Davide Pioggia ha scritto:
> 3) Quelle che hanno come soggetto logico un'intera proposizione, che
> grammaticalmente diventa una subordinata (soggettiva): «è bello che
> tu sia venuto».
Questo punto apre un'altra questione piuttosto spinosa.
Consideriamo la seguente frase:
"te lo dico per il tuo bene"
Qui non c'è niente di strano: c'è un soggetto sottinteso ("io"), un
complemento oggetto ("lo"), un complemento indiretto ("per il tuo bene").
Sappiamo però che un elemento della proposizione può essere messo in
evidenza con una costruzione di questo tipo:
"è per il tuo bene che te lo dico"
Ora, si osservi che quel "che" non può essere un pronome relativo. Quando si
ha un pronome relativo esso è un complemento della subordinata. Ad esempio
se dico:
"è il gatto che ho visto ieri"
nella proposizione subordinata "che ho visto ieri" il "che" funge da
complememento oggetto, dunque è un pronome relativo. Ma nella subordinata
"che te lo dico" il "che" non corrisponde ad alcun complemento. Dunque il
"che" è una congiunzione, e la subordinata è una dichiarativa:
è per il tuo bene
che (cong.) te lo dico
Consideriamo ora queste coppie di frasi:
"questo è bello"
"è bello che tu sia venuto"
"questo è per il tuo bene"
"è per il tuo bene che te lo dico"
Confrontando la prima coppia è chiaro a tutti che la subordinata "che tu sia
venuto" è il soggetto della frase, come lo è "questo", con la differenza che
nella seconda il soggetto è un'intera proposizione, e infatti la chiamiamo
soggettiva.
Ebbene, se applichiamo lo stesso ragionamento alla seconda coppia di
proposizioni vediamo che la subordinata dichiarativa non può che essere il
soggetto della frase. Se scriviamo il soggetto fra parentesi quadre abbiamo
questa situazione:
"[questo] è bello"
"è bello [che tu sia venuto]"
"[questo] è per il tuo bene"
"è per il tuo bene [che te lo dico]"
Proviamo ora con quest'altra frase:
"ho invitato mio fratello a cena"
Se voglio mettere in evidenza l'oggetto, dirò:
"è mio fratello che ho invitato a cena"
Ora, questa volta il "che" può fungere da complemento oggetto:
"che [=il quale] ho invitato a cena"
tuttavia adottando questa interpretazione ci ritroviamo senza soggetto della
principale, e bisogna ipotizzare che si sottinteso un "colui":
"è mio fratello colui il quale ho invitato a cena"
"colui il quale ho invitato a cena è mio fratello"
Ebbene, nei giorni scorsi ho cercato di dire (invero piuttosto confusamente)
che costruzioni come queste possono essere associate dai parlanti al
meccanismo più generale che si adotta per mettere in rilievo, quel
meccanismo in cui abbiamo riconosciuto una subordinata dichiarativa
(con la congiunzione), non una relativa.
Voglio dire che ci possono essere comunità di parlanti che associano queste
due costruzioni:
"è per il tuo bene che te lo dico"
"è mio fratello che ho invitato a cena"
Stante questa associazione, nella seconda il "che" potrebbe essere inteso
come una congiunzione, e allora avremmo una dichiarativa che in qualche modo
farebbe da soggetto della principale, sicché la principale non avrebbe
soggetto grammaticale:
"è per il tuo bene [che te lo dico]"
"è mio fratello [che ho invitato a cena]"
In questo modo si spiegano certe "stane" costruzioni che si possono trovare
in alcuni dialetti settentrionali, o anche nell'italiano antico, come
questa:
"egli è mia sorella [che ho invitato a cena]"
Questa costruzione sarebbe infatti del tutto equivalente a quest'altra:
"egli è per il tuo bene [che te lo dico]"
o, più semplicemente, a questa:
"egli è meglio [che tu vada via]"
Ora, ammetto di aver espresso tutto ciò in modo piuttosto confuso, anche
perché stavo cercando faticosamente di focalizzare delle idee che erano
ancora a livello intuitivo, ma chi ha seguito la discussione vede bene che è
qui che i miei discorsi andavano a parare.
Ma la cosa non finisce qui, perché dovete sapere che sono andato in
biblioteca a sfogliare il Serianni, giusto per cogliere qualche spunto, dal
momento che certi miei approcci "eretici" (o quanto meno "creativi") alla
grammatica di solito non trovano conforto nei grammatici "istituzionali".
Questa volta però ho avuto più fortuna, perché a p. 480 Serianni fa questi
due esempi di «messa in rilievo»:
"è Mario che canta"
"è per il tuo bene che ti parlo"
Dopo aver presentato questi esempi, commenta così:
«A rigore, il _che_ del primo esempio è un pronome relativo, non una
congiunzione [...]. Ma l'analogia col procedimento di "messa in rilievo",
che consente di anticipare un qualsiasi elemento della frase sul quale verta
il contenuto 'nuovo' dell'informazione[*] consiglia una descrizione unitaria
del fenomeno»
[*] Io qui metterei una virgola, ma Serianni non la scrive, e immagino che
abbia le sue buone ragioni.
Come vedete, l'interpretazione possibile suggerita da Serianni, che per
l'italiano è solo una questione teorica, per certe lingue diventa
assolutamente concreta, e le comunità di parlanti che dicono stabilmente:
"egli è mia sorella che ho invitato a cena"
hanno finito per adottare proprio questa interpretazione. Invece le comunità
che oscillano nella coniugazione usano entrambe le interpretazioni (cioè
possono usare la relativa o la dichiarativa), magari con una qualche
sfumatura semantica.
Che dite, sono stato spiegato? :-)
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Saluti.
D.