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Geminate nei dialetti settentrionali?

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Giovanni Pontoglio

unread,
Sep 2, 2001, 7:45:09 PM9/2/01
to
Su tutti i manuali di linguistica italiana romanza si legge che nei dialetti
dell'Alta Italiana «le geminate si scempiano».
Epperò se prendiamo in mano molte monografie dialettali, osserviamo che in
molte aree (milanese, genovese, emiliana almeno) le doppie ci sono eccome, e
poiché gli autori non specificano altrimenti, ex silentio si deduce che tali
doppie indichino geminate come in italiano.
Come spiegare questa contraddizione?
Ipergeneralizzano i romanisti? O lessicografi e autori dialettali non sono
consapevoli della differenza tra fonetica dialettale e italiana (ciò è
ipotizzabile per l'Ottocento, quando mancava l'influenza unificatrice della
radiotelevisione e quindi la pronuncia dell'italiano era piú regionale di
quanto lo sia oggi, ma mi sembra improbabile se riferito e testi piú
recenti)?

Studi scentifici che trattino in modo critico e analitico il problema —
connesso con quello della quantità vocalica — credo che esistano solo per
pochissimi dialetti: p.es. il Coco sul bolognese (che conclude che esistono
effettivamente le geminate, seppure la sua conclusione, che attribuisce a
tali indubbie geminate fonetiche anche un valore fonemico non mi convinca
del tutto).

Per quanto ne so io — come vedete, è un quadro molto lacunoso — la
situazione sarebbe la seguente:

— area piemontese: piemontese comune: geminazione automatica (quindi non
fonemica) dopo /ë/: /i 'vëdu/ --> [i 'vëddU] "vedo"; altri dialetti:
????????

— area ligure: ventimigliese: niente geminazione; genovese: geminaz.
(automatica) dopo breve?; altrove: ???

— area lombarda occidentale: quadro non chiaro: in milanese ci sarebbe un
piú o meno sensibile rafforzamento dopo breve (solo se tonica?; solo in fine
di parola??); altrove: ????

— area lombarda orientale: bresciano: di norma assenza di geminazione (se
non in casi particolari in cui conviene porre — a mio avviso — un fonema
giuntura: /en+nigo'las/), tutt'al piú rafforzamento automatico in
determinati contesti fonetici (/bj/: /'sabja/); in rari casi si ha
un'assimilazione (quasi) totale tra foni contigui, es. ['fonnå],
probabilmente da interpretare /'fomna/; bergamasco: credo che vi sia una
situazione simile; alcune parlate lombardo-orientali periferiche (o comunque
lontane dai modelli cittadini) ammetterebbero singoli fonemi di
realizzazione lunga oppure (Val Gobbia) un parziale allungamento
consonantico probabilmente in dipendenza da brevità vocalica;

— area emiliana e romagnola: per il bolognese vedi sopra; per il resto:
??????

— area veneta: in generale solo consonanti scempie; geminate sono segnalate
per Burano;


— area ladina (dolomitica): non vi sono geminate;

— area friulana: non vi sono geminate (c'è invece una quantità, o forse
tensione, vocalica fonemicamente pertinente, anche se non dappertutto).

(Mi riferisco alle doppie interne e finali. La geminazione sintattica, tipo
"a-r-Roma" non mi risulta segnalata per alcun dialetto dell'Alto Italia).

Se qualcuno fosse in grado d'integrare il quadro ...


Saluti
G.Pontoglio


Paolino

unread,
Sep 3, 2001, 4:15:34 AM9/3/01
to
"Giovanni Pontoglio" <giop...@libero.it> wrote in message news:<9wzk7.18248$MO.6...@news.infostrada.it>...

Ti parlo per quello che so del ligure.
Sono madrelingua italiano, però circondato nella vita quotidiana da
madrelingua ligure che vesso periodicamente: questo per prendermi il
beneficio dell'errore.

> Su tutti i manuali di linguistica italiana romanza si legge che nei dialetti
> dell'Alta Italiana «le geminate si scempiano».
> Epperò se prendiamo in mano molte monografie dialettali, osserviamo che in
> molte aree (milanese, genovese, emiliana almeno) le doppie ci sono eccome, e
> poiché gli autori non specificano altrimenti, ex silentio si deduce che tali
> doppie indichino geminate come in italiano.
> Come spiegare questa contraddizione?

Da quello che ho visto io, le monografie che conservano le doppie sono
anche quelle che distinguono ç, z, s (tutte /s/), con evidenti
motivazioni etimologiche. Quindi un comportamento simile ai volgari
medievali o all'inglese di oggi.

>
> &#8212; area ligure: ventimigliese: niente geminazione; genovese: geminaz.


> (automatica) dopo breve?; altrove: ???
>

Esattissimo. Anche nello Spezzino non sembrano amare la geminazione,
mentre nel tabarchino (S.Pietro/S.Antioco) sembrano farla sempre (non
so se ci sia distinzione fonematica).
Per quanto riguarda il genovese, si ha geminazione:
...automatica dopo tonica breve parossitona, ma solo sotto accento di
frase...

An(d)emmo a ca. /anemu aka:/ [-m-]
An(d)emmo. /anemu/ [-mm-]
Vediemo. /vedie:mu/ [-je:mu]
Lodda. /lo:da:/ [lo:'da:]

La grafia nei casi precedenti può anche indicare la doppia, mentre
se l'accento retrocede:

Façile. /'fasile/ ['fasile]

(comunque, se si deve enfatizzare la sillaba, si allunga la
consonante:
Façile! [''fassile])

Fuori dalle toniche, /f v z/ risultano un po' allungate:
A foxe. /afu:Ze/ [a'f.u:2e]

Ciao.

Nicola Nobili dai labirintici meandri dell'ortografia disaccentata

unread,
Sep 3, 2001, 5:10:16 AM9/3/01
to
"Giovanni Pontoglio"
> Studi scentifici che trattino in modo critico e analitico il problema &#8212;
> connesso con quello della quantità vocalica &#8212; credo che esistano solo per

> pochissimi dialetti: p.es. il Coco sul bolognese (che conclude che esistono
> effettivamente le geminate, seppure la sua conclusione, che attribuisce a
> tali indubbie geminate fonetiche anche un valore fonemico non mi convinca
> del tutto).

Se aspetti fino a stasera, vado a rileggermi un articolone sulla
fonetica del bolognese. Per ora, posso dirti che, secondo il Bruni (e,
piú modestamente, secondo me), le geminate in bolognese esistono, ma
non hanno valore fonemico. Allo stesso modo si distinguono vocali
brevi e lunghe, ma senza dar luogo a coppie minime.

Ciao,
Nicola

Paolo

unread,
Sep 3, 2001, 6:48:13 AM9/3/01
to

Giovanni Pontoglio <giop...@libero.it> wrote in message
9wzk7.18248$MO.6...@news.infostrada.it...

> Su tutti i manuali di linguistica italiana romanza si legge che nei
dialetti
> dell'Alta Italiana «le geminate si scempiano».
> Epperò se prendiamo in mano molte monografie dialettali, osserviamo che in
> molte aree (milanese, genovese, emiliana almeno) le doppie ci sono eccome,
e
> poiché gli autori non specificano altrimenti, ex silentio si deduce che
tali
> doppie indichino geminate come in italiano.

