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consonanti "doppie" nei dialetti settentrionali

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Davide Pioggia

unread,
Jul 29, 2014, 6:28:36 AM7/29/14
to
Tempo fa Klaram diceva che gli autori di certe zone del Piemonte esprimono
la brevit� d'una vocale facendo vedere, graficamente, che la consonante
successiva � allugata, e lo fanno raddoppiando graficamente la consonante.

Cos� si pu� scrivere "ett" per evidenziare che si ha una "e" breve seguita
da una [t] allugata.

I casi pi� complicati sono quelli in cui la consonante allugata viene prima
d'un'altra consonante. Ad esempio se c'� una "e" breve davanti al nesso "st"
bisogner� scrivere "esst".

Questo criterio si pu� estendere anche consonanti che si esprimono con dei
digrammi. Cos� la nasale palatale si pu� scrivere "gn" se breve e "ggn" se
allugata.

Conoscete qualche autore settentrionale che adotta soluzioni grafiche come
queste?

Grazie per l'aiuto.

--
Saluti.
D.






Maurizio Pistone

unread,
Jul 29, 2014, 11:12:39 AM7/29/14
to
Davide Pioggia <duca_...@yahoo.com> wrote:

> Tempo fa Klaram diceva che gli autori di certe zone del Piemonte esprimono
> la brevit� d'una vocale facendo vedere, graficamente, che la consonante
> successiva � allugata, e lo fanno raddoppiando graficamente la consonante.

v�dde = vedere

per quanto riesco a percepire (ma la nostra percezione della pronuncia �
sempre un po' influenzata dall'aspetto grafico, anche nelle lingue
prevalentemente parlate!) la -d- � geminata anche nella pronuncia

in ogni caso la � � sempre breve, o per meglio dire, tutte le altre
vocali non hanno distinzione di quantit�

> I casi pi� complicati sono quelli in cui la consonante allugata viene prima
> d'un'altra consonante. Ad esempio se c'� una "e" breve davanti al nesso "st"
> bisogner� scrivere "esst".
>
> Questo criterio si pu� estendere anche consonanti che si esprimono con dei
> digrammi. Cos� la nasale palatale si pu� scrivere "gn" se breve e "ggn" se
> allugata.

non mi vengono in mente esempi di questo genere

> Conoscete qualche autore settentrionale che adotta soluzioni grafiche come
> queste?

per quanto riguarda il primo caso, � la grafia standard

--
Maurizio Pistone strenua nos exercet inertia Hor.
http://blog.mauriziopistone.it
http://www.lacabalesta.it
http://blog.ilpugnonellocchio.it

Davide Pioggia

unread,
Jul 29, 2014, 11:35:51 AM7/29/14
to
Maurizio Pistone ha scritto:

> v�dde = vedere

Come vi regolate quando la "doppia" si viene a trovare davanti a un'altra
consonante? Ad esempio, come si dice/scrive �vederla�? v�ddla?

Ciao!
D.


Dragonòt

unread,
Jul 29, 2014, 11:53:49 AM7/29/14
to
>"Davide Pioggia" wrote:
>Come vi regolate quando la "doppia" si viene a trovare davanti a un'altra
consonante? Ad esempio, come si dice/scrive �vederla�? v�ddla?


In questo caso � "v�dd-la".
Altrimenti "s�rch�" = cercare
Bepe

Dragonòt

unread,
Jul 29, 2014, 11:57:18 AM7/29/14
to
> "Davide Pioggia" wrote:
>
> Conoscete qualche autore settentrionale che adotta soluzioni grafiche come
queste?


Claudio Beretta, del Filologico di Milano, diceva che gran parte delle
doppie che si trovano nel Dizionario del Cherubini volevano solo indicare
che la vocale precedente era breve.
Ciao,
Bepe



Davide Pioggia

unread,
Jul 29, 2014, 12:11:03 PM7/29/14
to
Dragon�t ha scritto:

> In questo caso � "v�dd-la".

Quindi non � doppia, ma solo allungata. Se fosse doppia dovrebbe
distribuirsi in due sillabe, invece cos� � [v@d:-la].

> Altrimenti "s�rch�" = cercare

Ci vuole una parola nella quale la <�> si accentata (tonica). Prendiamo ad
esempio <ch�rde> (si dice cos� �credere�, giusto?). Ora prendiamo una parola
in cui il nesso /rd/ viene dopo una vocale lunga, come immagino sia la /a/.
Ad esempio �carta, barca� si dicono <carta, barca>, giusto?

Domanda: quando dici <ch�rde>, ti sembra di allungare un poco la /r/, come
allughi la /d/ in <v�dd-la>? � possibile che la /r/ di <ch�rde> sia pi�
lunga della /r/ di <carta, barca>?

Grazie!

--
Saluti.
D.



Dragonòt

unread,
Jul 29, 2014, 4:10:13 PM7/29/14
to
> "Davide Pioggia" wrote:
>Ad esempio �carta, barca� si dicono <carta, barca>, giusto?

Giusto. Va be', mio nonno diceva "pap�" ;-)

>Domanda: quando dici <ch�rde>, ti sembra di allungare un poco la /r/, come
>allughi la /d/ in <v�dd-la>? � possibile che la /r/ di <ch�rde> sia pi�
>lunga della /r/ di <carta, barca>?


A me sembra di no, ma non so se sono un buon giudice.
Ho provato allo specchio, a dire "m'i cardo" (verbo cardare) e "m'i ch�rdo",
e non mi sembra ci sia differenza nella durata della "r", n� nella sua
vibrazione. L'unica differenza � l'apertura delle labbra.
Ciao,
Bepe

Maurizio Pistone

unread,
Jul 30, 2014, 4:11:50 AM7/30/14
to
Dragon�t <drag...@libero.it> wrote:

> Ho provato allo specchio, a dire "m'i cardo" (verbo cardare) e "m'i ch�rdo",
> e non mi sembra ci sia differenza nella durata della "r", n� nella sua
> vibrazione. L'unica differenza � l'apertura delle labbra.

invece se dico mi vado / mi v�ddo mi "sembra" di percepire un
rafforzamento della -d-

quindi dovrebbe funzionare solo con le consonati semplici

Davide Pioggia

unread,
Jul 30, 2014, 5:55:25 AM7/30/14
to
Maurizio Pistone ha scritto:

> invece se dico mi vado / mi v�ddo mi "sembra" di percepire un
> rafforzamento della -d-
> quindi dovrebbe funzionare solo con le consonati semplici

Ma in "v�dd-la" non senti alcun rafforzamento della /d/ prima della /l/?

--
Saluti.
D.



Maurizio Pistone

unread,
Jul 30, 2014, 6:29:51 AM7/30/14
to
Davide Pioggia <duca_...@yahoo.com> wrote:

> > invece se dico mi vado / mi v�ddo mi "sembra" di percepire un
> > rafforzamento della -d-
> > quindi dovrebbe funzionare solo con le consonati semplici
>
> Ma in "v�dd-la" non senti alcun rafforzamento della /d/ prima della /l/?

mi somiglia di s�, ma si tratta di un suffisso

tu conosci casi di consonante composta geminata nella radice?

Davide Pioggia

unread,
Jul 30, 2014, 7:54:16 AM7/30/14
to
Maurizio Pistone ha scritto:

> tu conosci casi di consonante composta geminata nella radice?

Geminata non direi, ma allugata s�.

Nei dialetti romagnoli la consonante che segue una vocale breve normalmente
� allungata, anche davanti a un'altra consonante. Ad esempio in riminese
[sEElt]=�salto�, mentre [sEl:t]=�salti�. Nel plurale la "�" � breve, e
quindi la [l] si allunga.

Tieni presente, per�, che per spiegare queste cose ci vuole un'analisi
fonetica un po' sofisticata, come quella di Canepari.

Nell'italiano delle regioni centrali (o meglio in quello standard) � del
tutto normale che una consonante, quando si trova in un certi contesti
prosodici (segue una vocale accentata ecc.), si allughi. Se vai qui:
http://venus.unive.it/canipa/pdf/HPr_03_Italian.pdf
a pag. 147, nella _Modern neutral pronunciation_ trovi, ad esempio,
['dZor:no, 'fOr:te, al:tro, in'nan:tsi] eccetera. Questo vale anche per le
consonanti geminate, nel senso che la prima � allugata: [man'tEl:lo].
In altri termini, una sillaba chiusa si chiude spesso con [C:], non con
[C], anche se dopo viene un'altra consonante.

Per chi vive nell'Italia centrali questi sono "automatismi profondi" ,
di cui solitamente non si ha consapevolezza. Tu figurati che molti studiosi
italiani che vivono in quelle regioni se devono trascrivere foneticamente
una consonante geminata, che per Canepari � [C:C], come in [man'tEl:lo],
arrivano a scriverla [mantEl:o]. Se fosse veramente cos�, la divisione
sillabica sarebbe [mantEl:-o] (come si trova effettivamente nei dialetti
romagnoli dopo una vocale breve), e non ci sarebbe alcuna geminazione
(nel senso che non ci sarebbe una [l] all'inizio della sillaba finale).

Come dicevo, in molte regioni questi sono automatismi, e non c'� alcuna
consapevolezza. Invece per me fra [VVCC] e [VC:C] c'� addirittura
un'opposizione fonologica, che mi consente di distinguere, fra le altre
cose, i maschili singolari da quelli plurali, e l'analisi di Canapari �
l'unica che possa rendere conto di tali opposizioni (ovviamente uno pu�
anche fare riferimento a un diverso quadro teorico, ma tale quadro teorico,
qualunque sia, deve saper spiegare come fanno i riminesi a sapere se uno sta
dicendo �salto� o �salti�, senn� � un quadro teorico che non � in grado di
rendere conto dei fatti oggettivi osservati).

Ora, dal momento che tu sei cresciuto in Piemonte, immagino che tu
normalmente dica [CC], non [C:C]. Ma proprio perch� per te � normale dire
[CC], se in qualche occasione (ad esempio dopo una vocale breve, sotto
accento principale eccetera) hai "bisogno" di dire [C:C], dovresti sentire
la differenza.

--
Saluti.
D.







Klaram

unread,
Jul 30, 2014, 11:50:44 AM7/30/14
to
Sembra che Maurizio Pistone abbia detto :
> Davide Pioggia <duca_...@yahoo.com> wrote:

>> Ma in "vᅵdd-la" non senti alcun rafforzamento della /d/ prima della /l/?
>
> mi somiglia di sᅵ, ma si tratta di un suffisso

Io non lo sento.

Se lo paragono a ven-la (viene?), bat-la (batte?), cat-la (compra?)
ecc. mi sembra che le lunghezze siano uguali.
Come se non ci fosse differenza tra vᅵdd-la e vᅵd-la.

k

Klaram

unread,
Jul 30, 2014, 11:52:39 AM7/30/14
to
Scriveva Dragonᅵt martedᅵ, 29/07/2014:

> A me sembra di no, ma non so se sono un buon giudice.
> Ho provato allo specchio, a dire "m'i cardo" (verbo cardare) e "m'i chᅵrdo",
> e non mi sembra ci sia differenza nella durata della "r", nᅵ nella sua
> vibrazione. L'unica differenza ᅵ l'apertura delle labbra.

Anche secondo me.

La maggiore lunghezza si sente solo con le consonanti semplici.

k

Davide Pioggia

unread,
Jul 30, 2014, 12:04:56 PM7/30/14
to
Klaram ha scritto:

> Anche secondo me.

� possibile che da voi l'allugamento si sia perso del tutto. Anche in alcune
zone della Romagna ormai siamo al limite della neutralizzazione. Per�, se
ben ricordo, tempo fa dicevi che gli autori di una certa zona scrivono "ggn"
dopo le vocali brevi. Non sei stata tu a dirmi questa cosa?

--
Saluti.
D.




Klaram

unread,
Jul 30, 2014, 12:35:13 PM7/30/14
to
Davide Pioggia ha pensato forte :
> Klaram ha scritto:
>
>> Anche secondo me.
>
> ᅵ possibile che da voi l'allugamento si sia perso del tutto. Anche in alcune
> zone della Romagna ormai siamo al limite della neutralizzazione. Perᅵ, se
> ben ricordo, tempo fa dicevi che gli autori di una certa zona scrivono "ggn"
> dopo le vocali brevi. Non sei stata tu a dirmi questa cosa?

Sᅵ, perᅵ adesso mi trovo in Alta Val Tanaro e quei testi lᅵ li ho a
Cuneo. Li cercherᅵ la prossima settimana.

Sono scrittori proprio di queste zone, che usano grafie particolari
per rendere suoni che sono tipici di qua.

k

Klaram

unread,
Jul 30, 2014, 12:38:09 PM7/30/14
to
Scriveva Klaram mercoledᅵ, 30/07/2014:
Aggiungo che i dialetti sono una mescolanza di piemontese e di ligure,
e questi allungamenti sono piᅵ del ligure che del piemontese.

k

posi

unread,
Jul 30, 2014, 2:15:16 PM7/30/14
to
Il 30/07/14 13.54, Davide Pioggia ha scritto:

> Per chi vive nell'Italia centrali questi sono "automatismi profondi" ,
> di cui solitamente non si ha consapevolezza. Tu figurati che molti studiosi
> italiani che vivono in quelle regioni se devono trascrivere foneticamente
> una consonante geminata, che per Canepari ᅵ [C:C], come in [man'tEl:lo],
> arrivano a scriverla [mantEl:o]. Se fosse veramente cosᅵ, la divisione
> sillabica sarebbe [mantEl:-o] (come si trova effettivamente nei dialetti
> romagnoli dopo una vocale breve), e non ci sarebbe alcuna geminazione
> (nel senso che non ci sarebbe una [l] all'inizio della sillaba finale).
>

Sarᅵ che io vivo proprio nell'Italia centrale, ma la differenza non mi
sembra proprio di sentirla.
C'ᅵ un criterio scientifico, sperimentale, per stabilire se una
consonante ᅵ allungata o geminata (cioᅵ che la divisione sillabica sia
[mantEl-lo] e non [mantEl:-o])?
Il Canepari si limita a bollare [kor:e'dZ:es:e] o [kor:re'd:Zes:e] come
sbagliati, ma senza spiegare in maniera convincente il perchᅵ,
proponendo come corretta la forma [korredZdZesse].


> Come dicevo, in molte regioni questi sono automatismi, e non c'ᅵ alcuna
> consapevolezza. Invece per me fra [VVCC] e [VC:C] c'ᅵ addirittura
> un'opposizione fonologica, che mi consente di distinguere, fra le altre
> cose, i maschili singolari da quelli plurali,

Questo non dimostra niente: semmai dovresti trovare un'opposizione tra
[VVCC] e [VVC:] o [VVC:C]


Maurizio Pistone

unread,
Jul 30, 2014, 3:53:33 PM7/30/14
to
Klaram <nos...@nospam.it> wrote:

> > mi somiglia di s�, ma si tratta di un suffisso
>
> Io non lo sento.
>
> Se lo paragono a ven-la (viene?), bat-la (batte?), cat-la (compra?)
> ecc. mi sembra che le lunghezze siano uguali.
> Come se non ci fosse differenza tra v�dd-la e v�d-la.

� vero, la nostra percezione � molto soggettiva, dato che non c'�
opposizione tra v�dde e *v�de

Davide Pioggia

unread,
Jul 30, 2014, 4:56:40 PM7/30/14
to
posi ha scritto:

> C'� un criterio scientifico, sperimentale, per stabilire se una
> consonante � allungata o geminata (cio� che la divisione sillabica
> sia [mantEl-lo] e non [mantEl:-o])?

La mia esperienza nel campo dell'analisi acustica � piuttosto limitata.
Conosco degli studiosi che ci lavorano, talvolta ci siamo confrontati, e
anch'io ho fatto delle ricerche, ma non ho mai pubblicato nulla, perch� non
mi sento pronto.

Ho l'impressione che ci sarebbe un po' da discutere anche su cosa si
possa ritenere un riscontro oggettivo.

> Questo non dimostra niente: semmai dovresti trovare un'opposizione tra
> [VVCC] e [VVC:] o [VVC:C]

� un discorso lungo e complicato. Tieni presente, comunque, che gi�
Friedrich Sch�rr, che era austriaco e partiva da presupposti teorici
completamente diversi da quelli moderni, si era reso conto chiaramente che
nei dialetti romagnoli dopo una vocale breve accentata si ha una consonante
allugata, anche davanti a un'altra consonante.

--
Saluti.
D.





Davide Pioggia

unread,
Jul 30, 2014, 5:03:18 PM7/30/14
to
Klaram ha scritto:

> S�, per� adesso mi trovo in Alta Val Tanaro e quei testi l� li ho a
> Cuneo. Li cercher� la prossima settimana.

Mi faresti una grossa cortesia.

> Aggiungo che i dialetti sono una mescolanza di piemontese e di ligure,
> e questi allungamenti sono pi� del ligure che del piemontese.

Visto che tu hai dimestichezza col ligure, quando vedi quelle grafie
riesci a farti un'idea di quale sia la ragione per cui quegli autori sentono
il bisogno di scrivere cos�, oppure per te � un mistero?

(Non te lo chiedo per verificare le tue capacit� di analisi fonetica, ma
solo per capire se sono caratteristiche diffuse nei dialetti liguri e se
quella grafia corrisponde alla sensibilit� comune dei parlanti).

Ciao, e grazie!
D.




