On 03/10/2016 18:35,
multi...@gmail.com wrote:
> Sull'analisi "logica" segnalo anche il seguente articolo di Gabriele
> Pallotti, già segnalato altre volte, che peraltro cita un nostro
> assiduo utente:
>
>
http://www.giscel.it/sites/default/files/gruppi/emilia_romagna/2016/2016_07.Pallotti_RiflessioneLinguaPub-2.pdf
>
>
>
“…l’assegnazione di un fatto linguistico a una categoria o un’altra
> deve essere il prodotto di un ragionamento su somiglianze e
> differenze, che può anche portare alla conclusione che esso si trova
> al confine tra due o più categorie, e non la meccanica applicazione
> di uno schema, con l’implicito assunto che debba esistere una e una
> sola risposta giusta.
Certo, ma un certo schematismo e semplicismo dell'analisi logica
tradizionale suppongo siano anche dovuti al fatto che di norma l'analisi
logica viene proposta ai bambini.
> La tradizionale analisi logica porta questo atteggiamento a livelli
> parossistici: dovendo a tutti i costi segmentare una frase in
> soggetto, predicato e complementi, si sono inventati i complementi
> più stravaganti per dare a tutti i costi un nome a una parte della
> frase, mischiando sintassi e semantica, scienza e senso comune,
> logica e illogicità.
Certo, alcune classificazioni sono arbitrarie e ci si può chiedere quale
sia l'utilità, però è tutto sommato un esercizio a riflettere sui
rapporti degli elementi della frase, "un ragionamento su somiglianze e
differenze" come dice lo stesso articolo. Un tipo di esercizio che si
può sicuramente migliorare (mi pare interessante anche il modello delle
valenze postato da Mad Prof) ma che, secondo me, sarebbe sbagliato
liquidare con eccessiva sufficienza.
> @ Provate a definire i complementi del verbo in queste frasi. 1.
> Marcello va a Roma 2. Guido è stato condannato a tre anni 3. La casa
> andò a fuoco 4. I ragazzi giocano a carte Ora che avete classificato
> i complementi, cosa sapete più di prima?
Infatti, "a che serve" è la domanda da farsi, come dicevo in un altro
messaggio. L'utilità di eccessive distinzioni in effetti è opinabile.
Però è anche vero che l'italiano sceglie le preposizioni secondo la
funzione.
Se al bambino si fa notare che in "Svenne per il caldo" la preposizione
"per" introduce la causa, la stessa costruzione sarà riconosciuta anche
in altri casi.
> ‘A Roma’ indica chiaramente un luogo: che ci si vada lo dice il
> verbo, non il ‘complemento’ in sè (cfr abitare a Roma). Cosa c’è da
> spiegare e da capire? Vale la pena fare un esercizio per chiarire
> che, andando a Roma, si va in qualche posto, mentre, abitandovi, ci
> si sta?
"lo dice il verbo" ma lo dice anche il complemento.
"Vado a Roma" è diverso da "Vado per Roma " e da "Vado via da Roma".
"Ho camminato per Roma" è diverso da "A Roma ho camminato" che è diverso
da "Camminò da Roma a Cantù".
> ‘A tre anni’ è una pena, una punizione: anche questo è scontato, cosa
> c’è di tecnico, di specialistico da insegnare?
Del resto, non sempre si usano classificazioni inutilmente minuziose.
Per esempio, si può parlare di complemento di quantità senza
suddividerlo in prezzo, stima, misura, peso, estensione, distanza, e via
"complementando".
> Vi sarà venuto qualche dubbio sull’andare a fuoco […] Che
> complemento è a fuoco? L’atteggiamento meccanico degli studenti li
> porta a classificarlo come una forma di moto a luogo: c’è il verbo
> andare, la preposizione a, proprio come in andare a Roma. Ma dove mai
> può andare una casa?
Beh, "a fuoco" indica una trasformazione dallo stato ordinario. In
questo senso il moto a luogo figurato non mi pare così sbagliato.
> Allora il furore classificatorio che porta a salvare le categorie,
> invece di metterle in discussione, si inventa il moto a luogo
> figurato, che salva le illogicità dell’analisi logica. Figurato, cioè
> per modo di dire. Ma dove va una casa, sia pure per modo di dire?
