aales
Io parlo bene il dialetto bresciano. Ma oltre a cercare di usarlo ogni volta
che mi trovo coi miei parenti che lo parlano come prima lingua, non vedo che
altro potrei fare per conservarlo. Suggerimenti?
Aggiungo che ho notato due fenomeni: uno e' che avendolo imparato da
bambina-ina-ina ma avendo smesso di parlarlo con molta frequenza
dall'adolescenza, si e' "cristallizzato": i parlatori quotidiani sorridono
all'uso da parte mia di certi termini che loro considerano desueti ma che
vent'anni fa erano comuni. Ergo, il dialetto si evolve come ogni altra
lingua?
Il secondo fenomeno e' che mi mancano i termini astratti. Non riesco a
parlare, poniamo, d'amore o di psicanalisi in dialetto. La lacuna e' mia -
scarso vocabolario - o dipende dal fatto che il dialetto è legato alla vita
quotidiana, alla terra, ai valori concreti? Ad esempio: non ho idea di come
si possa dire, in bresciano, " io ti amo": ho sempre sentito dire "me ta
oere be", io ti voglio bene. Forse perche' l'amore e' una frivolezza poetica
e invece voler bene e' il sentimento concreto che mette su casa e famiglia?
Bresciani della bassa fatevi vivi (ma anche tutti gli altri!)
A riidis
Isa
>Non sono tante le persone che sanno parlare dialetto con fluidità.
>Bisognerebbe fare qualcosa se non vogliamo che scompaiano!!
Che scompaiano chi, i dialetti o le persone? Toca fer!
Maurizio Pistone - Torino
http://www.freeweb.org/letteratura/pistone/
mailto:pis...@iol.it
strenua nos exercet inertia Hor.
>SI!
>Credo che sia un dovere conservare ogni dialetto esistente nel nostro
>paese.
>Non sono tante le persone che sanno parlare dialetto con fluidità.
>Bisognerebbe fare qualcosa se non vogliamo che scompaiano!!
>
>aales
E' mai capitato a qualcuno di voi di trovarsi in almeno una delle Comunità
-o Associazioni- Italiane all'Estero?
Lì, la lontananza dal proprio Paese non solo favorisce le amicizie fra
connazionali, ma arricchisce il bagaglio culturale di ciascuno di essi:
ogni emigrante assimila dialetto, usi e tradizioni degli altri emigranti,
con la logica e simpatica conseguenza che dialetti, usi, costumi si fondono
in virtù di un solo nome: Italia!
Comunque, Alessandro ha ragione: i dialetti si stanno perdendo nella notte
dei tempi, qualcosa bisognerebbe fare. Ma che cosa?
Un saluto a tutti
Mariuccia
--
Posted from [194.243.196.2]
via Mailgate.ORG Server - http://www.mailgate.org
ma e' vero che al sud si parla di piu' il dialetto o e' una
mia impressione?
A napoli si continua parlare in ogni strato sociale nel
discorso informale, molto spesso intercalato all'italiano
facendo nascere uno strano ibrido.
A Milano non ho mai sentito una cosa del genere, a Palermo
si'. Attenzione sto parlando di tutti i strati sociali e
culturali della popolazione.
>Ergo, il dialetto si evolve come ogni altra
>lingua?
assolutamente si, poco tempo fa ho preso un documento scritto
in napoletano dei primi anni dell'ottocento ed erano piu' le
parole che ignoravo che quelle che capivo.
Devi considerare che negli ultimi 50 anni c'e' stata una evoluzione
nei dialetti notevoli per merito oltre che della scuola
principalmente della televisione.
Quello che ho constato e' che molte parole che magari hanno
un'origine diversa dal latino tendono a scomparire per uniformarsi
all'italiano mentre le strutture delle frasi e la grammatica
in genere rimane invariata senza "italianizzarsi"
per quanto riguardo il "ti amo" a Napoli non viene usate
affatto ma e' sostituita (come del resto ho notato anche
a Brescia) da "te voglio bbene assaje" che e' diversa
da "te voglio bbene" poi naturalmente esistono molte
altre espressioni simili..
Ugo
world's citizen
ugo...@hotmail.com
Purtroppo credo non ci siano suggerimenti. I dialetti vivono finché la
gente li percepisce come qualcosa di vivo, di proprio, non quando
vengono considerati come il panda, come una specie da proteggere.
Peccato...
>
>Aggiungo che ho notato due fenomeni: uno e' che avendolo imparato da
>bambina-ina-ina ma avendo smesso di parlarlo con molta frequenza
>dall'adolescenza, si e' "cristallizzato": i parlatori quotidiani sorridono
>all'uso da parte mia di certi termini che loro considerano desueti ma che
>vent'anni fa erano comuni. Ergo, il dialetto si evolve come ogni altra
>lingua?
Sì sì, penso proprio di sì. Io sono dell'Oltre Po Pavese e devo dire
che quando sento chiamare le arance "äräns" invece di "pärtügal" o le
fragole "fragul" invece di "magiustar" inorridisco! Ma credo che i due
termini "corretti", cioè antichi, si perderanno.
A proposito, qualcuno sa da dove diavolo può arrivare una parola come
magiustar?
>
>Il secondo fenomeno e' che mi mancano i termini astratti. Non riesco a
>parlare, poniamo, d'amore o di psicanalisi in dialetto. La lacuna e' mia -
>scarso vocabolario - o dipende dal fatto che il dialetto è legato alla vita
>quotidiana, alla terra, ai valori concreti? Ad esempio: non ho idea di come
>si possa dire, in bresciano, " io ti amo": ho sempre sentito dire "me ta
>oere be", io ti voglio bene. Forse perche' l'amore e' una frivolezza poetica
>e invece voler bene e' il sentimento concreto che mette su casa e famiglia?
>
>
Confermo che anche nel mio dialetto non esiste "ti amo" ma solo "ti
voglio bene". Ma ci sono moltissimi altri esempi di parole
intraducibili che vengono rese con parafrasi o sinonimi. Per esempio
"buio" non esiste in dialetto, quindi la frase "che buia questa notte
senza luna" viene resa con "scura" (che scüra a clè sta not, sensa
lüna).
Perdonate la trascrizione del dialetto (sigh!). Ma qualcuno, in
realtà, sa come si potrebbe scriverlo? Esistono regole? Qualcuno ci ha
mai pensato? Boh?
Per esempio nel mio dialetto ci sono dieci suoni vocalici. E scriverli
è un problema.
Ciau fioi. As vaduma in t'la red
mailto: iva...@usa.net
----------------------
Agua que no has de beber, déjala correr
Il dialetto è una lingua, e come tale è soggetto a fenomeni di variazione e
tutti gli altri fenomeni (tanti, non li enumero, tanto non li so tutti...).
quello che tu dici è interessante, e probabilmente significa che a Brescia
il dialetto è una lingua d'uso viva e parlata molto.
>Il secondo fenomeno e' che mi mancano i termini astratti. Non riesco a
>parlare, poniamo, d'amore o di psicanalisi in dialetto. La lacuna e' mia -
>scarso vocabolario - o dipende dal fatto che il dialetto è legato alla vita
>quotidiana, alla terra, ai valori concreti?
Poichè non conosco quanto vasto sia il vocabolario in tuo possesso non
saprei risponderti con precisione, ma ti posso dire che ci sono lingue che
(ovviamente) mancano di termini scientifici in quanto le civiltà che li
usano non hanno sviluppato un certo tipo di conoscenze. Questo era anche il
caso dell' Italia, che infatti ha preso in prestito numerosi termini dalle
altre lingue nel corso del secolo scorso e di questo, per poi magari
italianizzarli...quindi non si può dire che un dialetto è "mancante" di
termini...se non li ha sviluppati probabilmente significa che la comunità
che lo impiega non ne ha mai sentito il bisogno dal momento che i fini per i
quali il dialetto è impiegato non lo richiedono ma nel caso se ne sentisse
la necessità salterebbero fuori, così come in ogni altra lingua. Non direi
che il dialetto è necessariamente legato a certi valori...magari a certi
usi...ma questo varia da luogo a luogo...e ora dimmi...qual è il caso di
Brescia???
:-))))grazie.
Emiliano Mafrici
emma...@tin.it
>
>
>
Emiliano Mafrici
emma...@tin.it
[...]
Ivan> Sì sì, penso proprio di sì. Io sono dell'Oltre Po Pavese e devo
Ivan> dire che quando sento chiamare le arance "äräns" invece di
Ivan> "pärtügal" o le fragole "fragul" invece di "magiustar"
Ivan> inorridisco! Ma credo che i due termini "corretti", cioè
Ivan> antichi, si perderanno. A proposito, qualcuno sa da dove
Ivan> diavolo può arrivare una parola come magiustar?
E' noto: dalla radice "*majosta" del celtico. "*Majosta si ritrova in
gran parte dei dialetti delle aree occupate anticamente dai Celti in
Italia e Francia, assieme ad altri termini del lessico contadino. Ne
parla la Storia d'Italia Einaudi.
[...]
Ivan> (sigh!). Ma qualcuno, in realtà, sa come si potrebbe scriverlo?
Ivan> Esistono regole? Qualcuno ci ha mai pensato? Boh? Per esempio
Ivan> nel mio dialetto ci sono dieci suoni vocalici. E scriverli è un
Ivan> problema.
Alcuni dialetti (se ricordo bene piemontese e friulano, ad esempio)
hanno delle grafie uniterie messe a punto da organizzazioni culturali
di studiosi. Non credo questo esista per i dialetti lombardi, anche
se credo siano allo studio grafie unificate per i sistemi di dialetti
lombardi occidentali (tutto meno Bergamo/Brescia, piu' o meno) e
orientali.
Saluti,
--
Alberto
No people and no part of a people shall be held against its will in a
political association that it does not want. (Ludwig von Mises, 1919)
>Sì sì, penso proprio di sì. Io sono dell'Oltre Po Pavese e devo dire
>che quando sento chiamare le arance "äräns" invece di "pärtügal" o le
>fragole "fragul" invece di "magiustar" inorridisco! Ma credo che i due
>termini "corretti", cioè antichi, si perderanno.
>A proposito, qualcuno sa da dove diavolo può arrivare una parola come
>magiustar?
A questo ti hanno risposto più sotto. Aggiungo solo che le fragole si
chiamano "magioster" anche a Milano. Nella bassa bresciana contadina non si
chiamano: erano troppo costose per arrivarci. Bello il fatto che le arance
vengono chiamate col nome del paese da cui provengono o si suppone
provengano: in inglese i mandarini si chiamano "tangerines". Stesso
fenomeno, I suppose?