Davide Pioggia

unread,
Jul 30, 2014, 5:09:55 PM7/30/14
to
Maurizio Pistone ha scritto:

> � vero, la nostra percezione � molto soggettiva, dato che non c'�
> opposizione tra v�dde e *v�de

Pu� darsi che l'opposizione ci fosse un tempo, e si sia poi neutralizzata.
Questo spiegherebbe la grafia tradizionale.

--
Saluti.
D.



Davide Pioggia

unread,
Jul 30, 2014, 5:40:37 PM7/30/14
to
posi ha scritto:

> Sar� che io vivo proprio nell'Italia centrale, ma la differenza non mi
> sembra proprio di sentirla.

Proviamo a parlarne un poco, a livello di chiacchiere fra amici, senza
pretese di oggettivit� scientifica.

Se io affermo che tu, quando dici �tutto�, pronunci le due sillabe [tut]
e [to], sei d'accordo?

Se sei d'accordo, perch� vuoi scrivere [tut:o] anzich� [tutto]? Se scrivi
[tutto], quando vuoi sillabare non devi far altro che aggiungere un
trattino: [tut-to].

Non � solo una formalit�, perch� il crono (:) serve in quelle
lingue/dialetti in cui esiste il fenomeno dell'allungamento consonantico.

Ad esempio nel mio dialetto �tutto� si dice [tot:]. C'� una consonante
allugata, ma chiaramente � solo allugata, perch� � un'unica sillaba. Non
dico [tot-t], con una seconda sillaba formata solo da [t]. Invece tu
pronunci le due sillabe [tut] e [to].

Dunque per lo meno tu potresti scrivere [tutto], per far vedere che la tua
lingua � diversa dal mio dialetto, nel quale esiste una cosa come [tot:].

Se potessimo metterci d'accordo almeno su questo punto, poi potremmo
vedere se per scrivere la tua lingua basti [tutto] o non sia il caso di
arrivare addirittura a [tut:to]. Ma almeno fino a [tutto] ci potremmo
arrivare, no? Se le doppie dell'italiano sono semplicemente [C:], allora
tutto ci� che sta in mezzo fra il totale scempiamento e le doppie
dell'italiano sembra che non esista e non possa esistere.

--
Saluti.
D.






Maurizio Pistone

unread,
Jul 30, 2014, 5:46:18 PM7/30/14
to
Davide Pioggia <duca_...@yahoo.com> wrote:

> Se io affermo che tu, quando dici �tutto�, pronunci le due sillabe [tut]
> e [to], sei d'accordo?
>
> Se sei d'accordo, perch� vuoi scrivere [tut:o] anzich� [tutto]? Se scrivi
> [tutto], quando vuoi sillabare non devi far altro che aggiungere un
> trattino: [tut-to].

naturalmente sappiamo tutti che l'ortografia � una ben povera immagine
della fonetica

posi

unread,
Jul 30, 2014, 7:46:10 PM7/30/14
to
Il 30/07/14 23.40, Davide Pioggia ha scritto:
> posi ha scritto:
>
>> Sarᅵ che io vivo proprio nell'Italia centrale, ma la differenza non mi
>> sembra proprio di sentirla.
>
> Proviamo a parlarne un poco, a livello di chiacchiere fra amici, senza
> pretese di oggettivitᅵ scientifica.
>
> Se io affermo che tu, quando dici ᅵtuttoᅵ, pronunci le due sillabe [tut]
> e [to], sei d'accordo?
>

Giᅵ qui avrei qualche obiezione: possiamo dire senz'altro che ci siano
due sillabe, ma il confine tra queste due sillabe ᅵ qualcosa di
piuttosto arbitrario: perchᅵ [tut-to] e non [tu-tto]?
L'unica ragione per supporre l'esistenza di due t ᅵ il particolare
inviluppo delle occlusive, che paradossalmente si possono sentire solo
nella fase di attacco e di rilascio, mentre per la maggior parte della
loro durata si ascolta solo silenzio.

Prendiamo un esempio piᅵ semplice, con una fricativa: asso. Per
sostenere che le sillabe siano [as-so], e quindi che ci siano due [s] e
non una sola [s] allungata ᅵ necessario dimostrare che ci sia
acusticamente una qualche separazione, anche solo accennata, tra queste
due s. Almeno un lieve calo di intensitᅵ.

La cosa diventa ancora piᅵ evidente con le affricate, per esempio la
[tS], che hanno una fase di attacco simile ad un'occlusiva [t] e
nettamente diversa da quella di rilascio, che invece ᅵ simile ad una
fricativa [S], quindi diventa molto evidente la differenza tra
un'affricata lunga (che ha una fase di attacco allungata [t:S]) e due
affricate (dove si dovrebbero sentire distintamente i due attacchi
separati da un rilascio [tStS]).
Mi sembra evidente che in italiano usiamo la prima, eppure Canepari
scrive, per esempio [fatStSo] (faccio)


> Se sei d'accordo, perchᅵ vuoi scrivere [tut:o] anzichᅵ [tutto]? Se scrivi
> [tutto], quando vuoi sillabare non devi far altro che aggiungere un
> trattino: [tut-to].
>
> Non ᅵ solo una formalitᅵ, perchᅵ il crono (:) serve in quelle
> lingue/dialetti in cui esiste il fenomeno dell'allungamento consonantico.
>

Se ho ben capito, in queste lingue non esiste la geminazione.
In altre parole, non ci sono elementi per sostenere che la "geminazione"
sia qualcosa di diverso da un semplice allungamento delle consonanti. Il
fatto che in alcune lingue questo allungamento assuma un valore
fonologico e in altre no, ᅵ un altro discorso.


> Ad esempio nel mio dialetto ᅵtuttoᅵ si dice [tot:]. C'ᅵ una consonante
> allugata, ma chiaramente ᅵ solo allugata, perchᅵ ᅵ un'unica sillaba.

Su che basi dici che ᅵ la t ᅵ allungata?
E' perchᅵ forma una coppia minima con [tot], o perchᅵ ti "suona" lunga,
o perchᅵ hai misurato la lunghezza?

Io non saprei con quali criteri misurare la lunghezza di una t a fine
parola.

> Se potessimo metterci d'accordo almeno su questo punto, poi potremmo
> vedere se per scrivere la tua lingua basti [tutto] o non sia il caso di
> arrivare addirittura a [tut:to]. Ma almeno fino a [tutto] ci potremmo
> arrivare, no? Se le doppie dell'italiano sono semplicemente [C:], allora
> tutto ciᅵ che sta in mezzo fra il totale scempiamento e le doppie
> dell'italiano sembra che non esista e non possa esistere.
>
Quindi la differenza tra [t:] e [tt] sarebbe solo una questione
quantitativa?

posi

unread,
Jul 30, 2014, 7:53:57 PM7/30/14
to
Il 30/07/14 22.56, Davide Pioggia ha scritto:
> posi ha scritto:
>
>> C'ᅵ un criterio scientifico, sperimentale, per stabilire se una
>> consonante ᅵ allungata o geminata (cioᅵ che la divisione sillabica
>> sia [mantEl-lo] e non [mantEl:-o])?
>
> La mia esperienza nel campo dell'analisi acustica ᅵ piuttosto limitata.
> Conosco degli studiosi che ci lavorano, talvolta ci siamo confrontati, e
> anch'io ho fatto delle ricerche, ma non ho mai pubblicato nulla, perchᅵ non
> mi sento pronto.
>
> Ho l'impressione che ci sarebbe un po' da discutere anche su cosa si
> possa ritenere un riscontro oggettivo.
>

Per riscontro oggettivo intendo delle misure di intensitᅵ, durata,
altezza, ecc, fatte analizzando delle registrazioni.
Fare statistiche attendibili e prendere i valori medi.



Davide Pioggia

unread,
Jul 30, 2014, 9:13:50 PM7/30/14
to
Maurizio Pistone ha scritto:

>> Se sei d'accordo, perch� vuoi scrivere [tut:o] anzich� [tutto]? Se
>> scrivi [tutto], quando vuoi sillabare non devi far altro che
>> aggiungere un trattino: [tut-to].
>
> naturalmente sappiamo tutti che l'ortografia � una ben povera immagine
> della fonetica

Non � una semplice questione ortografica. Si tratta, semmai, di definire
delle convenzioni coerenti coi propri presupposti.

Proviamo a procedere per passi:

1) Siamo d'accordo che in �tutta� ci sono sue sillabe?

Se s�, bisogna cercare di capire come sono strutturate quelle due sillabe.

2) Siamo d'accordo che in �tutta�, non c'� una semplice [t]?

Qui direi che non ci sono dubbi, perch� la semplice [t] c'� nella parola
�tuta�, e siccome sentiamo la differenza fra �tutta� e �tuta� allora la
quantit� consonantica non pu� essere la stessa. Quindi in �tutta� ci
dobbiamo mettere qualcosa di diverso dalla semplice [t], a partire da [t:]
fino a [t:t], passando per [tt].

Le risposte a queste domande sono correlate. Infatti per la divisione
sillabica ci sono diverse possibilit�:

1) Riteniamo che la prima sillaba abbia [t] come coda e che la seconda
sillaba abbia [t] come attacco?

Se � cos�, non vedo proprio perch� non definire i criteri di trascrizione
fonetica in modo tale che l'unione delle due sillabe [tut] e [ta] si possa
trascrivere [tutta]. Visto che dobbiamo definire delle convenzioni per
rappresentare la quantit�, sarebbe una inutile complicazione definire un
sistema di trascrizione tale che [tut]+[ta] non sia [tutta], ma [tut:a].

2) Riteniamo che la prima sillaba non abbia coda, e che la "t" stia tutta
nell'attacco della seconda?

Se � cos�, siccome abbiamo stabilito che almeno la quantit� dev'essere
rappresentata con [t:] (altrimenti sarebbe �tuta�, non �tutta�), dovremmo
avere la divisione sillabica [tu-t:a].

Secondo me ci sono criteri oggettivi abbastanza evidenti per respingere
questa possibilit�. Innanzi tutto l'attacco sillabico [t:] non trova
riscontro all'inizio della parola, e in secondo luogo la [u] � breve, mentre
in italiano (per lo meno in quello standard) una vocale in sillaba aperta si
alluga. In altri termini, se la seconda sillaba fosse veramente [t:a], la
prima dovrebbe essere [tu:], come la prima sillaba di �tuta�.

3) Riteniamo che la "t" stia tutta nella coda della prima sillaba?

In tal caso dovremmo avere la divisione sillabica [tut:-a].

Se siamo d'accordo fin qui, direi che la "partita" si gioca fra [tut-ta] e
[tut:-a]. Ma chiss� se siamo d'accordo.

--
Saluti.
D.




Davide Pioggia

unread,
Jul 30, 2014, 9:16:02 PM7/30/14
to
posi ha scritto:

> Gi� qui avrei qualche obiezione: possiamo dire senz'altro che ci siano
> due sillabe, ma il confine tra queste due sillabe � qualcosa di
> piuttosto arbitrario: perch� [tut-to] e non [tu-tto]?

Tu senti la differenza fra la "u" di �tutta� e quella di �tuta�?
Se dico che quella di �tuta� � pi� lunga, cio� che � [tu:-ta],
tu sei d'accordo?

--
Saluti.
D.


Una voce dalla Germania

unread,
Jul 31, 2014, 4:19:57 AM7/31/14
to
Am 31.07.2014 03:13, schrieb Davide Pioggia:
>
> 2) Siamo d'accordo che in ᅵtuttaᅵ, non c'ᅵ una semplice [t]?


Volendo mettere i trattini sulle t, certo che c'ᅵ! Come
definisci la t all'inizio di "tutta"? ;-)

Piᅵ seriamente, propongo una piccola riflessione: i tuoi
ragionamenti valgono allo stesso modo anche per la
differenza moto/motto, baco/Bacco, vero/verro e in tutti gli
altri casi, indipendentemente dal tipo di vocale precedente
(e/o aperta o chiusa), o si manifestano delle differenze?

Davide Pioggia

unread,
Jul 31, 2014, 5:18:22 AM7/31/14
to
Una voce dalla Germania ha scritto:

> Volendo mettere i trattini sulle t, certo che c'�! Come
> definisci la t all'inizio di "tutta"? ;-)

Gi�, � vero :-)

> Pi� seriamente, propongo una piccola riflessione: i tuoi
> ragionamenti valgono allo stesso modo anche per la
> differenza moto/motto, baco/Bacco, vero/verro e in tutti gli
> altri casi, indipendentemente dal tipo di vocale precedente
> (e/o aperta o chiusa), o si manifestano delle differenze?

Certo. Se decidiamo di trascrivere �moto, baco, vero� con [t, k, r], allora
in �motto, Bacco, verro� bisogner� mettere qualcosa di diverso da [t, k, r],
a partire da [t:, k:, r:] fino a [t:t, k:k, r:r]. Mi sembra che su questo
siamo tutti d'accordo.

--
Saluti.
D.



posi

unread,
Jul 31, 2014, 8:24:25 AM7/31/14
to
Il 31/07/14 03.16, Davide Pioggia ha scritto:
> posi ha scritto:
>
>> Giᅵ qui avrei qualche obiezione: possiamo dire senz'altro che ci siano
>> due sillabe, ma il confine tra queste due sillabe ᅵ qualcosa di
>> piuttosto arbitrario: perchᅵ [tut-to] e non [tu-tto]?
>
> Tu senti la differenza fra la "u" di ᅵtuttaᅵ e quella di ᅵtutaᅵ?
> Se dico che quella di ᅵtutaᅵ ᅵ piᅵ lunga, cioᅵ che ᅵ [tu:-ta],
> tu sei d'accordo?
>

Certo, su questo sᅵ.

Davide Pioggia

unread,
Jul 31, 2014, 9:20:55 AM7/31/14
to
posi ha scritto:

>> Tu senti la differenza fra la "u" di �tutta� e quella di �tuta�?
>> Se dico che quella di �tuta� � pi� lunga, cio� che � [tu:-ta],
>> tu sei d'accordo?
>
> Certo, su questo s�.

Allora forse sarai d'accordo anche sul fatto che � la presenza d'una coda
consonantica nella sillaba a mantenere breve la vocale.

Voglio dire che in �tuta� la [u] pu� allugarsi perch� si trova in sillaba
aperta, [tu: - ta], mentre in �tutta� non pu� allugarsi perch� la sillaba �
chiusa. Infatti, se provi a dire semplicemente �tut�, la [u] resta breve, e
non dici [tu:t] (diresti cos�, forse, per imitare il suono del telefono che
suona libero, ma infatti molti lo scrivono �tuut�!).

Se siamo d'accordo su questo, allora la prima sillaba di �tutta�
dev'essere caudata, cio� [tut(:)]. Ora resta da capire se la seconda
sillaba sia [tu] o [a].

--
Saluti.
D.



posi

unread,
Jul 31, 2014, 10:07:23 AM7/31/14
to
Il 31/07/14 03.13, Davide Pioggia ha scritto:
> Maurizio Pistone ha scritto:
>
>>> Se sei d'accordo, perchᅵ vuoi scrivere [tut:o] anzichᅵ [tutto]? Se
>>> scrivi [tutto], quando vuoi sillabare non devi far altro che
>>> aggiungere un trattino: [tut-to].
>>
>> naturalmente sappiamo tutti che l'ortografia ᅵ una ben povera immagine
>> della fonetica
>
> Non ᅵ una semplice questione ortografica. Si tratta, semmai, di definire
> delle convenzioni coerenti coi propri presupposti.
>
> Proviamo a procedere per passi:
>
> 1) Siamo d'accordo che in ᅵtuttaᅵ ci sono sue sillabe?
>
> Se sᅵ, bisogna cercare di capire come sono strutturate quelle due sillabe.
>
> 2) Siamo d'accordo che in ᅵtuttaᅵ, non c'ᅵ una semplice [t]?
>
> Qui direi che non ci sono dubbi, perchᅵ la semplice [t] c'ᅵ nella parola
> ᅵtutaᅵ, e siccome sentiamo la differenza fra ᅵtuttaᅵ e ᅵtutaᅵ allora la
> quantitᅵ consonantica non puᅵ essere la stessa. Quindi in ᅵtuttaᅵ ci
> dobbiamo mettere qualcosa di diverso dalla semplice [t], a partire da [t:]
> fino a [t:t], passando per [tt].
>

Che la quantitᅵ consonantica non sia la stessa ᅵ palese.
Dal momento ᅵ circa doppia, io userei tranquillamente il simbolo [:].
Se si vuole indicare una lunghezza intermedia, esiste un apposito
simbolo IPA. Mentre invece la grafia [tt] rischia di confondersi con
una ripetizione del suono anzichᅵ l'allungamento, che ᅵ una cosa
completamente diversa.

Se invece sostieni che ci siano effettivamente due t distinte, una
appartenente alla prima sillaba e una alla seconda, allora, come dicevo
nell'altro massaggio, questo punto di vista ᅵ accettabile finchᅵ
consideriamo la t, che ᅵ un'occlusiva. Ma diventa assolutamente
inaccettabile nel caso di un'affricata.

> Le risposte a queste domande sono correlate. Infatti per la divisione
> sillabica ci sono diverse possibilitᅵ:
>
> 1) Riteniamo che la prima sillaba abbia [t] come coda e che la seconda
> sillaba abbia [t] come attacco?
>
> Se ᅵ cosᅵ, non vedo proprio perchᅵ non definire i criteri di trascrizione
> fonetica in modo tale che l'unione delle due sillabe [tut] e [ta] si possa
> trascrivere [tutta]. Visto che dobbiamo definire delle convenzioni per
> rappresentare la quantitᅵ, sarebbe una inutile complicazione definire un
> sistema di trascrizione tale che [tut]+[ta] non sia [tutta], ma [tut:a].

