On Sat, 05 Feb 2022 14:19:59 +0100, orpheus <
n...@mail.no> wrote:
>> Forse che è un caso di non prevedibilità dal contesto, e quindi
>> mostra fonematicità anche in assenza di coppie minime.
>
>> Sto ragionando sui contesti prevedibili, ma non me ne vengono in
>> mente.
>
>Non sono così complicato :-)
>
>Cosa intendi per contesto?
Contesto fonetico: i suoni hanno solo alcune possibili concatenazioni
nel flusso del parlato, e in particolare le sillabe possono presentare
delle regole sulla vocale contenuta.
Ancora più in particolare, quello che conta (nel senso che può
mostrare regolarità, o per dirla diversamente restrizioni) è la rima
sillabica.
Una sillaba ha un attacco (A, eventuale), un nucleo (N, sicuro), una
Coda (C, eventuale).
Esempi:
fa.ta = AN.AN
al.ta = NC.AN
a.mo.re = N.AN.AN
tan.to = ANC.AN
tre.no = AAN.AN
tren.to = AANC.AN
Cos'è la rima sillabica? E' formata dal nucleo e dalla coda. Il
legame tra nucleo e coda è più forte di quello tra nucleo e attacco,
quindi eventuali regolarità si manifestano in una certa coda.
L'attacco, per così dire, "non c'entra".
Oltretutto questa "rima" collima perfettamente con la "rima" della
poesia: trenta fa in rima con menta, perché in quella sillaba tonica
c'è identità su nucleo e coda /en/. L'attacco /tr/ contro /m/ non fa
differenza.
Ma non è una cosa stupefacente: la poesia è una forma che ha una
forte componente orale, e l'orecchio di chi scrive / recita / ascolta
anche se non conosce i dettagli della struttura sillabica
inconsciamente li conosce molto bene.
Lo stesso vale per la musica cantata.
Così come i parlanti che nei secoli hanno trasformato la lingua:
ovviamente non sapevano nulla di fonetica, ma nel profondo
riconoscevano una sillaba chiusa da una aperta, una che terminava in
nasale etc.
Possiamo esserne certi, perché le cose si sono trasformate con delle
regole e non a casaccio.
Tornando alla vocale contenuta, possiamo dire che il contesto è
bloccato (e quindi prevedibile) quando in una certa struttura la
vocale può essere solo in un certo modo.
Esempio banale: in una sillaba atona, le vocali medie sono chiuse.
Altro esempio: in una sillaba chiusa da /r/, e con /r/ geminata, la
"e" è sicuramente aperta. Abbiamo tèrra, guèrra, sèrra, non
troviamo parole in cui quella "e" è chiusa.
Viceversa, un contesto libero (e quindi non prevedibile) è quando in
una certa struttura la vocale può essere sia aperta che chiusa.
Esempio: abbiamo vérde ma pèrde. Una sillaba terminata da /r/ non
geminata può avere sia la "e" chiusa sia quella aperta.
In italiano, la maggior parte dei contesti è libera, da questo punto
di vista. Se ti trovi davanti (invento) una parola nuova "merra" vai
abbastanza sicuro sulla pronuncia mèrra, se ti trovi davanti "derna"
non puoi sapere.
In diacronia possiamo fare delle analisi a partire dal latino, e
capire perché in una parola c'è la chiusa o l'aperta (i meccanismi
non sono del tutto lineari, tra sviluppi popolari e colti,
interferenze, correttismi etc, ma una base logica c'è).
In sincronia (ovvero nella mente del parlante) non c'è alcuna analisi
storica, una parola è così perché è così. Perché così l'ha
imparata dalla sua comunità linguistica (famiglia in primo luogo).
E il "motivo" per cui in "verde" c'è la chiusa, nella mente del
parlante, è semplice: perché sì.
E' lo stesso motivo per cui in "pane" c'è una /p/ e in "cade" una
/k/. La parola è così, punto.
Quindi quella vocale è fonematica, è portatrice il significato. /p/
o /k/ caratterizzano le parole "pane" e "cade" (insieme a /n/ e /d/).
E così fanno /ɛ/ in "perde" e /e/ in "verde" (insieme alle altre
differenti) [1].
Anche senza trovare coppie minime, capiamo che quell'opposizione è
fonematica.
Così come per i tuoi "gazza" e "mazza". Non sono coppie minime, ma le
approvo: la tua sensibilità ha identificato il contesto "vocale
seguita da zeta geminata" e ha notato che questa "z" può essere sia
sorda che sonora.
[1] Sulle vocali medie, che nessuno si è mai degnato di scrivere con
un segno, la fonematicità crolla drasticamente fuori dall'Italia
centrale perché nessuno ha mai potuto trasmetterle oralmente.
Si sono quindi formate delle regole per cercare di pronuncia quei
segni scritti "e" e "o". A Faenza, per esempio, non è che si siano
inventati Faénza per qualche stavagante motivo: lì c'è una regola
fonologica per cui una "e" seguita da nasale è chiusa. Quindi
Faénza, vénti (sia il numero, sia il maestrale e lo scirocco),
deménte etc.
Tornando da capo, mi chiedevo se ci sono contesti in cui la sonorità
di "z" è bloccata e quindi prevedibile, ma non me ne sono venuti in
mente. Magari mi sono sfuggiti, ma di contesti liberi ce ne sono
parecchi.