Riaffacciandomi dopo lungo tempo su questo NG (che vedo, tra le altre cose, impegnato in un duello
all'arma bianca) vorrei proporre una riflessione a partire da un mio discorso pronunciato
recentemente al Lyons Club di Pavullo nel Frignano (MO). Quella che segue ne è solo una parte; è un
po' lunga, ed essendo stata preparata per un uditorio non particolarmente addentro a questioni
linguistiche, potrà per alcuni di voi contenere senz'altro delle ovvietà (e me ne scuso). Spero
comunque, se ne avrete voglia, che qualche "stimolo" ne potrebbe venir fuori.
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Il territorio linguistico italiano (comprendente quindi anche zone non appartenenti politicamente
alla Repubblica Italiana, ovvero il Canton Ticino e la Corsica) è caratterizzato storicamente da
un’estrema frammentazione dialettale; in Europa, una situazione del genere, pienamente paragonabile
per differenziazione, variegatezza e vigore delle parlate locali, si ha solo nel territorio
linguistico tedesco. Va da sé che la querelle "dialetto / lingua letteraria" è sempre stata
sentitissima nel nostro Paese, vuoi per il fatto, come è stato sottolineato dal grande linguista ed
attuale ministro della Pubblica Istruzione Tullio De Mauro, che, al momento dell’Unità d’Italia,
solo il 2% della popolazione di allora riusciva ad intendere e a servirsi della lingua letteraria,
mentre tutti i restanti ambiti della comunicazione orale erano esclusivamente affidati al dialetto,
vuoi per il fatto che i dialetti italiani possiedono una copiosissima e pregevole letteratura,
specialmente poetica. Letteratura "in dialetto" e non "dialettale", come è stato fatto giustamente
notare da Mario Chiesa, curatore de "Le Parole di Legno"; la letteratura "in dialetto" è una
letteratura matura, consapevole che ha trovato il libero mezzo di espressione in una parlata locale
(si pensi a poeti come Albino Pierro e il suo arcaico tursitano, al milanese "sui generis" del sardo
Franco Loi, al milanese surreale e pienamente "europeo" di Delio Tessa, ai grandi napoletani come
Salvatore di Giacomo, ai veneto-giuliani come Biagio Marin, Virgilio Giotti e Andrea Zanzotto),
mentre la letteratura (o meglio, la poesia) "dialettale" è spesso una riproduzione di spicciolo
folklore priva quasi sempre di valenza letteraria.
I dialetti, è inutile negarlo, sono in regresso. In generale sono scomparsi dalle grandi città ed
anche dalla maggior parte di quelle di medie dimensioni; resistono tenacemente ancora in certe aree
(non necessariamente "arretrate": si pensi ad esempio al fatto che, statisticamente, la regione
attualmente più dialettofona è il Veneto, dove il dialetto è comunemente usato in ogni ambito; tra
le grandi città, un’eccezione a quanto sopra è senz’altro Trieste) dove sono usati nel registro
locale (vale a dire la comunicazione diretta fra parlanti autoctoni) accanto all’italiano regionale
(usato perlopiù per la comunicazione con parlanti di altre aree, ma spesso, oramai, anche in ambito
familiare).
L’esistenza delle "koiné" regionali è oramai un fatto assodato. La penetrazione capillare della
lingua letteraria nel tessuto sociale è stata affidata, come tutti sanno, principalmente ai mezzi di
comunicazione di massa (giornali, radio, TV e, adesso, il computer), ma, in un paese frammentato
come il nostro, sarebbe francamente stata una chimera ritenere che fosse possibile diffondere una
norma linguistica pienamente standardizzata. Nel loro regresso, i dialetti hanno continuato e
continuano tuttora ad esercitare un’influenza tutt’altro che trascurabile sulle koiné regionali che
via via si sono andate formando; vale a dire, i parlanti si esprimono in un italiano comprensibile
senza difficoltà anche in ambito extra-locale, ma con delle decise caratteristiche fonologiche,
lessicali e morfosintattiche che, in ultima analisi, rivelano la loro provenienza diretta dal
dialetto.