Mah... io ho sempre dubitato che (per esempio) le "geminate finali" del
milanese non fossero veramente tali: come si fa a pronunciare due consonanti
finali uguali seguite da pausa? Oppure si pronunciano doppie solo quando c'è
una sillaba successiva su cui appoggiarsi?

> Come spiegare questa contraddizione?
> Ipergeneralizzano i romanisti? O lessicografi e autori dialettali non sono
> consapevoli della differenza tra fonetica dialettale e italiana (ciò è
> ipotizzabile per l'Ottocento, quando mancava l'influenza unificatrice
della
> radiotelevisione e quindi la pronuncia dell'italiano era piú regionale di
> quanto lo sia oggi, ma mi sembra improbabile se riferito e testi piú
> recenti)?
>

> Studi scentifici che trattino in modo critico e analitico il problema -
> connesso con quello della quantità vocalica - credo che esistano solo per


> pochissimi dialetti: p.es. il Coco sul bolognese (che conclude che
esistono
> effettivamente le geminate, seppure la sua conclusione, che attribuisce a
> tali indubbie geminate fonetiche anche un valore fonemico non mi convinca
> del tutto).
>

> Per quanto ne so io - come vedete, è un quadro molto lacunoso - la
> situazione sarebbe la seguente:
>
> - area piemontese: piemontese comune: geminazione automatica (quindi non


> fonemica) dopo /ë/: /i 'vëdu/ --> [i 'vëddU] "vedo"; altri dialetti:
> ????????
>

> - area ligure: ventimigliese: niente geminazione; genovese: geminaz.


> (automatica) dopo breve?; altrove: ???
>

> - area lombarda occidentale: quadro non chiaro: in milanese ci sarebbe un


> piú o meno sensibile rafforzamento dopo breve (solo se tonica?; solo in
fine
> di parola??);

In fine di parola ritengo sia possibile solo un pronungamento del contoide
in questione, ma non una vera geminazione, che dovrebbe distribuire i due
segmenti su due sillabe differenti.

>
> - area lombarda orientale: bresciano: di norma assenza di geminazione (se
> non in casi particolari in cui conviene porre - a mio avviso - un fonema


> giuntura: /en+nigo'las/), tutt'al piú rafforzamento automatico in
> determinati contesti fonetici (/bj/: /'sabja/); in rari casi si ha
> un'assimilazione (quasi) totale tra foni contigui, es. ['fonnå],
> probabilmente da interpretare /'fomna/; bergamasco: credo che vi sia una
> situazione simile; alcune parlate lombardo-orientali periferiche (o
comunque
> lontane dai modelli cittadini) ammetterebbero singoli fonemi di
> realizzazione lunga oppure (Val Gobbia) un parziale allungamento
> consonantico probabilmente in dipendenza da brevità vocalica;

In effetti può capitare che un settentrionale pronunci identici "Luca" e
Lucca" con una sorta di realizzazione intermedia tra ['lukka] (che in
toscano è di solito ['luk:-ka] o ['lu;k-ka], cioè anche la sillaba caudata
CVC subisce qualche forma di allungamento o semiallungamento in tonìa) e
['lu:ka]: due [k] di durata più breve del solito, una "micro-geminazione",
un po' come in certe varianti del sardo.

Paolo

Marco Cimarosti

unread,
Sep 3, 2001, 9:01:47 AM9/3/01
to
Giovanni Pontoglio ha scritto:

> Su tutti i manuali di linguistica italiana romanza si legge che nei dialetti
> dell'Alta Italiana «le geminate si scempiano».
> Epperò se prendiamo in mano molte monografie dialettali, osserviamo che in
> molte aree (milanese, genovese, emiliana almeno) le doppie ci sono eccome, e
> poiché gli autori non specificano altrimenti, ex silentio si deduce che tali
> doppie indichino geminate come in italiano.
> Come spiegare questa contraddizione?

Mi offri l'occasione di dire qualcosa in proposito per il lombardo
occidentale (milanese, brianzolo, comasco e dialetti affini) su cui
stavo rimuginando da un po'.

Prima di cominciare, devo mettere in guardia ancora una volta sul
fatto che, come linguista, io sono un assoluto dilettante. Vorarìa
minga che qualcuno copiasse&incollasse questa roba nella sua tesi, per
poi pigliarsi sonori sganassoni dal professore!

E' inoltre giusto far sapere che sono lombardo solo da un lato (ho
anche ascendenze friulane e attinenze siciliane) e che raramente mi
capita di parlare dialetto.

> &#8212; area lombarda occidentale: quadro non chiaro: in milanese ci sarebbe un


> piú o meno sensibile rafforzamento dopo breve (solo se tonica?; solo in fine
> di parola??); altrove: ????

*Sicronicamente*, a me pare che questo rafforzamento non esista
proprio. Non almeno nei dialetti della mia zona (nord-est della
provincia di Milano + bassa lecchese, bassa comasca - Brianza,
insomma).

Non posso escludere che il fenomeno esista in altre aree. In
particolare, anch'io ho letto qualcosa di questo tipo riguardo al
dialetto "meneghino" (cioè quello della città di Milano). La cosa però
non è più facilmente verificabile: non credo di sbagliarmi dicendo che
il dialetto del capoluogo è ormai pressoché estinto.

Comunque, anche nella bocca dei pochi vecchi milanesi che sostengono
di parlare meneghino, non mi pare di rilevare alcuna differenza fra la
/r/ di "bara" (/'ba:ra/) e quella di "barra" (/'bara/).

La differenza che spicca fra le due parole, come ben si vede nella
trascrizione e come ben si sente nel parlato, sta piuttosto nella
*quantità* della vocale tonica.

E precisamente questa è la mia ipotesi *diacronica*: la "quantità
consonantica" (se mi passate il termine) un tempo doveva esistere
anche in lombardo ma poi è stata trasformata in un'uguale e
*contraria* quantità vocalica, applicata alle vocali precedenti.
"Contraria" nel senso che un'antica geminata ("consonante *lunga*") ha
determinato una moderna vocale *breve*, mentre un'antica scempia
("consonante *breve*") ha determinato una moderna vocale *lunga*.

Insomma, riducendo il tutto in formulette:

VC < *VCC
V:C < *V:C < *VC

("V" sta per qualsiasi vocale; "C" per qualsiasi consonante; ":"
significa che la vocale precedente è lunga, "<" significa "deriva da";
"*" denota un'ipotesi d'antica pronuncia; "+" è un mio simbolo
estemporaneo per indicare "allungamento" della consonante che lo
precede.)

Bisogna precisare che all'epoca in cui questo "trasferimento" è
avvenuto, il lombardo *non* distingueva le vocali lunghe da quelle
brevi. Questa distinzione, importantissima per l'antico latino, era
già andata persa all'epoca del latino volgare unitario, ben prima che
si sviluppassero i dialetti regionali. Intendo dire che la quantità
vocalica, essendo inutilizzata, era "libera" di essere adibita ad
altri usi.

