On Thu, 10 May 2018 17:49:54 +0200, edi'® <
zo...@tiscali.it> wrote:
>> Non mi ricordo di che area sei. Non hai le opposizioni bòtte / bótte
>> pèsca /pésca còlto / cólto etc?
>
>Abito a Milano da sempre, ma sono di famiglia italogrecobizantina.
Allora ci sta che tu non abbia quelle opposizioni.
>Allora avevo male interpretato ciò che avevi scritto:
> Da un punto di vista fonetico, se chiami "iato" quello che sta su una
> sillaba "via" "vai" "mio" "noi" etc, come chiami quello che sta su
> due? ("caino" "rialza" "riace")
Ah, ok... mi sono spiegato male. Con "due sillabe" mi stavo solo
riferendo ai segmenti di interesse "cai" "rial" "ria".
>> In musica, se si vuole lasciare la parola integra, per ogni sillaba ci
>> vuole almeno una nota. Se poi si decide di sfasciarle, tutto diventa
>> valido: se decidi di pronunciare "Caino" come pronunceresti "zaino"
>> hai messo una nota sola al posto di due, ma "Caino" lo stai dicendo
>> molto male.
>>
>> Mi viene in mente l'Avvelenta di Guccini:
>>
>> "Mio padre in fondo aveva anche ragione" (è un endecasillabo)
>
>Sì, ma in musica dipende anche come canti il brano.
>"Aveva anche" posso cantarlo come se avesse quattro o cinque sillabe,
>secondo le note che devo seguire.
Statisticamente, ne ha molto più spesso quattro.
Comunque c'è un motivo per cui ho scritto "almeno una nota". In caso
di necessità melodica, si possono aggiungere delle note.
Anche senza bisogno di sequenze vocaliche, una vocale semplice può
essere vocalizzata su varie note.
A maggior ragione, un dittongo può passare a iato. La sequenza
eterofonica (uovo, piede) ha molte più resistenze a farlo, è più
facile che venga lasciato intatto e modulata la vocale.
Il punto critico è il numero *minimo* di note usabili, è lì che si
capisce il numero di sillabe.
In "Caino" non puoi scendere sotto le tre note, se vuoi che sia ancora
"Caino".
> > Quel "mio padre" ha tre note, prova a sentirla. Prova a sentire un
> > midi o a guardare uno spartito.
> > Se lo sostituisci con "mi' padre" non c'è bisogno di cambiare le note.
> > Trasformalo in "nostro padre": le due sillabe di "nostro" non ce la
> > fanno a stare al posto delle due presunte di "mio".
>
>Certo. Ma se le note fossero state quattro, Guccini avrebbe cantato
>senza problemi "mio padre" su quattro note anziché tre.
Sì, è possibile. Se non si è a fine frase, però, non è molto
frequente.
>Io, vagabondo che son io...
>Io rinascerò, cervo a primavera...
>Il primo "io" è cantato su due note, il secondo su una. O sbaglio?
Esatto.
Dai Nomadi c'è una riarticolazione.
>Non credo che i testi delle canzoni possano essere portati a riprova di
>una chiara divisione in sillabe delle parole.
Statisticamente lo sono, perché sono scritte per essere cantate e sono
scritte con la sensibilità linguistica uditiva / articolatoria e non
con astratte convenzioni di separazione grafematica.
Certo, ci sono delle stranezze dettate da esigenze melodiche... ma per
lo più trovo che siano in linea.
Ne ho sistemato tante, di basi midi. Sempre usando la normale
sillabazione fonetica... Ok, mi trovo a gestire qualche variazione
dettata dalla melodia. Alcune dialefi (che a volte sarebbero presenti
anche nel parlato [1]), qualche dittongo che passa a iato.
Iati *veri* (quelli che io chiamo tali...) passati a dittongo non ne
trovo, però. "Poeta" "maestro" "paese" "paura" "beato" etc.
Se decidessi di applicare quella tradizionale, verrebbe fuori un
disastro tale da dover ricorreggere mezza canzone.