perche` c'era in latino.
.mau.
>Perchè si usava mettere l'h davati a certe parole?
>Grazie, ciao. Franco
Era semplicemente un latinismo ortografico in uso perlomeno fino a
tutto il seicento (a tale riguardo potresti rileggerti la celebre
introduzione ai "Promessi Sposi", dove il Manzoni riproduce
volutamente la grafia secentesca: "L'historia si può veramente
deffinire una guerra illustre contro il Tempo..."
Negli esempi da te proposti ("habitanti", "havendo") la "h" iniziale
riproduceva nella fattispecie i termini originali latini ("habitare",
"habere"), ma la aspirata iniziale non era probabilmente più
pronunciata già nel latino volgare dell'epoca imperiale. Come
convenzione grafica è rimasta nell'italiano moderno solo in alcune
persone del presente indicativo del verbo "avere" : "ho, hai, hanno"
(per distinguere tali forme risp. dalla congiunzione disgiuntiva "o",
dalla preposizione articolata "ai" e dal sostantivo "anno"); ma alcuni
(come ad esempio lo studioso Giuliano Bonfante) scrivono "ò", "ài",
"ànno".
Salve,
> Riccardo Venturi <05868...@iol.it>
> Er muoz gelîchesame die leiter abewerfen
> So er an îr ûfgestigen ist (Vogelweide)
> riproduceva nella fattispecie i termini originali latini ("habitare",
> "habere"), ma la aspirata iniziale non era probabilmente più
> pronunciata già nel latino volgare dell'epoca imperiale. Come
Lo era mai stata ? Ho un vago ricordo di una composizione di Catullo (?)
in cui prendeva in giro (come un grecismo alla moda) quelli che haspiravano
l'hacca ...
--
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>Lo era mai stata ? Ho un vago ricordo di una composizione di Catullo (?)
>in cui prendeva in giro (come un grecismo alla moda) quelli che haspiravano
>l'hacca ...
Ti riferisci sicuramente al Carme LXXXIV di Catullo ("Chommoda
dicebat, si quando commoda vellet / et insidias Arrius hinsidias...),
in cui il poeta veronese irride Arrio per la sua mania grecizzante di
pronunciare una forte aspirata iniziale (corrispondente al "chi"
greco) in parole latine dove non esisteva (con la conseguente battuta
finale, in cui, quando giunge la notizia che Arrio ha traversato il
mar Ionio [Ionius fluctus], tutti inorridiscono perchè, data la sua
mania, il mare è diventato "Hionio" [iam non Ionios esse, sed
Hionios], che in greco vorrebbe dire "tempestoso, invernale"
[khiónios] ).
Nelle parole prettamente latine, la [ h ] corrisponde precisamente a
delle precise evoluzioni indeuropee che non ti sto qui a dire (e
speriamo che sia approvato it.cultura linguistica.indoeuropeo..:-).
Nel latino "urbano" (cioè colto) la sua pronuncia si conservò anche
per influsso dello spirito aspro greco, e non ne mancano le prove
(celeberrima è quella di Cicerone in "De Oratore", 2:249: una perfida
frecciata contro un avversario "male olens" ["puzzolente"], <video me
a te circumveniri>", dove aspirando la [ k ] iniziale di
<circumveniri> si ottiene la parola <hircum> "caprone").
Nel IV secolo d.Cr. il grammatico Mario Vittorino, essendosi oramai
completamente persa la pronuncia dell'aspirata, prescrive una
pronuncia un po' "caricata", forse per reazione alla deaspirazione
oramai avvenuta a livello popolare; proprio a tale forzatura di
pronuncia allude S.Agostino nelle "Confessiones" (1,29), quando
afferma che "era più importante pronunciare bene <homo> che amare
l'uomo secondo la legge di Dio".
