
Ho notato di recente che varie traduzioni italiane di testi stranieri che sono state fatte da metà '800 (e anche alcune di inizio '900) usavano molti termini ed espressioni oggi ritenute "arcaiche" e molto probabilmente erano sentite come tali già quando quelle traduzioni venivano pubblicate. Parlo ad esempio di termini come "epperò" al posto di "perciò", "cagione" al posto di "causa" ed "eziandio" al posto di "anche".

Mi riferisco in particolare a traduzioni di classici antichi ma anche moderni, ad esempio i Dialoghi di Platone tradotti da Francesco Acri dal 1862 al 1889 e disponibili qui:

http://www.liberliber.it/online/autori/autori-p/plato-platone/

In particolare il Parmenide è tradotto in modo non solo così arcaizzante ma anche così complicato che non si può proprio usare oggi. C'è un abisso tra queste traduzioni di Acri e quelle, sempre dei dialoghi platonici, compiute da Ruggiero Bonghi dal 1857 al 1896, leggibili qui e al giorno d'oggi molto più comprensibili:

https://archive.org/details/bub_gb_RvF1QSZYDe8C


Mi risulta peraltro che gran parte delle traduzioni francesi delle Belles Lettres e quelle inglesi della Loeb di fine '800 e inizio '900 siano altamente comprensibili ancora oggi dai conoscitori del francese e inglese attuali. Secondo voi a cosa era dovuto questo stile arcaizzante di vari traduttori italiani di quel tempo?

Ciao.

*GB*

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Nov 28, 2016, 8:15:12 AM11/28/16
to
multi...@gmail.com ha scritto:

> Mi risulta peraltro che gran parte delle traduzioni francesi delle
> Belles Lettres e quelle inglesi della Loeb di fine '800 e inizio '900
> siano altamente comprensibili ancora oggi dai conoscitori del francese
> e inglese attuali. Secondo voi a cosa era dovuto questo stile
> arcaizzante di vari traduttori italiani di quel tempo?

A differenza di inglese e francese, a quei tempi l'italiano era una
lingua di dotti, non del popolo. Quei dotti scrivevano per altri dotti
e si divertivano a farlo nella maniera più arcaica possibile, tanto
usavano una lingua artificiale, percepita come un latino attualizzato.

Bye,

*GB*

*GB*

unread,
Nov 28, 2016, 8:36:28 AM11/28/16
to
multi...@gmail.com ha scritto:

> Mi riferisco in particolare a traduzioni di classici antichi

Quanto alle traduzioni dei classici, ancora fino a pochi anni fa erano
la prova dell'antimodernità di questo paese perché, pur di cercare di
farle assomigliare quanto più possibile all'originale, rinunciavano a
tradurre in italiano e traducevano i classici in una lingua artificiale
e poco comprensibile, a metà strada tra italiano e latino o greco.

Bye,

*GB*

Maurizio Pistone

unread,
Nov 28, 2016, 8:41:52 AM11/28/16
to
<multi...@gmail.com> wrote:

> Mi riferisco in particolare a traduzioni di classici antichi ma anche
> moderni, ad esempio i Dialoghi di Platone tradotti da Francesco Acri dal
> 1862 al 1889 e disponibili qui:
>
> http://www.liberliber.it/online/autori/autori-p/plato-platone/
>
> In particolare il Parmenide è tradotto in modo non solo così arcaizzante
> ma anche così complicato che non si può proprio usare oggi. C'è un abisso
> tra queste traduzioni di Acri e quelle, sempre dei dialoghi platonici,
> compiute da Ruggiero Bonghi dal 1857 al 1896, leggibili qui e al giorno
> d'oggi molto più comprensibili:
>
> https://archive.org/details/bub_gb_RvF1QSZYDe8C

una parte della risposta te la sei già data, si tratta in gran parte di
scelte personali.

L'altra parte è forse che chi traduceva dai classici sentiva il bisogno
di usare una lingua particolarmente arcaizzante e artificiosa, lontana
non solo dal parlare corrente, ma anche dal livello medio della
letteratura del tempo. Chi scriveva a metà dell'800 usava sì a volte
vocaboli oggi desueti, ma se sapeva scrivere si esprimeva in modo chiaro
e lineare. È possibile che la traduzione di Platone mettesse in
soggezione il traduttore, che quindi si sentiva obbligato a esprimersi
in modo più contorto, ritenendo così di risultare più "aulico"

====

Trascrivo il primo capiverso della Storia del Musulmani di Sicilia di
Michele Amari, 1854:

Non ostante la cultura delle colonie musulmane che tennero la Spagna e
la Sicilia e dettero tante parti di civiltà all'Europa, egli è avvenuto
che la storia loro rimanesse per molti secoli oscura e trasandata, quasi
di popoli barbari. E ciò per cagione che i cronisti latini e greci del
medio evo poco ne scrissero; che le opere arabiche andarono a male
quando i Musulmani sgombravan da quei paesi; e che quel tanto che ne fu
serbato in Affrica o in Oriente, non potea passare, senza difficoltà
grandissime, dalla società musulmana alla società europea. Quegli
ostacoli, superati un po' dal decimosesto al decimottavo secolo, or si
vincono felicemente. La tolleranza filosofica; il genio degli studii
storici; i viaggi; il commercio; le dominazioni europee in alcuni paesi
di Musulmani; la influenza esercitata sopra altri; le accademie
asiatiche istituite sotto varie denominazioni, in Inghilterra, Francia,
Alemagna, Stati Uniti d'America e stabilimenti inglesi in India; i
giornali periodici di esse; lo zelo di raccogliere manoscritti, monete
antiche e monumenti; l'agevolezza ad apparare le lingue orientali; le
frequenti pubblicazioni di libri arabici, han reso ormai praticabili
molte ricerche tentate invano dalle passate generazioni. Così qualche
opera pregevole rischiara già la storia dei Musulmani di Spagna, e
sappiam che altre se ne apparecchino di maggior polso. Così gli annali
delle Crociate si compiono col favor dei cronisti musulmani. Così escono
alla luce o s'intraprendono di continuo tanti altri lavori storici su
l'Affrica, su l'Egitto e su varii Stati dell'Asia anteriore.


--
Maurizio Pistone strenua nos exercet inertia Hor.
http://blog.mauriziopistone.it
http://www.lacabalesta.it
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