>Confermo che anche nel mio dialetto non esiste "ti amo" ma solo "ti
>voglio bene". Ma ci sono moltissimi altri esempi di parole
>intraducibili che vengono rese con parafrasi o sinonimi. Per esempio
>"buio" non esiste in dialetto, quindi la frase "che buia questa notte
>senza luna" viene resa con "scura" (che scüra a clè sta not, sensa
>lüna).
Vero, vero! Bresciano: che fosca che l'è che la not che, sensa lüna. Il
buio, è il fosc (fosk).
>Perdonate la trascrizione del dialetto (sigh!). Ma qualcuno, in
>realtà, sa come si potrebbe scriverlo? Esistono regole? Qualcuno ci ha
>mai pensato? Boh?
Per il bresciano non ho la più pallida idea, vado a orecchio. Dov'è
Fogazzi-Brescia-Lombardy, adesso che avrei bisogno di lui?
>Per esempio nel mio dialetto ci sono dieci suoni vocalici. E scriverli
>è un problema.
Io mi aiuto con le Umlaut imparate col tedesco.
Ciao
Isa
>quello che tu dici è interessante, e probabilmente significa che a Brescia
>il dialetto è una lingua d'uso viva e parlata molto.
Infatti è vero, e vorrei usare questa osservazione come trampolino per
rispondere a Ugo che si chiede se il dialetto è più parlato al Nord o al
Sud, citando i casi di Milano e Palermo. Per Milano ha certamente ragione
lui, ma il problema non è la latitudine, ma il fatto che a Milano non ci
sono quasi più milanesi, mentre Palermo è piena di palermitani, e non sto
cercando di fare una facile battuta. I numeri dell'immigrazione (dal Sud ma
anche dalle province circostanti, come nel caso della mia famiglia) hanno
fatto sì che il numero dei parlatori scemasse di generazione in generazione.
A Brescia il fenomeno è stato meno eclatante, e in ogni caso le mie radici
sono in campagna, e non nella città stessa.
>...quindi non si può dire che un dialetto è "mancante" di
>termini...
Infatti io dicevo che i termini mancano a me; non sapendo dove cercarli, son
costretta a ricorrere a perifrasi o ad usare la parola italiana tout court.
>Non direi
>che il dialetto è necessariamente legato a certi valori... magari a certi
>usi... ma questo varia da luogo a luogo...e ora dimmi...qual è il caso di
>Brescia???
Azzardo una risposta, e forse il termine valori l'ho usato al posto di usi.
Ripeto, la mia famiglia e la mia infanzia sono ancorate nella campagna, la
mia era una famiglia contadina, i miei zii sono tuttora allevatori; certo il
dialetto bresciano che io uso mi è sempre servito egregiamente per parlare
di queste cose, e meno per discutere di poesia o matematica. Conosco i nomi
degli oggetti, come aratro o erpice, i nomi delle coltivazioni ( e non
parliamo neanche delle differenze: dove stanno i miei, il mais si chiama
"furmintu"; a cinque km di distanza, "melgot"; piccolo da noi si dice
"picini", nel paese accanto "picen"; il termine "gnaro" reso celebre da Gene
Gnocchi indica in città il bambino, e i campagna invece il ragazzo inteso
come boyfriend...), ma in dialetto non posso dire altre cose: ad esempio,
spiegare il funzionamento di un newsgroup!
>:-))))grazie.
A te.
Ciao
Isa
non e' un fatto di paese d'origine delle arance
le arance sono chiamate nell'oltre po "pärtügal" come a napoli
vengono chiamate -purtuall'- distinti da -'e taruocch'- siciliani
(tutti i termini al maschile) quando nel sud le arance sono sempre
state una produzione propria.
Il termine deriva invece dalla parola araba difatti anche in grecia
ed in turchia tuttora l'arancia e' chiamata portokali.
Nel dialetto napoletano quasi tutti i termini culinari, di verdure
e simili sono d'origine araba o greca. Per le fragole si dice -fravule-
come in greco fràula.
ciliegie - cerase (gr. kerasi)
fagioli - fasule (gr. fasolia, ar. fasule)
arancia - purtuallo (gr. e ar. portokali)
basilico - vasenicòla (gr. vasilikòs)
origano - arecheta
carota - pastenach'
prezzemolo - petrusino
melenzane - mulignane
l'immigrazione sicuramente ha inciso parecchio ma a mio parere
esisteva gia' un sub-strato che permetteva cio'.
Per farti un esempio, a napoli il dialetto s'e' parlato e si parla
tuttora in ogni ambiente sociale (questo avveniva anche a torino
dove come a napoli persino il re e la corte parlava in dialetto)
in ogni modo senza dialetto non si poteva/puo' comunicare
specialmente per trovare un lavoro come manovale o simili
dove l'ambiente non e' culturalmente elevato. Oggi a napoli
che e' influenzata notevolmente dal fenomeno immigrazione
si trovano nord-africani o albanesi nei loro quartieri che parlano
meglio il dialetto che l'italiano.
>Nel dialetto napoletano quasi tutti i termini culinari, di verdure
>e simili sono d'origine araba o greca.
Anche l'etimologia dei termini latini per il basilico (Ocymum
basilicum), l'origano (Origanum vulgare) o il prezzemolo (Petroselinum
hortense) e` chiaramente greca (rispettivamente basilikon = erba
regia; origanon da oros = monte, e ganos = splendore; petroselinon =
sedano che nasce tra le pietre). Melanzana (Solanum melongena) e` poi
un termine arabo-latino (dall'arabo badingian, per incrocio con mela).
E` molto probabile, quindi, che i termini greci o arabi siano giunti
al dialetto napoletano attraverso il latino.
> Per le fragole si dice -fravule-
>come in greco fràula.
Si diceva "fragula" anche nel latino medioevale (diminutivo di
"fragum", fragola nel latino classico). Non conosco l'etimologia di
"fragum", ma questa pianta e` comunissima nei boschi dei Colli Albani,
dove abitavano gli aborigeni. (IMO) il napoletano "fravula" e il greco
"fraula" derivano dal latino.
>ciliegie - cerase (greco kerasi)
Le ciliegie furono fatte conoscere ai Romani (e anche ai Greci) da
Crasso, il triumviro, in occasione delle sue spedizioni contro i
Parti. La pianta arborea (Prunus avium = Cerasus avium) era detta nel
latino classico cerasus (femminile) e nel latino medioevale ceresus.
>fagioli - fasule (greco fasolia, arabo fasule)
Il nome "fagiolo" e` quello di un genere di piante (Phaseolus) della
famiglia Papilionacee con circa 150 specie per la maggior parte
provenienti dall'America Centro-Meridionale. E` stato introdotto in
Italia ovviamente dopo il 1492, quando l'influenza culturale di Greci
ed Arabi in Europa era ormai insignificante. Phaseolus mi fa venire in
mente il vascello di Catullo (e probabilmente lo ha fatto venire in
mente allo spagnolo che l'ha importata in Europa dal Nuovo Mondo).
>arancia - purtuallo (greco e arabo portokali)
Gli agrumi sono originari, pare, dell'Estremo Oriente o della Persia e
si sono diffusi nei Paesi mediterranei in epoche diverse. Il cedro e
il limone ("a molti fia sapor di forte agrume") erano conosciuti gia`
nell'antica Roma. Ho letto da qualche parte che l'arancio sia stato
introdotto in Europa introdotto nel sec. XIV proprio dai Portoghesi,
mentre il mandarino e` stato introdotto solo all'inizio del secolo
scorso, proprio dal nord Africa.
Ciao
Ferdinando Chiodo
o viceversa, sono giunti al latino tramite il greco parlato a napoli
dove s'e' sempre parlato greco durante tutta la dominazione romana.
per il resto grazie per le ulteriori delucidazioni!
>Le ciliegie furono fatte conoscere ai Romani (e anche ai Greci) da
>Crasso, il triumviro, in occasione delle sue spedizioni contro i
>Parti. La pianta arborea (Prunus avium = Cerasus avium) era detta nel
>latino classico cerasus (femminile) e nel latino medioevale ceresus.
ulteriore conferma il francese "cerise"
ciao
Sbagli prendendo Milano come paradigma del Nord.
Milano e Torino, per ragioni storiche, cosi' come del resto Firenze
o Bologna hanno un uso del dialetto abbastanza diverso da quello di
altre citta'.
Ti posso garantire comunque che in Trentino o in Veneto il dialetto
e' assai usato in tutte le classi sociali, spesso anche in contesti
in cui sarebbe apprezzabile l'uso dell'italiano (es.: interclasse do-
centi-genitori, da parte degli *insegnanti* e dei genitori...). Anzi
spesso parli in italiano e ti rispondono in dialetto. Questo poi
a me succede spessissimo. Essendo io un "apolide" tendo a parlare in
italiano, sia al nord che al sud (pur comprendendo entrambi i dialet-
ti) e mentre in Trentino mi capita spesso che mi rispondano in dialet-
to (e spesso senza sincerarsi affatto che lo capisca) al sud (nel Bene-
ventano, dove sono di casa) tentano di rispondermi in italiano e, a
meno che il livello culturale non sia particolarmente basso, ci rie-
scono decentemente. Conosco Trentini e Veneti che non sarebbero as-
solutamente in grado di parlare in italiano o che, magari, pensano
che molte espressioni del loro dialetto siano italiano...
Napoli poi e', come Milano e Bologna, un caso a parte. Bisogna
tener conto del fatto che il napoletano e' stato di fatto lingua
ufficiale fino al 1860. Ecco dunque che le stratificazioni sono
tante e cosi' si parla un dialetto che varia da classe sociale a
classe sociale, italianizzandosi man mano che si sale nella "gerar-
chia" culturale. Comunque mi pare che sia difficile che, escludendo
alcune aree (che magari per popolazione possono rappresentare anche
la larga maggioranza della provincia di Napoli, ma che sono caratte-
rizzate da ben precise clessi sociali), il napoletano di media cultura
risponda in dialetto a chi gli parlasse in italiano. Certamente l'ac-
cento napoletano e' molto forte e molto caratterizzante, ma un italia-
no con un forte accento e qualche parola di dialetto ogni tanto non e'
certo dialetto, certo non piu' dell'italiano con accento milanese e
qualche parola di dialetto dei pochi milanesi puri rimasti.