A tale riguardo vorrei farvi un esempio. In questi ultimi tempi, per vari motivi, mi è capitato di
soggiornare lungamente a Imola (che, pur essendo in provincia di Bologna, rientra dialettalmente
nell’area romagnola). Poiché, per mia formazione e curiosità, mi piace sempre ascoltare gli altri e
analizzare quel che dicono, ho notato che, accanto all’ovvio "accento romagnolo" dell’italiano
parlato dalle persone, il dialetto intacca sempre i fatti linguistici. Non c’è verso di far capire a
un imolese, ad esempio, che un livornese potrebbe non capire se gli si chiede d’andare a prendere un
"calcedro" d’acqua (dial. "calzëdar", secchio) e che, in italiano più o meno corretto, il verbo
"rimanere" è intransitivo ("ho rimasto un panino da mangiare"). Tutti fatti che hanno un preciso
riscontro nel dialetto locale e nei dialetti romagnoli in generale. È valido naturalmente anche il
contrario: un imolese potrebbe stupirsi se mi sentisse dire una cosa come "vado a rigovernare i
piatti nell’acquaio" ("lavello"), "ho girato la chiavetta" ("rubinetto") "passami due bullette"
("chiodi"). Mi accorgo che sono termini che uso comunemente nel mio registro familiare toscano, con
la coscienza di farlo perché questo rientra nei miei studi, nei miei interessi ed anche nel mio
lavoro; ma, nella maggior parte dei casi, anche di persone dotate di istruzione, questa coscienza
non c’è. Mi capita spesso di vedere testi tecnici che mi vengono affidati per delle traduzioni;
ebbene, l’ "italiano regionale" si vede anche in questi testi, frammisto ai tecnicismi (spesso
anglicismi) e ad una sintassi spesso decisamente incerta; cosicché, in un manuale per lo stesso
identico macchinario (mettiamo, una molatrice), il tecnico toscano incaricato della redazione parla
tranquillamente di "trucioli" mentre quello lombardo parla di "sfridi" ("il know how per la gestione
ottimale degli sfridi"). L’italiano regionale penetra sempre di più nella stampa e nella
comunicazione audiovisiva; da questo punto di vista, sempre maggiore è l’influenza del romanesco.
Così, a forza di sentir parlare e leggere di "manifestazioni a piazza Esedra" e di "omicidio a via
Margutta", l’uso della preposizione "a" per indicare lo stato in luogo con i toponimi viari
cittadini, tipicamente romana, si sta espandendo in tutta Italia al posto della manifestazione "in"
piazza Esedra e dell’omicidio "in" via Margutta, come ci aveva insegnato la maestra a scuola. (>
tabella dialetti / italiani regionali / italiano letterario con reciproche influenze).
L’ambito linguistico italiano, per concludere questa parte, non sta che riproducendo ed accentuando
quelle che sono le sue tendenze di sempre (o meglio, i suoi "trend"): l’espressione quotidiana è
affidata a più registri familiari, dal dialetto più stretto fino alla koiné regionale (che, in
genere, è la variante che viene scritta più comunemente, con spesso e volentieri la riproduzione
esatta di dialettismi lessicali e morfosintattici, come abbiamo già visto), mentre la lingua
letteraria, sovraregionale, è usata, oltre che ovviamente in sede letteraria, per tutte le altre
attività che, in un modo o nell’altro, esulano dalla comunicazione quotidiana e dai suoi bisogni. Si
tratta, inutile dirlo, d’un fatto non esclusivo dell’italiano, ma presente tutte le lingue nazionali
di cultura.
Spesso e volentieri, determinati dialetti (perlopiù quelli che godono di prestigio, specialmente per
la letteratura e per il cinema) forniscono dei termini che, dopo un periodo di "rodaggio"o di moda,
vengono accettati comunemente nella lingua letteraria. Parole originariamente dialettali vengono
adesso intese senza difficoltà da Aosta fino a Siracusa; e così è il caso, ad esempio, del genovese
"mugugno", del napoletano "omertà" (da "umiltà"), del milanese "teppa" e di tante altre; ed è
singolare che proprio il fiorentino ed il toscano in genere, che è comunque storicamente alla base
dell’italiano letterario, abbia cessato oramai da tempo di far penetrare vocaboli nella lingua
comune. L’extradialettismo nella lingua letteraria e nelle koiné regionali proviene in grandi da
quattro filoni: quello genericamente "settentrionale" (perlopiù lombardo), quello romanesco, quello
napoletano e quello siciliano. Le eccezioni sono abbastanza poche. Si tratta di un fenomeno ancora
ben presente e, in alcuni casi, pienamente ricostruibile; esempi recentissimi sono ad esempio il
napoletano "sgarrupato" ("scalcagnato, mezzo rotto"), diffuso dall’enorme successo di "Io speriamo
che me la cavo", i temi degli scolaretti napoletani raccolti dal maestro elementare Marcello D’Orta,
oppure il romanesco "cozza" ("donna brutta"), alla cui diffusione nazionale hanno perlomeno
contribuito i film di Carlo Vanzina e compagnia bella.
