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Re: Ancora sulle lingue minoritarie (lungo)

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Klaram

unread,
May 7, 2010, 12:16:27 PM5/7/10
to
Klaram ha scritto:
> Cari amici, invio questo articolo del professor Sergio Gilardino per chi
> volesse saperne di più sulle lingue minoritarie e in particolare sul
> piemontese. E' stato scritto in risposta alle affermazioni di Diego
> Novelli sull'inesistenza della "lingua" piemontese, ma contiene
> considerazioni interessanti che vanno ben al di là di quelle misere
> polemiche.
> Ricordo che il professor Gilardino si interessa a *tutte* le lingue
> regionali italiane, e che io, grazie alla frequentazione delle sue
> conferenze, ho potuto conoscere un po' meglio ed apprezzare anche la
> letteratura di altri cosiddetti "dialetti", soprattutto la grande poesia
> napoletana dell'Ottocento.
>
>
> <INIZIO> SRGGIL
>
> IL PIEMONTESE NON ESISTE
>
>
> Una delle primissime cose che notai non appena arrivato nella mia nuova
> terra di adozione furono le riserve indiane. Sterminate e povere. La
> Vérandrie, terra di “piccoli grandi laghi”, grande quando il Piemonte e
> la Lombardia: inconsuete bandiere sfilacciate dal vento e casipole di
> legno agli accessi. Prigioni aperte su quello che rimaneva del loro
> mondo. Ogni tanto un rullio di tamburo, un canto stridulo. Le
> popolazioni erano “nazioni”, non “tribù”. Ciascuna con la propria
> lingua, diversa dai consanguinei, inintelleggibile agli altri. Il
> silenzio, soprattutto, il silenzio di chi non aveva più voglia di dire
> nulla.
> Nelle prime esplorazioni di quella terra di laghi e foreste – azzurra e
> verde d’estate, bianca abbacinante d’inverno – non sospettavo che da lì
> a qualche anno mi sarei innamorato di quelle lingue e, soprattutto,
> dello straordinario miracolo che il loro ripristino aveva sul morale dei
> loro popoli. La distinzione tra “lingua” e “dialetto” lì non aveva più
> nessun senso. Nella costituzione canadese gli amerindiani erano the
> first nations, le nazioni che per prime si installarono su quei
> territori: lingua e cultura avevano una priorità ineguagliabile.
> Bisognava ripartire da lì.
> «Satá:ti ne sawén:na kanien’keha, skwenienhst tsi nitisé:non tsi,
> sonkwehón:we» diceva il cartello all’entrata di Aqwasasne: «Parla la
> lingua della terra dei tuoi antenati, conserva chi tu sei, sii
> orgoglioso delle tue radici». Non avevano bisogno del beneplacito della
> capitale per sapere cosa valeva la loro lingua in termini identitari.
> Bisognava ora che quei pochi che lo sapevano diventassero tanti, molti,
> la maggioranza. Solo così si sarebbe salvato un popolo e la sua lingua.
> E la sua millenaria storia. E le sue fiabe. E il suo diritto alla vita.
> Io mi chiedo oggi, dopo tanti anni, se queste esperienze possono essere
> di una qualche utilità nel chiarire cos’è e quanto vale una lingua
> ancestrale. Accostamenti strani? Ma no, i piemontesi arrivarono nel
> Québec con il reggimento di Carignano all’inizio del Seicento, e ci
> rimasero, fondando la bella cittadina di Carignan. È da quattro secoli
> che bazzichiamo da quelle parti e a volte qualcuno ritorna ad ammirare
> le penne amerindiane sui frontoni delle finestre di Palazzo Carignano a
> Torino, il palazzo dove è nato il re che parlava solo piemontese e dove
> si è tenuto il primo parlamento italiano. E il primo discorso ad un
> parlamento italiano in lingua piemontese. Vi ricordate, a-i ero cò
> nojàuti ambelelì: erano le nove di mattina del 17 marzo 1861.
> Per i linguisti e, soprattutto, per i rivitalisti che in tutto il mondo
> lottano per salvare una piccola parte delle migliaia di lingue che
> stanno estinguendosi (i due terzi delle lingue dell’umanità spariranno
> nel corso della prossima generazione), “lingua è il patrimonio verbale
> di un popolo che per secoli se ne è servito per esprimere ogni aspetto
> della propria vita”.
> Non c’è scritto, nella definizione, che l’algonchino o il moicano sono
> dialetti dell’inglese. C’è scritto solo “un popolo che per secoli se ne
> è servito …”.
> È la Storia che fa una lingua.
> Una parlata che per secoli e secoli è servita ad un popolo per esprimere
> tutte le sue esigenze è lingua, con o senza approvazione statale, con o