L'interessante, comunque, e' che mentre Milano e' stata "ripopolata"
dalle migrazioni, sia sud-nord che dalle province limitrofe, Napoli,
al contrario, e' stata ripopolata dai figli dei "rimasti", cioe' di
coloro che spesso (non ovviamente sempre) o non volevano emigrare o
potevano permettersi di non farlo o non avevano neppure un sufficien-
te livello culturale per farlo... Insomma la questione e' assai comples-
sa ed un'analisi storica approfondita potrebbe dare spunti interessanti,
ma in generale la tua affermazione non puo' essere considerata vera,
per lo meno non nei termini generali in cui tu l'hai espressa...Ovvia-
mente a mio parere...
Saluti
Gigi
--
------------------------------------------------------------------------------
Luigi Mancinelli
Lab. Didattici
Fac. Scienze
Universita` di Trento
38050 POVO(TN)
ITALY
ma...@science.unitn.it
Cercare di semplificare i problemi e` l'obiettivo,
pensare che siano semplici e` la strada sbagliata (Gigi Mancinelli)
Mamma mia, che cosa interessante...
Altro che le tante Italie di Bossi...
Ci saranno grandi differenze fra gli Italiani, ma le differenze
fra un emiliano, uno della Val Brembana o un Piemontese sono confron-
tabili a quelle tra un milanese ed un napoletano... altro che Padania...
Ricapitolando:
In italiano si dice arance.
In trentino si dice naranzi...
Nel dialetto antico dell'Oltre Po Pavese citato dal nostro amico
si dice p"art"ugal...etimo certamente diverso dalla parola italiana...
In napoletano e credo in molte aree del sud (dalla Campania al Molise)
si dice purtuall' (con varie sfumature)...
Interessante no? Stesso etimo ed il tramite non e' stato l'italiano
(per esempio della televisione), ma, forse, un italiano piu' antico,
che nessuno parla, ma che lascia tracce nei dialetti.
O forse altre lingue hanno influenzato diversi dialetti?
In trentino si dice "go pressa" per dire "ho fretta", in beneven-
tano "tengo pressa", in trentino "fa 'mpressa" (fa' in fretta) ed
in beneventano "fa' d' pressa"... dal francese "presser"?
Chissa', forse analizzando bene i dialetti piu' che le differenze
tra gli italiani verrebbero fuori le "somiglianze"...
Luigi> Ivan wrote:
>> Sě sě, penso proprio di sě. Io sono dell'Oltre Po Pavese e devo
>> dire che quando sento chiamare le arance "äräns" invece di
>> "pärtügal" o le fragole "fragul" invece di "magiustar" inorridisco!
>> Ma credo che i due termini "corretti", cioč antichi, si perderanno.
Luigi> Mamma mia, che cosa interessante... Altro che le tante
Luigi> Italie di Bossi... Ci saranno grandi differenze fra gli
Luigi> Italiani, ma le differenze fra un emiliano, uno della Val
Luigi> Brembana o un Piemontese sono confron- tabili a quelle tra un
Luigi> milanese ed un napoletano... altro che Padania...
Su fatti aneddotici sicuramente. Se pero' si studiano
sistematicamente le lingue regionali padane e le si confrontano con le
lingue regionali italiane centro-meridionali si arriva a classificarle
in due sistemi distinti. I dialetti padani stanno nel sistema
chiamato da Devoto Roma'nia occidentale, col francese, spagnolo,
portoghese, occitano, eccetera, mentre i dialetti centro-meridionali
appartengono alla Roma'nia orientale, col rumeno e il dalmatico
(estinto).
Per quanto riguarda poi la Padania in particolare, si riconosce
ultimamente che i dialetti padani trovano la loro origine in un
sistema dialettale comune che lo studioso G.Hull chiama padanese e
altri studiosi chiamano reto-cisalpino (vedi gli atti della conferenza
internazionale tenuta proprio dalle tue parti, a Trento, nel 1993
credo, su "Italia settentrionale, crocevia di idiomi romanzi").
Secondo questa moderna interpretazione il ladino e il friulano sono
forme di padanese arcaico, che non hanno subito alcuni processi
innovativi prevalentemente di origine francese come il veneto e gli
altri dialetti galloromanzi padani.
La linguistica quindi da' complessivamente ragione a Bossi ...
naturalmente questa unita' linguistica originaria non obbliga nessuno
a creare la repubblica indipendente della Padania, si tratta di
materia di opinione personale. Io comunque sono uno di quelli
favorevoli, ma mi fermo qui perche' e' off-topic.
Luigi> Ricapitolando: In italiano si dice arance. In trentino si
Luigi> dice naranzi... Nel dialetto antico dell'Oltre Po Pavese
Luigi> citato dal nostro amico si dice p"art"ugal...etimo certamente
Luigi> diverso dalla parola italiana... In napoletano e credo in
Luigi> molte aree del sud (dalla Campania al Molise) si dice purtuall'
Luigi> (con varie sfumature)... Interessante no? Stesso etimo ed il
Luigi> tramite non e' stato l'italiano (per esempio della
Luigi> televisione), ma, forse, un italiano piu' antico, che nessuno
Luigi> parla, ma che lascia tracce nei dialetti.
Questo "italiano piu' antico" nella maggior parte dei casi (ma non in
questo particolare) non e' altro che il latino, da cui proviene gran
parte del lessico comune italiano, anche i dialetti sono evoluzione
del latino, con una certa influenza dei substrati preromani.
Luigi> O forse altre lingue hanno influenzato diversi dialetti? In
Luigi> trentino si dice "go pressa" per dire "ho fretta", in beneven-
Luigi> tano "tengo pressa", in trentino "fa 'mpressa" (fa' in fretta)
Luigi> ed in beneventano "fa' d' pressa"... dal francese "presser"?
Luigi> Chissa', forse analizzando bene i dialetti piu' che le
Luigi> differenze tra gli italiani verrebbero fuori le
Luigi> "somiglianze"...
Beh, tutti i dialetti italiani sono neolatini ... comunque come
scrivevo sopra le somiglianze finiscono piu' o meno qui, poi i
dialetti padani sono piu' simili ai dialetti neolatini di oltre le
Alpi che all'italiano-toscano. Parlo naturalmente delle lingue
regionali vere e proprie, non dell'italiano con inflessione
settentrionale, che e' una cosa diversa.
% Su fatti aneddotici sicuramente. Se pero' si studiano
% sistematicamente le lingue regionali padane e le si confrontano con le
% lingue regionali italiane centro-meridionali si arriva a classificarle
% in due sistemi distinti. I dialetti padani stanno nel sistema
% chiamato da Devoto Roma'nia occidentale, col francese, spagnolo,
% portoghese, occitano, eccetera, mentre i dialetti centro-meridionali
% appartengono alla Roma'nia orientale, col rumeno e il dalmatico
% (estinto).
[...]
% Secondo questa moderna interpretazione il ladino e il friulano sono
% forme di padanese arcaico, che non hanno subito alcuni processi
% innovativi prevalentemente di origine francese come il veneto e gli
% altri dialetti galloromanzi padani.
%
% La linguistica quindi da' complessivamente ragione a Bossi ...
Non sono in grado di stabilire se ladino e friulano possano venire messi
nello stesso calderone dei dialetti settentrionali con influenze francesi,
quelli insomma che vanno dal piemontese al veneto.
Sicuramente la parte tosco-umbro-marchigiana pero` e` linguisticamente
separata, quindi mi sembra esagerato dire che la linguistica da` ragione a
Bossi... a meno che non voglia ritornare alla concezione originaria della
Padania, fino cioe` all'Emilia.
.mau.
Mi giunge nuova, ma sono ignorante in materia e non ho motivo di cre-
dere che tu stia inventando...
> Per quanto riguarda poi la Padania in particolare, si riconosce
> ultimamente che i dialetti padani trovano la loro origine in un
> sistema dialettale comune che lo studioso G.Hull chiama padanese e
> altri studiosi chiamano reto-cisalpino (vedi gli atti della conferenza
> internazionale tenuta proprio dalle tue parti, a Trento, nel 1993
> credo, su "Italia settentrionale, crocevia di idiomi romanzi").
> Secondo questa moderna interpretazione il ladino e il friulano sono
> forme di padanese arcaico, che non hanno subito alcuni processi
> innovativi prevalentemente di origine francese come il veneto e gli
> altri dialetti galloromanzi padani.
Sara' vero? Perche' no...
In fondo, come tu stesso dici, tutti i dialetti italiani derivano
dal latino e dunque perche' tutti i dialetti padani non potrebbero
derivare da un comune cippo?
> La linguistica quindi da' complessivamente ragione a Bossi ...
No. Secondo quanto tu stesso dici:
a) Tutti i dialetti derivano dal latino...
b) I dialetti padani derivano dal latino con processi innovativi
di origine prevalentemente francese..
=> i dialetti padani restano dialetti italiani (o sono dialetti
francesi?
Comunque io piu' che di certa linguistica della cui attendibilita'
non ho prova alcuna, mi fido della storia e dei fatti.
La storia:
L'Italia e' stata per secoli un porto di mare con continue dominazioni
straniere...
I francesi sono arrivati a Milano nel '500, ma non nella Repubblica
Veneta, cosi' come gli spagnoli nel '600 (che peraltro in quel periodo
avevano esteso la loro influenza su tutta l'Italia, sud Italia compresa)
Infine gli Austriaci, che dopo Campoformio si sono annessi la Repubblica
Veneta.
I fatti:
In Trentino, dopo secoli come landa (deriva da land?) periferica della
dieta Tirolese e poco piu' di un secolo di dominazione austriaca si parla
un dialetto assolutamente italiano, si continuano a chiamare crucchi gli
abitanti a nord di Salorno (e terroni quelli sotto Borghetto) e, nonostante
si sia obbligati, ormai da vent'anni, a studiare il tedesco sin dalle elemen-
tari, i trentini che parlano tedesco decentemente sono una sparuta minoranza.
(escludendo una valle in cui parlano un dialetto bavarese risalente al '600,
per ragioni diverse).
Al giorno d'oggi, parlando in dialetto stretto, un piemontese, un bergamasco
un emiliano ed un veneziano hanno la stessa probabilita' di capirsi fra loro
di un emiliano ed un napoletano...
La mia era solo una riflessione, ma portare a supporto di una tesi convegni
organizzati dalla lega nord sarebbe come parlare di marxismo citando lezioni-
seminari di "lotta comunista"...
> Questo "italiano piu' antico" nella maggior parte dei casi (ma non in
> questo particolare) non e' altro che il latino, da cui proviene gran
> parte del lessico comune italiano, anche i dialetti sono evoluzione
> del latino, con una certa influenza dei substrati preromani.