In generale, quando si uniscono sequenze di suoni, possono avvenire
modificazioni, persino quando si tratta di parole diverse, tanto piᅵ
sillabe diverse di una stessa parola. Quindi non ᅵ affatto detto che
debba valere la proprietᅵ [A]+[B]=[AB]

>
> 2) Riteniamo che la prima sillaba non abbia coda, e che la "t" stia tutta
> nell'attacco della seconda?
>
> Se ᅵ cosᅵ, siccome abbiamo stabilito che almeno la quantitᅵ dev'essere
> rappresentata con [t:] (altrimenti sarebbe ᅵtutaᅵ, non ᅵtuttaᅵ), dovremmo
> avere la divisione sillabica [tu-t:a].
>
> Secondo me ci sono criteri oggettivi abbastanza evidenti per respingere
> questa possibilitᅵ. Innanzi tutto l'attacco sillabico [t:] non trova
> riscontro all'inizio della parola, e in secondo luogo la [u] ᅵ breve, mentre
> in italiano (per lo meno in quello standard) una vocale in sillaba aperta si
> alluga. In altri termini, se la seconda sillaba fosse veramente [t:a], la
> prima dovrebbe essere [tu:], come la prima sillaba di ᅵtutaᅵ.
>
> 3) Riteniamo che la "t" stia tutta nella coda della prima sillaba?
>
> In tal caso dovremmo avere la divisione sillabica [tut:-a].
>
> Se siamo d'accordo fin qui, direi che la "partita" si gioca fra [tut-ta] e
> [tut:-a]. Ma chissᅵ se siamo d'accordo.
>

Sono tutte ipotesi teoriche... servirebbe comunque una conferma
sperimentale, e prima ancora servirebbe una definizione "operativa" del
concetto stesso di sillaba.

Klaram

unread,
Jul 31, 2014, 11:45:51 AM7/31/14
to
Davide Pioggia ha spiegato il 30/07/2014 :
> Maurizio Pistone ha scritto:
>
>> ᅵ vero, la nostra percezione ᅵ molto soggettiva, dato che non c'ᅵ
>> opposizione tra vᅵdde e *vᅵde
>
> Puᅵ darsi che l'opposizione ci fosse un tempo, e si sia poi neutralizzata.
> Questo spiegherebbe la grafia tradizionale.

Cercando nei libri che ho qui, ho trovato dei testi di Tavio Cosio,
che con l'Autelli ᅵ uno dei maggiori prosatori piemontesi del
Novecento, mi ha colpito come scrive alcune parole con la swha (ᅵ),
tipiche della sua zona (Villafalletto CN).

Per esempio:

'mbrochᅵtavo, dove io scriverei 'mbrochᅵttavo (inchiodavano con
brᅵche, un tipo particolare di chiodi);

tirᅵtin, noi e i torinesi diremmo tirᅵtin;

crᅵpᅵ, crepare, da noi crᅵpᅵ;

gᅵmiss, gemiti;

sᅵmolin, semolino, da noi sᅵmolin;

nᅵgossiant, negoziante, da noi nᅵgossiant; ecc.

Cioᅵ son parole in cui la ᅵ diventa localmente ᅵ, e Cosio, che ᅵ
competente e molto attento alla grafia, scrive senza il raddoppiamento
della consonante che segue.
Naturalmente, le altre parole come vᅵdde, fiᅵtta, fᅵtta ecc. le scrive
col raddoppiamento.

k

Maurizio Pistone

unread,
Jul 31, 2014, 11:53:35 AM7/31/14
to
Klaram <nos...@nospam.it> wrote:

> Cercando nei libri che ho qui, ho trovato dei testi di Tavio Cosio,
> che con l'Autelli � uno dei maggiori prosatori piemontesi del
> Novecento, mi ha colpito come scrive alcune parole con la swha (�),
> tipiche della sua zona (Villafalletto CN).
>
> Per esempio:
>
> 'mbroch�tavo, dove io scriverei 'mbroch�ttavo (inchiodavano con
> br�che, un tipo particolare di chiodi);
>
> tir�tin, noi e i torinesi diremmo tir�tin;
>
> cr�p�, crepare, da noi cr�p�;
>
> g�miss, gemiti;
>
> s�molin, semolino, da noi s�molin;
>
> n�gossiant, negoziante, da noi n�gossiant; ecc.
>
> Cio� son parole in cui la � diventa localmente �, e Cosio, che �
> competente e molto attento alla grafia, scrive senza il raddoppiamento
> della consonante che segue.
> Naturalmente, le altre parole come v�dde, fi�tta, f�tta ecc. le scrive
> col raddoppiamento.

credo che ci sia differenza tra una � non accentata, come cr�p� (io
direi ch�rp�), e una � accentata, come in v�dde

Klaram

unread,
Jul 31, 2014, 12:14:42 PM7/31/14
to
Davide Pioggia scriveva il 30/07/2014 :

> Visto che tu hai dimestichezza col ligure, quando vedi quelle grafie
> riesci a farti un'idea di quale sia la ragione per cui quegli autori sentono
> il bisogno di scrivere cosᅵ, oppure per te ᅵ un mistero?

La pronuncia di queste grafie mi ᅵ chiara. Cercherᅵ di chiarire, se
sarᅵ in grado, con i testi sottomano.

k

Klaram

unread,
Jul 31, 2014, 12:21:28 PM7/31/14
to
Maurizio Pistone ci ha detto :
> Klaram <nos...@nospam.it> wrote:
>
>> Cercando nei libri che ho qui, ho trovato dei testi di Tavio Cosio,
>> che con l'Autelli ᅵ uno dei maggiori prosatori piemontesi del
>> Novecento, mi ha colpito come scrive alcune parole con la swha (ᅵ),
>> tipiche della sua zona (Villafalletto CN).
>>
>> Per esempio:
>>
>> 'mbrochᅵtavo, dove io scriverei 'mbrochᅵttavo (inchiodavano con
>> brᅵche, un tipo particolare di chiodi);
>>
>> tirᅵtin, noi e i torinesi diremmo tirᅵtin;
>>
>> crᅵpᅵ, crepare, da noi crᅵpᅵ;
>>
>> gᅵmiss, gemiti;
>>
>> sᅵmolin, semolino, da noi sᅵmolin;
>>
>> nᅵgossiant, negoziante, da noi nᅵgossiant; ecc.
>>
>> Cioᅵ son parole in cui la ᅵ diventa localmente ᅵ, e Cosio, che ᅵ
>> competente e molto attento alla grafia, scrive senza il raddoppiamento
>> della consonante che segue.
>> Naturalmente, le altre parole come vᅵdde, fiᅵtta, fᅵtta ecc. le scrive
>> col raddoppiamento.
>
> credo che ci sia differenza tra una ᅵ non accentata, come crᅵpᅵ (io
> direi chᅵrpᅵ), e una ᅵ accentata, come in vᅵdde

Ah, ᅵ vero, cambiando la ᅵ in ᅵ, quest'ultima non ᅵ piᅵ accentata.

Anch'io dico chᅵrpᅵ.

k

Dragonòt

unread,
Jul 31, 2014, 4:17:01 PM7/31/14
to
> "Klaram" wrote:
>>> Cioᅵ son parole in cui la ᅵ diventa localmente ᅵ, e Cosio, che ᅵ
>>> competente e molto attento alla grafia, scrive senza il raddoppiamento
>>> della consonante che segue.
>>> Naturalmente, le altre parole come vᅵdde, fiᅵtta, fᅵtta ecc. le scrive
>>> col raddoppiamento.
>
>> credo che ci sia differenza tra una ᅵ non accentata, come crᅵpᅵ (io
>> direi chᅵrpᅵ), e una ᅵ accentata, come in vᅵdde
>
> Ah, ᅵ vero, cambiando la ᅵ in ᅵ, quest'ultima non ᅵ piᅵ accentata.
> Anch'io dico chᅵrpᅵ.


Legandosi al discorso di Tavio Cᅵsio, segnalo che sulla Wiki-PMS ᅵ stato
scritto fin dall'inizio "Brᅵtagna", e nessuno ha mai segnalato
l'incongruenza.
Bepe

posi

unread,
Jul 31, 2014, 9:26:28 PM7/31/14
to
Il 31/07/14 15.20, Davide Pioggia ha scritto:
> posi ha scritto:
>
>>> Tu senti la differenza fra la "u" di ᅵtuttaᅵ e quella di ᅵtutaᅵ?
>>> Se dico che quella di ᅵtutaᅵ ᅵ piᅵ lunga, cioᅵ che ᅵ [tu:-ta],
>>> tu sei d'accordo?
>>
>> Certo, su questo sᅵ.
>
> Allora forse sarai d'accordo anche sul fatto che ᅵ la presenza d'una coda
> consonantica nella sillaba a mantenere breve la vocale.
>
> Voglio dire che in ᅵtutaᅵ la [u] puᅵ allugarsi perchᅵ si trova in sillaba
> aperta, [tu: - ta], mentre in ᅵtuttaᅵ non puᅵ allugarsi perchᅵ la sillaba ᅵ
> chiusa. Infatti, se provi a dire semplicemente ᅵtutᅵ, la [u] resta breve, e
> non dici [tu:t] (diresti cosᅵ, forse, per imitare il suono del telefono che
> suona libero, ma infatti molti lo scrivono ᅵtuutᅵ!).
>
> Se siamo d'accordo su questo, allora la prima sillaba di ᅵtuttaᅵ
> dev'essere caudata, cioᅵ [tut(:)]. Ora resta da capire se la seconda
> sillaba sia [tu] o [a].
>

Andiamo pure avanti, ora dimmi tu perᅵ: quante [t] senti in "tutta", e
quante [tS] senti in "cuccia"?

Davide Pioggia

unread,
Aug 1, 2014, 5:17:00 AM8/1/14
to
posi ha scritto:

> Andiamo pure avanti, ora dimmi tu per�: quante [t] senti in "tutta"

Io scrivo [tut:-ta] (per ora lasciamo stare la questione della [tS], anche
perch� io la pronuncio "alla settentrionale", ed � piuttosto diversa dalla
tua).

Per giustificare questa grafia, dovremmo incontrarci, e provare a
pronunciare la prima sillaba, �tut�. A meno che tu non abbia una buona
dimestichezza con lingue straniere come l'inglese, secondo me la
pronunceremmo in modo molto diverso. Tu probabilmente tenderesti ad
aggiungere una schwa finale, e potresti anche avere l'impressione che io non
aggiunga la [t] finale (infatti una [t] finale che non sia seguita da alcun
elemento vocalico per il tuo orecchio potrebbe risultare "troppo
silenziosa").

Una volta che ci fossimo messi d'accordo su come � fatta la sillaba �tut�,
forse potremmo concordare che io dico [tut:], e al quel punto non sarebbe
difficile rendersi conto che per dire �tutta� bisogna proprio aggiungere
[ta].

Insomma, se tu, per dire �tut�, gi� dici qualcosa come [tut-t@], senza
esserne (del tutto) consapevole, poi quando dici [tut(:)-ta] ci senti poca
differenza.

--
Saluti.
D.



Maurizio Pistone

unread,
Aug 1, 2014, 6:40:16 AM8/1/14
to
Davide Pioggia <duca_...@yahoo.com> wrote:

> Per giustificare questa grafia, dovremmo incontrarci, e provare a
> pronunciare la prima sillaba

seguo con attenzione questo tr�d, di sicuro alla fine avr� finalmente
capito che cos'� una sillaba
Message has been deleted

Davide Pioggia

unread,
Aug 1, 2014, 7:00:35 AM8/1/14
to
Maurizio Pistone ha scritto:

> seguo con attenzione questo tr�d, di sicuro alla fine avr� finalmente
> capito che cos'� una sillaba

Allora diciamo che potremmo incontrarci per provare a dire �tut� (qualunque
cosa sia), e confrontare le nostre percezioni. Una volta fatto questo
lavoro, potremmo mettere a confronto le nostre percezioni della differenza
che c'� fra �tut� e �tutta�. Ognuno dir� le sue impressioni, poi potremo
fare delle registrazioni e vedere se negli spettrogrammi salta fuori qualche
cosa che pu� corrispondere a tali percezioni. � un lavoro un po' lunghetto.

--
Saluti.
D.



Davide Pioggia

unread,
Aug 1, 2014, 7:35:10 AM8/1/14
to
Stefan Ram ha scritto:

> Riguardando la vocale precedente volevo citare:
>
> �The tendency for a V preceding a long or geminate C to
> be shorter than a corresponding V preceding a short C is
> strongly non-systematic and influenced by different
> variables (such as the type of the C, the
> lexical/prosodic context etc.).�
>
> Chiara Celata - Lidia Costamagna,
> The acquisition of Italian L2 phonology: consonant gemination

Certo, Stefan, infatti anch'io avevo scritto questo (vedi il mio messaggio
del 30/7, ore 13.54):

Nell'italiano delle regioni centrali (o meglio in quello standard) � del
tutto normale che una consonante, quando si trova in un certi contesti
prosodici (segue una vocale accentata ecc.), si allughi.

Non intendevo enunciare una regola sistematica (le cose vanno diversamente
nei dialetti romagnoli). Anche nella trascrizione di Canepari che cito,
l'allugamento non � sistematico.

Il fenomeno che stiamo descrivendo � in parte connesso con quello descritto
da Jespersen qui:
https://archive.org/details/lehrbuchderphone00jespuoft
(pag. 198, �205 e segg.)

Non � la stessa cosa, ma sappi che Sch�rr, per descrivere il meccanismo
fonetico presente nei dialetti romagnoli, prende le mosse proprio dal
concetto di _fester Anschluss_ di Jespersen.

Gi� che ci siamo ti chiedo una cosa sul tedesco. Quando voi pronunciate una
vocale breve che � connessa alla consonante seguente da un "fester
Anschluss", si pu� avere un allungamento della consonante seguente, per lo
meno in alcune parlate regionali?

--
Saluti.
D.






Klaram

unread,
Aug 1, 2014, 7:56:42 AM8/1/14
to
Dragonᅵt ha detto questo giovedᅵ :

> Legandosi al discorso di Tavio Cᅵsio, segnalo che sulla Wiki-PMS ᅵ stato
> scritto fin dall'inizio "Brᅵtagna", e nessuno ha mai segnalato
> l'incongruenza.

Noi diremmo Brᅵtagna (con la seconda a scura).

Devo approfondire, ma ho l'impressione che, oltre a problemi di dove
cada l'accento tonico, ci siano delle zone in cui pronunciano la swha
(anche tonica) senza raddoppiamento, e che Cᅵsio abbia voluto proprio
rappresentare graficamente tale pronuncia.

Un esempio tra i tanti, lui scrive sᅵmolin e io ho detto che in
torinese si dice sᅵmolin, perᅵ sono ricordata che mia nonna diceva
sᅵmmorin, con la r debole e con raddoppiamento.
Cioᅵ, quando noi trasformiamo le ᅵ in ᅵ abbiamo sempre il
raddoppiamento, come in koinᅵ, mentre ci sono varianti locali che non
sempre lo fanno

k

posi

unread,
Aug 1, 2014, 8:19:56 AM8/1/14
to
Il 01/08/14 11.17, Davide Pioggia ha scritto:
> posi ha scritto:
>
>> Andiamo pure avanti, ora dimmi tu perᅵ: quante [t] senti in "tutta"
>
> Io scrivo [tut:-ta] (per ora lasciamo stare la questione della [tS], anche
> perchᅵ io la pronuncio "alla settentrionale", ed ᅵ piuttosto diversa dalla
> tua).
>

Il suono [tS] ᅵ quello per tutti. Che poi nella mia pronuncia regionale
di "bacio" questo suono non compaia, mentre nell'italiano standard sᅵ, ᅵ
un altro discorso.
Ad ogni modo, se la [tS] puᅵ creare confusione, possiamo prendere una
qualsiasi altra affricata, come la [ts] di "piazza", che io scriverei
[pjat:sa], ma probabilmente Canepari scriverebbe [pjatstsa].


> Per giustificare questa grafia, dovremmo incontrarci, e provare a
> pronunciare la prima sillaba, ᅵtutᅵ. A meno che tu non abbia una buona
> dimestichezza con lingue straniere come l'inglese, secondo me la
> pronunceremmo in modo molto diverso. Tu probabilmente tenderesti ad
> aggiungere una schwa finale, e potresti anche avere l'impressione che io non
> aggiunga la [t] finale (infatti una [t] finale che non sia seguita da alcun
> elemento vocalico per il tuo orecchio potrebbe risultare "troppo
> silenziosa").
>

A pronunciarla nessun problema. Diciamo che senza l'aggiunta di una
schwa finale forse avrei difficoltᅵ a distinguere ad orecchio tra [tuc]
e [tut], ma non ho fatto una prova. Probabilmente con un po' di
allenamento ci potrei riuscire.
Ho invece forti dubbi sul fatto che per te o chiunque altro sia
possibile distinguere tra [tut] e [tut:] quando la sillaba ᅵ isolata, e
senza una schwa finale. Ho l'impressione che tu ti basi in realtᅵ sulla
lunghezza della [u] per inferire in maniera puramente teorica quella
della [t].