> senza letteratura.
> È il sudore, la fatica, la fame, la miseria, la lotta per la
> sopravvivenza, la sete di giustizia, il dialogo con Creatore e Creato,
> la speranza nella disperazione, che fanno delle parole di una lingua le
> depositarie dell’esperienza planetaria di un popolo. Ogni parola di
> quella lingua è unica, senza campi semantici identici in nessun altro
> idioma. La lingua è la storia di un popolo nascosta all’interno di ogni
> sua parola. Privandolo della sua lingua lo si priva della sua storia. Un
> popolo senza storia è un popolo senza identità: si disperde come polvere
> al vento. Si ubriaca, si droga, si picchia, si uccide, si autoelimina.
> Cibo e lavoro, quando ci sono, non bastano. Il fatto che uno Stato poi
> riconosca una lingua (come ha coraggiosamente fatto il Canada con il
> francese fin dai tempi di Pierre Elliott Trudeau) o no (come continuano
> a fare gli USA, dove ben cinque stati hanno approvato leggi volte a
> proibire l’uso dello spagnolo in luoghi pubblici ed hanno ottenuto
> l’effetto opposto) non ha nulla a che vedere con lo status di lingua.
> Una parlata secolare è lingua anche quando uno stato non la riconosce,
> mentre una parlata artificiale, creata a tavolino da letterati, tecnici
> o linguisti (come l’italiano della Crusca, l’esperanto dei
> semplificatori o l’intelligent English dei computer), non è lingua,
> anche se uno stato dovesse mai riconoscerla. Ribadiamolo: è la Storia
> che fa le lingue, non i legislatori, i tecnici o i letterati. La si può
> ufficializzare o nobilitare, mai creare dal nulla. Lingua è popolo,
> popolo è lingua: quando si interferisce dall’alto si crea la
> discriminazione dialetto-lingua, si crea il rapporto
> disprezzo-diffidenza, si nega la storia, si nega il diritto ai popoli di
> continuare ad essere sé stessi.
> I piemontesi vantano il primo e il più antico documento letterario tra
> tutte le lingue della Romània, i 22 Sermoni Subalpini (codice:
> Biblioteca Nazionale, D. VI. 10. 128r-188v).
> Sono di inestimabile valore non solo per i piemontesi, ma per tutto il
> mondo neolatino. Essi ci confermano che il piemontese ha mille anni di
> civiltà letteraria ed è il decano di tutte le lingue neolatine.
> La prima grammatica della lingua piemontese è uscita dai torchi delle
> stamperie reali nel 1783 a cura del medico e letterato di corte Maurizio
> Pipino, che la redasse per Maria Clotilde Adelaide di Borbone-Francia,
> ottava figlia del Delfino, sorella di Luigi XVI, Luigi XVIII e Carlo X,
> moglie a 16 anni di Carlo Emanuele IV di Savoia. Se le principesse
> straniere si sentivano in dovere di imparare la lingua piemontese, ciò
> vuol dire che era lingua di corte (oltre che di popolo) e che tutti la
> parlavano, secondo canoni e modelli che Pipino esempla con dovizia di
> lettere e di bei versi. Il dizionario dello stesso autore, in quattro
> lingue (piemontese, francese, latino, italiano) presenta una delle
> caratteristiche più singolari della lessicografia settecentesca: i
> termini, dalla A alla Z, sono ripetuti per ben tre volte, in tre
> glossari separati: uno per la nobiltà, uno per la borghesia e uno per la
> plebe. Gli stessi significati venivano espressi con parole diverse a
> seconda della classe sociale che li evocava. La lingua piemontese
> possedeva (e possiede tutt’ora, per quelli che la studiano seriamente)
> una diastratia che di certo, a quell’epoca, la lingua italiana non
> poteva avere (non era lingua di stato e le mancavano anche i nomi per
> gli attrezzi da lavoro, come eloquentemente dimostrato dal fallito
> tentativo di tradurre in italiano l’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert).
> Dalla fine del Settecento alle odierne grammatiche di Camillo Brero,
> Michela Grosso e Bruno Villata, i manuali e le grammatiche dedicati a
> questa lingua non si contano. Basti dire che per il lavoro di
> compilazione del dizionario della lingua piemonte¬se e dei suoi dialetti
> in corso qui a Coumboscuro abbiamo recensito ben 78 dizionari e l’elenco
> è destinato a crescere (ne abbiamo ricevuti due solo nel corso
> dell’ultima settimana).
> È forse per via di questa abissale differenza di formazione civile e