> Pistone suggerisce ironicamente di coniare per questa espressione il
> complemento di incendio o, provocatoriamente, anche il complemento di
> sfiga (cfr andare a scatafascio, andare a rotoli, andare in malora).
> Fanno ridere? Ma allora provate a spiegare perché il complemento di
> pena (che si trova in tutti i manuali scolastici) è una cosa seria
> mentre il complemento di incendio (o di sfiga) sarebbe una boutade. E
> come classificare (giocare) a carte, che si allinea con a pallone, a
> nascondino, ai dadi? Complemento di gioco? E perché no? Ma anche
> questo non ci dice nulla che già non sappiamo: ‘a carte’ si gioca, ‘a
> Roma’ si va, muovendosi.
Infatti, sono invece più interessanti i complementi che riconducono a
categorie più vaste. Ma alcuni complementi "minori" servono forse a
coprire alcune particolarità del sistema. Quando diciamo "gioco a carte"
intendiamo "gioco al gioco delle carte" ovvero, come complemento oggetto
interno, "gioco il gioco delle carte".
Notare anche che in inglese il tipo di gioco è un complemento diretto,
senza preposizione: to play cards.
> L’analisi logica istituisce un insieme di categorie pseudo-tecniche,
> dai nomi spesso poco trasparenti, per dire cose banalissime. In apro
> la porta con la chiave e vado al cinema con Gianni la chiave è uno
> strumento mentre Gianni è un compagno. C’è qualcosa su cui
> riflettere? A cosa serve un esercizio che faccia distinguere gli
> strumenti dagli amici?
Ci dice che nel secondo caso possiamo far precedere al "con" un
"insieme", nel primo no. :)
> Di questo si sono resi conto da tempo gli autori di manuali
> scolastici di tutto il mondo, dove la terminologia grammaticale è
> ridotta all’essenziale. Solo in Italia permane un attaccamento
> immotivato a un apparato terminologico ingombrante e spesso anche
> datato e inadeguato. Se si sfoglia un manuale di lingua prodotto e
> pubblicato all’estero si vedrà che la terminologia metalinguistica
> usata è sostanzialmente quella proposta nelle sezioni precedenti,
> talvolta qualcosa di più, talvolta anche qualcosa di meno. Si dice
> che l’analisi logica serve per imparare il latino. Ma in tutto il
> mondo si insegna il latino senza avere mai fatto analisi logica: le
> semplici spiegazioni sulla semantica della frase illustrate in
> precedenza sono più che sufficienti. E lo stesso vale per il
> tedesco, una lingua con i casi per molti versi simile al latino: le
> persone che imparano il tedesco negli Stati Uniti, in Corea o in Cina
> non hanno dovuto fare un estenuante percorso nella loro lingua
> materna in cui si devono classificare i complementi di modo, di
> strumento, di peso e misura.”
>
> Già in passato in questi siti si è discusso di varie imprecisioni e
> mancanze dell’analisi (il)logica: del tipo trovandosi in “Luigi si è
> innamorato di Marta”, “Carlo crede in Dio” o “L’Italia confina con
> la Svizzera” era in effetti ridicolo parlare di “complemento di
> innamoramento”, “complemento di credenza o fede” o “complemento di
> confine”...
Alla fine della fiera, più che una critica all'analisi logica in
generale, mi pare una critica, anche condivisibile, al proliferare dei
complementi indiretti, spesso eredità del latino o della smania
classificatoria.
Altro paio di maniche però sarebbe dire addio all'analisi logica in nome
di teorie molto più raffinate. Forse troppo raffinate per non confondere
le idee ai bimbi (e anche a molti adulti).
Dunque, credo che l'analisi logica sia da salvare, correggere e
integrare con nuovi sviluppi, piuttosto che da buttar via come un
vecchio arnese. Serve un compromesso di buonsenso tra nuove teorie e
approccio tradizionale.
A questo proposito, un altro articolo sulla grammatica valenziale che mi
pare interessante:
http://www.laricerca.loescher.it/lingua-italiana/333-la-chimica-della-frase.html