> Una volta che ci fossimo messi d'accordo su come ᅵ fatta la sillaba ᅵtutᅵ,
> forse potremmo concordare che io dico [tut:], e al quel punto non sarebbe
> difficile rendersi conto che per dire ᅵtuttaᅵ bisogna proprio aggiungere
> [ta].
>

Invece io ritengo non solo difficile, ma impossibile stabilire se la
seconda sillaba sia proprio [ta] e non [a]. Ovvero ᅵ solo una questione
di convenzioni.


Message has been deleted

posi

unread,
Aug 1, 2014, 8:30:30 AM8/1/14
to
Il 01/08/14 13.00, Davide Pioggia ha scritto:
> Maurizio Pistone ha scritto:
>
>> seguo con attenzione questo trᅵd, di sicuro alla fine avrᅵ finalmente
>> capito che cos'ᅵ una sillaba
>
> Allora diciamo che potremmo incontrarci per provare a dire ᅵtutᅵ (qualunque
> cosa sia), e confrontare le nostre percezioni. Una volta fatto questo
> lavoro, potremmo mettere a confronto le nostre percezioni della differenza
> che c'ᅵ fra ᅵtutᅵ e ᅵtuttaᅵ. Ognuno dirᅵ le sue impressioni, poi potremo
> fare delle registrazioni e vedere se negli spettrogrammi salta fuori qualche
> cosa che puᅵ corrispondere a tali percezioni. ᅵ un lavoro un po' lunghetto.
>

Fare uno studio sulle percezioni sarebbe senz'altro interessante per
vedere quanto queste siano condizionate dalla lingua che parliamo.
Ma per misurare la lunghezza di vocali e consonanti l'analisi degli
spettrogrammi ᅵ sicuramente piᅵ oggettiva, veloce, semplice, e affidabile.
Message has been deleted

Davide Pioggia

unread,
Aug 1, 2014, 11:27:42 AM8/1/14
to
Stefan Ram ha scritto:

> Nel tedesco la brevit� di una vocale pu� essere indicata da
> un raddoppiamento graphico della consonante seguente. Ma la
> consonante raddoppiata viene pronunciata tuttavia come una
> consonante semplice e breve.

Gi�. Per� il fatto che la grafia tradizionale indichi col raddoppiamento
della consonante seguente la brevit� della vocale fa pensare che forse in
passato anche nel tedesco si aveva un allungamento della consonante in quel
contesto. Perch�, altrimenti, i tuoi antenati avrebbero sentito il bisogno
di scrivere due consonanti?

Nel finlandese, dove la quantit� vocalica � del tutto indipendente da quella
consonantica (si pu� avere VVCC, VVC, VCC, VC, come in latino, ed � una
delle poche lingue al mondo ad essere cos� "libera"), hanno messo a punto
una grafia in cui le vocali lunghe sono rappresentate raddoppiando la
vocale stessa. Per i finlandesi una vocale breve � una vocale breve, e la
quantit� della consonante successiva non ha nulla a che vedere con la
brevit� della vocale.

Invece i tuoi antenati hanno espresso l'opposizione quantitativa vocalica
"trasferendola" alla consonante successiva. Devi sapere che anche molti
autori romagnoli fanno istintivamente la stessa cosa. Siccome la grafia
dell'italiano ha abituato a scrivere solo le consonanti doppie, quando
devono esprimere certe opposizioni tendono a usare, appunto, il
raddoppiamento della consonante. Il sistema funziona spesso, ma
non va bene alla fine della parola o davanti a un'altra vocale.

(Il fatto che l'opposizione si mantenga anche alla fine della parola o
davanti a un'altra vocale dimostra, se ce ne fosse bisogno, che � proprio
la quantit� vocalica a costituire il tratto oppositivo, e la variazione
della quantit� consonantica � solo un automatismo consegnete,
anche se dalla grafia pu� sembrare il contrario).

Anche i milanesi, nella loro grafia tradizionale, alla fine della parola si
sono dovuti "rassegnare" a raddoppiare la vocale, mentre davanti a
consonante (o meglio: in sillaba chiusa) se le sono cavata raddoppiando la
consonante successiva alla vocale breve. E anche qui si pone lo stesso
interrogativo: come mai tutti questi popoli, adattando alla loro lingua
l'alfabero latino, hanno espresso, istintivamente, la brevit� delle vocale
raddoppiando la consonante successiva? Io ho il sospetto che in Romagna si
siano semplicemente conservati degli automatismi che un tempo si trovavano
anche in altri dialetti settentrionali.

--
Saluti.
D.




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Una voce dalla Germania

unread,
Aug 1, 2014, 5:33:38 PM8/1/14
to
Am 01.08.2014 17:27, schrieb Davide Pioggia:
> Stefan Ram ha scritto:
>
>> Nel tedesco la brevitᅵ di una vocale puᅵ essere indicata da
>> un raddoppiamento graphico della consonante seguente. Ma la
>> consonante raddoppiata viene pronunciata tuttavia come una
>> consonante semplice e breve.
>
> Giᅵ. Perᅵ il fatto che la grafia tradizionale indichi col raddoppiamento
> della consonante seguente la brevitᅵ della vocale fa pensare che forse in
> passato anche nel tedesco si aveva un allungamento della consonante in quel
> contesto. Perchᅵ, altrimenti, i tuoi antenati avrebbero sentito il bisogno
> di scrivere due consonanti?


Premessa: le mie conoscenze dell'antico e del medio tedesco
(prima di Lutero) sono trascurabili.
Perᅵ posso dirti che nel tedesco attuale il fatto che una
vocale ᅵ breve o lunga puᅵ essere indicato in diversi modi,
in parte invariati dal Medioevo:
- raddoppiando la consonante successiva (vocale breve)
- con due consonanti diverse consecutive (vocale breve)
- raddoppiando la vocale (vocale lunga)
- con una h dopo la vocale (vocale lunga)
- con una e dopo la vocale i (vocale lunga: bieten/bitten)
- in nessun modo (la pronuncia di bis e Biss ᅵ esattamente
identica)
Non garantisco che questo elenco sia completo.

Inoltre non so come i pochi tedeschi che sapevano leggere
pronunciavano le consonanti doppie nell'anno 1000 o 1500, ma
so che oggi non hanno quasi mai nella loro lingua la
differenza tra C e C: (anche nei pochi casi discutibili come
Betttuch sento due t consecutive e non una t doppia o
allungata) e ci ho messo alcuni anni per far capire a mia
moglie che la palla con cui giocano i bambini ᅵ una cosa
diversa da una pala.

Per concludere: sicuramente sai meglio di me come mai le
quantitᅵ vocaliche si sono perse nel passaggio dal latino
alle lingue neolatine, ma in tedesco la differenza fra
vocale breve (e quindi aperta) e vocale lunga (e quindi
chiusa) ᅵ spesso l'unico modo per distinguere due parole.

Klaram

unread,
Aug 4, 2014, 12:29:42 PM8/4/14
to
Davide Pioggia scriveva il 30/07/2014 :
> Klaram ha scritto:
>
>> Anche secondo me.
>
> ᅵ possibile che da voi l'allugamento si sia perso del tutto. Anche in alcune
> zone della Romagna ormai siamo al limite della neutralizzazione. Perᅵ, se
> ben ricordo, tempo fa dicevi che gli autori di una certa zona scrivono "ggn"
> dopo le vocali brevi. Non sei stata tu a dirmi questa cosa?

Sono sicura di averlo visto, ma sul libro dove credevo che fosse (di
Toso sui dialetti dell'entroterra ligure) non l'ho trovato. Cercherᅵ
ancora su altri testi.

In compenso ce ne sono molti esempi in questo romanesco. :-)

http://it.wikisource.org/wiki/Sonetti_romaneschi/II/La_frebbe

Quando abbiamo parlato del raddoppiamento dopo la ᅵ piemontese, che in
koinᅵ c'ᅵ sempre con le consonanti semplici, avevo detto che non lo
sentivo con le consonanti doppie, come tᅵrsa, crᅵsta ecc. invece mi
sembra piᅵ evidente proprio con la gn.

Ad esempio, in g/u/rᅵgna (coriacea) lo sento bene e chiedo se lo
sentono anche gli altri parlanti piemontese.

Un conto ᅵ g/u/regna sempio, un altro ᅵ gurᅵgna, dove si sente bene la
doppia gn, e la grafia gorᅵggna, renderebbe meglio il suono.

Un altro esempio, ᅵ "a Compagna", un'antica istituzione ligure. I
liguri la pronunciano cosᅵ come ᅵ scritta, ma a me, in dialetto
genovese, verrebbe di dirla doppia: "a Compaggna".
Anche perchᅵ non ᅵ la compagna di banco, ma penso che derivi da
"compagnia" con caduta della i.

k

Davide Pioggia

unread,
Aug 4, 2014, 1:18:04 PM8/4/14
to
Klaram ha scritto:

> Sono sicura di averlo visto, ma sul libro dove credevo che fosse (di
> Toso sui dialetti dell'entroterra ligure) non l'ho trovato. Cercher�
> ancora su altri testi.

Grazie, ma non vorrei farti impazzire. Se non li trovi lascia perdere.

> In compenso ce ne sono molti esempi in questo romanesco. :-)

Ah, s�, quelli sono famosi.

Anch'io a volte scrivo il volgare latino in quel modo, soprattutto nei testi
divulgativi destinati a lettori settentrionali. Lo faccio per far vedere che
davanti a (G)GN si ha l'esito tipico di sillaba chiusa; perch� nel volgare
GN
era geminata, anche nelle regioni settentrionali. Ad esempio nei dialetti
romagnoli da GATTO s'� avuto "gat" (la A davanti a geminata si conserva,
mentre davanti a scempia no) e anche da BA(G)GNO s'� avuto "bagn".
Se il volgare lo scrivo BAGNO mi tocca spiegare tutte le volte che
bisogna pronunciarlo "alla toscana".

> Un conto � g/u/regna sempio, un altro � gur�gna, dove si sente bene la
> doppia gn, e la grafia gor�ggna, renderebbe meglio il suono.

Quindi direi che la differenza la senti bene anche tu.

Ciao, e grazzzie! :-)
D.



Valerio Vanni

unread,
Aug 4, 2014, 7:54:07 PM8/4/14
to
On Wed, 30 Jul 2014 13:54:16 +0200, "Davide Pioggia"
<duca_...@yahoo.com> wrote:

>Nell'italiano delle regioni centrali (o meglio in quello standard) � del
>tutto normale che una consonante, quando si trova in un certi contesti
>prosodici (segue una vocale accentata ecc.), si allughi. Se vai qui:
>http://venus.unive.it/canipa/pdf/HPr_03_Italian.pdf
>a pag. 147, nella _Modern neutral pronunciation_ trovi, ad esempio,
>['dZor:no, 'fOr:te, al:tro, in'nan:tsi] eccetera. Questo vale anche per le
>consonanti geminate, nel senso che la prima � allugata: [man'tEl:lo].

Intendendo un allungamento di che entit�?
Un raddoppio?

A volte ho visto marcare gli allungamenti con il puntino basso, col
significato di semicrono (un allungamento della met�).
Si totalizzerebbe una durata totale di 2,5 (o di 1,5 se segue un'altra
consonante).


--
Ci sono 10 tipi di persone al mondo: quelle che capiscono il sistema binario
e quelle che non lo capiscono.

Valerio Vanni

unread,
Aug 4, 2014, 8:40:19 PM8/4/14
to
On Thu, 31 Jul 2014 01:46:10 +0200, posi <posi...@infinito.it>
wrote:

>Gi� qui avrei qualche obiezione: possiamo dire senz'altro che ci siano
>due sillabe, ma il confine tra queste due sillabe � qualcosa di
>piuttosto arbitrario: perch� [tut-to] e non [tu-tto]?
>L'unica ragione per supporre l'esistenza di due t � il particolare
>inviluppo delle occlusive, che paradossalmente si possono sentire solo
>nella fase di attacco e di rilascio, mentre per la maggior parte della
>loro durata si ascolta solo silenzio.
>
>Prendiamo un esempio pi� semplice, con una fricativa: asso. Per
>sostenere che le sillabe siano [as-so], e quindi che ci siano due [s] e
>non una sola [s] allungata � necessario dimostrare che ci sia
>acusticamente una qualche separazione, anche solo accennata, tra queste
>due s. Almeno un lieve calo di intensit�.

Su questo mi trovo d'accordo. Nel suono ci sono una vocale, una lunga
consonante pi� o meno stabile e poi un'altra vocale.

Probabilmente le trascrizioni fonematiche prendono spunto dai casi pi�
certi, poi estendono la "regola" per analogia ai casi meno certi.

>La cosa diventa ancora pi� evidente con le affricate, per esempio la
>[tS], che hanno una fase di attacco simile ad un'occlusiva [t] e
>nettamente diversa da quella di rilascio, che invece � simile ad una
>fricativa [S], quindi diventa molto evidente la differenza tra
>un'affricata lunga (che ha una fase di attacco allungata [t:S]) e due
>affricate (dove si dovrebbero sentire distintamente i due attacchi
>separati da un rilascio [tStS]).
>Mi sembra evidente che in italiano usiamo la prima, eppure Canepari
>scrive, per esempio [fatStSo] (faccio)

Secondo me su questo bisogna distinguere fra trascrizione fonetica e
fonematica. La fonematica tiene a marcare che nella parola ci sono due
/tS/.

La fonetica, qui, � molto pi� complessa. La seconda consonante �
sicuramente una /tS/, ma come consideriamo la prima?
Una /t/? Una /tS/ senza rilascio?
C'� differenza tra le due?

Prendiamo "fatto" e "faccio". Io, se mi fermo a met� parola (sulla
"non rilasciata"), sento una differenza. Se � /tS/ sento la lingua pi�
indietro e le labbra che si protudono.
Cos� come tra "patto" e "pazzo": sento la /ts/ appena pi� avanti (o
orse � solo una pressione maggiore?).

Ma il suono non c'� ancora: se mi fermo l� (o vengo teletrasportato
;-) ) non si sa come va avanti la parola.
Consideriamo l'intenzione (la propriocezione) o il risultato (cosa si
trova effettivamente nel suono prodotto)?

E questi sono tutti aspetti che cambiano da consonante a consonante:
con le occlusive sonore, gi�, qualcosa pu� arrivare anche in fase non
rilasciata.

Io, a livello propriocettivo, sento una differenza

posi

unread,
Aug 4, 2014, 10:43:02 PM8/4/14
to
Il 05/08/14 02.40, Valerio Vanni ha scritto:
Io mi riferivo alla trascrizione fonetica, ma comunque il concetto vale
anche per quella fonematica: il principio della trascrizione fonematica
� che se non c'� opposizione si deve usare uno stesso simbolo, se c'�
opposizione si devono usare simboli diversi. Siccome in italiano abbiamo
coppie minime come "braci" e "bracci" si dovrebbe, in teoria, usare un
simbolo per /tS/ (in IPA � un unico simbolo) e un altro, diverso, per la
geminata. Se scriviamo /tStS/ sembra invece che si tratti di ripetere
due volte il fonema /tS/

> La fonetica, qui, � molto pi� complessa. La seconda consonante �
> sicuramente una /tS/, ma come consideriamo la prima?
> Una /t/? Una /tS/ senza rilascio?
> C'� differenza tra le due?
>

Potremmo considerarla una /tS/ senza rilascio, ma in questo modo stiamo
forzando notevolmente la cosa. E comunque � completamente diversa: una
/tS/ senza rilascio non � la stessa cosa di una /t/ ma sicuramente
assomiglia molto pi� a una /t/ che a una /tS/ completa!


> Prendiamo "fatto" e "faccio". Io, se mi fermo a met� parola (sulla
> "non rilasciata"), sento una differenza. Se � /tS/ sento la lingua pi�
> indietro e le labbra che si protudono.

Certamente la l'attacco di [tS] � pi� arretrato della [t] normale, ma
basta segnarlo con l'apposito diacritico (una sorta di sottolineatura
sotto la t).

> Cos� come tra "patto" e "pazzo": sento la /ts/ appena pi� avanti (o
> orse � solo una pressione maggiore?).
>

A me veramente sembra il contrario, ma comunque ci sono anche in questo
caso diacritici per indicare con precisione la posizione della lingua
nella [t].

> Ma il suono non c'� ancora: se mi fermo l� (o vengo teletrasportato
> ;-) ) non si sa come va avanti la parola.
> Consideriamo l'intenzione (la propriocezione) o il risultato (cosa si
> trova effettivamente nel suono prodotto)?
>
> E questi sono tutti aspetti che cambiano da consonante a consonante:
> con le occlusive sonore, gi�, qualcosa pu� arrivare anche in fase non
> rilasciata.
>
> Io, a livello propriocettivo, sento una differenza
>

A mio parere che ci� che si sente solo a livello propriocettivo, non
solo non ha alcun valore fonematico, ma nemmeno fonetico.
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Davide Pioggia

unread,
Aug 5, 2014, 5:07:41 AM8/5/14
to
Valerio Vanni ha scritto:

> Probabilmente le trascrizioni fonematiche prendono spunto dai casi pi�
> certi, poi estendono la "regola" per analogia ai casi meno certi.

Ammettiamo, tanto per ragionare, che sia veramente come dite, ovvero che non
vi sia un riscontro oggettivo del confine sillabico. Basta questo per
affermare, come fa posi, che �� solo una questione di convenzioni�?

