>Si scrive efficiente, efficente, efficènte o efficiènte. Un mio amico dice
>che si scrive efficente, sul dizionario però c'è efficiènte o efficènte.
efficiente (senza accento)
Valerio Vanni wrote:
La corretta grafia è efficiente [ef-fi-cièn-te].
Ma è pur vero che la "i" non si sente e infatti la grafia "efficente" è diffusa
ma no corretta.
P.
Salve!
Si scrive /efficiente, mi raccomando (come deficiente, sufficiente,
proficiente...). Benché alcuni dizionari registrino anche la variante
/efficente, tu evitala come la peste... ;)
--
Bye.
Lem
CLOCK is what you make of it: non sprecare i cicli idle della tua CPU
Per aiutare a comprendere il genoma: http://genomeathome.stanford.edu
>Si scrive /efficiente, mi raccomando (come deficiente, sufficiente,
>proficiente...). Benché alcuni dizionari registrino anche la variante
>/efficente, tu evitala come la peste... ;)
E la domanda sorge spontanea: perche'
sufficienza
deficienza
efficienza
e tuttavia
*beneficenza*
Chi mi sa spiegar la differenza?
Ciao
Frank
> E la domanda sorge spontanea: perche'
> sufficienza
> deficienza
> efficienza
>
> e tuttavia
> *beneficenza*
'Beneficenza', 'magnificenza', 'onorificenza' sono presenti in latino come
'beneficentia', 'magnificentia', 'honorificentia' e derivano da aggettivi:
'beneficus', 'magnificus', 'honorificus'. 'Sufficienza', 'deficienza',
'efficienza' derivano da 'sufficientia', 'efficientia', '*deficientia'
(quest'ultima non la trovo nel dizionario - sara una formazione
tardo-latina) a loro volta formate da participi: 'sufficiens', 'deficiens',
'efficiens' - e quindi mantengono una 'i' intercalare .
Saluti,
Nikolai
Salve!
E' attestato 'deficientia' (per 'ellissi', unico significato) in C.
Chirius Fortunatianus, retore del IV (?) secolo d.C.
Il significato attuale è certo venuto in seguito, come giustamente
scrivi. In latino, /deficienza poteva rendersi con /penuria,
/inopia... o con /imperitia, /inscitia, a seconda del significato.
Sulla questione della grafia: la distinzione etimologica da te
rilevata è reale, ma forse potremmo azzardare una regoletta pratica:
la 'i' resta quando -facio, nel composto, diventa -ficio - ciò accade,
in latino, con le preposizioni e con la particella re- - e rimane
-ficio anche in italiano:
sufficio -> sufficiente
deficio -> deficiente
conficio -> confacente (ma, in italiano, è tornato -facio)
proficio -> proficiente
...
Eccezione:
calefacio -> calefaciente (ma chi l'userebbe più?).
Allargando il discorso: in altri casi, laddove le due forme sono
effettivamente compresenti, l'aggettivo (specie sostantivato)
preferisce mantenere la 'i', il verbo no: moriente/morente,
veniente/venente...
--
Bye.
Lem
--- 'CLOCK is what you make of it: non sprecare i cicli idle della tua CPU' ---
Per aiutare a comprendere il genoma: http://genomeathome.stanford.edu/
[...]
>> e tuttavia
>> *beneficenza*
>
>'Beneficenza', 'magnificenza',[...] derivano da aggettivi:
>'beneficus', 'magnificus', 'honorificus'. 'Sufficienza',
'deficienza',
>'efficienza' derivano da [...] participi: 'sufficiens', 'deficiens',
>'efficiens' - e quindi mantengono una 'i' intercalare .
Caro Nikolai,
ti ringrazio per la dotta risposta. Tuttavia io sono come i bambini, e
ogni risposta fa sgorgare in me una nuova domanda: "ce" e "cie" sono
pronunciate diversamente o allo stesso modo? Se vale la seconda
ipotesi, perche' i latini mantenevano quella "i" inutile?
Ciao
Frank
>ti ringrazio per la dotta risposta. Tuttavia io sono come i bambini, e
>ogni risposta fa sgorgare in me una nuova domanda: "ce" e "cie" sono
>pronunciate diversamente o allo stesso modo? Se vale la seconda
>ipotesi, perche' i latini mantenevano quella "i" inutile?
Per i latini la i non era inutile. Il verbo facio per loro era
fa-ki-o, trisillabo.
In italiano la i ha solo valore etimologico, e non c'è sempre. Infatti
normalmente si scrive beneficenza, dalla stessa radice di efficienza.
Maurizio Pistone - Torino
http://www.mauriziopistone.it
mailto:pis...@mclink.it
strenua nos exercet inertia Hor.
===================================================
Art. 33. L'arte e la scienza sono libere e libero ne è
l'insegnamento.
La Repubblica detta le norme generali sull'istruzione ed
istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.
Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed
istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.
La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole
non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse
piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico
equipollente a quello degli alunni di scuole statali.
È prescritto un esame di Stato per l'ammissione ai vari
ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per
l'abilitazione all'esercizio professionale.
Le istituzioni di alta cultura, università ed accademie,
hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti
stabiliti dalle leggi dello Stato.
===================================================
>>una nuova domanda: "ce" e "cie" sono
>>pronunciate diversamente o allo stesso modo?
>Per i latini la i non era inutile. Il verbo facio per loro era
>fa-ki-o, trisillabo.
Proprio stasera ho cominciato a studiare per un prossimo esame di
storia della lingua italiana. Sul testo ormai classico di Bruno
Migliorini trovo scritto:
<<Nel periodo che stiamo studiando [Roma imperiale, da Augusto a
Odoacre] si e' svolta in Italia la palatizzazione per cui CE, CI, GE,
GI, che in eta' repubblicana sonavano ke, ki, ghe, ghi, dapprima si
differenziano nella pronunzia dalla c e dalla g
in altre posizioni...>>
Grazie e ciao
Frank
>Proprio stasera ho cominciato a studiare per un prossimo esame di
>storia della lingua italiana. Sul testo ormai classico di Bruno
>Migliorini trovo scritto:
><<Nel periodo che stiamo studiando [Roma imperiale, da Augusto a
>Odoacre] si e' svolta in Italia la palatizzazione per cui CE, CI, GE,
>GI, che in eta' repubblicana sonavano ke, ki, ghe, ghi, dapprima si
>differenziano nella pronunzia dalla c e dalla g
>in altre posizioni...>>
Da Augusto a Odoacre passano cinquecento anni. Tutto sta a vedere
quando è avvenuta la cosa. Secondo Giuliano Bonfante (*) "Ancora San
Girolamo (n. 347, m. 420 d. C.) e Sant'Agostino (n. 354, m. 430 d. C.)
pronunciavano c e g velari."
In ogni caso la grafia in questione è nata come fonetica; solo in un
secondo tempo è diventata etimologica.
(*) Giuliano Bonfante - Pia Ferrero, Grammàtica latina per le scuole
medie superiori, Milano 1976.