> linguistica che leggo con totale disorientamento l’articolo di Diego
> Novelli in cui dichiara, senza mezzi termini, che «il piemontese non
> esiste». Nello stesso articolo Novelli apostrofa pesantemente Roberto
> Cota per aver espresso il desiderio di ripristinarlo («Si è passati
> dalle tre “I” – Internet, Impresa, Inglese – indicate da Berlusconi,
> alle tre “P” di Cota: Piemontese, Padania, Pirla»).
> Per sostenere questa sconcertante opinione egli fa valere che in
> Piemonte si parlano più dialetti, l’uno diverso dall’altro, e dunque non
> può esistere una lingua piemontese.
> Mi sarei tanto volentieri astenuto dall’intervenire, anche in un
> frangente come questo, e me ne sarei rimasto acquattato nel mio angolino
> di montagna, dove le lingue ancestrali si salvano per opera di pochi
> che, credendo in esse, le parlano, le insegnano in casa e a scuola ai
> bimbi e redigono volumi di parole ed espressioni uniche, proprio quando
> la generazione che ancora le sa a poco a poco ci lascia.
> Sono però tirato in causa per più ragioni: la prima e la principale è
> che amo le lingue e, in primissimo luogo, la mia lingua madre, il
> piemontese, la lingua dei miei genitori e della mia gente.
> È per quello che:
> – ho preso per primo la parola in un recentissimo incontro presso la
> sede di Nòste Rèiss a Torino, in presenza dell’On. Cota, ed ho invocato
> una più efficace opera di rivitalizzazione linguistica in Piemonte;
> – ho scritto la proposta per la riforma dell’articolo 12 della
> Costituzione Italiana per conto del Sottosegretario dell’Interno, il
> Senatore Michelino Davico, più volte citata ogni qualvolta si parla di
> riconoscimento delle lingue ancestrali;
> – ho scritto la proposta per la Provincia di Cuneo per un appello
> diretto al governo nazionale a tutela della lingua nazionale e delle
> lingue ancestrali;
> – tengo in varie città del Piemonte conferenze sulla millenaria civiltà
> letteraria del Piemonte;
> – curo una rubrica settimanale per La Stampa sul valore inestimabile
> delle lingue ancestrali e sulla validità di insegnarle ai bimbi.
> È un serio pregiudizio che dichiarazioni come quelle contenute
> nell’articolo sopra menzionato arrecano al piemontese (oltre ad avvilire
> un popolo che, con 2.700.000 locutori, ancora lo parla).
> Per cominciare dalla tesi di partenza (l’inesistenza del piemontese)
> faccio notare che io, come vari altri conferenzieri del Centro Studi
> Piemontesi, nelle mie conferenze parlo in piemontese. Utilizzo la lingua
> letteraria, quella di Tana, di Isler, di Calvo, di Brofferio, di Costa,
> di Frusta, di Pacòt, di Autelli, di Olivero. Sono capito da tutti, in
> tutte le contrade del Piemonte. Se non esistesse una lingua piemontese,
> come sarebbe ciò possibile?
> Negli anni Ottanta, quando usciva – volume dopo volume – la ponderosa
> storia della letteratura italiana curata da Alberto Asor Rosa per i tipi
> di Einaudi, mi capitò di leggervi un articolo sulla letteratura
> piemontese scritto da un giovane ricercatore (nel volume dedicato alle
> letterature regionali) e di rimanere basito davanti alla sua
> affermazione che la letteratura piemontese, eccetto qualche canzone da
> “piòla”, di fatto non esisteva. Caso volle che alcuni mesi dopo, tanto
> l’autore del capitolo in questione, quanto Asor Rosa, venissero in
> Canada, all’università dove insegnavo (McGill, a Montréal). Facemmo
> tutti insieme anche una capatina in macchina fino ad Ottawa, la
> capitale. In un momento di calma chiesi all’autore del capitolo se era a
> conoscenza di storie della letteratura piemontese, di storie del teatro
> piemontese, di autori di prosa, di lirica, di narrativa: l’aspirante
> storico-letterario mi rispose che non ne aveva la minima idea. Aveva
> scritto senza documentarsi: scelta, adeguamento a direttive o pura
> inconsapevolezza?
> C’è però una differenza tra l’autore di quello sfortunato capitolo di
> storia letteraria e Diego Novelli: quello ha ammesso di non sapere
> nulla, Diego Novelli è convintissimo di sapere tutto.
> E allora cominciamo con la prima confutazione (“una lingua che ha tanti
> dialetti non esiste”).
> Delle 6.000 lingue circa, attualmente parlate sul pianeta terra, l’85% è
> parlato da poco più del 3% della popolazione mondiale (900.000 locutori