Appunto...
> Luigi> O forse altre lingue hanno influenzato diversi dialetti? In
> Luigi> trentino si dice "go pressa" per dire "ho fretta", in beneven-
> Luigi> tano "tengo pressa", in trentino "fa 'mpressa" (fa' in fretta)
> Luigi> ed in beneventano "fa' d' pressa"... dal francese "presser"?
>
> Luigi> Chissa', forse analizzando bene i dialetti piu' che le
> Luigi> differenze tra gli italiani verrebbero fuori le
> Luigi> "somiglianze"...
>
> Beh, tutti i dialetti italiani sono neolatini ... comunque come
> scrivevo sopra le somiglianze finiscono piu' o meno qui, poi i
> dialetti padani sono piu' simili ai dialetti neolatini di oltre le
> Alpi che all'italiano-toscano. Parlo naturalmente delle lingue
> regionali vere e proprie, non dell'italiano con inflessione
Lingue regionali? Guarda che nelle alpi spesso si possono trovare
differenze enormi tra valle e valle, quando non addirittura vere
e proprie isole linguistiche (come, solo in trentino, la comunita'
ladina della val di fassa o quella mochena)
Prescia per fretta mi pare lo dicano anche a Roma, e in bresciano si dice
fresa che, a parte la P divenuta F, mi sembra proprio la stessa parola.
Ciao
Isa
>Per farti un esempio, a napoli il dialetto s'e' parlato e si parla
>tuttora in ogni ambiente sociale
Ricordo di aver letto molti anni fa un saggio di Raffaele La Capria,
L'armonia perduta, in cui l'uso del dialetto da parte dei napoletani
appartenenti alle classi sociali medio-alte veniva fatto risalire alla
caduta della Repubblica Partenopea del 1799.Come è noto, la repubblica
ebbe vita molto breve, appena cinque mesi, e venne abbattuta dalla
reazione delle classi meno abbienti. L'inaudita ferocia dei popolani
napoletani contro gli aristocratici e i borghesi, ritenuti sostenitori
della repubblica, avrebbe lasciato sgomenti e impauriti i pochi
sopravvissuti i quali, per placare la furia delle classi popolari, ne
avrebbero adottato le caratteristiche piu` vistose.
Ciao
Ferdinando Chiodo
>Bello il fatto che le arance vengono chiamate col nome del paese da
cui provengono o si >suppone provengano: in inglese i mandarini si
chiamano "tangerines". Stesso
>fenomeno, I suppose?
(dopo I suppose non ci va il punto interrogativo)
Si`, e` giusto, Il nome si riferisce a Tangier in Marocco (Tangeri in
italiano?) pero` credo sia passato dal francese, perdendo la "i" (Fr.=
Tanger). Comunque esiste anche l'espressione "mandarin orange", ma che
differenza ci sia con il tangerine non l'ho mai capito.
Dovremmo usare di piu` it.cultura.linguistica.inglese....mi sento OT :
(
Janis
--
*********************************************************
Is silence like a fever?
A voice never heard?
Or a message with no receiver?
>Il nome "fagiolo" e` quello di un genere di piante (Phaseolus) della
>famiglia Papilionacee con circa 150 specie per la maggior parte
>provenienti dall'America Centro-Meridionale. E` stato introdotto in
>Italia ovviamente dopo il 1492, quando l'influenza culturale di Greci
>ed Arabi in Europa era ormai insignificante. Phaseolus mi fa venire in
>mente il vascello di Catullo (e probabilmente lo ha fatto venire in
>mente allo spagnolo che l'ha importata in Europa dal Nuovo Mondo).
Il phaselos dei greci, phaselus (phaseolus, faseolus, fasiolus,
passeolus, passiolus) dei latini e` una leguminosa del genere
dolichos, con molte specie, una delle quali, denominata fagiolino
dell'occhio, e` ancora abbastanza comune; molto diffusa anche nel
medioevo, e` stata soppiantata nella nostra cucina dalle piante di
genere phaseolus importate dall'America.
Quanto al passaggio dalla -s- alla -g- dell'italiano fagiolo, vedi
http://www.freeweb.org/letteratura/pistone/discussioni/storialingua.html#pronuncia_toscano
E` poi la pianta che ha dato il nome alla barchetta, non il contrario.
> In trentino si dice "go pressa" per dire "ho fretta", in beneven-
>tano "tengo pressa", in trentino "fa 'mpressa" (fa' in fretta) ed
>in beneventano "fa' d' pressa"... dal francese "presser"?
In piemontese e` ancora abbastanza vivo (per quanto e` vivo il
piemontese) "fe' 'mpressa".
Invece si sente sempre piu` di rado l'incoraggiamento "lesto, lesto!"
Certo, piu` che di una forma dialettale vera e propria, si tratta di
una forma dell'italiano regionale; ma a me piaceva.
>Ricordo di aver letto molti anni fa un saggio di Raffaele La Capria,
>L'armonia perduta, in cui l'uso del dialetto da parte dei napoletani
>appartenenti alle classi sociali medio-alte veniva fatto risalire alla
>caduta della Repubblica Partenopea del 1799.
Perche', prima che cosa parlavano?
Ugo
world citizen
ugo...@hotmail.com
ho fatto una piccola ricerca riguardo questo tread
e devo ammettere che aveva ragione chi affermava che l'etimologia
di "portogallo" inteso come arancia deriva proprio dal paese
d'origine del frutto.
L'italiano arancia deriva invece piu' direttamente dall'arabo
"narang" da qui anche il trentino "naranz" (cosa direbbe bossi
che va esaltando le origine celte...piu' arabo a trento che a
lecce!)
Ugo
world citizen
ugo...@hotmail.com
ci siamo fraintesi, non dicevo affatto che al nord la
realta' dei dialetti e' quasi inesistente, anzi su questo
aspetto ti do pienamente ragione, e' probabile che riesci
a comunicare in italiano piu' in un paesino lucano che in
uno bergamasco.
Io mi riferivo unicamente all'esperienze cittadine, a napoli
e palermo si mantiene il dialetto in maniera notevolmente
diversa rispetto a Milano o Bologna.
Basta vedere il cosiddetto "gergo giovanile" nelle citta'
del sud del tutto inesistente perche' sostituito dal
dialetto.
Ugo
world citizen
ugo...@hotmail.com
>Ferdinando Chiodo
Secondo me e' soltanto una leggenda o qualcosa di simile,
alla biblioteca nazionale di napoli sono conservati molti
documenti risalenti alla repubblica partenopea e ce ne sono
scritti in napoletano (per me quasi incomprensibile).
Ricordiamoci inoltre che nel 1799 al sud la lingua ufficiale
del regno delle due sicilie era il napoletano e che solo
alcuni tra i rarissimi studiosi conoscevano l'italiano
"di Firenze", tanto e' vero che le prime scuole del regno
italiano avvertivano proprio il problema di trovare dei
maestri che sapessero l'italiano privo di ogni influenza
dialettale (cfr. t.de mauro "storia linguistica dell'italia
unita). E' storicamente accertato invece che la repubblica
partenopea decadde per un mancato coinvolgimento collettivo
del popolo ma non credo perche' le classi non potessero
comunicare in un'unica lingua napoletana.
>Isabella Z ha scritto nel messaggio <7bua5a$ccn$1...@nslave1.tin.it>...
>in inglese i mandarini si
>chiamano "tangerines". Stesso
>>fenomeno, I suppose?
>
>
>(dopo I suppose non ci va il punto interrogativo)
Grazie! How about "I presume"?
>Si`, e` giusto, Il nome si riferisce a Tangier in Marocco (Tangeri in
>italiano?)
Yep (rapiscimi, portami a Tangeri... nome pregno di suggestioni esotiche...)
pero` credo sia passato dal francese, perdendo la "i" (Fr.=
>Tanger). Comunque esiste anche l'espressione "mandarin orange", ma che
>differenza ci sia con il tangerine non l'ho mai capito.
Mandaranci? Qualche fruttologo od ortolano in ascolto?
>Dovremmo usare di piu` it.cultura.linguistica.inglese....mi sento OT
Mommy dearest! Se solo il mio server di news si decidesse a percepirne
l'esistenza... non sai che lista di domande avrei da postare su ICLE...
Ciao
Isa
>Is silence like a fever?
Per quanto mi riguarda, sě.
>ho fatto una piccola ricerca riguardo questo tread
>e devo ammettere che aveva ragione chi affermava che l'etimologia
>di "portogallo" inteso come arancia deriva proprio dal paese
>d'origine del frutto.
Ffiiiiuuuuu! Finalmente mi posso alzare dal'inginocchiatoio coi ceci...
cominciavo a sentire le gambe un po' anchilosate... (bresciano: "inganfite",
da "ganf", formicolio, e rieccomi IT!)
>L'italiano arancia deriva invece piu' direttamente dall'arabo
>"narang" da qui anche il trentino "naranz" (cosa direbbe bossi
>che va esaltando le origine celte...piu' arabo a trento che a
>lecce!)
Ho spesso sentito definire i veneti "terroni del Nord" (absit quella cosa lì
in latino). La mia amica del cuore, veronese da generazioni, di cognome fa
Tarocco. Qualcuno potrebbe...? (Di nuovo OT?)
Baci
Isa
> ma e' vero che al sud si parla di piu' il dialetto o e' una
...
> A napoli si continua parlare in ogni strato sociale nel
> A Milano non ho mai sentito una cosa del genere, a Palermo
> si'. Attenzione sto parlando di tutti i strati sociali e
> culturali della popolazione.
Mah, con riferimento all'ultimo punto, io ho presente colleghi astronomi di
Trieste e Padova che tra loro parlano in dialetto. Questo a Milano non
succede. Pero' non ho mai sentito colleghi di Palermo parlare tra loro in
dialetto (salvo usare qualche espressione italianizzata come "ammaccare" i
tasti della tastiera o del mouse ... non so se sia un vezzo, come possiamo
fare noi a Milano).
In quanto all'uso del dialetto, esso e' comunissimo in contesti di campagna
lombarda (soprattutto bergamasca e bresciana, ma anche pavese, varesotta ...).
Quindi non credo sia una faccenda nord-sud, ma citta'-campagna. Milano ha
avuto molte (troppe ?) "movimentazioni" di persone, e quindi il dialetto
(nonostante le tradizioni anche scritte e letterarie magari piu' antiche e
consolidate di altri dialetti) e' andato in disuso ...
