On Thu, 29 Sep 2016 15:10:16 +0200, Klaram <
nos...@nospam.it> wrote:
> Ho sbagliato, non è velare ma palatale.
> Della presenza di una i sono convinta
Di una [i] o di una [j]? Immagino la seconda.
Riesci a percepire una versione di "gn" con la "i" e una senza?
>perché se emetto una N velare +
>vocale, ottengo lan-a, una n alveolare + voc.ottengo lana, e mi riesce
>difficile emettere una n palatale + voc e ottenere un suono che non sia
>intermedio ai primi due, ma ottenere qualcosa come lagna.
A me sembra che si possa ottenere una sequenza /Nj/.
Mi pare anche che una fusione generi una consonante più arretrata di
/J/. Le due fusioni avvenute (vedi sotto) sono velare+alveolare e
alveolare+palatale, quella di cui parli è velare+palatale e manca una
palatale che possa "tirare avanti".
> Ho visto sui testi che la grafia gn rifiuta la i diacritica solo
>perché non c'è possibilità di confusione con g-n, essendo g-nosi,
>g-naiss ecc. parole straniere che è meglio pronunciare in italiano con
>la gn di gnomo. A differenza di gl, dove la i diacritica si mette per
>evitare confusione con atri termini come glicole, gladiolo ecc.
>
> Quindi mi sembra che la presenza o meno della i nella scrittura sia
>solo una convenzione grafica.
Il rifiuto di una "i" diacritica può essere dettato dal motivo che
esponi, ma la presenza del suono inviterebbe a mettere la lettera a
prescindere dal bisogno diacritico.
> Inoltre, nell'italiano antico si trovano grafie come "spagniuolo" che
>dimostrano che la i è sentita anche da alttri.
A volte la grafia può non essere nemmeno diacritica ma semplicemente
etimo-fossilizzata.
Nell'italiano moderno abbiamo ancora grafie come "cieco" e "scienza",
che però non ci dicono niente sulla pronuncia della parole.
> Inoltre, avevo anche pensato questo (lo dico a te perché vedo che sei
>competente e puoi dirmi se sia una tavanata), cioè che, se l'italiano
>non avesse perso il suono della j semiconsonante
Non abbiamo perso il suono, abbiamo perso la lettera che lo distingue
dalla "i" vocale :-)
>non ci sarebbe stata
>necessità di introdurre i digrammi gn (di gnomo) e gl (di giglio).
Non so, perché storicamente il suono "gn" ci è arrivato per due
strade.
Una è quella della fusione tra /g/ e /n/ (lat. "magnus", "ignis"), e
un'altra è quella della fusione tra /n/ e /j/ (il moderno "romagna"
/ro'maJ.Ja/, arrivato da "romannia" /ro'man.nja/).
Forse il primo meccanismo ha creato l'idea di scrivere quel suono
"gn", e il secondo è arrivato più tardi quando tale idea era già forte
e.
> Sarebbe bastato indicarli come nj e lj. La pronuncia di /j/ (quel
>suono di cui abbiamo già parlato, del romanesco pijjate), è articolata
>nel palato, legando n e l a /j/, arretra tutto al palato, e si ha lo
>stesso suono di gni e gli.
Non mi convince molto per questo motivo: se ci fosse ancora la
sensibilità di scrivere /i/ "i" e /j/ "j", la tua proposta manderebbe
il digramma "nj" [J] in conflitto con la vera sequenza [nj].
Ti troveresti a scrivere "insonnja" [nnja] come "vergonnja" [JJa].