Questo processo si accompagna anche al cambiamento di timbro di alcune
vocali. Le antiche vocali /é/ (chiusa) ed /è/ (aperta) prima si
confondono in un unico timbro /e/ (intermedio) e poi riemergono,
specializzandosi nel distinguere la versione breve e lunga della /e/ :

èC < *eCC < *èCC
èC < *eCC < *éCC
é:C < *e:C < *èC
é:C < *e:C < *éC

(Ho già avuto modo di dire che, secondo me, questa "specializzazione"
dialettale delle "e" aperte e chiuse si rifletta anche nella moderna
pronuncia milanese dell'italiano, anche se non riesco a spiegarmi
alcune eccezioni, tipo "férmo" e "(egli) ésca", anziché "*fèrmo" e
"*èsca").

Analoga specializzazione di timbro si verifica per la /ò/ aperta: la
variante lunga /ò:/ viene sostituita dal suono /ö:/, probabilmente
passando per un periodo di dittongazione:

òC < *òCC
ö:C < *uò:C < *ò:C < *òC

Questo processo si dev'essere esteso non solo alle "doppie" vere e
proprie ma anche a qualsiasi coppia di consonanti, non necessariamente
identiche. Vedi il milanese /'pèska/ (il frutto), contro l'italiano
/'péska/.

Ma perché, a un certo momento (nel bel mezzo del Medioevo,
probabilmente), i lombardi si sono presi la briga di mettere tutto
questo scompiglio nelle loro vocali?

Probabilmente perché la loro coscienza linguistica collettiva si
"rendeva conto" che, generazione dopo generazione, riuscivano sempre
meno a distinguere le scempie dalle geminate. E non era assolutamente
ammissibile che le tantissime parole che si distinguevano solo per
questa differenza finissero per confondersi.

Ad esempio, le già citate "bara" e "barra" si distinguevano solo
perché la seconda aveva una /rr/ geminata (/'bara/ contro /'barra/).
Se questa distinzione fosse venuta meno, si sarebbe fatta confusione
fra "casse da morto" e "spranghe di metallo o di legno", e così via
per centinaia di altre parole.

Ma siccome questa distinzione consonantica proprio non reggeva più, la
si è trasferita *anche* sulle vocali, prima che fosse troppo tardi.
Una volta che tutte le siffatte coppie di parole si potevano
distinguevano sia dalle vocali che dalle consonanti (/'ba:ra/ contro
/'barra/), una delle due distinzioni poteva benissimo andare a farsi
benedire senza rischi per la stabilità del vocabolario.

A questo punto c'è da chiedersi perché mai, a un certo punto del
Medioevo, i lombardi hanno perso la capacità di distinguere le
"singole" dalle "doppie". Tutti gli italiani dal Po in giù sono
rimasti capacissimi di fare questa distinzione; gli stessi lombardi
hanno mantenuto la distinzione per secoli nel loro dialetto e oggi,
come si sa, hanno "reimparato" senza difficoltà a pronunciare le
doppie dell'italiano.

E allora perché? La spiegazione è che, proprio in quel periodo, stava
consumandosi la caduta delle vocali finali.

Se ci fate caso, la maggior parte delle geminate italiane (e
dialettali) sta immediatamente prima della vocale finale. Non saprei
perché: forse è solo conseguenza del fatto che moltissime parole sono
di due sole sillabe, oppure che l'accentazione piana è di gran lunga
prevalente. Boh. Sta di fatto che, una volta sparite le vocali finali
(tutte tranne /a/, in lombardo), era praticamente impossibile
pronunciare in modo diverso le scempie e le doppie rimaste in fine di
parola, e ce n'era tantissime.

Prendiamo due esempi maschili: "fato" e "fatto". Finché il lombardo ha
mantenuto la "o" finale non c'era problema. Nessun problema neanche
quando la "o" si è tramutata in uno "schwa" indistinto (a quell'epoca,
"fato" e "fatto" in lombardo si dovevano pronunciare come oggi in
napoletano).

Ma quando le vocali sono cadute del tutto, è diventato praticamente
impossibile sentire la differenza fra la /t/ di /fat/ e la /tt/ di
/fatt/.

Per quanto il parlante ci si sforzasse, la "seconda" consonante
doppia, senza una vocale d'appoggio, risultava silente e l'ascoltatore
capiva "fato" invece di "fatto" (nonché "peto" invece di "petto", e
via con una lunga serie di possibili equivoci spiacevoli).

L'unico modo di far apparire quella /tt/ più lunga di quanto in realtà
non fosse era, per contrasto, di far sentire più breve la vicina /a/.
Ma per far sì che la /a/ sembrasse davvero breve (ché già lo era in
tutti i casi) era di allungare quella di "faaaaaato".

Ciao.
Marco

Danilo Giacomelli

unread,
Sep 3, 2001, 9:23:14 AM9/3/01
to

"Giovanni Pontoglio" <giop...@libero.it> ha scritto ...

> Su tutti i manuali di linguistica italiana romanza si legge che nei
dialetti
> dell'Alta Italiana «le geminate si scempiano».
....

> - area lombarda orientale: bresciano: di norma assenza di geminazione (se
> non in casi particolari in cui conviene porre - a mio avviso - un fonema

> giuntura: /en+nigo'las/), tutt'al piú rafforzamento automatico in
> determinati contesti fonetici (/bj/: /'sabja/); in rari casi si ha
> un'assimilazione (quasi) totale tra foni contigui, es. ['fonnå],
> probabilmente da interpretare /'fomna/; bergamasco: credo che vi sia una
> situazione simile; alcune parlate lombardo-orientali periferiche (o
comunque
> lontane dai modelli cittadini) ammetterebbero singoli fonemi di
> realizzazione lunga oppure (Val Gobbia) un parziale allungamento
> consonantico probabilmente in dipendenza da brevità vocalica;

Sembra anche a me che, con l'eccezione di *fonna*, la geminazione sia
esclusa. Mi sembra, però, che si possa parlare di semigeminazione (?) per le
finali plurali, tipo öcc, tecc etc.
Comunque, la ripugnanza "nordica" alla geminazione è dimostrata dal fatto
che il vin brulé nacque dall'ordine del Comando degli Alpini "Abolire il
vino".

ciao

--
Danilo Giacomelli
-------------------------------------------------------------------
Un McDonald in Piazza di Spagna è come un pornoshop in Piazza S. Pietro
------------------------------------------------------------------


Giovanni Drogo

unread,
Sep 3, 2001, 10:05:31 AM9/3/01
to
On Mon, 3 Sep 2001, Danilo Giacomelli wrote:

> Sembra anche a me che, con l'eccezione di *fonna*, la geminazione sia

Ma questa parola (che anch'io, di madre bergamasca, ho sempre compreso
pronunciata cosi') non viene in realta' scritta "fomna" (M+N !!)
derivando dal latino "foemina" ?

In quanto alle opinioni (un po' elucubrate nelle ipotesi di
ricostruzione storica) di Marco Cimarosti sul milanese, mi pare che le
parole portate come esempio (bara e barra, fato e fatto) siano tutti
termini piuttosto recenti e ricercati che nel genuino milanese popolare
d'un tempo non comparivano.