--
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tarocco e' di chiara origine siciliana se riferito al frutto.
Per quanta riguarda l'etimologia di questo nome ci sono vari
tesi diverse, la maggior parte dei diionari porta "etimologia
incerta", a mio parere deriva dall'arabo tarìy che significa
fresco, tenero da cui nasce anche il nome della moneta siciliana
Absit iniuria verbi...o qualcosa del genere. : )
Con il latino sono scusata di default.
Janis
--
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Is silence like a fever?
>>La mia amica del cuore, veronese da generazioni, di cognome
>>fa Tarocco. Qualcuno potrebbe...? (Di nuovo OT?)
>
>la maggior parte dei diionari porta "etimologia
>incerta", a mio parere deriva dall'arabo tarìy che significa
>fresco, tenero da cui nasce anche il nome della moneta siciliana
Nell'Italia Settentrionale "tarocchi" erano chiamate le carte da
gioco in genere. Comunque, con questo termine si indica attualmente un
tipo particolare di mazzo diffuso in Italia in tre varianti:
- i tarocchi di Lombardia o di Venezia: un mazzo di 78 carte con 22
figure (trionfi) e 4 semi (spade, bastoni, coppe, denari) di 14 carte
numerate dall'1 al 10, più 4 figure (fante, cavallo, donna, e re;
- il tarocchino di Bologna, un mazzo in tutto simile al precedente, ma
senza le carte dal 2 al 5;
- le minchiate (sic) di Firenze, con ben 40 figure.
Ciao
Ferdinando Chiodo
>>Ricordo di aver letto molti anni fa un saggio di Raffaele La Capria,
>>L'armonia perduta, in cui l'uso del dialetto da parte dei napoletani
>>appartenenti alle classi sociali medio-alte veniva fatto risalire alla
>>caduta della Repubblica Partenopea del 1799.
>
>Secondo me e' soltanto una leggenda o qualcosa di simile,
L'ipotesi di La Capria era stata fatta in precedenza dall'editore
Ricciardi ed era stata giudicata verosimile dagli intellettuali che
gravitavano attorno alla rivista Nord-Sud di Francesco Compagna.
Purtroppo non ho piu` il volume di La Capria.
Non sono, inoltre, del tutto d'accordo con alcune tue affermazioni.
>Ricordiamoci inoltre che nel 1799 al sud la lingua ufficiale
>del regno delle due sicilie era il napoletano
Non so cosa intendi per "lingua ufficiale". Anch'io ho avuto modo di
consultare spesso documenti scritti nella seconda meta` del '700 nel
regno di Napoli (ad es., atti notarili, testamenti, lettere private,
ecc.) ed erano tutti scritti in lingua italiana. E l'italiano era la
lingua parlata a Napoli dalla minoranza colta. Napoli era la capitale
di un regno, e la maggior parte dei magistrati, dei professionisti o
dei professori universitari, ecc. non erano di Napoli (ad es., l'abate
Galiani era abruzzese, i fratelli Grimaldi calabresi, Mario Pagano
lucano, Antonio Genovesi del Salernitano, ecc.) Alcuni di costoro
conoscevano molto bene il napoletano (l'abate Galiani, ad es., scrisse
addirittura una grammatica della lingua napoletana), come peraltro il
francese. I libretti delle opere liriche erano tuttavia quasi
esclusivamente in italiano, e l'italiano era la lingua dei letterati.
Coloro che scrivevano in dialetto erano pochissimi (Giulio Cesare
Cortese, Felippo Sgruttendio e pochi altri).
>e che solo
>alcuni tra i rarissimi studiosi conoscevano l'italiano
>"di Firenze", tanto e' vero che le prime scuole del regno
>italiano avvertivano proprio il problema di trovare dei
>maestri che sapessero l'italiano privo di ogni influenza
>dialettale (cfr. t.de mauro "storia linguistica dell'italia
>unita).
L'italiano era conosciuto solo da una minoranza, ovunque, in Italia.
L'italiano e`, ad es., la lingua utilizzata nei paesi della Presila
dagli appartenenti alla piccola e media borghesia. Questo
comportamento doveva essere diffuso nel Sud anche nel secolo scorso
(ad es., Gissing suo By the Ionian Sea lo attribuiva agli abitanti di
Catanzaro). I Napoletani di pari educazione usano invece generalmente
il dialetto. Questo comportamento (con altri qui OT) veniva attribuito
da La Capria al trauma della bestiale violenza sanfedista del 1799.
Mia madre e` originaria di un piccolo paese di montagna della Presila.
Nella casa di famiglia esistono ancora molti documenti scritti negli
ultimi due secoli. Ho trovato addirittura il diario personale di una
sorella del mio bis-bisnonno, nata nel 1830 e morta nel 1846. Quella
ragazza aveva sostituito ingenuamente le lettere dell'alfabeto con
segni di fantasia. Naturalmente ho "violato" con facilita` quel
codice. Bene, quella ragazza scriveva per se' stessa, ma in Italiano.
Ciao
Ferdinando Chiodo
The same, as in Italian...
io sapevo che taroccare puo' indicare "arrabbiato" se
riferito a persone e per questo l'etimologia e' diversa
dal tarocco siciliano, propriamente dal latino "altercare".
Affermazio', affermazio': Napoli e' fatta a strati (Cfr. C. Malaparte, _La
pelle_) e, linguisticamente, la immagino come la Londra di G. B. Shaw,
_Pygmalion_.
>Ugo
>world's citizen
Il mondo di quartz?
--
Ciao.
Maurizio
> Perche' un oggetto, apparecchio, ecc. che non funziona
>bene si dice "taroccato" ??
> E' un termine usato anche per le persone e/o teste.
Taroccare l'ho sentito anche nel senso di falsificare un oggetto o un
documento.
Ecco un altro contributo:
TAROCCO - Furto ben riuscito, fruttuoso: come la carta buona del gioco
omonimo. Nella Bassa Padana significa anche "messaggio che esce
clandestinamente dal carcere, *farfalla*" (*Aveva mandato alla moglie un
tarocco di avvertirci di stare al largo*; MONTALDI); rapporto disciplinare a
carico del detenuto; interrogatorio; colloquio. *La gafa mi ha fatto un
tarocco*, la guardia mi ha fatto rapporto. *A taroch*: essere convocato dal
direttore del carcere per punizione (Milano, DI BELLA).
* = voci in corsivo.
Fonte: I gerghi della malavita dal Cinquecento a oggi / Ernesto Ferrero. -
Milano : A. Mondadori, 1972. - 382 p. : ill. ; 19 cm. - (Gli Oscar ; L 57).
Chi si vuol divertire si diverta.
ciao, Seb
Va bene, mi arrendo. Niente punto interrogativo.
Sniff...
Ciao
Isa (che finché non riuscirà a trovare ICLE, vi tedierà anche in inglese)
>Durante la rivoluzione partenopea spesso i fautori del
>movimento si rivolgevano al popolo ovviamente in napoletano,
>il fallimento della repubblica non puo' essere collegato
>percio' ad un mancata comunicazione verbale ma ad altre
>e piu' reali cause.
Temo di non aver descritto bene la tesi di La Capria.
Il fallimento della rivoluzione partenopea non fu dovuto ovviamente
all'incomprensione lessicale fra il governo repubblicano e la plebe
napoletana. Nel suo Saggio, Vincenzo Cuoco attribuisce le cause di
questo fallimento al mancato legame tra ideologia ed esigenze del
Paese. Ma c'e` da aggiungere che il Direttorio francese considerava la
Repubblica napoletana come una fonte di tasse e come probabile merce
di scambio nelle future trattative di pace con la coalizione
antifrancese. I ritardi nell'abolizione del feudalesimo portarono
infine la popolazione delle campagne a identificare nella borghesia e
nell'aristocrazia cittadina il proprio nemico.
In genere l'uso del dialetto da parte di chi appartenente a un ceto
sociale superiore, viene ovunque considerato indizio di sensibilita`
sociale, semplicita`, e affabilita` nel trattare con persone di grado
o di ceto inferiore. E infatti demagoghi o tiranni parlano spesso in
dialetto. Per Ricciardi e La Capria, l'adozione, da parte delle classi
colte, di alcuni aspetti vistosi e spesso deplorevoli della cultura
popolare napoletana sarebbe stato il tentativo di riallacciare i
contatti con quei ceti sociali che si erano violentemente ribellati
nel 1799. In realta` cio` avrebbe avuto conseguenze disastrose. Dai
primi anni dell'800 Napoli continuo` a far parte del Grand tour, ma
non ebbe piu` una influenza significativa sulla cultura europea.
Ciao
Ferdinando Chiodo
>In realta` cio` avrebbe avuto conseguenze disastrose. Dai
>primi anni dell'800 Napoli continuo` a far parte del Grand tour, ma
>non ebbe piu` una influenza significativa sulla cultura europea.
e forse pero' cio' favori' l'uniformarsi della
produzione musicale napoletana tra popolare, colta ecc..
perche' non si fa un newgroup
it.cultura.linguistica.dialetti(.napoletano) ??
come s'ha dda fa'?
Ugo
cittadino del mondo
ugo...@hotmail.com
Cos'e' il Grand tour?
alex
-----------== Posted via Deja News, The Discussion Network ==----------
http://www.dejanews.com/ Search, Read, Discuss, or Start Your Own
> pero` credo sia passato dal francese, perdendo la "i" (Fr.=
> >Tanger). Comunque esiste anche l'espressione "mandarin orange", ma che
> >differenza ci sia con il tangerine non l'ho mai capito.
>
>
> Mandaranci? Qualche fruttologo od ortolano in ascolto?
Nella categoria "mandarini" in senso lato da queste parti c'e'
clementine, mandarin, tangerine e satsuma. Confesso pero' che
sono molto confusa anch'io -- in parte perche' sono frutti che
non apprezzo molto. Mi risulta che i mandaranci siano le
"clementines": pero' potrei sbagliare.
Quanto ai nomi dei frutti legati alla provenienza, un altro
esempio ovvio sono le pesche ("persiche").
Ciao,
Anna
---
Anna Mazzoldi writing from Dublin, Ireland
mazz...@iol.ie
http://www.iol.ie/~mazzoldi/ (Translation links and more)
<*> "I find you guilty!" said the judge with conviction <*>
> A proposito, qualcuno sa da dove diavolo puņ arrivare una parola come
> magiustar?