Ma nel latino popolare o "rustico" l'aspirazione iniziale era persa
oramai da tempo immemorabile: ad esempio, una parola decisamente
"campagnola" come <anser> "oca, anitra" può essere spiegata dal punto
di vista etimologico solo comparandola con altre lingue indeuropee
(e.g. ted. <Gans>, ingl. <goose> "oca"> che presentano un'aspirazione
originaria (< indeuropeo *GHANS-).
Siamo dunque nel campo dei cosiddetti "ipercorrettismi", proprio come,
ad esempio, un veneto non abituato alle consonanti geminate ("doppie")
nel suo dialetto, le mettesse a sproposito dove non ci vanno quando
parla in italiano. Un contemporaneo di Cicerone, Nigidio Figulo,
afferma quanto segue: "rusticus fit sermo, si adspires perperam".
Nelle iscrizioni pompeiane si trovano grafie "ipercorrette" (cioè
scorrette) come < hire > per <ire>. Ne risultò tutta una serie di
doppioni grafici in parole tipicamente agricole: <holus / olus >,
< harena / arena >, <hedera / edera >, <harundo / arundo >.
Spero di essere stato esauriente, e un saluto ai Tartari,
Ricordo benissimo che il mio maestro delle elementari ci permetteva di
scrivere indifferentemente sia "ha" che "à".
P.S. la lettera h veniva chiamata "La Mutina".
--
Cybersix
"Navigammo su fragili vascelli
per affrontar del mondo la burrasca"
>Come
>convenzione grafica è rimasta nell'italiano moderno solo in alcune
>persone del presente indicativo del verbo "avere" : "ho, hai, hanno"
>(per distinguere tali forme risp. dalla congiunzione disgiuntiva "o",
>dalla preposizione articolata "ai" e dal sostantivo "anno"); ma alcuni
>(come ad esempio lo studioso Giuliano Bonfante) scrivono "ò", "ài",
>"ànno".
Se non ricordo male, non viene mai adoperata l'h nell'Enciclopedia
Bompiani delle opere e dei personaggi. Mi sembra di aver letto che la
scelta venne fatta per motivi economici. L'opera venne preparata
soprattutto durante la II guerra mondiale e l'abolizione dell'h
comporto' un certo risparmio in carta e inchiostro, risorse allora
preziose. IMO <ò> incece di <ho> si legge con difficolta' e, nel caso
delle news di Usenet, va contro la regola di utilizzare il solo set di
caratteri ASCII ridotto.
Ciao
Alex
> Ti riferisci sicuramente al Carme LXXXIV di Catullo ("Chommoda
grazie della esauriente spiegazione.
Quanto entra nella aspirazione nel latino l'uso etrusco poi toscano di
aspirare la C ?
> speriamo che sia approvato it.cultura linguistica.indoeuropeo..:-).
mah, per quanto interessato, spero di no ... io sarei favorevole a un unico ng
omnicomprensivo it.cultura linguistica.
> Spero di essere stato esauriente, e un saluto ai Tartari,
Ricambia anche il mio amico Ludwig (Wittgenstein, aka Vogelweide) con il suo
bravo manoscritto del Tractatus nello zaino :-)
>grazie della esauriente spiegazione.
>Quanto entra nella aspirazione nel latino l'uso etrusco poi toscano di
>aspirare la C ?
Credo che la tua domanda sia talmente interessante da meritare un post
autonomo (cosa che ho fatto).
>mah, per quanto interessato, spero di no ... io sarei favorevole a un unico ng
>omnicomprensivo it.cultura linguistica.
No, io non sono assolutamente favorevole. Prova a vedere quel che
succede su sci.lang ....
>Ricambia anche il mio amico Ludwig (Wittgenstein, aka Vogelweide) con il suo
>bravo manoscritto del Tractatus nello zaino :-)
:-)
Salve,
> Riccardo Venturi <05868...@iol.it>
> Er muoz gelīchesame die leiter abewerfen
> So er an īr ūfgestigen ist (Vogelweide)
>On Wed, 23 Jun 1999 09:47:56 +0200, Giovanni Drogo
><dr...@rn.bastiani.it> wrote:
>>grazie della esauriente spiegazione.
