Klaram ha scritto:
> Tanto per fare un esempio, dopo al'arrivo dei Savoia, nel '500, i
> cittadinidi Asti iniziarono a frequentare Torino e ad imitarne la parlata,
> che era quella dei nobili e della corte.
Sono cose ben note. Anche il romanesco secondo alcuni linguisti è stato
fortemente influenzato (se non addirittura plasmato) dal toscano della
corte papale medicea. Che una lingua si modifichi in seguito al
contatto con una lingua percepita come più prestigiosa è, per così
dire, nell'ordine naturale delle cose.
Ma ciò che è accaduto in Italia è del tutto singolare. Fuori
dall'Italia centrale sono arrivati dei testi scritti, e coloro che
leggevano quei testi dovevano "indovinare" la pronuncia, col vincolo
costituito dalla propria fonologia e dalla propria fonotassi.
Qualcosa di simile è accaduto col latino, che era pronunciato in modo
completamente diverso in Italia, in Francia, in Inghilterra eccetera
(anche oggi ci sono delle belle differenze, ma i criteri di lettura si
sono sostanzialmente ridotti a due o tre). Tutti questi scrivevano il
latino nello stesso modo, e per iscritto si capivano benissimo, ma
qualche secolo fa un latinista fiorentino avrebbe faticato non poco a
comprendere la lettura di un latinista parigino o londinese.
Ora, con la lettura dell'italiano non si è mai arrivati a compromettere
la leggibilità, anche perché l'italiano ha grafia e una fonologia
piuttosto semplici. Immaginiamo cosa sarebbe successo se in una regione
come il Veneto fossero arrivati per secoli dei testi scritti in
francese, e i veneti avessero dovuto "indovinare" la pronuncia di
quella lingua, senza avere un rapporto stabile e continuato con dei
parlanti francesi. Il giorno in cui a Venezia fossero arrivate le
trasmissioni della televisione francese non avrebbero capito una
parola! E i francesi non avrebbero capito una parola del "francese"
parlato dai veneti, pur essendo in grado di leggere benissimo il
francese scritto dai veneti.
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Ciao.
D.