In milanese e' magiostra [pr. magiustra], e "magiostra o
maggiostra" e' riportata anche dallo Zingarelli (1996) come voce
di diffusione settentrionale. L'etimologia non e' data: c'e' la
dicitura "voce mediterranea", che potrebbe significare (ma non
sono sicura) "di origine mediterranea preindoeuropea".
E' il papa' del turismo. E' il viaggio (iniziatico?) o pellegrinaggio
artistico e culturale che dalla fine del Seicento (?) inglesi e tedeschi (ma
non solo) delle classi agiate intraprendono verso Francia, Italia, Spagna,
Grecia... insomma le terre ricche di sole, antichita' archeologiche, arte e
colore locale. Si aggiungeranno ben presto gli americani. Poi i giapponesi.
Gli scritti di Goethe (Viaggio in Italia?) e Shandy (Viaggio di Yorik in
Francia e Italia? tradotto in italiano da Foscolo) sono, credo, esemplari.
Fra i tanti romanzi inglesi o americani le cui vicende hanno come sfondo
piu' o meno fondamentale il G. T. penso siano da segnalare Camera con vista
e Ritratto di signora perche', con le loro significative versioni
cinematografiche, mostrano interessanti tentativi di ricostruzione dello
spirito e degli ambienti del G. T. ottocentesco.
--
Ciao.
Maurizio
PS: Scusa la risposta approssimativa.
Anna> : ivandbSE...@usa.net (Ivan) wrote:
>> A proposito, qualcuno sa da dove diavolo puņ arrivare una parola
>> come magiustar?
Anna> In milanese e' magiostra [pr. magiustra], e "magiostra o
Anna> maggiostra" e' riportata anche dallo Zingarelli (1996) come voce
Anna> di diffusione settentrionale. L'etimologia non e' data: c'e' la
Anna> dicitura "voce mediterranea", che potrebbe significare (ma non
Anna> sono sicura) "di origine mediterranea preindoeuropea".
Forse non c'e' unanimita' di pensiero su questa etimologia...
Comunque, come ho gia' scritto, nella Storia d'Italia Einaudi si
legge:
> nella parte centro-occidentale dell'Italia settentrionale, le
> denominazioni dialettali dell' "erica" (br{ue}, br{ue}k, br{ue}gu,
> ecc.), dell'ontano [...] e della fragola [...] derivano
> rispettivamente da *vroicos, *vernu e *majosta, tre termini celtici
> (gallici) che hanno continuatori anche in vaste regioni della
> Francia. Questa situazione rivela dunque un comune modo di
> apprendere il latino da parte delle popolazioni celtiche, in
> particolare della Gallia transalpina e della Gallia cisalpina.
Saluti,
--
Alberto
No people and no part of a people shall be held against its will in a
political association that it does not want. (Ludwig von Mises, 1919)
Hmmm... mi risulta che la "maggiostrina" sia un cappello
di paglia simile a una grande paglietta.
E` troppo ipotizzare qualche legame etimologico delle
"maggiostre" con la paglia? ("strawberry"... hmmm...)
--
Riccardo Distasi, ric...@dia.elimina_questo.unisa.it
[eliminare l'ovvio per avere il mio indirizzo]
[snip out the underscored token for my real address]
> non ho idea di come
> si possa dire, in bresciano, " io ti amo"
Lo stesso in milanese e in tutti i dialetti lombardi.
Scambio amoroso a Porta Genova (ca. 1930)/
- Caro, te me bramet?
- Si', cara, te agogni [ con la /o/ larghissima]
Ciao, Marco
Emiliano Mafrici
emma...@tin.it
...e Umbria spero...
Emiliano Mafrici
emma...@tin.it
Ferdinando Chiodo:
> >In realta` cio` avrebbe avuto conseguenze disastrose. Dai
> >primi anni dell'800 Napoli continuo` a far parte del Grand tour, ma
> >non ebbe piu` una influenza significativa sulla cultura europea.
Ugo:
> e forse pero' cio' favori' l'uniformarsi della
> produzione musicale napoletana tra popolare, colta ecc..
E' proprio questo il punto. Nel '700 la Napoli di Pergolesi suscitava
una rivoluzione culturale perfino nella piu' sciovinistica nazione
europea. Dopo il 1799 800 Napoli ha esportato lacreme e tuppe
tuppe brigadie'.
Ha prodotto anche intellettuali noiosi e rigorosi. Ma la
borghesia napoletana crede che la vera grandezza consista proprio
in questa paccottiglia.
Mi piacerebbe sentire il parere di Ferdinando su questo.
> perche' non si fa un newgroup
> it.cultura.linguistica.dialetti(.napoletano) ??
> come s'ha dda fa'?
Sono nuovo di Internet. Mi pare che il Maurizio Codogno che
scrive su questo NG sia un esperto e abbia scritto una FAQ.
A me pero' nun me piace o presepio. :-)
Alex
> Baci
Anch'io. Volevo citare Catullo per quella roba sul numero dei baci, ma
non me l'ho scordato.
Non era tuppe tuppe marescia'? E' stato retrocesso? :-)
> Ha prodotto anche intellettuali noiosi e rigorosi. Ma la
Esempi?
Maurizio> In article <7hsobgv...@pcbabar2.pi.infn.it>, Alberto
[...]
Maurizio> Non sono in grado di stabilire se ladino e friulano possano
Maurizio> venire messi nello stesso calderone dei dialetti
Maurizio> settentrionali con influenze francesi, quelli insomma che
Maurizio> vanno dal piemontese al veneto.
"Mettere nello stesso calderone" e' espressione un po' vaga. I
linguisti dicono che appartengono ad una stessa famiglia linguistica
che si e' differenziata nell'alto medioevo. Alcune citazioni dagli
atti del convegno di linguistica di Trento:
> C.Salvioni: [il retoromanzo non rappresenta altro che] "un gruppo
> dialettale padano solo cronologicamente diverso dagli altri".
[nota mia: il retoromanzo e' una famiglia linguistica (tendenzialmente in
disuso) che si usa per ladino e friulano]
GB Pellegrini, "Il cisalpino e il retoromanzo":
> "L'I. settentrionale nei secoli del tardo impero ed
> in quelli successivi sino al 1000 (forse anche dopo) risulta
> strettamente collegata con la Gallia sul piano politico e linguistico;
> si puo' parlare senza tema di errore di un'ampia `Galloromania' che
> include non soltanto la Rezia ma anche la Cisalpina con buona parte
> del Veneto."
Maurizio> Sicuramente la parte
Maurizio> tosco-umbro-marchigiana pero` e` linguisticamente separata,
Maurizio> quindi mi sembra esagerato dire che la linguistica da`
Maurizio> ragione a Bossi... a meno che non voglia ritornare alla
Maurizio> concezione originaria della Padania, fino cioe` all'Emilia.
Il messaggio di Bossi e' necessariamente semplificato per il grande
pubblico, e chi ne ha conoscenza incompleta puo' facilmente confondere
i confini della Padania "politica" con quelli della Padania
"linguistica" e culturale. In realta' con Padania dal punto di vista
linguistico- culturale Bossi e la Lega intendono sempre solo i
territori a nord della linea Massa- Senigallia (vedi ad es. G.Oneto,
"l'invenzione della Padania").
La Padania come proposta politica (non basata sull'area linguistica
padana ma sui comuni medievali) include invece anche Toscana, Umbria e
Marche. Bossi stesso ha sottolineato piu' volte che Toscana, Umbria e
Marche non sono aree "padane" ma semmai "nord non padano".
Quindi ritengo sia corretto dire che la linguistica conferma Bossi
circa i confini della Padania "linguistica", se vogliamo essere
precisi.
>Non sono tante le persone che sanno parlare dialetto con fluidità.
il problema a mio avviso e' che non sono molte le persone che sanno
parlare con fluidita'.
>Bisognerebbe fare qualcosa se non vogliamo che scompaiano!!
sono d'accordo anche io che i dialetti siano qualcosa di simpatico
simpatico e che arricchisce, e ricordo anche il messaggio
dell'italoamericano che si doleva di non comprendere le conversazioni
in dialetto dei suoi parenti italiani nonche' del fatto che costoro
non glielo "insegnassero", anzi insistessero perche' lui parlasse
"italiano" (cosa che deriva probabilmente dal fatto che i parenti
italiani sentivano come "inferiore" lo status del dialetto e forse non
volevano che il parente italoamericano "perdesse tempo" con una cosa
frivola).
la mia opinione pero' e' che all'italiano (standard, teorico e
unificato a forza finche' vi pare) e alla sua conoscenza e uso vada
senz'altro data la precedenza. una volta avviato con sicurezza il
parlante all'uso dell'italiano, allora, magari anche parallelamente,
si potra' coltivare il dialetto.
dico questo perche' si' come e' vero che l'italiano standard moderno
e' una invenzione recente (ovviamente...) e forse nemmeno esiste,
altrettanto e' vero che esso serve meglio alla vita quotidiana, al
lavoro ecc., in particolare per gli aspetti legati alla tecnologia e
alla scienza per i quali i dialetti (formatisi tanto tempo fa) non
hanno ovviamente strumenti adatti.
voglio dire, potro' anche comprare un chilo (chilo? chilo e'
un'invenzione!) di mele parlando esclusivamente in dialetto, ma se
devo contestare la bolletta del telefono o chiedere al carrozziere di
aggiustarmi quel certo pezzo dell'automobile in dialetto non lo posso
fare. lo posso fare in accento, ma il lessico e il modo di usarlo
deve essere italiano.
quindi visto che in italiano posso fare tutto ma in dialetto no,
intanto impariamo l'italiano e poi il dialetto, altrimenti il rischio,
a mio avviso, e' che chi parla male l'italiano ma parla in dialetto (e
per quello che mi riguarda direi che *crede* di parlare bene in
dialetto) si senta in un certo senso "a posto", quando a posto non lo
e' per niente.
in effetti coloro a cui penso sono soprattutto i giovani, mei ex
coetanei, che non vorrei ricavassero da questa rinobilitazione dei
dialetti un senso di falsa sicurezza perche' parlano come il
personaggio Lorenzo dello spettacolo televisivo Avanzi di qualche anno
fa.
(e a questo punto a parziale smentita di quanto sopra vorrei
raccontare un episodio di quando studiavo fisica atomica alle
superiori. il nostro istituto, il Fermi di Roma, era circondato di
sale da biliardo piu' o meno clandestine e alcuni di noi studenti
erano diventati molto molto molto piu' bravi a biliardo che a
scuola...
un giorno una professoressa parlava dello scattering anelastico dei
neutroni rispetto ai nuclei degli atomi - chiedo scusa ai non tecnici
ma capiranno tutto subito. uno dei miei compagni non riusciva ad
afferrare bene il concetto e allora l'insegnante gli disse "ao', fatte
conto che er neutrone ar nucleo lo pija friso..."