Consideriamo, ad esempio, l'operazione di elevazione a potenza in
matematica. La definizione coi numeri interi positivi � ben nota:
2^3 = 2*2*2
cio�, in generale, si applica il seguente algoritmo (un loop):
n^m = moltiplichi n per s� stesso m volte

A questo punto vogliamo sapere quanto fa 2^0 o, pi� in generale, n^0.
Cosa significa �moltiplicare n per s� stesso 0 volte�? Com'� fatta una tale
procedura?

I matematici pongono:
n^0 = 1

Ebbene, quest� � �solo una convenzione�?

Se vogliamo, pu� anche essere una convenzione (in fondo ogni definizione
� "convenzionale"), ma � una convenzione che "serve", e il fatto che una
certa convenzione "serva", mentre altre no, � un fatto oggettivo.

Ad esempio questa convenzione "serve" a generalizzare la seguente regola:
n^p / n^q = n^(p-q)

Infatti abbiamo il seguente caso particolare:
n^p / n^p = 1
e, se non avessimo definito n^0=1, ora non potremmo applicare la nostra
regola.

Tornando al nostro caso, � un fatto oggettivo che nelle sillabe caudate
(come "bis, tic tac, zig zag") la vocale accentata resta generalmente pi�
breve (con tutte le riserve che vogliamo legate al contesto prosodico, ma la
tendenza � quella), mentre in parole come "casa" la vocale accentata tende
ad allungarsi.

Allora, se � cos� (e anche posi diceva di riconoscere questo come fatto
oggettivo), se dico che in "casa" la "s" appartiene alla seconda sillaba, e
invece in "cassa" c'� un prima sillaba caudata che ha "s" come coda,
non � comunque �solo una convenzione�. Se proprio la si vuole considerare
una convenzione, � l'avverbio �solo� che non risconosce le basi oggettive.

Questo, dicevo, volendo ammettere che non ci sia un riscontro oggettivo
alla suddivisione sillabica.

Ma � vero che non ci sono dei riscontri oggettivi?

Prendiamo dei bambini piccoli e spieghiamo solo cos'� una sillaba, facendo
loro degli esempi e confidando sulla loro capacit� di astrazione. Possiamo
aiutarci col canto eccetera. Come dicevo, non forniamo alcuna definizione
astratta (e nemmeno "operativa"), ma ci limitiamo ad affidarci alla loro
capacit� di astrazione a partire da un numero limitato di esempi concreti.

Quando ci sembra che i bambini abbiano "afferrato il concetto", li mettiamo
in stanze separate e chiediamo loro di sillabare una frase che non hanno mai
letto prima.

Se i bambini "hanno capito", quando escono dalle loro stanze avranno
sillabato nello stesso modo almeno nel 90% dei casi, e forse anche pi�
(magari non saranno tutti d'accordo su come sillabare "basta", anche se io
credo che la sillabazione "ba-sta", che alcuni affermano di percepire come
pi� naturale, sia indotta dal condizionamento scolastico).

Ora, se quei bambini escono tutti col 90% delle sillabazioni uguali, questo
sar� pure un fatto oggettivo, no?

Un'opinione � un'opinione, ma una prestazione � un fatto oggettivo.
Se io dico di poter saltare a un'altezza di tre metri e tu dici che non �
possibile, siamo nel campo delle opinioni. Ma se io dico di poter saltare
tre metri e salto tre metri, tu ti ritrovi a dover spiegare un fatto
oggettivo (una mia prestazione) che ritenevi impossibile. Ed esistono anche
le "prestazioni di gruppo", che vengono fornite da una comunit� per il
semplice fatto di poter costuituire una comunit�. Ebbene, noi qui ci
troviamo di fronte al fatto oggettivo dell'esistenza di una comunit� di
bambini che possono superare il test che dicevo.

Se uno dicesse, a noi due, che i calcoli matematici sono solo fintamente
oggettivi, e che in realt� vengono fatti in modo del tutto arbitrario, noi
due potremmo chiedere di essere chiusi in stanze separate con lo stesso
problema matematico, e usciremmo con la stessa soluzione.

A questo punto colui che sostenesse che non c'� nulla di oggettivo nella
matematica dovrebbe trovare una spiegazione per quel fatto oggettivo.
Magari potrebbe dire che ci siamo messi d'accordo prima, che abbiamo
stabilito alcuni calcoli da fare, qualunque fosse il problema, e che ci
siamo
limitati a scrivere dei passaggi che avevamo imparato a memoria, senza
nemmeno leggere il testo del problema. Ma, come puoi immaginare, noi
potremmo organizzare facilmente degli "esperimenti" tali da superare anche
quest'ipotesi.

--
Saluti.
D.




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Davide Pioggia

unread,
Aug 5, 2014, 5:35:55 AM8/5/14
to
Valerio Vanni ha scritto:

> Prendiamo "fatto" e "faccio". Io, se mi fermo a met� parola (sulla
> "non rilasciata"), sento una differenza. Se � /tS/ sento la lingua pi�
> indietro e le labbra che si protudono.

Ma certo che � cos�. Magari la protrusione labiale non � la stessa per tutti
(varia da regione a regione), ma non conosco nessuno che attacca [t] e [tS]
puntando la lingua esattamente nello stesso punto.

> Cos� come tra "patto" e "pazzo": sento la /ts/ appena pi� avanti (o
> orse � solo una pressione maggiore?).

Qui la faccenda � un po' pi� complicata. Nelle regioni settentrionali non
abbiamo una vera e propria affricata, ma pronunciamo piuttosto la seguenza.
Io, ad esempio, pronuncio la sequenza, con l'unica particolarit� che la
seconda non � una vera e propria [s], ma una [th] (non � solcata). Quindi
l'attacco per me � certamente lo stesso.

Ma anche per te dubito che ci sia veramente una differenza nella posizione
dell'attacco.

Il fatto centrale della questione � che un'affricata non � una sequenza. Io,
che non riesco a pronunciare l'affricata [ts], sento bene la differenza,
perch� i toscani e i romani pronunciano "una sola consonante" dove io
pronuncio la sequenza. Per cui mi fa specie sentire un toscano o un romano
sostenere che egli pronuncia [ts] cominciando col pronunciare una [t].
Sono io che faccio questo, non loro.

Questa cosa, peraltro, mi capita spesso con i dialetti romagnoli. Ci sono
alcune vocali di alcuni dialetti romagnoli che io non so pronunciare. Ora, i
diretti interessati possono pensare che una certa "e" sia uguale a tutte le
altre "e" (alcuni dialetti ne hanno fino a 5), ma io non potrei sbagliarmi
nemmeno se fossi mezzo sordo, perch� fra quelle "e" ce ne pu� essere una che
io non so pronunciare, e questo � un fatto dannatamente oggettivo. Mi �
capitato, tempo fa, di avere delle discussioni con un autore/parlante, che
si sono protratte per diversi giorni, e quando si parlava delle vocali del
suo dialetto, io pronunciavo quelle che sapevo pronunciare bene, mentre alla
"e" che non sapevo pronunciare mi riferivo dicendo appunto �quella "e" che
non so pronunciare�, chiedendo ogni volta a lui di pronunciare la parola.
Dopo un po' di questa tiritera, lui ha capito qual era la vocale che non
sapevo pronunciare, e si � ritrovato che sapeva indovinare senza fallo quali
erano le parole che io non potevo pronunciare. A questo punto aveva capito
la differenza fra quella "e" e tutte le altre!

--
Saluti.
D.




Davide Pioggia

unread,
Aug 5, 2014, 5:38:32 AM8/5/14
to
Stefan Ram ha scritto:

> Ma in �2��, � veramente vero che in
> 2�2
> si ha moltiplicato 2 � per s� stesso /due/ volte �?

S�, non mi sono espresso molto bene.
Comunque vedo che ci siamo capiti :-)

--
Saluti.
D.


Maurizio Pistone

unread,
Aug 5, 2014, 6:57:00 AM8/5/14
to
Davide Pioggia <duca_...@yahoo.com> wrote:

> Prendiamo dei bambini piccoli e spieghiamo solo cos'� una sillaba, facendo
> loro degli esempi e confidando sulla loro capacit� di astrazione. Possiamo
> aiutarci col canto eccetera

questo del canto � l'esempio chiave, perch� fa riferimento non a
definizioni astratte di che cos'� una vocale, cos'� una consonante ecc.
o a prove strumentali che pi� sono analitiche pi� sono lontane dalla
nostra esperienza (le nostre orecchie non sono dei campionatori, e i
nostri occhi non sono degli spettrometri)

cos� come nell'analisi dei singoli suoni quello che conta � il "fonema",
cio� non il suono fisico rilevabile strumentalmente, ma quell'insieme di
caratteri che all'interno di una ciascuna lingua si considerano
"distintivi" (per cui pu� capitare, per esempio, che i tratti per cui
noi italiani distinguiamo la b dalla p non siano gli stessi per cui le
distinguono gli anglofoni), allora io direi che "� sillaba quell'unit�
che ogni lingua considera come tale"; una scansione sillabica come
quella che si fa nel canto � l'argomento principe

(Quante sillabe ha Trtst? quante sillabe ha "provincia"?)

Maurizio Pistone

unread,
Aug 5, 2014, 6:57:00 AM8/5/14
to
Stefan Ram <r...@zedat.fu-berlin.de> wrote:

> Ma in �2"�, � veramente vero che in
>
> 2�2

e in 2^4,5?

oppure 2^pigreco? (non ho il simbolino)

eppure sono espressioni perfettamente lecite in matematica, e dal
significato univoco

Maurizio Pistone

unread,
Aug 5, 2014, 6:56:59 AM8/5/14
to
Davide Pioggia <duca_...@yahoo.com> wrote:

> magari non saranno tutti d'accordo su come sillabare "basta", anche se io
> credo che la sillabazione "ba-sta", che alcuni affermano di percepire come
> pi� naturale, sia indotta dal condizionamento scolastico

la divisione ba-sta discende da una regoletta ortografica pratica delle
maestre elementari:

"nella divisone in sillabe vanno insieme le consonanti che possiamo
trovare in inizio di parola"

quindi poich� estistono parole che iniziano con st- e con str-, quella
combinazione pu� essere scelta come inizio di sillaba: a-stu-to,
di-strat-to

invece in italiano non ci sono parole che iniziano con rc-, quindi
ar-co; cos� al-to, cam-po, con-to

la regola entra in crisi quando si tratta di sillabare parole di orgine
non italiana: amnesia? (da mnemo-); aptero?

posi

unread,
Aug 5, 2014, 7:00:39 AM8/5/14
to
Il 05/08/14 10.31, Stefan Ram ha scritto:
> Supersedes: <tS-20140...@ram.dialup.fu-berlin.de>
> ["un"->"una"]
>
> posi <posi...@infinito.it> writes:
>> Il 05/08/14 02.40, Valerio Vanni ha scritto:
>> Io mi riferivo alla trascrizione fonetica, ma comunque il concetto vale
>> anche per quella fonematica: il principio della trascrizione fonematica
>> � che se non c'� opposizione si deve usare uno stesso simbolo, se c'�
>> opposizione si devono usare simboli diversi. Siccome in italiano abbiamo
>> coppie minime come "braci" e "bracci" si dovrebbe, in teoria, usare un
>> simbolo per /tS/ (in IPA � un unico simbolo) e un altro, diverso, per la
>> geminata. Se scriviamo /tStS/ sembra invece che si tratti di ripetere
>> due volte il fonema /tS/
>
> Anch'io ritengo � tStS � un solo simbolo e � tS � un altro
> simbolo diverso; non ritengo � tStS � una seguenza di due � tS �.
>

S�, ma non � prevista in nessun modo, nemmeno in IPA, la possibilit� di
indicare che le die tS debbano essere interpretare come un singolo
simbolo/fonema.


Davide Pioggia

unread,
Aug 5, 2014, 7:03:35 AM8/5/14
to
Maurizio Pistone ha scritto:

> la divisione ba-sta discende da una regoletta ortografica pratica
> delle maestre elementari:

Io ritengo che la divisione naturale sia "bas-ta", e che la divisione
"ba-sta" derivi solo dalle regolette. Per quel che mi riguarda, alle
elementari mi sbagliavo sempre, e tutt'ora per non sbagliare mi devo
ricordare che la regola � l'opposto di quello che mi viene naturale.

Tuttavia hanno fatto delle indagini dalle quali emerge che per molti
italiani (mi pare circa la met� del campione) sarebbe pi� naturale "ba-sta".
Io ritengo che questo sia dovuto a un condizionamento scolastico, ma la loro
percezione vale quanto la mia, per cui prendo atto che questo � un caso in
cui la "prestazione oggettiva di gruppo" fallisce.

--
Saluti.
D.



Maurizio Pistone

unread,
Aug 5, 2014, 7:09:44 AM8/5/14
to
Davide Pioggia <duca_...@yahoo.com> wrote:

> > la divisione ba-sta discende da una regoletta ortografica pratica
> > delle maestre elementari:
>
> Io ritengo che la divisione naturale sia "bas-ta", e che la divisione
> "ba-sta" derivi solo dalle regolette

infatti, � una regoletta ortografica, come quella che dice che devi
mettere l'acca in io ho tu hai egli ha ma non in noi abbiamo voi avete

effettivamente poi, le regolette ortografiche hanno una loro retroazione
sulla pronuncia, direi pi� in generale sulla percezione consapevole
della lingua; tutti sanno che si dice stazione e non stassione, perch�
cos� � scritto; ma vai a chiedere agli italiani se la o di stazione �
aperta o chiusa, met� sgraneranno gli occhi di fronte ad una domanda per
loro incomprensibile, l'altra met� (ad essere ottimisti) ti daranno una
risposta variabile, spesso in modo puramente casuale
Message has been deleted

posi

unread,
Aug 5, 2014, 8:00:10 AM8/5/14
to
Il 05/08/14 11.07, Davide Pioggia ha scritto:

> Ebbene, questᅵ ᅵ ᅵsolo una convenzioneᅵ?
>
> Se vogliamo, puᅵ anche essere una convenzione (in fondo ogni definizione
> ᅵ "convenzionale"), ma ᅵ una convenzione che "serve", e il fatto che una
> certa convenzione "serva", mentre altre no, ᅵ un fatto oggettivo.
>

Ti faccio un esempio: l'insieme dei suoni che produciamo parlando ᅵ
infinito. Dividerlo in un insieme discreto e finito di fonemi ᅵ una
convenzione, diversa per ciascuna lingua.
Questa convenzione ᅵ indispensabile per l'esistenza stessa di una
lingua. Senza un insieme ben definito di fonemi non potrebbe esistere
una lingua parlata, cosᅵ come senza un insieme ben definito di caratteri
non esisterebbe la lingua scritta.
La divisione in sillabe ᅵ altrettanto utile?


>
> Tornando al nostro caso, ᅵ un fatto oggettivo che nelle sillabe caudate
> (come "bis, tic tac, zig zag") la vocale accentata resta generalmente piᅵ
> breve (con tutte le riserve che vogliamo legate al contesto prosodico, ma la
> tendenza ᅵ quella), mentre in parole come "casa" la vocale accentata tende
> ad allungarsi.
>

Ma se prima non mi dai una definizione oggettiva di sillaba, come fai a
dire che ᅵ un fatto "oggettivo" che le sillabe caudate abbiano una certa
proprietᅵ?

Dovresti partire con una definizione, poi possiamo parlare delle
eventuali proprietᅵ, poi analizzare e giustificare le eventuali
eccezioni. Infine dobbiamo vedere se queste proprietᅵ valgono per tutte
le lingue (compreso il finlandese).

Io non ho ancora capito se la divisione in sillabe ᅵ da considerarsi una
questione *fonetica* o *fonematica*.
Nel primo caso i criteri di divisione in sillabe dovrebbero essere di di
validitᅵ universale, a prescindere dalla lingua. Nel secondo caso invece
mi aspetterei la presenza di coppie minime, cioᅵ parole che hanno un
significato diverso a seconda di come siano divise in sillabe.

Da quello che mi sembra, al massimo si riesce a definire in maniera
univoca il numero di sillabe, ma non il modo in cui sono divise.


>
> Ma ᅵ vero che non ci sono dei riscontri oggettivi?
>
> Prendiamo dei bambini piccoli e spieghiamo solo cos'ᅵ una sillaba, facendo
> loro degli esempi e confidando sulla loro capacitᅵ di astrazione. Possiamo
> aiutarci col canto eccetera. Come dicevo, non forniamo alcuna definizione
> astratta (e nemmeno "operativa"), ma ci limitiamo ad affidarci alla loro
> capacitᅵ di astrazione a partire da un numero limitato di esempi concreti.
>
> Quando ci sembra che i bambini abbiano "afferrato il concetto", li mettiamo
> in stanze separate e chiediamo loro di sillabare una frase che non hanno mai
> letto prima.
>
> Se i bambini "hanno capito", quando escono dalle loro stanze avranno
> sillabato nello stesso modo almeno nel 90% dei casi, e forse anche piᅵ
> (magari non saranno tutti d'accordo su come sillabare "basta", anche se io
> credo che la sillabazione "ba-sta", che alcuni affermano di percepire come
> piᅵ naturale, sia indotta dal condizionamento scolastico).
>
> Ora, se quei bambini escono tutti col 90% delle sillabazioni uguali, questo
> sarᅵ pure un fatto oggettivo, no?
>

Come esperimento puᅵ andar bene, ma perchᅵ sia ben fatto ᅵ necessario
fare attenzione ad alcuni punti:

- ᅵ fondamentale che i bambini siano *tutti* in etᅵ pre-scolastica e
comunque non siano stati esposti alle presunte "regole di sillabazione".
- nelle frasi che gli viene chiesto di sillabare non deve essere
presente nessuna delle sequenze di sillabe contenute negli esempi.