Negli ultimi tempi, l’uso dell’italiano letterario esagerato, potremmo dire aulico, ha inoltre
assunto talvolta valenze squisitamente comiche. È il caso, ad esempio, di tutta una serie di
rubriche pubblicate sul mensile satirico livornese "Il Vernacoliere" -redatto peraltro interamente
in dialetto livornese, ma oramai diffusissimo in tutta l’Italia settentrionale e centrale-, a cura
di due personaggi coltissimi e curiosissimi, l’arch. Giorgio Marchetti (più noto come "Ettore
Borzacchini") e il musicista, musicologo e pittore Federico Sardelli. Quest’ultimo, in particolare,
è autore di una parodia del "Cuore" di De Amicis, in cui usa coscientemente un italiano
esageratamente ottocentesco frammischiandolo a volgarismi attuali, frasi intere in livornese e altre
amenità del genere. Il tutto ha, ovviamente, un effetto dirompente.
In conclusione: l’italiano letterario continua la sua strada di lingua sovraregionale, "super
partes", con la sua evoluzione dovuta principalmente all’influenza dei registri linguistici
inferiori, mentre questi ultimi sono le varianti linguistiche che subiscono la naturale, spontanea
evoluzione (ovvero la "deriva"). Sono questi registri che stanno "entrando nel terzo millennio", non
l’italiano letterario. Questo si limita a registrare, con discreta calma, le novità che via via il
"laboratorio dei parlanti" propone. La lingua letteraria possiede d’altronde una tradizione che non
è possibile ignorare. Se, ad esempio, il modo congiuntivo è oramai pressoché scomparso dalle
varianti parlate -con la parziale eccezione delle terze persone-, non significa che esso stia per
essere eliminato dalla lingua italiana; non sta "morendo", è solo sulla strada di essere
imbalsamato. Non sono, fra l’altro, tra quelli che s’uniscono ai piagnistei di alcuni: lingue
importantissime come l’inglese e, quasi del tutto, anche il francese ed il tedesco, ne fanno
tranquillamente a meno. Arriverà forse un momento in cui anche la lingua letteraria dovrà per forza
di cose registrare questo dato di fatto; ma noi, credo, non ci saremo. Alcuni fenomeni possono
comunque essere colti anche adesso: ad esempio, l’estensione di "gli" (pronome personale complemento
indiretto di terza persona singolare) al plurale in sostituzione di "loro" ("io gli dico" per "io
dico loro") è oramai totalmente avvenuta nella lingua parlata ed è da poco ufficialmente accettata
anche a livello scritto, con tanto di comunicazione dell’Accademia della Crusca. "Loro" come pronome
personale complemento indiretto di terza persona plurale è virtualmente scomparso dal parlato.
Questo, ovviamente, non significa che il suo uso sia scomparso dalla lingua scritta; ma oramai, è
inutile negarlo, vedere scritto "io ho detto loro di andarsene" produce un’impressione di estrema
formalità, di slegamento, di distanza. Certo, in Italia non si assiste a fenomeni come ripetuti
decreti governativi concernenti la politica linguistica e periodiche riforme ortografiche e
morfologiche (come è avvenuto a più riprese, in questo secolo, in Francia ed in Norvegia; il tedesco
è alla vigilia di un’importante riforma ortografica i cui preliminari sono stati posti nel 1996);
ma, comunque sia, le istituzioni accademiche preposte alla sorveglianza della lingua italiana
letteraria sono ben presenti e, direi fortunatamente, il loro atteggiamento verso la spontanea
creazione linguistica e verso le influenze esterne è negli ultimi tempi decisamente mutato nella
direzione d’una maggiore aderenza alla realtà parlata.
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* Riccardo Venturi *
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