"friso" e' un termine dialettale del gioco del biliardo che significa
colpire appena di striscio una biglia con un'altra.)
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buona giornata, cosa puoi fare per aiutarmi?
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togliere NOSPAM. per mandare email
Anche in Piemonte si dice "présa" per fretta
Gigitel
> mazz...@geocities.com (Anna Mazzoldi):
> >In milanese e' magiostra [pr. magiustra], e "magiostra o
> >maggiostra"
>
> Hmmm... mi risulta che la "maggiostrina" sia un cappello
> di paglia simile a una grande paglietta.
>
> E` troppo ipotizzare qualche legame etimologico delle
> "maggiostre" con la paglia? ("strawberry"... hmmm...)
Boh? ;-)
Lo Zingarelli riporta la magiostrina subito dopo la magiostra,
pero' della magiostrina dice "etimologia incerta". Quindi, se
c'e' un legame con le fragole (o con la paglia) questo legame non
e' certo -- o per lo meno lo Zingarelli non si sbilancia.
C'e' poi la possibilita' dell'origine celtica del tutto, citata
da Alberto...
(Tra parentesi, ho scoperto che anche in catalano la parola
"fragola" e' molto simile, pero' non so assolutamente come si
scrive quindi lascio il campo a qualcuno che sa il catalano...
> >In milanese [la fragola] e' magiostra [pr. magiustra],
>
> Hmmm... mi risulta che la "maggiostrina" sia un cappello
> di paglia simile a una grande paglietta.
>
> E` troppo ipotizzare qualche legame etimologico delle
> "maggiostre" con la paglia? ("strawberry"... hmmm...)
Si' mi pare troppo.
Una volta a una qualche conferenza avevo sentito una spiegazione, ma me la
sono dimenticata. Il vaghissimo ricordo che ho e' che entrambi derivino da
"maggio" (perche' e' il mese in cui ci sono le fragole, e perche' il cappello
di paglia si porta in maggio.
--
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> Lo Zingarelli riporta la magiostrina subito dopo la magiostra,
> pero' della magiostrina dice "etimologia incerta". Quindi, se
> c'e' un legame con le fragole (o con la paglia) questo legame non
> e' certo -- o per lo meno lo Zingarelli non si sbilancia.
Secondo il Devoto-Oli magiostrina e` un diminutivo di magiostra, che definisce
come "una varieta` di fragola".
Mah, per noi della bassa bergamasca il magioster (maschile invariabile) e`
qualsiasi fragola.
Passando ai fiori, noi chiamiamo sancarli` (maschile invariabile), cioe`
sancarlino, la primula e recunvaglio (maschile invariabile), cioe`, credo, re
delle convalli, il bucaneve.
E chiamiamo tingolo (maschile invariabile) il gioco del nascondino, la cui
etimologia non conosco e che il Devoto-Oli non cita. Pero` ricordo che,
quand'ero ragazzo, questo termine era citato dal Palazzi.
Gian Carlo
> >>Prescia per fretta mi pare lo dicano anche a Roma, e in bresciano si dice
> >>fresa che, a parte la P divenuta F, mi sembra proprio la stessa parola.
> Anche in Piemonte si dice "présa" per fretta
Io ho sempre pensato che "pressa" (milanese) per fretta fosse perche' quando
si ha fretta ci si accalca, ci si spinge, ci si "preme".
Lectio facilior ?
>Io ho sempre pensato che "pressa" (milanese) per fretta fosse perche' quand=
>o
>si ha fretta ci si accalca, ci si spinge, ci si "preme".
"Prescia" deriverebbe per l'appunto dal termine latino "pressia",
derivato a sua volta da presso, as, -are (premere, stringere).
Ciao
Ferdinando Chiodo
Vuoi dire che noi, a Mantova, che usiamo dire "pressia" per fretta
parliamo latino :-)))
Henri
>Vuoi dire che noi, a Mantova, che usiamo dire "pressia" per fretta
>parliamo latino :-)))
Ricordi?
"O gloria di Latin", disse, "per cui
mostro` cio` che potea la lingua nostra,
o pregio etterno del loco ond' io fui...
Ciao
Ferdinando Chiodo
>le arance sono chiamate nell'oltre po "pärtügal" come a napoli
>vengono chiamate -purtuall'- distinti da -'e taruocch'- siciliani
>(tutti i termini al maschile) quando nel sud le arance sono sempre
>state una produzione propria.
>Il termine deriva invece dalla parola araba difatti anche in grecia
>ed in turchia tuttora l'arancia e' chiamata portokali.
>
>Nel dialetto napoletano quasi tutti i termini culinari, di verdure
>e simili sono d'origine araba o greca. Per le fragole si dice -fravule-
>come in greco fràula.
>ciliegie - cerase (gr. kerasi)
>fagioli - fasule (gr. fasolia, ar. fasule)
>arancia - purtuallo (gr. e ar. portokali)
>basilico - vasenicòla (gr. vasilikòs)
>origano - arecheta
>carota - pastenach'
>prezzemolo - petrusino
>melenzane - mulignane
>Ugo
Wow! (perdonate un'esclamazione alla Walt Disney in questo
newsgroup...), sono veramente contento di avere scatenato una serie di
post sulle arance nei vari dialetti!!!! E devo dire che ho imparato un
sacco di cose sull'etimologia di parole del mio dialetto che mi erano
sconosciute. Grazie anche a te, Ugo.
Riallaciandomi al discorso delle verdure e della cucina, devo dire che
anche nel mio dialetto (oltre po pavese, per coloro che si fossero
messi in ascolto in questo momento), le parole più strane, cioè quelle
più lontane dall'italiano, sono quelle che indicano verdure, cibi ed
oggetti legati al lavoro. Dato che da noi il lavoro più importante era
(ed è) "fare il vino", credo che le parole più antiche siano proprio
quelle che hanno a che fare con la cantina e le vigne.
Per fare poi un parallelo con la lista di Ugo, eccovi qualche esempio:
ciliegia=siresa (piana)
prezzemolo=arbulent (tronca)
melanzane=marisän (tronca)
mela=pum (fin troppo facile...)
fragole=magiustar (piana) Ormai sappiamo che viene dal celtico!
Ometto altri esempi che sono molto simili all'italiano o che... non
so!
Invece in riguardo al lavoro:
Bigoncia=nävasä (piana, prima e terza "a" chiuse, seconda aperta)
Falce=fer dä pra (ferro da prato, non esiste una parola per indicare
la falce)
roncola=märas (tronca)
tappo (per la bottiglia del vino)=lignas (tronca)
tappoi (in genere)=stuplon (tronca)
tappo (degli "italianizzati, poveri noi)=tap (che obbrobrio!!!!!!)
E poi, credo dal francese (che non parlo)
cavatappi=tirabüson (tronca)
armadio=armuar (tronca)
ciabatte=savat (tronca)
sapone=savon (tronca)
Qualcuno sa poi da dove potrebbero arrivare parole come
bac=legno nodoso, manganello
pecar=boccale (con la e aperta)
carügäl=(piana) Non lo so in italiano! E' un rullo pesantissimo che si
tirava con i buoi sui campi arati, prima della semina, per rompere le
zolle.
Quest'ultima parola deriva chiaramente dal verbo "cärüglà", che
significa rotolare. Ma il problema si sposta. Da dove arriva
"cärüglà"?
Sono talmente strane che forse arriveranno dal celtico.
E adesso basta, altrimenti qualcuno mi odierà. Però mi piacerebbe se
qualcuno rintracciasse parole simili nel proprio dialetto, dal
bresciano (vai Isabella!) al siciliano.
Scrivere a: iva...@usa.net
----------------------
Agua que no has de beber, déjala correr
>Anche in Piemonte si dice "présa" per fretta
>Gigitel
In spagnolo si dice "prisa" per fretta.
Vern
Vernon C. Hammond,O.D.
McAllen, TX 78501
Termini simili o molto vicini anche nel dialetto abruzzese (per
quanto possa saperne ...)
>>Nel dialetto napoletano quasi tutti i termini culinari, di verdure
>>e simili sono d'origine araba o greca.
>>fragole si dice -fravule- come in greco fràula.
fraula
>>ciliegie - cerase (gr. kerasi)
cerasa (il liquore e' cerasella)
>>fagioli - fasule (gr. fasolia, ar. fasule)
fasciule
>>arancia - purtuallo (gr. e ar. portokali)
purtuall
>...anche nel mio dialetto (oltre po pavese,
>ciliegia=siresa (piana)
pero' somiglia tanto a cerasa ! (in francese cerise)
In Abruzzo si trovano poi parole e modi di dire che derivano
dal francese (occupazione 1750-1799): esempi
Ciliegia = cerasa (cerise)
Albicocca = pricoca / precoca (apricot)
(precoca e' anche l'organo sessuale femminile)
andare a casa = ... A LA case (...a' la maison)
Vedo che il thread prende corpo ... cerchero' di fornire
qualche altro contributo.
Ciao. Massimo
per risposta e-mail TOGLIERE /qwerty/ tra @ e tin.it
for e-mail reply REMOVE /qwerty/ between @ and tin.it
>Raccolgo la palla per quanto riguarda il bresciano, anche se con meno
>dovizia di particolari, che' la memoria mi falla
E dai. Di' che ti piaceva la rima !
(senza pensarci prima ??)
Ciao. Massimo
----------------------------------------------------
Questa affermazione non ammette alcuna dimostrazione
----------------------------------------------------
Chi scioglie 'sto nodo ??
>"Isabella Z" <isab...@tin.it> decise di scrivere:
>
>>Raccolgo la palla per quanto riguarda il bresciano, anche se con meno
>>dovizia di particolari, che' la memoria mi falla
>
> E dai. Di' che ti piaceva la rima !
> (senza pensarci prima ??)
>
> Ciao. Massimo
Ci credi se ti dico che non me n'ero accorta?
Lusingata per l'attenzione :-)
Ciao
Isa
>----------------------------------------------------
>Questa affermazione non ammette alcuna dimostrazione
>----------------------------------------------------
>
> Chi scioglie 'sto nodo ??