E' stato fatto un esperimento del genere?


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Davide Pioggia

unread,
Aug 5, 2014, 9:27:26 AM8/5/14
to
posi ha scritto:

> Ti faccio un esempio: l'insieme dei suoni che produciamo parlando �
> infinito. Dividerlo in un insieme discreto e finito di fonemi � una
> convenzione, diversa per ciascuna lingua.

Non sono d'accordo col tuo uso di "convenzione".

� vero che la suddivisione cambia da lingua a lingua, e che in Asia ci sono
delle lingue in cui [r] e [l] sono allofoni, ma tu ed io, che siamo di
madrelingua italiana, sentiamo benissimo l'opposizione fra /r/ e /l/, tant'�
che tu sai bene se sto dicendo �cara� o �cala�, e questo � un fatto
oggettivo. Tu ed io non possiamo decidere, "convenzionalmente", che in
italiano [r] e [l] sono allofoni per l'italiano.

> Ma se prima non mi dai una definizione oggettiva di sillaba

La sillaba � quella cosa su cui si trovano d'accordo il 90% dei bambini
canterini quando vengano chiusi in stanze separate a sillabare, dopo aver
mostrato loro un numero finito di esempi concreti di sillabazione e facendo
affidamento sulla loro capacit� di astrazione.

La "definizione operativa" � fatta cos�:

1) si prendano una cinquantina di bambini canterini;

2) si mostrino loro alcuni esempi, dicendo loro che quella cosa l�,
qualunque cosa sia, si chiama "sillabazione" (per ora abbiamo solo un nome,
non una definizione; e comunque se non vuoi usare il nome in anticicipo
chiamala provvisoriamente in un altro modo - anche, se vuoi "quella cosa che
ho fatto io", tanto capiscono al volo, perch� per loro fortuna non hanno
letto Aristotele);

3) si chudano i bambini eccetera eccetera

Fatto tutto ci�, si scopre che il 90% dei bambini sono d'accordo
nell'individuare i segmenti.

Questo � un fatto, una scoperta, come la scoperta che due gravi si attirano
con una forza che � inversamente proporzionale al quadrato della distanza.

A questo punto sfruttiamo questa scoperta per definire la "sillaba": � quel
segmento su cui si trovano d'accordo il 90% dei bambini canterini quando si
proceda *operativamente* nel modo descritto qui sopra.

Analogamente, se uno ci sfidasse a dimostrare che esiste la lingua italiana,
potremmo fare cos�:

1) gli dimostriamo, con esperimenti in stanze separate, che tu ed io siamo
in grado di intenderci (e questo � un fatto);

2) per definizione chiamiamo "italiano" il codice verbale che ci consente di
intenderci.

Una bella definizione operativa, basata su una prestazione (che non �
un'opinione, n� una "convenzione").

> Dovresti partire con una definizione, poi possiamo parlare delle
> eventuali propriet�

Gi� che ci sei, prova a darmi una bella definizione rigorosa di "punto" e
"retta". Tieni presente che per Aristotele non si pu� aprire bocca se prima
non si sono definiti gli "elementi". Quindi se vuoi venirmi a dire che la
geometria � una scienza esatta mi devi definire il punto senza nominare le
rette (e tanto meno le curve), e solo dopo aver definito il punto puoi
nominare le rette. Auguri eh :-)

> Come esperimento pu� andar bene, ma perch� sia ben fatto � necessario
> fare attenzione ad alcuni punti:
>
> - � fondamentale che i bambini siano *tutti* in et� pre-scolastica e
> comunque non siano stati esposti alle presunte "regole di
> sillabazione". - nelle frasi che gli viene chiesto di sillabare non
> deve essere presente nessuna delle sequenze di sillabe contenute
> negli esempi.
> E' stato fatto un esperimento del genere?

Tu sai bene che lo potrebbero superare. L'abbiamo fatto tutti nei primi anni
di scuola. Il maestro mi ha fatto qualche esempio (una decina? forse
venti?), e da quel momento sapevo benissimo come fare per andare a capo,
anche in centinaia di parole che non avevo mai visto prima (a parte "basta",
che mi veniva sempre corretta).

--
Saluti.
D.





Davide Pioggia

unread,
Aug 5, 2014, 9:37:32 AM8/5/14
to
Stefan Ram ha scritto:

> E tutti i manuali di lingua italiana per tedeschi dicono che
> l'italiano si pronuncia come si scrive. Non hanno mai sentito
> dell'ortoepia! Mi sembra che nella terminazione � -one �
> la � o � � sempre chiuso.

In torinese non esiste l'opposizione fra [o] e [O], e il repertorio
fonologico dell'italiano regionale solitamente coincide con quello del
dialetto del luogo. Questo vale anche per le persone che non conoscono il
dialetto. Anzi, vale anche di pi� per le persone che non conscono il
dialetto. Tempo fa discutevo con dei ragazzi romagnoli piuttosto giovani,
che non solo non lo parlavano, ma addirittura faticavano a capirlo. Per
provocarli ho detto loro che non era vero che non sapevano parlare il
dialetto, visto che stavano usando una lingua che morfologicamente e
sintatticamente era (quasi) uguale all'italiano, ma foneticamente era
proprio il dialetto della loro citt�, per di pi� fermo alla met� del XIX
secolo, quando i loro bisnonni avevano imparato a parlare "italiano".
Siccome non ci credevano, li ho sfidati a ripetere qualche frase in italiano
standard (*). Non ci sono assolutamente riusciti. C'� voluto un quarto d'ora
solo per fargli sentire la differenza.

(*) Che poi anch'io non supererei un severo esame di ortoepia, ma siccome
sono ben consapevole della differenza, so cosa devo (o dovrei) fare per
"correggermi".

--
Saluti.
D.



Message has been deleted

Davide Pioggia

unread,
Aug 5, 2014, 10:23:59 AM8/5/14
to
Stefan Ram ha scritto:

> I concetti primitivi di un sistema assiomatico
> possono essere definiti anche � implicitamente �.

Certo, e anch'io in fondo sto facendo qualcosa di simile.
Dico che la sillaba, qualunque cosa sia, � una cosa che ha certe propriet�,
e
descrivo tali propriet� oggettive per mezzo delle prestazioni dei bambini
canterini.

--
Saluti.
D.



posi

unread,
Aug 5, 2014, 10:40:56 AM8/5/14
to
Il 05/08/14 15.27, Davide Pioggia ha scritto:
> posi ha scritto:
>
>> Ti faccio un esempio: l'insieme dei suoni che produciamo parlando ᅵ
>> infinito. Dividerlo in un insieme discreto e finito di fonemi ᅵ una
>> convenzione, diversa per ciascuna lingua.
>
> Non sono d'accordo col tuo uso di "convenzione".
>
> ᅵ vero che la suddivisione cambia da lingua a lingua, e che in Asia ci sono
> delle lingue in cui [r] e [l] sono allofoni, ma tu ed io, che siamo di
> madrelingua italiana, sentiamo benissimo l'opposizione fra /r/ e /l/, tant'ᅵ
> che tu sai bene se sto dicendo ᅵcaraᅵ o ᅵcalaᅵ, e questo ᅵ un fatto
> oggettivo. Tu ed io non possiamo decidere, "convenzionalmente", che in
> italiano [r] e [l] sono allofoni per l'italiano.
>

I suoni [r] e [l] sono oggettivamente diversi. La convenzione semmai ᅵ
quella, per la lingua cinese, di *non* sentire queste differenze e
fingere che siano uguali.

Cosᅵ come noi "fingiamo" che la /n/ di /anta/ sia uguale alla /n/ /anca/
pur non essendo, oggettivamente, cosᅵ.
Sono convenzioni indispensabili per parlare una lingua, perchᅵ se ogni
volta che parliamo dovessimo fare attenzione a queste infinite (ma
inutili) sfumature non riusciremmo mai a comunicare.

In base al principio di economia, il numero di fonemi deve essere piᅵ
basso possibile, quindi, a meno che non sia indispensabile (cioᅵ non ci
sia la presenza di coppie minime) si evita l'introduzione di nuovi fonemi.


>
> Giᅵ che ci sei, prova a darmi una bella definizione rigorosa di "punto" e
> "retta". Tieni presente che per Aristotele non si puᅵ aprire bocca se prima
> non si sono definiti gli "elementi". Quindi se vuoi venirmi a dire che la
> geometria ᅵ una scienza esatta mi devi definire il punto senza nominare le
> rette (e tanto meno le curve), e solo dopo aver definito il punto puoi
> nominare le rette. Auguri eh :-)
>

Non ᅵ che non possano esistere concetti primitivi (cioᅵ non dotati di
definizione) o assiomi (affermazioni non dimostrate). L'importante ᅵ
elencarli in maniera molto chiara fin dall'inizio e specificarne una
volta per tutte le proprietᅵ.
Senza il concetto di punto o di retta, la geometria non potrebbe esistere.

Senza il concetto di sillaba, non ho ancora trovato una sola coppia
minima che sarebbe impossibile da discriminare.

>> Come esperimento puᅵ andar bene, ma perchᅵ sia ben fatto ᅵ necessario
>> fare attenzione ad alcuni punti:
>>
>> - ᅵ fondamentale che i bambini siano *tutti* in etᅵ pre-scolastica e
>> comunque non siano stati esposti alle presunte "regole di
>> sillabazione". - nelle frasi che gli viene chiesto di sillabare non
>> deve essere presente nessuna delle sequenze di sillabe contenute
>> negli esempi.
>> E' stato fatto un esperimento del genere?
>
> Tu sai bene che lo potrebbero superare. L'abbiamo fatto tutti nei primi anni
> di scuola. Il maestro mi ha fatto qualche esempio (una decina? forse
> venti?), e da quel momento sapevo benissimo come fare per andare a capo,
> anche in centinaia di parole che non avevo mai visto prima (a parte "basta",
> che mi veniva sempre corretta).
>
Pensa un po' che invece io sbagliavo sempre le doppie, perchᅵ la [tt] di
[tutto] per me era un suono unico, pur essendo rappresentata con due
lettere, quindi era inconcepibile separarle.


Davide Pioggia

unread,
Aug 5, 2014, 11:04:45 AM8/5/14
to
posi ha scritto:

> I suoni [r] e [l] sono oggettivamente diversi. La convenzione semmai �
> quella, per la lingua cinese, di *non* sentire queste differenze e
> fingere che siano uguali.

Anche [n] (alveolare) e [N] (velare) sono mostruosamente diverse (tant'�
che per in inglese c'� una bella differenza fra [sIn] e [sIN]), ma la
maggior parte degli italiani non � in grado di sentire la differenza.

> Cos� come noi "fingiamo" che la /n/ di /anta/ sia uguale alla /n/
> /anca/ pur non essendo, oggettivamente, cos�.

Non � che "fingiamo", ma � proprio che non sentiamo la differenza. Pochi
italiani cresciuti nelle regioni centrali sono in grado di dire, ad esempio,
se un emiliano-romagnolo stia pronciando [n] o [N]. Alcuni hanno imparato
"a memoria" che davanti a una consonante velare di solito c'� [N], ma nei
dialetti emiliano-romagnoli ci pu� essere [N] anche davanti alle consonanti
anteriori, e in posizione finale ci pu� essere [n] o [N]. In alcuni dialetti
emiliani si trova anche la sequenza [Nn], nei dialetti piemontesi si pu�
trovare [N] anche davanti a vocale eccetera eccetera. Se sottopongo qualche
decina di queste parole a un toscano che non abbia competenze ben superiori
a quelle che gli provengono dalla sua lingua madre, brancola nel buio.

Il fatto concreto che molti italiani non sentano la differenza fra [n] e
[N] dimostra oggettivamente che per la lingua italiana quelli sono due
allofoni. � un fatto, non una "convenzione".

> Sono convenzioni indispensabili per parlare una lingua, perch� se ogni
> volta che parliamo dovessimo fare attenzione a queste infinite (ma
> inutili) sfumature non riusciremmo mai a comunicare.

Come mai allora un inglese "fa attenzione" alla differenza fra [sIn] e
[sIN]? Guarda che "fa attenzione" anche un bambino inglese di quattro anni,
che non sa nulla di fonemi e allofoni.

> In base al principio di economia, il numero di fonemi deve essere pi�
> basso possibile, quindi, a meno che non sia indispensabile (cio� non
> ci sia la presenza di coppie minime) si evita l'introduzione di nuovi
> fonemi.

Ma questo "principio di economia" secondo te si applica solo ai nostri studi
di fonetica, o vale anche per il cervello di un bambino di quattro anni che
sta imparando a parlare l'italiano? Perch� se vale anche per i bambini di
quattro anni � qualcosa di pi� d'una "convenzione"?

> Pensa un po' che invece io sbagliavo sempre le doppie, perch� la [tt]
> di [tutto] per me era un suono unico, pur essendo rappresentata con
> due lettere, quindi era inconcepibile separarle.

Dovendo mandare a capo un pezzo di �tutto�,
tu scrivevi �tutt-o� o �tu-tto�?

Posso sapere di dove sei?

--
Saluti.
D.



posi

unread,
Aug 5, 2014, 12:23:36 PM8/5/14
to
Il 05/08/14 17.04, Davide Pioggia ha scritto:
> posi ha scritto:
>
>> I suoni [r] e [l] sono oggettivamente diversi. La convenzione semmai ᅵ
>> quella, per la lingua cinese, di *non* sentire queste differenze e
>> fingere che siano uguali.
>
> Anche [n] (alveolare) e [N] (velare) sono mostruosamente diverse (tant'ᅵ
> che per in inglese c'ᅵ una bella differenza fra [sIn] e [sIN]), ma la
> maggior parte degli italiani non ᅵ in grado di sentire la differenza.
>
>> Cosᅵ come noi "fingiamo" che la /n/ di /anta/ sia uguale alla /n/
>> /anca/ pur non essendo, oggettivamente, cosᅵ.
>
> Non ᅵ che "fingiamo", ma ᅵ proprio che non sentiamo la differenza.

Se non la sentiamo non ᅵ perchᅵ abbiamo qualche limitazione a livello di
udito, ma perchᅵ da piccoli abbiamo *imparato* a non sentirla, e una
volta superata l'etᅵ di quattro o cinque anni diventa molto difficile
riuscire a disimparare questa cosa.
Ovviamente con un certo sforzo di concentrazione possiamo riuscire a
distinguerli, ma non lo facciamo in maniera istintiva.
Gran parte dell'apprendimento consiste nell'imparare a *confondere* piᅵ
che imparare a *distinguere*.

> Pochi
> italiani cresciuti nelle regioni centrali sono in grado di dire, ad esempio,
> se un emiliano-romagnolo stia pronciando [n] o [N]. Alcuni hanno imparato
> "a memoria" che davanti a una consonante velare di solito c'ᅵ [N], ma nei
> dialetti emiliano-romagnoli ci puᅵ essere [N] anche davanti alle consonanti
> anteriori, e in posizione finale ci puᅵ essere [n] o [N]. In alcuni dialetti
> emiliani si trova anche la sequenza [Nn], nei dialetti piemontesi si puᅵ
> trovare [N] anche davanti a vocale eccetera eccetera.Se sottopongo qualche
> decina di queste parole a un toscano che non abbia competenze ben superiori
> a quelle che gli provengono dalla sua lingua madre, brancola nel buio.
>
Se per gli emiliani non ᅵ cosᅵ, vuol dire che probabilmente nei dialetti
emiliani questa distinzione ha un valore fonologico. Ci sono coppie minime?

> Il fatto concreto che molti italiani non sentano la differenza fra [n] e
> [N] dimostra oggettivamente che per la lingua italiana quelli sono due
> allofoni. ᅵ un fatto, non una "convenzione".
>

Non la sentono perchᅵ hanno imparato a non sentirla, non certo per
qualcosa di innato.

>> Sono convenzioni indispensabili per parlare una lingua, perchᅵ se ogni
>> volta che parliamo dovessimo fare attenzione a queste infinite (ma
>> inutili) sfumature non riusciremmo mai a comunicare.
>
> Come mai allora un inglese "fa attenzione" alla differenza fra [sIn] e
> [sIN]? Guarda che "fa attenzione" anche un bambino inglese di quattro anni,
> che non sa nulla di fonemi e allofoni.
>

Perchᅵ nella lingua inglese c'ᅵ opposizione tra [n] e [N].
Anche se nessuno glielo spiega esplicitamente, al bambino sarᅵ capitato
di sentire le parole "sing" e "sin" e accorgersi dal contesto che sono
parole diverse, con significati completamente diversi (tieni presente
che i bambini ascoltano molto, anche quando ancora non parlano).
Dal momento che la [s] e la [i] sono le stesse, deducono che la
differenza tra [n] e [N] (che ovviamente sentono, perchᅵ non sono sordi)
ᅵ significativa.

Al tempo stesso si rendono conto che le invece le differenze tra la
lunghezza delle consonanti non sono significative, e quindi imparano ad
ignorarla. Lo stesso vale per il tono.