Io personalmente (che sono anche meno linguista di lui, e che il
milanese lo parlo rarissimamente ma lo capisco in casa i miei lo
parlavano) personalmente le doppie (se poi siano geminate o lunghe non
lo so) le sento, specie in fine di parola : el Domm, i donn, i tusann,
sant'Ambroeus andemm ...

Anche se potrebbe esserci un mio "bias" per cui la grafia prevale sempre
sul parlato.

E la grafia tradizionale milanese (per quanto fluttuante) e' a volte
conservatrice (i puristi scrivono "el sangu" e pronunciano "el sang")
e ha delle curiose convenzioni. Per esempio nel toponimo ormai perduto
"Viarenna" (riferito a una conca del Naviglio, e ora preso da un bar
all'angolo di piazza XXIV Maggio) : dubito che chiunque oggi sappia come
si pronunci e lo pronunci come Varenna, la cittadina del Lario.
Ricostruisco pero' che in realta' quella grafia voleva indicare la
pronuncia di "via Arena" come /via(a)rEna/ con la E aperta (la parola
Arena in milanese ha la e aperta, e si usa tuttora per indicare l'Arena
napoleonica) perche' la conca sorgeva presso l'Anfiteatro romano. Ossia
la doppia nn non era una doppia ma indicava la e aperta !

E' mia impressione che il lombardo le doppie le senta e le dica, semmai
e' nel veneto che mancano. Mi citava un amico glottologo medievale
(milanese e dialettofono di nascita, e toscano di famiglia) il caso
dell'ipercorrettismo per cui un frate veneto, dovendo scrivere "ufficio"
scriveva "uficcio" ... raddoppiando purtroppo la consonante sbagliata.
Questo in milanese non potrebbe mai capitare (mentre capita invece
spesso un ipercorrettismo sulle zeta).

Marco Cimarosti

unread,
Sep 3, 2001, 2:16:36 PM9/3/01
to
Giovanni Drogo ha scritto:

> In quanto alle opinioni (un po' elucubrate nelle ipotesi di
> ricostruzione storica) di Marco Cimarosti sul milanese, mi pare che le
> parole portate come esempio (bara e barra, fato e fatto) siano tutti
> termini piuttosto recenti e ricercati che nel genuino milanese popolare
> d'un tempo non comparivano.

Hai ragione. Il fatto è che volevo a tutti i costi trovare delle
"coppie minime" e mi sono usciti solo questi esempi balordi. "Bara" si
dice normalmente "cassa de mort" e "fato" non è senz'altro una parola
popolare. Mi rendo anche conto, vedendoli così uno in fila all'altro,
che i due esempi devono pure portare un sacco di sfiga!

Ma resta il fatto che non ho mai trovato nemmeno un esempio di una
parola italiana con geminata la cui corrispondente milanese abbia una
vocale lunga, o viceversa.

Anzi: se qualcuno mi trova vocaboli siffatti, sono ben felice di
aggiustare la mia ipotesi (o, se il caso, di abbandonarla).

> Io personalmente (che sono anche meno linguista di lui, e che il
> milanese lo parlo rarissimamente ma lo capisco in casa i miei lo
> parlavano) personalmente le doppie (se poi siano geminate o lunghe non
> lo so) le sento, specie in fine di parola : el Domm, i donn, i tusann,
> sant'Ambroeus andemm ...

Ho detto che ho un'esperienza limitata ai dialetti della mia zona. Se
vieni da altre parti (soprattutto Milano città o sobborghi vicini), è
probabile che abbia ragione il tuo orecchio.

Però... Il fatto che alcune consonanti milanesi assomiglino o siano
addirittura identiche alle geminate italiane non significa
necessariamente qualcosa dal punto di vista dei fonemi. Bisognerebbe
trovare almeno qualche parola che termini con le stesse consonanti ma
che, al tuo orecchio, suoni *senza* geminata.

> Anche se potrebbe esserci un mio "bias" per cui la grafia prevale sempre
> sul parlato.

E volevo dirtelo: qui sopra hai fatto tutti esempi che terminano in
nasale.

Ma le grafie "-nn" e "-mm" hanno una funzione molto particolare nella
grafia tradizionale: servono a indicare i fonemi /n/ e /m/ in fine di
parola.

Le lettere "-n" e "-m" scritte scempie, invece, indicano la
nasalizzazione della vocale, come in "pan" = /pã/ o "ram" = /rã/.
Ovviamente, la distinzione fra "-n" e "-m" è puramente etimologica.

Simile valore convenzionale ce l'hanno "-cc" e "-gg", che suonano
entrambe /tS/, e "ss" e "zz" intervocaliche, che suonano entrambe /s/.

> [...] Per esempio nel toponimo ormai perduto


> "Viarenna" (riferito a una conca del Naviglio, e ora preso da un bar
> all'angolo di piazza XXIV Maggio) : dubito che chiunque oggi sappia come
> si pronunci e lo pronunci come Varenna, la cittadina del Lario.
> Ricostruisco pero' che in realta' quella grafia voleva indicare la
> pronuncia di "via Arena" come /via(a)rEna/ con la E aperta (la parola
> Arena in milanese ha la e aperta, e si usa tuttora per indicare l'Arena
> napoleonica) perche' la conca sorgeva presso l'Anfiteatro romano. Ossia
> la doppia nn non era una doppia ma indicava la e aperta !

Ed eccomi già servito un vocabolo di quelli che chiedevo poc'anzi.
Mannaggia: l'unica cosa che posso dire è che, in corrispondenza di
nasali, avevo già notato dei problemucci con la mia ipotesi.

Senz'altro, comunque, la doppia della grafia sta a indicare la /è/
aperta. Tento anche un'altra spiegazione, non necessariamente in
contraddizione con la tua. Come ho detto sopra, i digrammi "nn" e "mm"
hanno uno speciale valore in fine di parola.

Ma il plurale di /a'rèna/ è /a'rèn/ e si scrivere "arenn" per non
indurre nell'errata pronuncia /a'rè&#732;/. Così può darsi che la
"doppia" si sia estesa anche alla forma singolare.

Questa spiegazione può sembrare scema nel caso di "arena" (dove mai
esistono "tante arene"?), ma tieni conto che la spiega vale per
qualsiasi parola femminile che termini in /èna/ o /èma/ -- e ce n'è
tantissimi.

> E' mia impressione che il lombardo le doppie le senta e le dica, semmai
> e' nel veneto che mancano. Mi citava un amico glottologo medievale
> (milanese e dialettofono di nascita, e toscano di famiglia) il caso
> dell'ipercorrettismo per cui un frate veneto, dovendo scrivere "ufficio"
> scriveva "uficcio" ... raddoppiando purtroppo la consonante sbagliata.
> Questo in milanese non potrebbe mai capitare (mentre capita invece
> spesso un ipercorrettismo sulle zeta).

Infatti, nemmeno secondo la mia ipotesi il lombardo ha *completamente*
obliato le geminate: le ha semmai trasformate (per quanto possibile)
in alterazioni alla lunghezza e al timbro della precedente vocale
tonica.