> su 6 miliardi di esseri umani). Cioè la stragrande maggioranza delle
> lingue è parlata dalla strapiccola minoranza dell’umanità. I linguisti
> sono alle prese con un serio problema: delle 300 lingue amerindiane
> parlate in Canada, quali si possono considerare come una lingua unica e
> quali vanno contate come lingue diverse, visto che da una nazione
> all’altra la lingua cambia notevolmente e che, anche all’interno della
> stessa nazione, spesso le donne e gli uomini non usano lo stesso
> lessico? La realtà è che l’85% delle lingue del pianeta terra, cioè
> circa 5.100, si trovano nelle stesse condizioni del piemontese: sono
> frammentate in molte parlate apofoniche (di suoni molto vicini, che però
> si modificano vieppiù nello spazio, a mano a mano che ci si allontana da
> un punto di partenza qualsiasi). Ma con una differenza fondamentale:
> solo il 3% di quelle lingue è stato codificato (registrato in dizionari,
> grammatiche e archivi sonori o audiovisivi), mentre il piemontese è una
> delle lingue più codificate e, fino ad Ottocento inoltrato, una lingua
> più documentata che non la futura lingua nazionale.
> In altre parole, esistono dei dialetti della lingua piemontese ed esiste
> una lingua piemontese. Quando re, governo, esercito, chiesa, nobiltà,
> borghesia, popolo parlavano piemontese, i dialetti (cioè la parlata del
> contado) erano facilmente identificabili. Oggi, quando solo più il
> contado parla residualmente il piemontese, rimangono solo i dialetti. Ma
> non per questo la lingua che fu di stato, di letterati, di
> tragediografi, di giornalisti, di poeti, è sparita. I dizionari, le
> grammatiche, i capolavori letterari, gli scrittori e i poeti che
> continuano ad usarla, sono pure sempre lì: basta volersene servire ed
> arricchirsi spiritualmente ed identitariamente.
> Di quale di queste entità sta parlando Diego Novelli? E quando Roberto
> Cota, che dialoga con le forze vive del Piemonte, parla di ripristinare
> la lingua piemontese, a quale identità linguistica pensa Diego Novelli
> che il neo-eletto governatore si riferisca?
> Facciamo un ulteriore esempio, per meglio intenderci.
> Ho di recente assistito, a Caraglio, ad una rappresentazione teatrale in
> lingua piemontese (koiné torinese con belle coloriture locali). La sala
> del teatro Contardo Ferrini era gremita a capienza. Tra il pubblico
> moltissimi giovani. La Compagnia del Piccolo Teatro Caragliese ha
> recitato con rara disciplina le lepidissime scene del Tailleur pour
> dames di Georges Feydeau (in piemontese L’atelier). Il pubblico si
> sbellicava dalle risa: era davvero divertente. Tornato a casa,
> entusiasmato, ne ho immediatamente scritto una recensione. Il teatro in
> piemontese, dal Seicento in poi, ha fatto le delizie della nostra gente.
> Nella seconda metà dell’Ottocento Garelli e Toselli hanno portato in
> scena operai e contadini, e ciò ben trent’anni prima di Gerhardt
> Haupmann in Germania e cinquanta prima di Maxim Gorkij in Russia, quando
> di teatro sociale in lingua italiana manco ce n’era l’ombra. Per la
> cronaca: tremila pièces teatrali rappresentate a Torino, in Piemonte, in
> Lombardia e in Veneto (ma sempre in lingua piemontese) sull’arco di
> mezzo secolo. In che lingua erano i copioni di questa mirabile
> produzione teatrale?
> E non siamo da meno con il romanzo: come numeri di titoli e di tirature
> (e di ristampe) la produzione in piemontese nella seconda metà
> dell’Ottocento non ha paralleli in lingua nazionale. Per pubblicare
> romanzi bisognava che la gente si riconoscesse in una lingua e la
> leggesse, perché a differenza di canzonette e poesiole, che si possono
> recitare a memoria, la presenza della prosa giornalistica e romanzesca
> presuppone sempre l’alfabetismo funzionale del grosso pubblico. L’unico
> pubblico in Italia che sapesse leggere e leggesse correntemente la
> propria lingua era quello piemontese (analfabetismo medio del 97,5% in
> Italia, alfabetismo medio del 47% a Torino e del 90% nelle valli
> protestanti a ovest di Torino). In quelle stesse valli furono tradotte
> le Sacre Scritture in lingua piemontese e lette in tale lingua prima che
> esse lo fossero in italiano. Sono dati statistici abissalmente diversi