>> In base al principio di economia, il numero di fonemi deve essere piᅵ
>> basso possibile, quindi, a meno che non sia indispensabile (cioᅵ non
>> ci sia la presenza di coppie minime) si evita l'introduzione di nuovi
>> fonemi.
>
> Ma questo "principio di economia" secondo te si applica solo ai nostri studi
> di fonetica, o vale anche per il cervello di un bambino di quattro anni che
> sta imparando a parlare l'italiano? Perchᅵ se vale anche per i bambini di
> quattro anni ᅵ qualcosa di piᅵ d'una "convenzione"?

La convenzione non ᅵ il principio di economia. La convenzione ᅵ quali e
quanti fonemi scegliere, e come disporre i "confini" tra un fonema e
l'altro.
Inoltre, quando ho scritto che il numero di fonemi deve essere piᅵ basso
possibile, mi riferivo al fatto di escludere i fonemi "inutili" (quelli
per i quali non esistono coppie minime). Il numero di fonemi "utili"
invece puᅵ essere anche abbastanza alto.
>
>> Pensa un po' che invece io sbagliavo sempre le doppie, perchᅵ la [tt]
>> di [tutto] per me era un suono unico, pur essendo rappresentata con
>> due lettere, quindi era inconcepibile separarle.
>
> Dovendo mandare a capo un pezzo di ᅵtuttoᅵ,
> tu scrivevi ᅵtutt-oᅵ o ᅵtu-ttoᅵ?
>
Ovviamente "sempre" ᅵ un po' esagerato, anche perchᅵ tutto sommato la
regoletta per le doppie ᅵ semplice e facile da applicare, ma diciamo che
ho faticato a mandarla giᅵ, cosᅵ come quella per la s.
Ho anche il forte sospetto che nell'ipotetico tuo esperimento la
maggioranza dei bambini scriverebbero tutt-o o tu-tto, a meno che non
abbiano prima ricevuto una buona dose di "bacchettate".

> Posso sapere di dove sei?
>

Sono umbro.

Davide Pioggia

unread,
Aug 5, 2014, 12:37:49 PM8/5/14
to
posi ha scritto:

> Se non la sentiamo non � perch� abbiamo qualche limitazione a livello
> di udito, ma perch� da piccoli abbiamo *imparato* a non sentirla, e
> una volta superata l'et� di quattro o cinque anni diventa molto difficile
> riuscire a disimparare questa cosa.

S�, ma non � che l'abbiamo imparato "per convenzione". L'abbiamo imparato
perch� in italiano la distribuzione di [n] e [N] e complementare, e quindi
il nostro cervello non ha bisogno di imparare ad opporre fonologicamente [n]
e [N] per riconoscere le parole. Non avendone bisogno, non sviluppa quella
facolt�. Sono tutti fatti oggettivi, non convenzioni.

> Se per gli emiliani non � cos�, vuol dire che probabilmente nei
> dialetti emiliani questa distinzione ha un valore fonologico.
> Ci sono coppie minime?

Certo. Vedi ad esempio qui:
http://www.bulgnais.com/fonetica.html
le prime righe del capitolo "Nasali".

> Non la sentono perch� hanno imparato a non sentirla, non certo per
> qualcosa di innato.

E hanno imparato a non sentirla perch� la loro lingua, *oggettivamente*, �
fatta in un certo modo.

> Perch� nella lingua inglese c'� opposizione tra [n] e [N].
> Anche se nessuno glielo spiega esplicitamente, al bambino sar�
> capitato di sentire le parole "sing" e "sin" e accorgersi dal contesto che
> sono
> parole diverse, con significati completamente diversi

Bene. Quindi questo � un fatto oggettivo, non una convenzione. Il bambino
inglese non potrebbe, per ragioni oggettive, trattare quei due foni come
allofoni.

> La convenzione non � il principio di economia. La convenzione � quali
> e quanti fonemi scegliere, e come disporre i "confini" tra un fonema e
> l'altro.
> Inoltre, quando ho scritto che il numero di fonemi deve essere pi�
> basso possibile, mi riferivo al fatto di escludere i fonemi "inutili"
> (quelli per i quali non esistono coppie minime). Il numero di fonemi
> "utili" invece pu� essere anche abbastanza alto.

S�, ma non mi hai detto se secondo te tutto ci� � solo nella testa dei
linguisti, oppure se corrisponde a qualcosa di oggettivo che c'� anche nella
testa di un bambino di quattro anni.

--
Saluti.
D.





Klaram

unread,
Aug 5, 2014, 1:58:16 PM8/5/14
to
Nel suo scritto precedente, Davide Pioggia ha sostenuto :
> posi ha scritto:
>
>> I suoni [r] e [l] sono oggettivamente diversi. La convenzione semmai ᅵ
>> quella, per la lingua cinese, di *non* sentire queste differenze e
>> fingere che siano uguali.

Noi, diretti discendenti degli antichi Liguri, abbiamo [r], [l], e [R]
che assomiglia alla r inglese, e puᅵ stare al posto sia di r sia di l.

Questo fa sᅵ che solo nelle nostre varianti "stella" e "sera" siano in
rima.
In koinᅵ: stella = "steila", sera = "seira"; da noi steiRa e seiRa.
:-)


> Anche [n] (alveolare) e [N] (velare) sono mostruosamente diverse (tant'ᅵ
> che per in inglese c'ᅵ una bella differenza fra [sIn] e [sIN]), ma la maggior
> parte degli italiani non ᅵ in grado di sentire la differenza.

Quante volte, in televisione, sento in finale di parola [n] invece di
[N], persino in parole francesi!

Un tale, che forse voleva passare per piemontese, rivelᅵ
immediatamente le sue origini non settentrionali, con un "bᅵja ca/n/".
:-)

k

posi

unread,
Aug 5, 2014, 2:15:05 PM8/5/14
to
Il 05/08/14 18.37, Davide Pioggia ha scritto:
> posi ha scritto:
>
>> Se non la sentiamo non ᅵ perchᅵ abbiamo qualche limitazione a livello
>> di udito, ma perchᅵ da piccoli abbiamo *imparato* a non sentirla, e
>> una volta superata l'etᅵ di quattro o cinque anni diventa molto difficile
>> riuscire a disimparare questa cosa.
>
> Sᅵ, ma non ᅵ che l'abbiamo imparato "per convenzione". L'abbiamo imparato
> perchᅵ in italiano la distribuzione di [n] e [N] e complementare, e quindi
> il nostro cervello non ha bisogno di imparare ad opporre fonologicamente [n]
> e [N] per riconoscere le parole. Non avendone bisogno, non sviluppa quella
> facoltᅵ. Sono tutti fatti oggettivi, non convenzioni.
>

Se la parola "convenzione" crea problemi, proviamo a metterla in
quest'altro modo: in linguistica ᅵ essenziale chiarire se i discorsi che
si fanno riguardano i suoni o i fonemi.

Nel primo caso si usano le parentesi quadre e si cerca di indicare il
suono in maniera piᅵ precisa possibile, a prescindere dalla lingua che
si sta usando. Quando tu dici che [n] e [N] sono mostruosamente diverse,
vuoi dire che i *suoni* (o foni) sono diversi. Questa differenza ᅵ
qualcosa di misurabile, verificabile sperimentalmente attraverso
un'analisi dello spettrogramma o della radiografia di un parlatore, a
prescindere dalla lingua che si parla. Volendo fare un parallelo con la
scrittura, possiamo dire che allo stesso modo la lettera "P" scritta col
font Times New Roman ᅵ diversa dalla lettera "P" scritta col col Arial.
Se quello che consideriamo ᅵ l'immagine, non importa che le due immagini
interpretate come lettere dell'alfabeto latino corrispondano entrambe
alla lettera P, quello che conta ᅵ che sono oggettivamente immagini
diverse.

Nel secondo caso invece si usano le barre. Ogni volta che si fa una
trascrizione fonematica ᅵ necessario specificare quale lingua si sta
considerando, e si potrᅵ cosᅵ dare per sotto-inteso, per esempio, che il
fonema /n/ sarᅵ realizzato col suono [n] o [N] a seconda della posizione
nella parola, oppure che /batSo/ sarᅵ pronunciato [batSo] o [baSo] a
seconda della regione di provenienza del parlatore. Quando si usa questo
tipo di trascrizione evidentemente non serve, non ᅵ utile fare
attenzione a questi particolari che finirebbero solo per appesantire la
lettura. E' come dire "qui c'ᅵ una P, visualizzala col font che
preferisci... l'importante ᅵ che sia una P". In questo caso ᅵ necessario
scegliere un ben preciso insieme di oggetti chiamati "lettere", e ci
sono criteri precisi per farlo: per esempio, se abbiamo stabilito di
usare l'alfabeto italiano, tu non puoi dire che la i col puntino e la i
senza puntino siano due lettere mostruosamente diverse: ᅵ vero che
visivamente ci sono delle differenze oggettive, ma in italiano sono la
stessa lettera. In turco no, ma in italiano sᅵ. In questo senso l'ho
definita una convenzione: nel momento in cui tu dichiari che quanto
scrivi vale solo per la lingua italiana e quindi dai per scontate una
serie di cose che si verificano con la lingua italiana (ma non
necessariamente in tutte le lingue) stai applicando una convenzione.

Ora veniamo alla questione della sillabazione: quello che vorrei sapere
ᅵ se si tratta di una questione fonetica o fonematica. Se i criteri che
esponi hanno una validitᅵ universale o solo italiana.



>> La convenzione non ᅵ il principio di economia. La convenzione ᅵ quali
>> e quanti fonemi scegliere, e come disporre i "confini" tra un fonema e
>> l'altro.
>> Inoltre, quando ho scritto che il numero di fonemi deve essere piᅵ
>> basso possibile, mi riferivo al fatto di escludere i fonemi "inutili"
>> (quelli per i quali non esistono coppie minime). Il numero di fonemi
>> "utili" invece puᅵ essere anche abbastanza alto.
>
> Sᅵ, ma non mi hai detto se secondo te tutto ciᅵ ᅵ solo nella testa dei
> linguisti, oppure se corrisponde a qualcosa di oggettivo che c'ᅵ anche nella
> testa di un bambino di quattro anni.
>

La lingua, pur essendo un sistema di convenzioni, ᅵ comunque qualcosa
che puoi misurare, per esempio con esperimenti tipo quello che hai
descritto.
Purchᅵ si facciano veramente... finchᅵ ci limitiamo ad immaginarli e non
c'ᅵ nemmeno accordo su quali potrebbero essere i risultati li vedo
difficili da usare come definizione.

Klaram

unread,
Aug 5, 2014, 2:18:23 PM8/5/14
to
Nel suo scritto precedente, posi ha sostenuto :


> Se per gli emiliani non ᅵ cosᅵ, vuol dire che probabilmente nei dialetti
> emiliani questa distinzione ha un valore fonologico. Ci sono coppie minime?

In piemontese ci sono: pa/N/, pane; pa/n/, panno; to/N/ suono onomat.,
to/n/, tonno ecc.

In certe varianti c'ᅵ anche Nn, come in romagnolo: galiN-na, luN-na.
Per pronunciarle bisogna allungare molto la vocale.

k

Davide Pioggia

unread,
Aug 5, 2014, 3:11:02 PM8/5/14
to
posi ha scritto:

> Se la parola "convenzione" crea problemi...

Crea grossi problemi, perch� per il Treccani una "convenzione" � un
�Accordo, patto stretto fra due o pi� persone...�

Ora, qui non c'� nessuno che si sia messo d'accordo. Se domani mattina gli
italiani decidessero di mettersi d'accordo per introdurre il fonema /N/
nella loro lingua, in opposizione fonologica a /n/, e magari facessimo anche
una legge in Parlamento, ben pochi potrebbero rispettare quell'accordo,
perch� la maggior parte degli italiani non � in grado di cogliere
l'opposizione fra /n/ e /N/.

Ci sono dei fatti oggettivi: la lingua italiana � fatta in un certo modo, e
noi doppiamo mettere a punto un apparato teorico che sia in grado di
descriverla, ma non possiamo "metterci d'accordo", a mo' di "convenzione"
su quali debbano essere i fonemi della lingua italiana. Sono quelli che
sono.
Se metti a punto una teoria che li descrive in modo adeguato, bene,
altrimenti hai una teoria inaguata, che non descrive la realt� dei fatti.
Ovviamente la teoria pu� essere costruita in un quadro teorico completamente
diverso da quello proposto dalla fonologia, ma comunque dev'essere una
teoria capace di descrivere la realt� dei fatti.

> Nel secondo caso invece si usano le barre. Ogni volta che si fa una
> trascrizione fonematica � necessario specificare quale lingua si sta
> considerando

Certo che lo devi specificare, perch� ogni lingua ha la propria fonologia.

Ma questa dipendenza non � una "convenzione". Ci� che � comune a tutti gli
esseri umani di solito si definire "naturale", mentre ci� che pu� variare da
una comunit� umana all'altra (nello spazio e nel tempo) si dice "culturale".
Ma "culturale" non significa mica "convenzionale"!

Tu non puoi "metterti d'accordo" con gli altri membri della comunit� per
decidere "a tavolino" quali sono e quali devono o non devono essere i
fattori culturali che determinano (e hanno determinato "epigeneticamente")
il vostro modo di essere. Sono quelli che sono. Certo, si pu� agire su
alcuni di quei fattori. Se veramente decidessimo, tutti assieme, di
introdurre un nuovo fonema nella lingua italiana, forse in una generazione o
due potremmo farcela. Ma ci sarebbe comunque una realt� oggettiva con la
quale confrontarsi per poterla cambiare.

> La lingua, pur essendo un sistema di convenzioni

Ma un bambino di quattro anni che parla l'italiano si � "messo d'accordo"
con i genitori per stabilire quale dev'essere il repertorio fonologico del
loro codice lingustico?

> Purch� si facciano veramente...

Scusa, ma veramente pensi che ci sia bisogno di un esperimento in grande
stile per appurare che tutti i bambini imparano ad "andare a capo" in un
numero potenzialmente infinito di casi, a partire da un numero finito di
esempi? Come fanno a ricavare un'informazione potenzialmente infinita da
un'informazione finita?

Dal momento che accade, � la teoria che deve spiegare questo fatto.

--
Saluti.
D.


ADPUF

unread,
Aug 5, 2014, 3:49:04 PM8/5/14
to
Maurizio Pistone 12:57, marted� 5 agosto 2014:
> Stefan Ram <r...@zedat.fu-berlin.de> wrote:
>
>> Ma in �2"�, � veramente vero che in
>>
>> 2�2
>
> e in 2^4,5?
>
> oppure 2^pigreco? (non ho il simbolino)
>
> eppure sono espressioni perfettamente lecite in matematica, e
> dal significato univoco


Le operazioni sui numeri naturali non sono sempre proprio le
stesse dei numeri reali.

Pensa alla sottrazione o alla divisione.

Qui nell'elevamento a potenza si ha una definizione iterativa
che va bene per gli (esponenti) interi ma che ovviamente non
vale pi� quando il numero di iterazioni non � intero o
addirittura � irrazionale.


--
���

ADPUF

unread,
Aug 5, 2014, 3:49:26 PM8/5/14
to
Davide Pioggia 13:03, martedᅵ 5 agosto 2014:
> Maurizio Pistone ha scritto:
>
>> la divisione ba-sta discende da una regoletta ortografica
>> pratica delle maestre elementari:
>
> Io ritengo che la divisione naturale sia "bas-ta", e che la
> divisione "ba-sta" derivi solo dalle regolette. Per quel che
> mi riguarda, alle elementari mi sbagliavo sempre, e tutt'ora
> per non sbagliare mi devo ricordare che la regola ᅵ l'opposto
> di quello che mi viene naturale.


Ricordo che era uno degli "errori" piᅵ diffusi.


--
ᅵᅵᅵ

ADPUF

unread,
Aug 5, 2014, 3:49:42 PM8/5/14
to
Stefan Ram 14:19, marted� 5 agosto 2014:

> posi <posi...@infinito.it> writes:
>>Ti faccio un esempio: l'insieme dei suoni che produciamo
>>parlando � infinito. Dividerlo in un insieme discreto e
>>finito di fonemi � una convenzione, diversa per ciascuna
>>lingua.
>
> Ho fatto un'illustrazione di �ASCII art� per questo (gi�
> mesi fa):
>
> |
> |
> |._ unit�
> | "-._ linguistiche
> |,__ "-._
> | """"---"-. [E]
> | __,,..--"""
> |"" .-"
> | .-"
> continuo | .-"
> uditivo |-"
> |._
> | "-._
> |,__ "-._
> | """"---"-. [�]
> | __,,..--"""
> |"" .-"
> | .-"
> | .-"
> |-"
> |
> | corrispondenza
> | percettiva
>
>
>
> uditori francesi
> .-------------------------------------------------------.
> ^ 400 F1/Hz |
> | |
> | |
> | |
> | |
> | |
> | E E |
> | EE E E |
> | E E E |
> | E E E E E E |
> | E EE E E |
> | E |
> | � E E |
> |,,,, � E E E |
> | .,,,,,,__ |
> | ..,,,,,,,,,,,,,,,,.................,,,,,,,|
> | E � |
> | � |
> | � � � � |
> | � � � |
> | � � � |
> | � |
> | � �� |
> | � � |
> | �� � |
> | � |
> | |
> | |
> | � |
> | |
> | |
> | |
> | |
> | |
> | |
> | |
> | 1000 durata/ms |
> '------------------------------------------------------>'
> 50 200
>
> uditori inglesi
> .-------------------------------------------------------.
> ^ 400 F1/Hz = |
> | - |
> | - |
> | - |
> | ,. |
> | = |
> | - |
> | = |
> | .- |
> | E = |
> | E -. |
> | E .- |
> | E = |
> | E = |
> | E E E E E E = |
> | EE = |
> |E E E = |
> |E E E .= |
> | E E ,= � |
> | E = |
> | �= � |
> | � ,- � � � |
> | E = � |
> | -- � |
> | E � = |
> | E .= � |
> | E .= � E � � |
> | -- � � |
> | -- � |
> | -- |
> | ,-, � |
> | --. � |
> |.-- � � |
> |. � |
> | � � |
> | � |
> | 1000 durata/ms |
> '------------------------------------------------------>'
> 1000
> 50 200
> (secondo P. Escudero)



Che bei grafici ASCII, come si producono?