Quando i lombardi hanno imparato l'italiano, queste geminate "latenti"
nella fonetica dialettale sono stata istintivamente utilizzare per
ricostruire le geminate "patenti" dell'italiano.

Insomma: la lunghezza delle vocali del dialetto dev'essere stato un
bel "promemoria" per i milanesi che parlavano e scrivevano l'italiano
solo sporadicamente.

Nel tuo esempio, io la "i" di "offissi" la sento lunga: /u'fi:si/.

(La "ss" è scritta doppia solo per rappresentare il suono sordo; la
"f" (se poi davvero è scritta doppia) lo è secondo me solo per
imitazione dell'italiano.)

Per questa ragione, a un milanese dell'800 che non ricordasse lo
"spelling" di "ufficio", non poteva venire in mente di raddoppiare la
"c".

Semmai, questo sì!, poteva non ricordare la "f" doppia. E, infatti,
una pronuncia tipo "ufìcio" la sentirei ancora come naturalissima in
bocca a un milanese nato, diciamo, negli anni '30-'40.

_ Marco

Maurizio Pistone

unread,
Sep 3, 2001, 3:47:47 PM9/3/01
to
Giovanni Drogo <dr...@rn.bastiani.it> ha scritto su
it.cultura.linguistica.italiano:

>> Sembra anche a me che, con l'eccezione di *fonna*, la geminazione sia
>
>Ma questa parola (che anch'io, di madre bergamasca, ho sempre compreso
>pronunciata cosi') non viene in realta' scritta "fomna" (M+N !!)
>derivando dal latino "foemina" ?

Effettivamente in piemontese si scrive fomna; anche se poi nella
pronuncia la m viene un po' a confondersi - mai però ad essere
identica alla n; se mai assomiglia alla n- di lun-a (n velare).

--
Maurizio Pistone - Torino
strenua nos exercet inertia Hor.
mailto:scri...@mauriziopistone.it
http://www.mauriziopistone.it

Giovanni Pontoglio

unread,
Sep 3, 2001, 5:16:47 PM9/3/01
to
Giovanni Drogo ha scritto nel messaggio ...

>On Mon, 3 Sep 2001, Danilo Giacomelli wrote:
>
>> Sembra anche a me che, con l'eccezione di *fonna*, la geminazione sia
>
>Ma questa parola (che anch'io, di madre bergamasca, ho sempre compreso
>pronunciata cosi') non viene in realta' scritta "fomna" (M+N !!)
>derivando dal latino "foemina" ?


Chi scrive "fomna" non pensa certo necessariamente a "femina", ma
probabilmente "sente" ancora una traccia di labialità nella fase iniziale
dell'arcolazione della nasale, il che a mio avviso autorizza ad interpretare
['fon:å] come /'fomna/, col che sul piano fonemico la fastidiosa "eccezione"
è liquidata.

>In quanto alle opinioni (un po' elucubrate nelle ipotesi di
>ricostruzione storica) di Marco Cimarosti sul milanese, mi pare che le
>parole portate come esempio (bara e barra, fato e fatto) siano tutti
>termini piuttosto recenti e ricercati che nel genuino milanese popolare
>d'un tempo non comparivano.


Sulla ricostruizione in questione avrei qualcosa da aggiungere (ma ho
bisogno d'un po' piú di tempo ... pazientate), posso però dire che nella
sostanza mi sembra esatta, anche se gli esempi effettivamente non sono
felici.

Saluti
G.Pontoglio


Giovanni Pontoglio

unread,
Sep 3, 2001, 5:08:44 PM9/3/01
to

Danilo Giacomelli ha scritto nel messaggio
<6vLk7.92665$TS4.7...@news2.tin.it>...

>
>"Giovanni Pontoglio" <giop...@libero.it> ha scritto ...
>> Su tutti i manuali di linguistica italiana romanza si legge che nei
>dialetti
>> dell'Alta Italiana «le geminate si scempiano».
>....
>> - area lombarda orientale: bresciano:
>
>Sembra anche a me che, con l'eccezione di *fonna*, la geminazione sia
>esclusa. Mi sembra, però, che si possa parlare di semigeminazione (?) per
le
>finali plurali, tipo öcc, tecc etc.


Non sarà, piú che una geminazione (anzi d'allungamento o rafforzamento, come
giustamente mi fa notare l'Empolese, dato che non c'è limite sillabico), una
semplice impressione acustica di maggior forza dovuta all'articolazione
complessa (affricata?). Tanto piú che la vocale precedente non ne viene
abbreviata, come potremmo facilmente aspettarci se si trattasse d'una vera
"doppia".


>ciao

G.Pontoglio

Danilo Giacomelli

unread,
Sep 3, 2001, 5:05:36 PM9/3/01
to

"Giovanni Drogo" <dr...@rn.bastiani.it> ha scritto ...
......

> > Sembra anche a me che, con l'eccezione di *fonna*, la geminazione sia
>
> Ma questa parola (che anch'io, di madre bergamasca, ho sempre compreso
> pronunciata cosi') non viene in realta' scritta "fomna" (M+N !!)
> derivando dal latino "foemina" ?
La scrittura dei dialetti, come recentemente discusso qui, è una babele.
Nel primo dopoguerra, ad esempio, si usava scrivere in bresciano "bröd", pur
pronunciandolo "bröt", per facilitare la comprensione ai forestieri.
"Fomna" potrebbe essere una grafia etimologica.
..........

> E' mia impressione che il lombardo le doppie le senta e le dica, semmai
> e' nel veneto che mancano. Mi citava un amico glottologo medievale
> (milanese e dialettofono di nascita, e toscano di famiglia) il caso
> dell'ipercorrettismo per cui un frate veneto, dovendo scrivere "ufficio"
> scriveva "uficcio" ... raddoppiando purtroppo la consonante sbagliata.
> Questo in milanese non potrebbe mai capitare (mentre capita invece
> spesso un ipercorrettismo sulle zeta).

L'influenza veneta sul lombardo orientale è indubbia. Mi sembra però che gli
esempi da te riportati siano sempre di doppie in finale, come accennavo io.

ciao

--
Danilo Giacomelli
------------------------------------------
Dio non può cambiare il passato, gli storici si: è forse perché essi Gli
possono essere utili in uesto modo che Egli tollera la loro esistenza.
----- Samuel Butler -----


Giovanni Pontoglio

unread,
Sep 3, 2001, 5:26:52 PM9/3/01
to

Marco Cimarosti ha scritto nel messaggio
<1604968.01090...@posting.google.com>...

>
>Ma le grafie "-nn" e "-mm" hanno una funzione molto particolare nella
>grafia tradizionale: servono a indicare i fonemi /n/ e /m/ in fine di
>parola.
>
>Le lettere "-n" e "-m" scritte scempie, invece, indicano la
>nasalizzazione della vocale, come in "pan" = /pã/ o "ram" = /rã/.
>Ovviamente, la distinzione fra "-n" e "-m" è puramente etimologica.


Davvero in "ram" non si sente la "m"?