>>Quanto entra nella aspirazione nel latino l'uso etrusco poi toscano di
>>aspirare la C ?
>Credo che la tua domanda sia talmente interessante da meritare un post
>autonomo (cosa che ho fatto).
E hai fatto benissimo! Grazie^_^: trovo sempre molto interessanti i
tuoi interventi. Adesso vado a leggere^_^.
Ciao
Mariuccia
> [...]
Va detto che la scrittura secondo il principio alfabetico ha come
scopo quello di imitare, per quanto possibile, la pronuncia: è solo
l'evoluzione fonetica delle lingue che rende necessario adottare delle
convenzioni (come in italiano i digrammi 'gl' e 'gn') per non
inventare nuovi simboli per i nuovi fonemi. Sarebbe però alquanto
innaturale inserire nelle parole dei grafemi arbitrari senza che
abbiano nè abbiano mai avuto alcun significato. Quindi se i romani
scrivevano 'habeo' e 'habito' un motivo c'era...
... ne è un esempio lo stesso Catullo, nel carmen che hai citato! Egli
ci racconta di un 'parvenu', Arrio, che non solo aveva una forte
pronuncia dell'acca (e qui c'e' un'implicita ammissione della
fonematicità dell'acca - la pronuncia può essere forte solo se ce n'è
una normale) ma la metteva anche dove non occorreva, solo per
ostentare una pronuncia 'greca', che a quei tempi doveva essere molto
di moda, ma dimostrandosi, alla fine, solo più grezzo e ridicolo di
quanto non fosse.
Di prove della pronuncia dell'acca ne abbiamo molte altre: Varrone ci
ha tramandato che i contadini non pronunciavano i dittonghi e,
appunto, l'acca. Sappiamo inoltre che l'influenza rustica, con i
secoli, prese il sopravvento su tutto il latino, poichè nel II secolo
d.C. Aulo Gellio doveva ribadire che gli antichi avevano introdotto la
lettera acca, detta più propriamente spirito (aspirazione), per
rafforzarne la sonorità. All'interno dello stesso brano egli dice che
a suo parere si era voluta imitare la pronuncia greco-attica: non
capisco se voglia dire che gli antichi non avevano voluto
sottovalutare la fonematicità dell'acca, come già i greci non avevano
fatto, o se, a suo parere, l'acca era soltanto un'imitazione del
greco; in questo secondo caso avrebbe fatto un errore clamoroso. E ne
abbiamo le prove.
Queste prove ci vengono dalla linguistica comparativa (sono perciò
prove 'teoriche', ma finchè la teoria funziona...). Infatti l'acca
latina può essere sempre (o quasi) ricondotta, nelle radici di origine
indoeuropea, alla consonante velare (o palatale) media-aspirata /g(h)/
oppure /g^(h)/, e numerosi termini di altre lingue indoeuropee,
imparentati con parole latine, lo confermano. Si pensi a ie.
*ghest/ghost > latino hostis (straniero > nemico), inglese guest
(ospite); oppure a ie. *gheim/ghiem > latino hiems, greco cheìmo:n.
Spero di essere stato eloquente :-)
--
Wilmer Ricciotti
wi...@tin.it
l'aereo scintillava come gli occhi
dei ragazzi che randagi
lo guardavano tra i rami dei ciliegi
>Non conosco la regola. Me la spiegheresti meglio? Dunque non dovremmo usare
>nessuna vocale accentata?
Se ne e' discusso a lungo anche su ICLI. Puoi ritrovare gli articoli
con dejanews. (IMO) sarebbe preferibile utilizzare le vocali non
accentate, facendole seguire dall'apostrofo (o dall'accento grave).
Molti sottoscrittori che vivono in altri paesi hanno difficolta' a
leggere i caratteri accentati.
Ciao
Alex