Epimeteo
Mentre la «z» è il regolare esito della «t» latina seguita da
«i», la variante con la «c» deriva dal francese. Quindi la «i»
nel plurale «*pronuncie» non è etimologicamente giustificabile
come ad esempio quella in «provincie». Pertanto ritengo la grafia
«*pronuncie» un vero e proprio sbaglio.
Ciao, Wolfgang
> Mentre la «z» è il regolare esito della «t» latina seguita da
> «i», la variante con la «c» deriva dal francese. Quindi la «i»
> nel plurale «*pronuncie» non è etimologicamente giustificabile
> come ad esempio quella in «provincie». Pertanto ritengo la grafia
> «*pronuncie» un vero e proprio sbaglio.
Premesso che io m'attengo sistematicamente alla regoletta per cui
se -cia o -gia è preceduta da vocale interpolo una "i" muta nel plurale,
altrimenti no, e premesso che concordo col ragionamento, sostengo tuttavia
che sia necessario operare una distinzione tra etimologia ed analogia.
Da un punto di vista strettamente etimologico, certamente "provincie" è
accettabile, mentre "prununcie" no. Ma se l'etimologia fosse l'unico
criterio vigente, dovremmo concludere che metà della lingua italiana
contemporanea è "errata". Se invece vogliamo pensare al discorso:
"provincia" al plurale può prendere una "i" muta, ergo, per analogia, anche
parole ad essa simili possono, allora "pronuncie" diviene giustificabile.
Insomma, la questione mi pare tutt'altro che facilmente risolvibile.
A questo punto, però, mi viene da pensare: cui prodest quella "i"
peregrina ed inutile? L'italiano, grazie al Cielo, ha un'ortografia ottima,
le eccezioni sono poche, e a me dànno fastidio già quelle poche "i" di
"ciliegie", "valigie" & C., cui mi adeguo per opportunità, non certo perché
apprezzi questa grafia. Ergo, forte anche del fatto che la stragrande
maggioranza della gente scrive "pronunce", mi sento di "bocciare" la
versione munita di "i" supplementare, pur non stigmatizzando chi la volesse
adoperare.
Ciao,
Nicola
--
Multa non quia difficilia sunt non audemus, sed quia non audemus sunt
difficilia (Seneca).
[it, en, ru, es, (fr, pt, la, zh, ar)]
Wolfgang, anch'io non scriverei mai "pronuncie" o "provincie", però mi sembrano
due casi etimologicamente molto differenti.
"Pronuncia" è una variante di "pronunzia" e deriva comunque dal latino "nuntius,
nuntia, nuntiare" (e in francese facilmente la "-tia" latina - pronunciata
"-zia" - diventa una "-ciation", "-cer" "-ce", dove la "c" è pronunciata come
"s"), mentre "provincia" deriva dal latino "provinCia" (plurale "provinciae")
che in francese ("province") è pronunciata sempre come "s".
Chissà se in latino la "c" di "provincia" è una "c" dolce!
Mettere in mezzo anche la derivazione dal francese mi sembra una forzatura o una
complicazione non necessaria.
Ciao,
Epimeteo
Non vado d'accordo con te, Nicola. Ci andrei senz'altro se
«provincie» fosse una grafia che rispettasse la regola generale.
Ma è una deroga, per giunta facoltativa, un corpo estraneo
solamente tollerato per dire, e come tale non ha alcun diritto di
far proseliti. Altrimenti si potrebbe giustificare qualsiasi abuso
grafico, e le regole non varrebbero neanche la carta in cui stanno
scritte.
Tanto per farti un'esempio, se uno scrivesse «socquadro», potrebbe
trovare la mia indulgenza, visto il grandissimo numero di parole
scritte con «cq». Ma se a qualcuno venisse l'uzzolo di scrivere
«aqqua», «aqquisto» ecc., invocando l'analogia con «soqquadro»
per giustificare questa grafia, non potrebbe contare sulla mia
comprensione.
> A questo punto, però, mi viene da pensare: cui prodest quella
> "i" peregrina ed inutile? L'italiano, grazie al Cielo,
Bellissima ironia l'invocazione del Cielo con la «i» superflua!
Ciao, Wolfgang
per me però, sarebbe bellissimo scrivere "aqua",
ke avrebbe oltretutto giustificazione etimologica.
trovi?
ciao, darik
Etimologicamente sí. Ma dal punto di vista fonetico ne sono
un po' meno entusiastico, giacché la tua grafia sopprime la
doppia. Da te mi sarei pertanto aspettata una bell'«akkua».
Ciao, Wolfgang
> Tanto per farti un'esempio, se uno scrivesse «socquadro», potrebbe
> trovare la mia indulgenza, visto il grandissimo numero di parole
> scritte con «cq».
Senza dubbio. Anzi, io per primo ritengo che "soqquadro", grafia cui
pure mi adeguo, sia un orrore ingiustificabile.
> Ma se a qualcuno venisse l'uzzolo di scrivere
> «aqqua», «aqquisto» ecc., invocando l'analogia con «soqquadro»
> per giustificare questa grafia, non potrebbe contare sulla mia
> comprensione.
Certo, l'analogia, di norma, impone al lato piú debole di un'asimmetria
la regola del piú forte. Mi sembra del tutto improbabile che si imponga
"aqqua". E comunque, se anche lo facesse, una volta impostasi in maniera
stabile e codificata, non ci rimarrebbe che prenderne atto.
> > A questo punto, però, mi viene da pensare: cui prodest quella
> > "i" peregrina ed inutile? L'italiano, grazie al Cielo,
>
> Bellissima ironia l'invocazione del Cielo con la «i» superflua!
Eh, no, ti assicuro che mentre lo scrivevo pronunziavo proprio
"c-i-elo". :-)