Nel milanese poi il problema delle doppie s'incrocia, oltre che con quello
della qualità e quantità della vocale precedente, con quello del rapporto
sorda ~ sonora (o forse: sorda forte ~ (semi)sorda lene?) in fine di parola.

La differenza, insomma, tra:
"sette" ([sEt:]) e sete (['se:t] (['se:d] ?) va interpretata:
a) /set/ ~ /sed/
b) /sett/ ~ /set/
c) /sEt/ ~ /set/
d) /set/ ~ /se:t/ ?

oppure idiolettalmente in modo differenziato?
E` un vero guazzabuglio ....

G.P.

Giovanni Pontoglio

unread,
Sep 4, 2001, 1:42:04 AM9/4/01
to

Paolino ha scritto nel messaggio
<811f254b.0109...@posting.google.com>...

>"Giovanni Pontoglio" <giop...@libero.it> wrote in message
news:<9wzk7.18248$MO.6...@news.infostrada.it>...
>
>Ti parlo per quello che so del ligure.
>
>Da quello che ho visto io, le monografie che conservano le doppie sono
>anche quelle che distinguono ç, z, s (tutte /s/), con evidenti
>motivazioni etimologiche. Quindi un comportamento simile ai volgari
>medievali o all'inglese di oggi.


Temo però che la distinzione <ç> : <s> non venga sempre attuata secondo
criteri etimologici (che per certe varietà liguri dell'interno — almeno al
momento in cui vennero raccolti i dati AIS — sono anche fonetici), quanto
piuttosto meccanicamente calcata sull'italiano (c = ç), il che è parecchio
fuorviante.

>> &#8212; area ligure: ventimigliese: niente geminazione; genovese:
geminaz.
>> (automatica) dopo breve?; altrove: ???
>>
>
>Esattissimo. Anche nello Spezzino non sembrano amare la geminazione,


Dato interessate: data la vicinanza con la Toscana ci s'aspetterebbe il
contrario.


>mentre nel tabarchino (S.Pietro/S.Antioco) sembrano farla sempre (non
>so se ci sia distinzione fonematica).
>Per quanto riguarda il genovese, si ha geminazione:
>...automatica dopo tonica breve parossitona, ma solo sotto accento di
>frase...
>
>An(d)emmo a ca. /anemu aka:/ [-m-]
>An(d)emmo. /anemu/ [-mm-]
>Vediemo. /vedie:mu/ [-je:mu]


Suppongo che <vediemo> sia futuro 1°plur.
Strano che -emus dia due esiti diversi, ['em(:)u] e ['e:mu].

>La grafia nei casi precedenti può anche indicare la doppia, mentre
>se l'accento retrocede:
>
>Façile. /'fasile/ ['fasile]
>
>(comunque, se si deve enfatizzare la sillaba, si allunga la
>consonante:
>Façile! [''fassile])


Quindi la durata consonantica sarebbe piú una caratteristica di frase che di
parola, mi pare di capire, e non fonemicamente rilevante, a differenza della
quantità vocalica (Devoto: /badZu/ "rospo" : /'ba:dZu/ "sbadiglio")

Molte grazie per le informazioni

Giovanni Pontoglio


Giovanni Pontoglio

unread,
Sep 4, 2001, 1:42:06 AM9/4/01
to

Paolo ha scritto nel messaggio ...

>
>Giovanni Pontoglio <giop...@libero.it> wrote in message
>9wzk7.18248$MO.6...@news.infostrada.it...
>
>Mah... io ho sempre dubitato che (per esempio) le "geminate finali" del
>milanese non fossero veramente tali: come si fa a pronunciare due
consonanti
>finali uguali seguite da pausa? Oppure si pronunciano doppie solo quando
c'è
>una sillaba successiva su cui appoggiarsi?


>


>In fine di parola ritengo sia possibile solo un pronungamento del contoide
>in questione, ma non una vera geminazione, che dovrebbe distribuire i due
>segmenti su due sillabe differenti.
>

In effetti ho usato un termine improprio. Leggasi "Lunghe".>>

>In effetti può capitare che un settentrionale pronunci identici "Luca" e
>Lucca" con una sorta di realizzazione intermedia tra ['lukka] (che in
>toscano è di solito ['luk:-ka] o ['lu;k-ka], cioè anche la sillaba caudata

...

Che è una sillaba "caudata"?

Saluti
G.P.


Giovanni Pontoglio

unread,
Sep 4, 2001, 1:42:10 AM9/4/01
to

Marco Cimarosti ha scritto nel messaggio
<1604968.01090...@posting.google.com>...
>>
>Mi offri l'occasione di dire qualcosa in proposito per il lombardo
>occidentale (milanese, brianzolo, comasco e dialetti affini) su cui
>stavo rimuginando da un po'.
>
>*Sicronicamente*, a me pare che questo rafforzamento non esista
>proprio. Non almeno nei dialetti della mia zona (nord-est della
>provincia di Milano + bassa lecchese, bassa comasca - Brianza,
>insomma).
>
>Non posso escludere che il fenomeno esista in altre aree. In
>particolare, anch'io ho letto qualcosa di questo tipo riguardo al
>dialetto "meneghino" (cioè quello della città di Milano). La cosa però
>non è più facilmente verificabile: non credo di sbagliarmi dicendo che
>il dialetto del capoluogo è ormai pressoché estinto.


Come "prima lingua" probabilmente sí. Tuttavia credo che esistano ancora
milanesi autoctoni che abbiano una competenza dialettale, anche se credo che
occorra cercare a lungo per trovarne, se non tra i piú anziani.
>


>Comunque, ... ).


>>La differenza che spicca fra le due parole, come ben si vede nella
>trascrizione e come ben si sente nel parlato, sta piuttosto nella
>*quantità* della vocale tonica.
>
>E precisamente questa è la mia ipotesi *diacronica*: la "quantità
>consonantica" (se mi passate il termine) un tempo doveva esistere
>anche in lombardo ma poi è stata trasformata in un'uguale e
>*contraria* quantità vocalica, applicata alle vocali precedenti.
>"Contraria" nel senso che un'antica geminata ("consonante *lunga*") ha
>determinato una moderna vocale *breve*, mentre un'antica scempia
>("consonante *breve*") ha determinato una moderna vocale *lunga*.
>
>Insomma, riducendo il tutto in formulette:
>
> VC < *VCC
> V:C < *V:C < *VC
>


Molto probabilmente è staro proprio cosí, o diciamo che le vocali in sillaba
aperta si sono allungate, quelle in sillaba chiusa — tra cui quindi tutte
quelle avanti doppia — si sono abbreviate. E` un "trasferimento di tratti
pertinenti".

>Questo processo si accompagna anche al cambiamento di timbro di alcune
>vocali. Le antiche vocali /é/ (chiusa) ed /è/ (aperta) prima si
>confondono in un unico timbro /e/ (intermedio) e poi riemergono,
>specializzandosi nel distinguere la versione breve e lunga della /e/ :
>

Forse le fasi intermedie sono state diverse (di danno casi di /é/ > /i/,
probabilmente piú diffusi in passato; /è/ in certe condizioni sarà passata
per una fase /ie/, ma il risultato finale è quello.