Ho i miei problemi con le stringhe delle scarpe, figuriamoci qui...
non credo derivano direttamente dal francese ma come tutti
i dialetti italiani dal latino
>Ciliegia = cerasa (cerise)
e' uguale al napoletano e non lo collegherei al francese
ma al latino cerasia che a sua volta deriva dal greco kerasos
>Albicocca = pricoca / precoca (apricot)
> (precoca e' anche l'organo sessuale femminile)
napoletano: percoca e deriva dall'arabo al-barquq
stessa parola da cui deriva l'apricot francese e
l'albercoque spagnolo.
>andare a casa = ... A LA case (...a' la maison)
formazione grammaticale tipica dei dialetti meridionale
simile al francese ma non associabile ad esso come
origine.
> Vedo che il thread prende corpo ... cerchero' di fornire
>qualche altro contributo.
si si, sento sempre di piu' le'sigenza di it.cultura.lingiustica.dialetti
non ho capito lo si fa per l'inglese che gia' ci omologa
e ci soffoca ogni giorno e non lo si fa per le nostre reali
e piu' spontanee lingue???
ciao
Ugo
cittadino del mondo
ugo...@hotmail.com
>
> ----------------------------------------------------
> Questa affermazione non ammette alcuna dimostrazione
> ----------------------------------------------------
>
> Chi scioglie 'sto nodo ??
>
mi pare che un tal g\"odel abbia scritto qualche cosa al riguardo.
fabrizio cametti
Ciao. Massimo
Credo che in napoletano *percoca* sia un tipo di pesca (estinto?) molto
pregiato. "Percoca fracica e vino e' o' monte e' Procida", recita il
proverbio che detta indicazioni sull'accoppiata ottimale per un tipico
_dessert_ meridionale.
--
Ciao.
Maurizio
>>Albicocca = pricoca / precoca (apricot)
>> (precoca e' anche l'organo sessuale femminile)
>
>napoletano: percoca e deriva dall'arabo al-barquq
Uh uh... in "provincia" :-) la percoca e` quella specie di
pesca a pasta compatta (non filante) che si serve sbucciata
e tagliata a pezzi immersa nel vino bianco...
L'albicocca l'ho sentita chiamare "biricoccola" o "crisommola".
--
Riccardo Distasi, ric...@dia.elimina_questo.unisa.it
[eliminare l'ovvio per avere il mio indirizzo]
[snip out the underscored token for my real address]
Ho gia' sentito diversi nomi per l'albicocca, ma devo dire che nel
beneventano percoca e' l'albicocca (ed eventualmente l'organo genitale
femminile :-) )
>>le arance sono chiamate nell'oltre po "pärtügal" come a napoli
>>vengono chiamate -purtuall'- distinti da -'e taruocch'- siciliani
>>(tutti i termini al maschile) quando nel sud le arance sono sempre
>>state una produzione propria.
Aggiungo qualcosa sul bergamasco della bassa.
Arancia: purtuga`l (tronca, entrambe le u alla francese, maschile invariabile)
>>ciliegie - cerase (gr. kerasi)
ciliegia: sire'sa ("e" chiusa accentata, femminile, plurale sirese)
amarena: mare'na ("e" chiusa accentata, femminile, pluarle marene)
garfione: gafiu` (maschiel invariabile)
>>fagioli - fasule (gr. fasolia, ar. fasule)
fagiolo: faso'l (tronca, "o" come "oe" francese, maschile, plurale fasoi).
>>carota - pastenach'
carota: caro`tula (femminile, plurale carotule)
>>prezzemolo - petrusino
prezzemolo: erburi` (tronca con la "i" allungata, "e" aperta, maschile,
senza plurale)
E, gia` che ci sono:
sedano: se`lem (piana, "e" aperte, maschile, senza plurale)
> fragole=magiustar (piana) Ormai sappiamo che viene dal celtico!
fragola: magio`ster (piana, "o" ed "e" aperte, maschile invariabile)
Falce: ra`nsa (piana, "s" dolce, femminile, plurale ranse)
> roncola=märas (tronca)
roncola: pudero'l (tronca, "o" come "oe" farncese, maschile, plurale pudero'i)
> tappo (per la bottiglia del vino)=lignas (tronca)
> tappoi (in genere)=stuplon (tronca)
tappo: busu` (tronca con la u finale allungata, maschile, invariabile)
tappo in genere: stupa`c (tronca, "c" dolce, maschile, invariabile)
(non di sughero e non per bottiglie o damigiane)
tappo a corona: tuli` (tronca con "i" finale lunga, maschile, invariabile)
> cavatappi=tirabüson (tronca)
cavatappi: tirabusu` (tronca con "u" finale lunga, maschile, invariabile)
> armadio=armuar (tronca)
armadio: armua`r (tronca, maschile, invariabile)
> ciabatte=savat (tronca)
ciabatta: se'bra ("s" dura, piana, femminile, plurare sebre)
sibre`ta ("e" aperta, piana, femminile, plurale sibrete)
> sapone=savon (tronca)
sapone: sau` (tronca con "u" allungata, maschile, senza poluarle)
> bac=legno nodoso, manganello
legno nodoso: ba`col (piana, maschile, plurale bacoi)
> carügäl=(piana) Non lo so in italiano! E' un rullo pesantissimo che si
???: burlu` (tronca con "u" allungata, maschile, invariabile).
(burluna` significa rotolare).
> Quest'ultima parola deriva chiaramente dal verbo "cärüglŕ", che
> significa rotolare.
Come il milanese carliga`, suppongo. Piu` o meno (ma ci vorrebbe un milanese):
"Quant al piof i tett i gutent, i gasper sui sass carlighent".
Gian Carlo
esatto, non e' affatto estinto e' una qualita' particolare che
si trova in campania classica per essere mangiata inzuppata di vino.
cosi' come ricordi tu:
>"Percoca fracica e vino e' o' monte e' Procida
percoca fracida 'e vino do' monte 'e Procida...
mi sono confuso con l'albicocca, ma credo che anche in abruzzo
percoca indichi pesca...mah e' da rivedere sto fatto..
>Aggiungo qualcosa sul bergamasco della bassa.
>
>prezzemolo: erburi` (tronca con la "i" allungata, "e" aperta, maschile,
> senza plurale)
Che bellezza! Per coloro i quali fossero ancora convinti che bresciano e
bergamasco "sono uguali", prezzemolo = pedersén.
E - anche se credo di averlo giŕ detto e mi scuso anticipatamente - il mais
noi lo chiamiamo "furmintů" e i bergamaschi "melgott".
>sedano: se`lem (piana, "e" aperte, maschile, senza plurale)
BS: sčlino
Ciao
Isa
Fata Morgana
>>Aggiungo qualcosa sul bergamasco della bassa.
>>prezzemolo: erburi` (tronca con la "i" allungata, "e" aperta, maschile,
>> senza plurale)
> Che bellezza! Per coloro i quali fossero ancora convinti che bresciano e
> bergamasco "sono uguali", prezzemolo = pedersén.
Beh, se e` per questo c'e` anche chi e` ccnvinto che bergamasco e bresciano e
tedesco siano uguali. (-:
> E - anche se credo di averlo giŕ detto e mi scuso anticipatamente - il mais
> noi lo chiamiamo "furmintů" e i bergamaschi "melgott".
Naturalmente. E quello a chicchi piu` piccoli, che matura piu` tardi, e` il
melguti` (tronca, "i" allungata, "e" aperta, maschile, senza plurale). E il
tutolo e` il canu` (tronca, "u" allungata, maschile invariabile), cioe`
(suppongo dalla forma) il cannone. E la buccia (non ricordo ora il nome
italiano) del melgott e` la pela`tula (sdrucciola, "e" aperta, femminile,
plurale pelatule). Non ricordo invece il nome della pannocchia, in questo
momento.
Aggiungo che l'allungamento delle vocali finali nelle parole tronche non
monosillabiche, caratteristico dei dialetti della bassa, non e` comune a
tutti i dialetti bergamaschi. A Bergamo, ad esempio, le vocali tronche sono
tronche piu` o meno come in italiano (o almeno il mio orecchio
bassobergamasco le sente cosi`).
> Come il milanese carliga`, suppongo. Piu` o meno (ma ci vorrebbe un milanese):
> "Quant al piof i tett i gutent, i gasper sui sass carlighent".
Io conosco solo "scarliga'" (italianizzato in "scarligare") che vuol dire
"scivolare" NON "rotolare". Anche nel senso di "andarsi a fare una scarligata
con la slitta").
Non escluderei una origine latina da un "ex-car...qualcosa", qualcuno ha idee
in proposito ? Forse avevo sentito qualcosa a una conferenza. Di certo so che
il milanese "stravaccare" (il significato originario e' "rovesciare", poi per
traslato vuol dire anche stare seduti o sdraiati in modo scomposto) e' un
puro latino "extra-vacuare" (riferito p.es. a un carro che viene svuotato in
modo straordinario).
In quanto al detto/proverbio, io conosco questo :
quand fa frecc
a Milan gutta i tecc
gutta i nas
i smargash in su" i rudaj
fann scarliga' el tranvaj
> Che bellezza! Per coloro i quali fossero ancora convinti che bresciano e
> bergamasco "sono uguali", prezzemolo = pedersén.
>
> E - anche se credo di averlo già detto e mi scuso anticipatamente - il mais
> noi lo chiamiamo "furmintù" e i bergamaschi "melgott".
"noi" chi sarebbero ? dare le coordinate geografiche ... purtroppo (?) queste
cose cambiano nel giro di pochi chilometri. A me (di padre milanese nato nel
cremonese ed emigrato a Milano a pochi anni, e di madre bergamasca della
bassa, Romano di Lombardia, a meta' strada tra Adda e Oglio) le forme
"erburin" e "furmentun" paiono milanesi, e quelle "pedersem" e "melgott"
bergamasche (perlomeno in uso al paese di mia madre, ma appunto e'
equidistante da Bergamo, Treviglio "terra separata del milanese" e il confine
bresciano.
> Che bellezza! Per coloro i quali fossero ancora convinti che bresciano e
> bergamasco "sono uguali", prezzemolo = pedersén.
>
> E - anche se credo di averlo giŕ detto e mi scuso anticipatamente - il
mais
> noi lo chiamiamo "furmintů" e i bergamaschi "melgott".
"noi" chi sarebbero ? dare le coordinate geografiche ... purtroppo (?)
queste
cose cambiano nel giro di pochi chilometri.
Vero.
Mia mamma e mio papŕ sono nati a Rudiano, BS, a pochissimi km da Chiari (che
č in provincia di BS) e da Calcio (che č in provincia di BG). Il dialetto a
cui faccio riferimento č quello.
A riidis
Isa