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"Si sta come d'autunno sugli alberi le foglie" - G. Ungaretti
"La verità? La verità è che sono cattivo." - dal film "Trainspotting"
sa...@siol.it - thet...@tiscalinet.it - ICQ: 26078362
>Qualcuno di voi sa darmi qualche spunto su come spiegare il perchè della
>mancanza delle forme verbali future nel dialetto siciliano? Magari con
>qualche indicazione per un excursus sulla mentalità siciliana...
>Scusatemi se sono OT, ma questo mi sembrava il ng più adatto alla mia
>richiesta...!
Il siciliano, essendo un volgare, anzi il primo volgare, ha tutti i
tempi latini. Il fatto e' che alcuni tempi sono caduti in disuso (o in
uso letterario), ma e' un fenomeno che coinvolge anche altre parlate:
il futuro si usa sempre meno a favore del presente; il passato
prossimo al posto del passato remoto. In Sicilia l'uso del futuro e'
decaduto da tempo mentre si fa un uso intenso del passato remoto in
quanto il passato prossimo, che si coniuga sempre con avere, e' soesso
sgradevole. Il futuro siciliano piacque tanto ai fiorentini che la
utilizzarono a piene mani nella famosisima rima "siciliana": sarìa,
potrìa, avrìa ....
--
Ciao.
Sergio®.
>prossimo al posto del passato remoto. In Sicilia l'uso del futuro e'
>decaduto da tempo mentre si fa un uso intenso del passato remoto...
Curioso, in genovese ad esempio il passato remoto non esiste
( e il futuro e' usato pochissimo)
+--
I know you can't speak, I know you can't sign
So cry right here on the dotted line
Il passato remoto, essendo derivato dal perfetto latino, in origine esisteva
in tutti i dialetti; gradualmente però è caduto in desuetudine, nei dialetti
dell'Alta Italia (escluse le aree emiliano-romagnola a e friulana, dove
esisterebbe tuttora) le ultime documentazioni rimandano al XVIII-XIX secolo.
Nell'italiano regionale settentrionale direi che il passato remoto, mancando
d'un supporto nel dialetto, abbia perduto la sua funzione aspettuale, e sia
divenuto, in quanto d'uso piú raro del pass.pross., una semplice variante
stilistica "solenne" o riferita ad eventi molto lontani: il sindaco "pose"
la prima pietra, il Brunelleschi "costruí" la cupola della cattedrale di
Firenze, laddove sarebbe piú corretto (in termini d'italiano letterario)
usare il pass.pross.
(Incidentalmente: quando mi sforzo di parlare "bene" mi vengono un mare di
dubbi nella scelta tra passato prossimo, passato remoto e trapassato
prossimo).
Il problema del futuro è diverso. Qui la formazione latina (laudabo, legam)
scomparve ben presto. Le diverse lingue neolatine hanno fatto ricorso a
strumenti differenti per colmare questa lacuna: FACERE HABEO (> farò), ch'è
il piú diffuso, oppure HABEO (AD) FACERE (es. sardo, ma in passato piú
diffudo), VENIO AD HABERE (romancio), VOLO HABERE (romeno).
Tuttavia poiché l'idea di futurità può essere derivata anche da un
complemento di tempo, allora è comprensibile che una specifica marca verbale
di futuro sia sentita superflua e il verbo assume la dorma del presente (in
quanto indicante azione non ancora condotta a termine): "domani farò" >
"domani faccio".
Rimane però il problema del futuro che indica non collocazione temporale,
bensí supposizione: "Dove sarà adesso mio figlio? Non avrà forse marinato la
scuola?". Sarebbe interessante vedere come si comportano in questo caso i
dialetti che tendono ad abbandonare il futuro.
G.Pontoglio
Il primo volgare?
Diciamo: il volgare italoromanzo che per primo ha sviluppato una
letteratura.
>Il futuro siciliano piacque tanto ai fiorentini che la
>utilizzarono a piene mani nella famosisima rima "siciliana": sarìa,
>potrìa, avrìa ....
Ma non si tratta di condizionale, e precisamente del condizionale di tipo
provenzale (ché il siciliano piú autoctono usa, mi pare, il congiuntivo
imperfetto, come il latino)?
Ciao.
Giovanni Pontoglio
Ricerche sociolinguistiche dimostrano che in Italia il futuro s'usa
prevalentemente con codesta funzione d'esprimere probabilità, mentre per
indicare un'azione futura si predilige il presente, limitando l'uso del
futuro alle situazioni in qualche modo "elevate" per registro o formalità.
Niente di strano, d'altronde càpita in moltissime lingue, e direi che tutte
quante le lingue romanze si comportano analogamente.
Si può riscontrare, in questo caso, la tendenza della lingua a
"semplificarsi" qualora non sia necessario specificare, poiché il contesto
chiarisce ogni possibile ambiguità. Analogamente, per esempio, s'è appurato
che il congiuntivo, tanto bistrattato in italiano, è vivo e vegeto nella
funzione esortativa (una sorta di imperativo per le terze persone e per la
prima plurale): in questo caso la lingua non ha alternativa.
Ciao,
Nicola
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Multa non quia difficilia sunt non audemus, sed quia non audemus sunt
difficilia (Seneca).
>Qui la formazione latina (laudabo, legam)
>scomparve ben presto. Le diverse lingue neolatine hanno fatto ricorso a
>strumenti differenti per colmare questa lacuna: FACERE HABEO (> farò)
>...
Aggiungiamo che la stessa forma latina lauda-bo deriva, così dicono i
dotti, da una forma perifrastica, in quanto la desinenza -bo si
ricollega alla stessa radice verbale del greco phyo e del lat. fui.
Se è così, ci sarebbe da fare interessanti considerazioni
psicolinguistiche su questo tempo futuro che continuamente compare e
scompare - quasi che l'umanità fosse periodicamente presa da
sconsolata rinuncia a guardare innanzi a sé.
--
Maurizio Pistone - Torino strenua nos exercet inertia Hor.
scri...@mauriziopistone.it
www.mauriziopistone.it - Lingua e letteratura italiana
www.lacabalesta.it - la Cabalesta: I vini dell'arcobaleno
>Rimane però il problema del futuro che indica non collocazione temporale,
>bensí supposizione: "Dove sarà adesso mio figlio? Non avrà forse marinato la
>scuola?". Sarebbe interessante vedere come si comportano in questo caso i
>dialetti che tendono ad abbandonare il futuro.
Il siciliano non si pone il problema:
Unn'e' ora me figghiu? Ca nun avissi juto a scola?
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Ciao.
Sergio®
>>Il siciliano, essendo un volgare, anzi il primo volgare,....
>
>Il primo volgare?
>Diciamo: il volgare italoromanzo che per primo ha sviluppato una
>letteratura.
Non dal punto di vista della formazione, ma da quello della struttura.
Credo sia stato il primo ad avere una grammatica.
>>Il futuro siciliano piacque tanto ai fiorentini che la
>>utilizzarono a piene mani nella famosisima rima "siciliana": sarìa,
>>potrìa, avrìa ....
>
>Ma non si tratta di condizionale, e precisamente del condizionale di tipo
>provenzale (ché il siciliano piú autoctono usa, mi pare, il congiuntivo
>imperfetto, come il latino)?
Ehmmm, come dire ... semel in anno licet dire cazzate! ;-((
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Ciao.
Sergio®
Non capisco la tua osservazione: come può una qualsiasi lingua non
avere una grammatica, per quanto primitiva?
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Ciao
Frank