>Analoga specializzazione di timbro si verifica per la /ò/ aperta: la
>variante lunga /ò:/ viene sostituita dal suono /ö:/, probabilmente
>passando per un periodo di dittongazione:
>
> òC < *òCC
>ö:C < *uò:C < *ò:C < *òC


Aggiungerei: in determinate condizioni. Il passaggio /ò/ > /ö/ in sillaba
aperta non era generale nel vecchio dialetto.

>Questo processo si dev'essere esteso non solo alle "doppie" vere e
>proprie ma anche a qualsiasi coppia di consonanti, non necessariamente
>identiche. Vedi il milanese /'pèska/ (il frutto), contro l'italiano
>/'péska/.


Detto piú semplicemente: in sillaba chiusa.


>
>Ma perché, a un certo momento (nel bel mezzo del Medioevo,
>probabilmente), i lombardi si sono presi la briga di mettere tutto
>questo scompiglio nelle loro vocali?
>
>Probabilmente perché la loro coscienza linguistica collettiva si
>"rendeva conto" che, generazione dopo generazione, riuscivano sempre
>meno a distinguere le scempie dalle geminate. E non era assolutamente
>ammissibile che le tantissime parole che si distinguevano solo per
>questa differenza finissero per confondersi.
>


Qui invece dissentirei.

Credo che una parte importante nella ristrutturazione del sistema fonemico
milanese (e non solo) l'abbia avuta la sonorizzazione(-spirantizzazine)
delle sorde intervocaliche, che nel caso di -s-, complice l'indeterminatezza
della grafia, investe anche l'italiano regionale.
Degli schemi teoricamente possibili in latino (indendendo con C qualsiasi
sorda, e con G qualsiasi sonora) -GG- era il caso piú raro: in pratica
l'opposizione era -CC- ~ -C- ~ -G-. Con la sonorizzazione l'opposizione -C-
~ -G- veniva neutralizzata, sicché rimaneva soltanto un'opposizione -CC-
~ -G-, in cui la durata consonantica era ridondante. Ciò ha aperto la strada
alla degeminazione -CC- > -C-


>Ad esempio, le già citate "bara" e "barra" si distinguevano solo
>perché la seconda aveva una /rr/ geminata (/'bara/ contro /'barra/).
>Se questa distinzione fosse venuta meno, si sarebbe fatta confusione
>fra "casse da morto" e "spranghe di metallo o di legno", e così via
>per centinaia di altre parole.
>
>Ma siccome questa distinzione consonantica proprio non reggeva più, la
>si è trasferita *anche* sulle vocali, prima che fosse troppo tardi.
>Una volta che tutte le siffatte coppie di parole si potevano
>distinguevano sia dalle vocali che dalle consonanti (/'ba:ra/ contro
>/'barra/), una delle due distinzioni poteva benissimo andare a farsi
>benedire senza rischi per la stabilità del vocabolario.


Le liquide e le nasali non conoscono opposizione di sonorità, quindi qui
effettivamente può aver avuto luogo una precoce fonemizzazione della
quantità vocalica. Ma almeno in parte la distinzione tra doppia e scempia
andò perduta senza surrogati (nel caso delle nasali). Nel caso di L ~ LL si
schivò in R ~ L (rotacismo milanese), creando però un nuovo sincretismo tra
laterale e vibrante.


>E allora perché? La spiegazione è che, proprio in quel periodo, stava
>consumandosi la caduta delle vocali finali.


La caduta definitiva delle finali è posteriore alla sonorizzazione e
probabilmente anche alla degeminazione; non nego che essa però possa aver
contribuito ad accentuare la differenza tra vocali brevi e lunghe e la
rilevanza funzionale della quantità, specialmente grazie all'allungamento
(di compenso?) avanti consonante sonora o sonorizzata (che tendeva a
divenire sorda in tale posizione).

Saluti
G.Pontoglio.


Paolo

unread,
Sep 4, 2001, 6:39:04 AM9/4/01
to

Giovanni Pontoglio <giop...@libero.it> wrote in message
OQZk7.25623$MO.9...@news.infostrada.it...

[...]

> > In effetti può capitare che un settentrionale pronunci identici "Luca"
e
> >Lucca" con una sorta di realizzazione intermedia tra ['lukka] (che in
> >toscano è di solito ['luk:-ka] o ['lu;k-ka], cioè anche la sillaba
caudata

> Che è una sillaba "caudata"?

Quella che tradizionalmente viene chiamata "sillaba chiusa": una sillaba CVC
è "caudata" perché ha una "coda sillabica", cioè (la seconda) C.

Ciao.
Paolo


Marco Cimarosti

unread,
Sep 4, 2001, 10:49:01 AM9/4/01
to
Giovanni Pontoglio ha scritto:

> Davvero in "ram" non si sente la "m"?

Mah, a me pare che non ci sia differenza fra "i ram" (i rami) e "i
ran" (le rane).

Però adesso mi fai venire il dubbio: possibile che su un'omofonia così
gustosa non sia nata nemmeno una storiella popolare tipo: "le rane
degli alberi", "il gracidare dei rami", "vai a cogliere delle rane per
fare il fuoco", ecc.

> Nel milanese poi il problema delle doppie s'incrocia, oltre che con quello
> della qualità e quantità della vocale precedente, con quello del rapporto
> sorda ~ sonora (o forse: sorda forte ~ (semi)sorda lene?) in fine di parola.
>
> La differenza, insomma, tra:
> "sette" ([sEt:]) e sete (['se:t] (['se:d] ?) va interpretata:

Scusa ma cosa sono quei due punti in [sEt:]? Davvero il [:] può
indicare anche la lunghezza delle consonanti? O è un uso estemporaneo?

> a) /set/ ~ /sed/
> b) /sett/ ~ /set/
> c) /sEt/ ~ /set/
> d) /set/ ~ /se:t/ ?

Per coerenza con i miei precedenti sproloqui, io ovviamente voto per
la (d).

Il diverso timbro della vocale (c) e l'eventuale residuo di lunghezza
della consonante (b) mi sembrano informazioni accessorie (si dice "non
pertinenti", giusto?) che semplicemente sottolineano la diversa
quantità vocalica.

Il punto (a) mi sembra invece proprio da scartare. Non esiste una
contrapposizione fra sorda e sonora in fine di parola. Tant'è vero
che, come anche tu hai notato, "sét" si pronunciare comunemente anche
[se:t]. (E' comunque interessante notare che "sètt", al contrario, non
può mai essere pronunciato *[sEd]).

A proposito di sorde e sonore: hai già notato come nella mia
esposizione ho totalmente tralasciato la lenizione -- che invece, come
hai giustamente notato, è un fatto fondamentale ed è certamente
collegato a tutto quel complesso di trasformazioni di cui stiamo
parlando.

Ciao.
_ Marco

Vitt

unread,
Sep 4, 2001, 11:16:46 AM9/4/01
to
Marco Cimarosti nel messaggio
<1604968.01090...@posting.google.com> ha scritto:

>E, infatti,
>una pronuncia tipo "ufěcio" la sentirei ancora come naturalissima in


>bocca a un milanese nato, diciamo, negli anni '30-'40.