> da quelli del resto del futuro Regno d’Italia, che fanno della lingua
> piemontese e del suo uso come lingua nazional-popolare un fatto unico.
> Io sono certo che il Signor Novelli era al corrente di questi dati e di
> questi primati letterari; ma in quale conto li ha tenuti per arrivare
> alla sua strabiliante conclusione che il piemontese non esiste?
> Lingua solo di letterati e teatranti? Per nulla.
> La lingua piemontese è servita a 30.000 uomini, al loro re, ai loro
> ufficiali, a vincere a Magenta e a San Martino contro il più potente
> esercito della terra in quel momento. 15.000 di quegli uomini rimasero
> sul campo di battaglia. Tutti gli ordini furono dati e ricevuti
> esclusivamente in piemontese (capitolo apposito nel libro La battaglia
> di Magenta, edizioni Zeisciu, 2009). Il solo rispetto per quei caduti
> avrebbe dovuto indurre il Signor Novelli a riconoscere il piemontese
> come lingua di libertà, lingua d’indipendenza, lingua del Risorgimento.
> In quale lingua pensava che combattessero le nostre truppe il Signor
> Novelli? Vogliamo farci un pensiero e onorare quei 15.000 morti?
> La lingua piemontese è stata usata per le riunioni di fabbrica alla FIAT
> fino all’inizio degli anni Sessanta: le più performanti macchine
> sportive (quelle pilotate da Gianni Lancia) e i più veloci aerei al
> mondo (record mondiale di Italo Balbo a bordo di un Savoia Marchetti)
> degli anni dell’anteguerra furono concepiti e costruiti in quella
> lingua, che il Signor Novelli afferma che non esiste. Vi è un dizionario
> in piemontese dell’automobilismo e della tecnologia. Ma a Torino, oltre
> che il primato dell’automobile e dell’aeronautica, vi fu anche quello
> del teatro e poi, di conseguenza, quello della cinematografia: e dietro
> le quinte e i ciak non si parlava certo cinese, a quell’epoca.
> Veniamo ora al personaggio politico che il Signor Novelli redarguisce
> aspramente per aver difeso una lingua che non esiste: Roberto Cota.
> Cota potrà anche rappresentare un’ideologia politica con la quale il
> Signor Novelli e, chissà, io stesso, magari, dissentiamo. L’auspicio di
> Cota, però, di rivitalizzare la lingua millenaria del Piemonte e dei
> piemontesi è sacrosanto. E tale rimarrà, al di là di ogni transeunte
> ideologia politica. Cota potrà anche non essere un linguista, ma ha
> capito con rara lucidità il nesso fondamentale tra la lingua piemontese
> e il popolo che per mille anni l’ha parlata. Da rivitalista linguistico
> io sono d’accordo al cento per cento con lui sulla validità della lingua
> ancestrale per riaffermare l’identità di un popolo. Mi auguro solo che
> alle buone intenzioni seguano i fatti.
> Se poi il Signor Novelli proprio persiste nel dire che il piemontese non
> esiste, sarò felice di scendere dai monti e di spiegare, davanti a chi
> vorrà presenziare, servendomi del piemontese che non esiste, per quali
> ragioni una lingua è lingua. Il Signor Novelli, che nega che i
> piemontesi abbiano una lingua, ci vorrà magari spiegare cosa hanno fatto
> poi sui campi di battaglia, dopo Magenta e San Martino, quelli che
> parlavano solo la lingua italiana. E dire cosa sarebbe oggi il Québec
> senza la propria lingua ancestrale. E spiegare cosa avrebbe fatto la
> Grecia durante quattro secoli di dominazione turca senza la lingua
> greca. E chiarire perché il toscano è lingua nazionale anche se a Lucca
> non parlano come a Pisa e a Pistoia eloquiscono diversamente che a
> Firenze. Come mai il toscano esiste e il piemontese no?
> Nessuna lingua viva è omogenea e immutabile: la vita è rinnovamento e
> adattamento costanti. Il piemontese è vario perché è vivo. Come vivo è
> il piemontese letterario che per secoli ha veicolato la creatività dei
> più grandi lirici di questa terra: diverse sono le parlate del Piemonte,
> ma mai tanto da non identificarsi nella koiné di chi, invece di dire che
> il piemontese non esiste, se lo è doverosamente studiato, così come ha
> studiato le principali lingue della civiltà letteraria europea, antica e
> moderna. Per poter poi affermare, alla fine di una lunga fatica, che il
> piemontese non solo esiste ma che, a conti fatti, è lingua tra le più
> splendide lingue letterarie d’Europa.
>
>
> <FINE> SRGGIL
> Sergio Maria Gilardino
>