--
���

ADPUF

unread,
Aug 5, 2014, 3:49:54 PM8/5/14
to
Davide Pioggia 15:37, martedᅵ 5 agosto 2014:
> Stefan Ram ha scritto:
>
>> E tutti i manuali di lingua italiana per tedeschi dicono
>> che l'italiano si pronuncia come si scrive. Non hanno mai
>> sentito dell'ortoepia! Mi sembra che nella terminazione ᅵ
>> -one ᅵ la ᅵ o ᅵ ᅵ sempre chiuso.
>
> In torinese non esiste l'opposizione fra [o] e [O],


Credo anche in siciliano.

ADPUF

unread,
Aug 5, 2014, 3:50:08 PM8/5/14
to
Davide Pioggia 17:04, martedᅵ 5 agosto 2014:

> In alcuni dialetti
> emiliani si trova anche la sequenza [Nn],


Anche in friulano "in-nulᅵt" (annuvolato)

posi

unread,
Aug 5, 2014, 5:15:03 PM8/5/14
to
Il 05/08/14 21.11, Davide Pioggia ha scritto:
> posi ha scritto:
>
>> Se la parola "convenzione" crea problemi...
>
> Crea grossi problemi, perchᅵ per il Treccani una "convenzione" ᅵ un
> ᅵAccordo, patto stretto fra due o piᅵ persone...ᅵ
>

Un accordo puᅵ essere anche tacito. Se siamo tutti d'accordo che la
combinazione di suoni /casa/ identifica un edificio adibito ad
abitazione si tratta di una convenzione: non c'ᅵ niente che lega questi
suoni al loro significato. Il fatto che qualcuno metta o no per iscritto
su un vocabolario questa convenzione ᅵ irrilevante.

> Ora, qui non c'ᅵ nessuno che si sia messo d'accordo. Se domani mattina gli
> italiani decidessero di mettersi d'accordo per introdurre il fonema /N/
> nella loro lingua, in opposizione fonologica a /n/, e magari facessimo anche
> una legge in Parlamento, ben pochi potrebbero rispettare quell'accordo,
> perchᅵ la maggior parte degli italiani non ᅵ in grado di cogliere
> l'opposizione fra /n/ e /N/.

E' ben difficile che certi cambiamenti possano avvenire da un giorno
all'altro: in genere servono secoli. E comunque ᅵ chiaro che
l'introduzione dell'opposizione fonologica vada di pari passo con la
capacitᅵ dei parlanti di cogliere tale opposizione, mi sembra lapalissiano.

>
> Ci sono dei fatti oggettivi: la lingua italiana ᅵ fatta in un certo modo, e
> noi doppiamo mettere a punto un apparato teorico che sia in grado di
> descriverla, ma non possiamo "metterci d'accordo", a mo' di "convenzione"
> su quali debbano essere i fonemi della lingua italiana. Sono quelli che
> sono.
> Se metti a punto una teoria che li descrive in modo adeguato, bene,
> altrimenti hai una teoria inaguata, che non descrive la realtᅵ dei fatti.
> Ovviamente la teoria puᅵ essere costruita in un quadro teorico completamente
> diverso da quello proposto dalla fonologia, ma comunque dev'essere una
> teoria capace di descrivere la realtᅵ dei fatti.
>

esatto


>> La lingua, pur essendo un sistema di convenzioni
>
> Ma un bambino di quattro anni che parla l'italiano si ᅵ "messo d'accordo"
> con i genitori per stabilire quale dev'essere il repertorio fonologico del
> loro codice lingustico?
>

Certo. Qual ᅵ il problema?
Non vale solo per la fonologia, ma anche la grammatica e la sintassi.
Dal momento che l'italiano ᅵ una lingua giᅵ formata, il suo "mettersi
d'accordo" si limita semplicemente al prendere atto di convenzioni giᅵ
esistenti e adeguarsi. Se invece dell'italiano gli fai ascoltare un
pigdin, avrᅵ un ruolo ben piᅵ attivo nel trasformarlo in una lingua creola.

>> Purchᅵ si facciano veramente...
>
> Scusa, ma veramente pensi che ci sia bisogno di un esperimento in grande
> stile per appurare che tutti i bambini imparano ad "andare a capo" in un
> numero potenzialmente infinito di casi, a partire da un numero finito di
> esempi? Come fanno a ricavare un'informazione potenzialmente infinita da
> un'informazione finita?
>

I bambini a scuola imparano un'insieme di "regole" per andare a capo. Le
imparano a suon di "bacchettate". Tra queste regole c'ᅵ anche quella
della "s", che a te non piace, e non piace neanche a me, ma ha una sua
logica.
Una volta imparate, le applicano a tutte le parole.
Fin qui non ho obiezioni.

Ora io dico che queste regole sono qualcosa che il bambino fa in maniera
istintiva, ma sono delle pure convenzioni ortografiche elaborate per
disturbare il meno possibile la lettura (che comunque viene disturbata
in ogni caso nel momento in cui la parola viene spezzata) e per fortuna
sono anche anacronistiche perchᅵ con i moderni sistemi di videoscrittura
e di stampa non c'ᅵ piᅵ bisogno della divisione in sillabe per andare a
capo.



Valerio Vanni

unread,
Aug 5, 2014, 7:50:57 PM8/5/14
to
On Tue, 05 Aug 2014 04:43:02 +0200, posi <posi...@infinito.it>
wrote:
>> Secondo me su questo bisogna distinguere fra trascrizione fonetica e
>> fonematica. La fonematica tiene a marcare che nella parola ci sono due
>> /tS/.
>>
>Io mi riferivo alla trascrizione fonetica, ma comunque il concetto vale
>anche per quella fonematica: il principio della trascrizione fonematica
>� che se non c'� opposizione si deve usare uno stesso simbolo, se c'�
>opposizione si devono usare simboli diversi.

Anche se il fonema � lo stesso e cambia solo la lunghezza?

>Siccome in italiano abbiamo
>coppie minime come "braci" e "bracci" si dovrebbe, in teoria, usare un
>simbolo per /tS/ (in IPA � un unico simbolo) e un altro, diverso, per la
>geminata. Se scriviamo /tStS/ sembra invece che si tratti di ripetere
>due volte il fonema /tS/

Pi� che altro manca un modo per indicare l'effettiva ripetizione del
suono, ma se � un caso non previsto dalla lingua la cosa diventa
superflua.

--
Ci sono 10 tipi di persone al mondo: quelle che capiscono il sistema binario
e quelle che non lo capiscono.

Valerio Vanni

unread,
Aug 5, 2014, 8:03:17 PM8/5/14
to
On Tue, 5 Aug 2014 11:07:41 +0200, "Davide Pioggia"
<duca_...@yahoo.com> wrote:

>Ammettiamo, tanto per ragionare, che sia veramente come dite, ovvero che non
>vi sia un riscontro oggettivo del confine sillabico.

Io dico che in alcuni casi c'� un riscontro acustico diretto (lo
stacco tra la prima e la seconda consonante), in altri no. In "asso"
non c'�.

>Allora, se � cos� (e anche posi diceva di riconoscere questo come fatto
>oggettivo), se dico che in "casa" la "s" appartiene alla seconda sillaba, e
>invece in "cassa" c'� un prima sillaba caudata che ha "s" come coda,
>non � comunque �solo una convenzione�.

Su questo ti do ragione. Stai per� ricavando l'informazione da un
altro fattore (la lunghezza della vocale), quello diretto manca.

Penso, insomma, che i bambini dell'esperimento possano tirare fuori
pi� "a-sso" che "a-tto".

Valerio Vanni

unread,
Aug 5, 2014, 8:10:08 PM8/5/14
to
On Tue, 5 Aug 2014 15:37:32 +0200, "Davide Pioggia"
<duca_...@yahoo.com> wrote:

>e il repertorio
>fonologico dell'italiano regionale solitamente coincide con quello del
>dialetto del luogo. Questo vale anche per le persone che non conoscono il
>dialetto. Anzi, vale anche di pi� per le persone che non conscono il
>dialetto. Tempo fa discutevo con dei ragazzi romagnoli piuttosto giovani

Tu dici "vale anche di pi�". I loro nonni quindi (che, suppongo,
conoscono e parlano il dialetto) parlano un Italiano meno marcato?

Qui da me � l'esatto contrario: le generazioni pi� anziane, quelle che
hanno parlato pi� il dialetto, sono quelle che mostrano un Italiano
pi� marcato. In particolare si notano, qui e l�, degli accorciamenti
nelle doppie.

Valerio Vanni

unread,
Aug 5, 2014, 8:31:29 PM8/5/14
to
On Tue, 5 Aug 2014 11:35:55 +0200, "Davide Pioggia"
<duca_...@yahoo.com> wrote:

>> Cos� come tra "patto" e "pazzo": sento la /ts/ appena pi� avanti (o
>> orse � solo una pressione maggiore?).
>
>Qui la faccenda � un po' pi� complicata. Nelle regioni settentrionali non
>abbiamo una vera e propria affricata, ma pronunciamo piuttosto la seguenza.
>Io, ad esempio, pronuncio la sequenza, con l'unica particolarit� che la
>seconda non � una vera e propria [s], ma una [th] (non � solcata). Quindi
>l'attacco per me � certamente lo stesso.

Dove si pu� trovare un audio con questa sequenza?
Io in Romagna trovo molto frequentemente il suono non affricato, ma
una sequenza come l'inglese "it's" con una /t/ seguita da una /s/ (o
da un /th/) non mi pare di sentirla.

>Ma anche per te dubito che ci sia veramente una differenza nella posizione
>dell'attacco.

Io parlo della fase non rilasciata, provo a fermarmi tra una sillaba e
l'altra e guardo dov'� la lingua.
La fase di rilascio (/ts/) mi pare anch'essa pi� avanzata di /t/, ma
anche questa valutazione pu� dipendere dalla maggior spinta lingua ->
palato /denti necessaria all'esplosione dell'affricata.

Guardandomi allo specchio vedo anche un diverso atteggiamento dei
muscoli del volto (pi� rilassato per /t/).


>Il fatto centrale della questione � che un'affricata non � una sequenza.

Diciamo che � una sequenza molto rapida, il suono ha comunque due
fasi.

>Io,
>che non riesco a pronunciare l'affricata [ts], sento bene la differenza,
>perch� i toscani e i romani pronunciano "una sola consonante" dove io
>pronuncio la sequenza. Per cui mi fa specie sentire un toscano o un romano
>sostenere che egli pronuncia [ts] cominciando col pronunciare una [t].

E' che nella fase non rilasciata (quella in coda alla prima sillaba),
la /t/ pare la cosa pi� simile.
Non � che uno pensi a pronunciare una /t/.

posi

unread,
Aug 5, 2014, 10:00:18 PM8/5/14
to
Il 06/08/14 01.50, Valerio Vanni ha scritto:
> On Tue, 05 Aug 2014 04:43:02 +0200, posi <posi...@infinito.it>
> wrote:
>>> Secondo me su questo bisogna distinguere fra trascrizione fonetica e
>>> fonematica. La fonematica tiene a marcare che nella parola ci sono due
>>> /tS/.
>>>
>> Io mi riferivo alla trascrizione fonetica, ma comunque il concetto vale
>> anche per quella fonematica: il principio della trascrizione fonematica
>> � che se non c'� opposizione si deve usare uno stesso simbolo, se c'�
>> opposizione si devono usare simboli diversi.
>
> Anche se il fonema � lo stesso e cambia solo la lunghezza?
>
Il *fonema* di certo non � lo stesso, visto che esiste opposizione.
Semmai � il *fono*, ad essere lo stesso (cambia solo la lunghezza)

>> Siccome in italiano abbiamo
>> coppie minime come "braci" e "bracci" si dovrebbe, in teoria, usare un
>> simbolo per /tS/ (in IPA � un unico simbolo) e un altro, diverso, per la
>> geminata. Se scriviamo /tStS/ sembra invece che si tratti di ripetere
>> due volte il fonema /tS/
>
> Pi� che altro manca un modo per indicare l'effettiva ripetizione del
> suono, ma se � un caso non previsto dalla lingua la cosa diventa
> superflua.
>
E' superflua a livello fonematico, se � un caso non previsto dalla
lingua. Ma livello fonetico non � tanto superflua.
Per esempio, supponiamo che a me interessi studiare la differenza tra
[altro] e [altddo] (dove [dd] indica realmente una ripetizione di due t,
ma con una durata molto breve!). L'IPA permetterebbe di trascrivere il
tutto con molta accuratezza, compresa la durata "molto breve". Ma
siccome qualcuno ha deciso di scrivere [dd] per indicare tutt'altro
(cio� [d:]) si creano ambiguit�.


Davide Pioggia

unread,
Aug 5, 2014, 10:32:48 PM8/5/14
to
Valerio Vanni ha scritto:

> Tu dici "vale anche di pi�". I loro nonni quindi (che, suppongo,
> conoscono e parlano il dialetto) parlano un Italiano meno marcato?

No, pi� o meno sono uguali. Ma � vero che certe cose riesco a spiegarle
meglio a chi conoscere il dialetto, perch� posso fare dei confronti.

--
Saluti.
D.








Davide Pioggia

unread,
Aug 5, 2014, 10:59:39 PM8/5/14
to
Valerio Vanni ha scritto:

> Dove si pu� trovare un audio con questa sequenza?

Bisogna vedersi, parlarne a lungo, discuterne animatamente :-)

> Io in Romagna trovo molto frequentemente il suono non affricato...

Uhm.... :-)

Si sente la "t". Non si deve sentire la "t". Tu quando dici �ciao� senti
forse una "t" iniziale? Non la senti, perch� quella � una vera affricata. Se
mi dici che in Romagna senti una vera e propria "z" , mi viene un dubbio
sulla tua "z" :-)

> ma una sequenza come l'inglese "it's" con una /t/ seguita da una /s/ (o
> da un /th/) non mi pare di sentirla.

Ma no, ma non � mica una cosa come l'inglese "it's".
Solo che si sente la "t", e non si dovrebbe sentire.

Quanto a "th", dovrei farti sentire come la pronuncio quando la dico senza
l'occlusione iniziale, perch� la tipica "z" dei dialetti romagnoli � molto
simile a "th" (costrittiva, non solcata). Poi per parlare italiano ci metto
una "t" davanti, ma "si sente", non si amalgama del tutto come nella "c" di
�ciao�.

> Diciamo che � una sequenza molto rapida, il suono ha comunque due
> fasi.

Ascolta bene la "c" di �ciao�, e dimmi se senti la "t" iniziale.

> E' che nella fase non rilasciata (quella in coda alla prima sillaba),
> la /t/ pare la cosa pi� simile.
> Non � che uno pensi a pronunciare una /t/.

Qui c'� un problema di fondo. Per noi quelli dell'Italia centrale non sono
capaci di pronunciare le parole che finiscono con una consonante. Un toscano
normalmente non sa dire �tut�, ma dice comunque �tutt@�. Se gli chiedo quali
sono le sillaba di �tutta�, mi risponde che la prima sillaba � �tutt@�, e a
questo punto lo credo che non resta niente per la seconda sillaba! Se tu
dici veramente �tut�, la "t" finale � quasi tutta "contenuta" nella
coarticolazione con la vocale precedente. Non c'� un rilascio come quello
che si sente quando dici �ta�. Se pronunci quel rilascio l�, poi ci scappa
anche la schwa, e allora stai dicendo �tutt@�. Quindi quando senti il
rilascio, stai gi� pronunciando la seconda sillaba, che � �ta�. E la coda
della prima sillaba � quella sorta di "silenzio coarticolato" (facciamo a
capirci, eh!?) che senti prima del rilascio.

--
Saluti.
D.




Maurizio Pistone

unread,
Aug 6, 2014, 3:50:43 AM8/6/14
to
posi <posi...@infinito.it> wrote:

> Io mi riferivo alla trascrizione fonetica, ma comunque il concetto vale
> anche per quella fonematica: il principio della trascrizione fonematica
> � che se non c'� opposizione si deve usare uno stesso simbolo, se c'�
> opposizione si devono usare simboli diversi. Siccome in italiano abbiamo
> coppie minime come "braci" e "bracci" si dovrebbe, in teoria, usare un
> simbolo per /tS/ (in IPA � un unico simbolo) e un altro, diverso, per la
> geminata. Se scriviamo /tStS/ sembra invece che si tratti di ripetere
> due volte il fonema /tS/

forse /ttS/

l'allungamento della consonante riguarda la chiusura, non il rilascio
del suono

--
Maurizio Pistone strenua nos exercet inertia Hor.
http://blog.mauriziopistone.it
http://www.lacabalesta.it
http://blog.ilpugnonellocchio.it
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