Eccomi.
Per le vostre ricerche mi trovate sull'elenco del telefono di Roma.

--
Bye
Vitt

Paolo

unread,
Sep 4, 2001, 1:15:06 PM9/4/01
to

Marco Cimarosti <marco.c...@europe.com> wrote in message
1604968.01090...@posting.google.com...

> > La differenza, insomma, tra:
> > "sette" ([sEt:]) e sete (['se:t] (['se:d] ?) va interpretata:
>
> Scusa ma cosa sono quei due punti in [sEt:]? Davvero il [:] può
> indicare anche la lunghezza delle consonanti? O è un uso estemporaneo?

Quando l'allungamento di una consonante è tautosillabico, si deve usare [:],
non il simbolo raddoppiato.

Per esempio: tosc. "pasta" ['pas:-ta], finlandese "tässä" ['tæ-s:æ],
giapponese "motto" ['mo-t:o], sved. "penna" ['phEn:-a]

Il simbolo raddoppiato indica geminazione: due contoidi uguali distribuiti
su due sillabe diverse. Non esclude affatto che uno dei due contoidi sia
allungato.

Per esempio: tosc. "masso" in protonia ['mas-so], in tonìa ['mas:-so].

Ciao,
Paolo

Ciao,
Paolo

Giovanni Pontoglio

unread,
Sep 5, 2001, 2:14:49 AM9/5/01
to

Paolo ha scritto nel messaggio ...
>> Che è una sillaba "caudata"?
>
>Quella che tradizionalmente viene chiamata "sillaba chiusa": una sillaba
CVC
>è "caudata" perché ha una "coda sillabica", cioè (la seconda) C.


Grazie per la puntualissima (nei due sensi del termine) risposta.
Lasciatemi però continuare a chiamarla "sillaba chiusa"!


>
>Ciao.

Giovanni Pontoglio


Valerio Vanni

unread,
Sep 5, 2001, 8:41:53 AM9/5/01
to
On 3 Sep 2001 06:01:47 -0700, marco.c...@europe.com (Marco
Cimarosti) wrote:

>Questo processo si dev'essere esteso non solo alle "doppie" vere e
>proprie ma anche a qualsiasi coppia di consonanti, non necessariamente

>identiche. Vedi il milanese /'pčska/ (il frutto), contro l'italiano
>/'péska/.
Il frutto in italiano si pronuncia /'pčska/: /'péska/ č quella che si
fa con le reti.

Marco Cimarosti

unread,
Sep 5, 2001, 12:59:09 PM9/5/01
to
Il sottoscritto Marco Cimarosti ha avuto la dabbenaggine di scrivere:

> Vedi il milanese /'pèska/ (il frutto), contro l'italiano /'péska/.

Che figura! Come m'ha fatto giustamente notare Valerio Vanni, avrei
dovuto scrivere semmai: "Vedi il milanese /'pèska/ (il pescare) contro
l'italiano /'péska/"...

Se avessi confuso qualsiasi altra "e" avrei potuto dare la colpa al
mio accento regionale, o alla distrazione. Ma trattandosi della
famossissima coppia pèsca/pésca non posso che cospargermi il capo con
le ceneri derivate dalla combustione di nòccioli di pèsche e di lische
di nocciòli!

Ciao.
Marco

Giovanni Pontoglio

unread,
Sep 6, 2001, 5:48:08 AM9/6/01
to

Marco Cimarosti scripsit :

>> La differenza, insomma, tra:
>> "sette" ([sEt:]) e sete (['se:t] (['se:d] ?) va interpretata:

>> d) /set/ ~ /se:t/ ?
>
>Per coerenza con i miei precedenti sproloqui, io ovviamente voto per
>la (d).


Veramente le grammatiche milanesi citano anche qualche esempio di [e],
sicché si deve porre un /e chiuso breve/ almeno come fonema marginale, e
anche un caso di [E:] (mi pare si tratti di [bE:], forse potremo
interpretarlo come /E/ seguito da /e/ atona, per evitare di dover porre un
fonema per una sola parole).

>... e l'eventuale residuo di lunghezza


>della consonante (b) mi sembrano informazioni accessorie (si dice "non
>pertinenti", giusto?) che semplicemente sottolineano la diversa
>quantità vocalica.

>Il punto (a) mi sembra invece proprio da scartare. Non esiste una
>contrapposizione fra sorda e sonora in fine di parola. Tant'è vero
>che, come anche tu hai notato, "sét" si pronunciare comunemente anche
>[se:t]. (E' comunque interessante notare che "sètt", al contrario, non
>può mai essere pronunciato *[sEd]).


Si direbbe quindi che s'abbia a che fare in posizione finale con una
neutralizzazione della correlazione di sonorità, che si realizzerebbe
foneticamente
a) dopo /vocale breve/ come consonante sorda allungabile;
b) dopo /vocale lunga/ come consonante scempia sonorizzabile.

Mi domando però come si comportino quelle parole che non rientrino nei due
casi piú frequenti (cioè storicamente vocale lunga + scempia
sonora/sonorizzata e vocale breve + doppia sorda), ossia quando
a) si ha storicamente a che fare con consonante sorda scempia (non
sonorizzata), ossia nei cultismi assunti una volta che la sonorizzazione
delle sorde intervocaliche non era piú operante, e quando
b) si ha storicamente a che fare con consonante sonora geminata, che
quindi doveva aver abbreviato la vocale precedente.

Casi come <poetta>, <avocatt> (/pu-'Eta, avu'kat/ --> [pU-'Et(t)a,
avU'kat(:)], suppongo) fanno pensare che la situazione a) sia stata
assimilata al tipo breve + sorda doppia, tanto che ad onta d'ogni pressione
del modello ortografico italiano s'è sentito il bisogno di raddoppiare
graficamente la consonante; tuttavia (a giudicare dai vocabolari, peraltro
notoriamente poco attendibili dal punto di vista fonetico) le voci con
vocale tonica piú consonate sorda scempia sono numerose. Come si pronunciano
effettivamente?
Il caso b) è testimoniato anche nell'ambito del lessico tradizionale, nel
caso di parole come "legg" (verbo e sost.; lat. -g- (+e/i) > -gg-), "mezz",
oltreché ampiamente nei neoogismi, a cominciare dai derivati in -agg'. Anche
qui mi domando come effettivamente suonino queste parole.

In un suo studio il Sanga basato sull'analisi degli enunciati di UN solo
informatore, e quindi da prendersi con una certa cautela, giungeva per il
milanese cittadino a queste conclusioni, che spero di ricordare esattamente
(ma sarà meglio che appena posso dia un'occhiata alla fonte):
— a) la quantità vocalica delle vocali toniche pertinente solo nell'ultima
sillaba;
— b) i fonemi sonori in fine di parola sono facoltativi: è possibile la loro
sostituizione con sorde, e possono essere realizzati come foni intermedi,
d'intensità forte ma al tempo stesso con vibrazione delle corde vocali.

G.Pontoglio

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