Army1987

unread,
May 7, 2010, 1:29:29 PM5/7/10
to
On Fri, 07 May 2010 18:16:27 +0200, Klaram wrote:


[...]


>> È forse per via di questa abissale differenza di formazione civile e
>> linguistica che leggo con totale disorientamento l’articolo di Diego
>> Novelli in cui dichiara, senza mezzi termini, che «il piemontese non
>> esiste». Nello stesso articolo Novelli apostrofa pesantemente Roberto
>> Cota per aver espresso il desiderio di ripristinarlo («Si è passati
>> dalle tre “I” – Internet, Impresa, Inglese – indicate da Berlusconi,
>> alle tre “P” di Cota: Piemontese, Padania, Pirla»). Per sostenere
>> questa sconcertante opinione egli fa valere che in Piemonte si parlano
>> più dialetti, l’uno diverso dall’altro, e dunque non può esistere una
>> lingua piemontese.

Come dire che l'inglese non esiste perché a New Orleans non si parla allo
stesso modo che a Auckland, o che lo spagnolo non esiste perché a Ciudad
Juárez non si parla allo stesso modo che a Buenos Aires. (Tuttavia penso
che i leghisti restino pirla anche se ogni tanto gli capita di dire
qualcosa di sensato.)

[...]

Sono d'accordo, ma c'era bisogno di farla tanto lunga?

Comunque ho l'impressione che questo disprezzo delle lingue regionali sia
(adesso come adesso) una cosa tipicamente italiana. In Spagna nessuno si
mette a ridere quando si propone un modo di arginare il declino del
catalano, perché in Italia col piemontese sì? (Probabilmente per via di
*chi* lo propone, e non è che hanno tutti i torti, ma a me non piace
giudicare le idee per chi le ha.)

--
Vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare.
[ T H I S S P A C E I S F O R R E N T ]

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